La salvezza è per grazia; dov’è dunque il vanto?

Questa così grande salvezza che noi abbiamo ottenuto da Dio l’abbiamo ricevuta per grazia, senza avere compiuto nessuna opera giusta da potercela meritare. L’abbiamo ricevuta per mezzo della fede nel Figliuolo di Dio morto sulla croce per i nostri peccati e risorto dai morti per la nostra giustificazione. Se dunque l’abbiamo ricevuta gratuitamente dov’è il vanto? Esso è escluso, come dice Paolo, per la legge della fede (cfr. Rom. 3:27).

Quindi, davanti a Dio, noi non abbiamo nulla di che gloriarci. Come non aveva nulla di che gloriarsi davanti a Dio il nostro padre Abramo di cui la Scrittura dice che credette a Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia (cfr. Gen. 15:6 e Rom. 4:2-3).

Ringraziato sia Dio del suo dono ineffabile!

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Pensieri (Vol. 1)

Butindaro Giacinto, Roma 2015 – Versione aggiornata. Pagine 728.
Giacinto Butindaro

E i nove altri dove sono?

“Ed avvenne che, nel recarsi a Gerusalemme, egli passava sui confini della Samaria e della Galilea. E come entrava in un certo villaggio, gli si fecero incontro dieci uomini lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano, alzaron la voce dicendo: Gesù, Maestro, abbi pietà di noi! E, vedutili, egli disse loro: Andate a mostrarvi a’ sacerdoti. E avvenne che, mentre andavano, furon mondati. E uno di loro, vedendo che era guarito, tornò indietro, glorificando Iddio ad alta voce; e si gettò a’ suoi piedi con la faccia a terra, ringraziandolo; e questo era un Samaritano. Gesù, rispondendo, disse: I dieci non sono stati tutti mondati? E i nove altri dove sono? Non si è trovato alcuno che sia tornato per dar gloria a Dio fuor che questo straniero? E gli disse: Levati e vattene: la tua fede t’ha salvato” (Luca 17:11-19).

Sembra incredibile, eppure di quei dieci lebbrosi mondati da Gesù Cristo solo uno – avvedutosi di essere stato guarito – si sentì di tornare indietro per ringraziare il Signore Gesù Cristo, e Luca dice che questo era un Samaritano, uno straniero dunque.

Considerate attentamente questo, quegli uomini erano stati tenuti alla larga dalla gente, avevano sofferto fisicamente, avevano fatto sicuramente una vita miserevole a motivo della lebbra, eppure, dopo avere invocato Gesù affinché avesse pietà di loro, e dopo avere ricevuto la guarigione, non degnarono Gesù neppure di un ‘grazie’, tranne come abbiamo detto uno solo che era pergiunta straniero. E a Gesù non fece affatto piacere questo infatti domandò all’ex lebbroso che lo ringraziava: “I dieci non sono stati tutti mondati? E i nove altri dove sono?”

Se una parte di quegli uomini si mostrò irriconoscente verso Gesù Cristo, dopo avere ricevuto il beneficio della guarigione, noi non dobbiamo meravigliarci se oggi ci sono fratelli e sorelle che dopo avere ricevuto un qualche bene da noi, si mostrano irriconoscenti e non ti degnano neppure di un ‘grazie’. Anzi, io ho potuto vedere che alcuni alla prima occasione si mettono persino a spargere ogni sorta di mala parola contro di te; questo insomma è quello che tu dopo avergli fatto del bene meriti da loro!! Ma Dio è giusto e a suo tempo fa giustizia ad ognuno; ognuno di questi irriconoscenti riceve la retribuzione del torto che fa, senza riguardi personali.

Diletti, non imitiamo gli irriconoscenti ma i riconoscenti cioè coloro che non solo riconoscono il bene fattogli da noi ringraziandoci, ma si studiano anche di rendere bene per bene. Alcuni dicono che si deve rendere grazie solo a Dio per il bene che un fratello ci fa; la Scrittura però non mi insegna questo infatti Paolo quando dice ai santi di Roma di salutare Aquila e Priscilla dice di essi: “Per la vita mia hanno esposto il loro proprio collo; ai quali non io solo ma anche tutte le chiese dei Gentili rendono grazie” (Rom. 16:4). Naturalmente prima di tutto occorre ringraziare Dio, ma pure ringraziare chi ci fa del bene è una cosa permessa. Lo fecero i santi antichi, perché non dovremmo farlo pure noi? Ci sono poi alcuni che dicono che non ci si deve aspettare nessun contraccambio dai fratelli a cui si fa del bene; ma anche in questo caso la Scrittura non mi insegna affatto questo. Ascoltate quello che dice Paolo ai santi di Corinto: “La nostra bocca vi ha parlato apertamente, o Corinzî; il nostro cuore s’è allargato. Voi non siete allo stretto in noi, ma è il vostro cuore che si è ristretto. Ora, per renderci il contraccambio (parlo come a figliuoli), allargate il cuore anche voi!” (2 Cor. 6:11-13). Ed ascoltate quello che dice sempre Paolo a proposito della sovvenzione per i poveri tra i santi a cui avevano partecipato anche i Corinzi: “Poiché questo non si fa per recar sollievo ad altri ed aggravio a voi, ma per principio di uguaglianza; nelle attuali circostanze, la vostra abbondanza serve a supplire al loro bisogno, onde la loro abbondanza supplisca altresì al bisogno vostro, affinché ci sia uguaglianza, secondo che è scritto: Chi avea raccolto molto non n’ebbe di soverchio, e chi avea raccolto poco, non n’ebbe mancanza” (2 Cor. 8:13-15).

Non aspettarsi del bene dai fratelli a cui si fa del bene è come dire ad un marito che si mostra affettuoso verso la propria moglie, che invece di affetto non gliene mostra nessuno, che lui non si deve aspettare dalla propria moglie nessuna carezza, nessun bacio e nessuna manifestazione di amore!! Ma dove mai si legge una simile cosa nella Parola di Dio? Ma l’amore e l’affetto tra marito e moglie non devono essere reciproci? E non è forse la stessa cosa tra i figliuoli di Dio? Non è forse detto che dobbiamo amarci gli uni gli altri? Non è forse detto di essere ospitali gli uni verso gli altri (cfr. 1 Piet. 4:9)? Non è forse detto di servire gli uni agli altri nell’amore (cfr. Gal. 5:13)? Ma che significa ‘gli uni gli altri’? Dunque attendersi dai fratelli che si amano, si ospitano, si aiutano nelle loro necessità, ecc. di essere amati, ospitati, aiutati quando siamo noi a trovarci nella necessità (e loro non ci sono più), è una cosa del tutto normale. Naturalmente se non arriverà nessuna forma di riconoscenza noi non dobbiamo per questo smettere di amare i fratelli, il bene infatti lo si deve continuare a fare in ogni caso, certamente però l’irriconoscenza fa soffrire chi ama non solo a parole ma a fatti e verità e non si vede amato. Giudicate da persone intelligenti quello che dico.

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Butindaro Giacinto, Roma 2015 – Versione aggiornata. Pagine 728.
Giacinto Butindaro

Ma lo Spirito dice espressamente….

Paolo dice a Timoteo: “Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî per via della ipocrisia di uomini che proferiranno menzogna, segnati di un marchio nella loro propria coscienza; i quali vieteranno il matrimonio e ordineranno l’astensione da cibi che Dio ha creati affinché quelli che credono e hanno ben conosciuta la verità, ne usino con rendimento di grazie. Poiché tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da riprovare, se usato con rendimento di grazie; perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera” (1 Tim. 4:1-5).

Come si può dunque vedere molto bene tra le dottrine di demoni a cui daranno retta coloro che, ingannati dagli spiriti seduttori, apostateranno dalla fede, ci sono sia il divieto di sposarsi che quello di mangiare alcuni cibi creati da Dio. Noi credenti quindi dobbiamo guardarci da tutti coloro che, non importa con che nome si presentano (cioè non importa se si definiscono Cattolici Romani, Evangelici, Pentecostali, ecc. ecc.), insegnano queste eresie.

Dio ha fatto la donna per l’uomo e difatti ha detto che l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne (cfr. Gen. 2:24). Vietare dunque all’uomo di unirsi in matrimonio con la donna significa imporre un precetto che annulla la Parola di Dio. Precetto che produce amari e nefasti frutti perché induce coloro che lo accettano a fornicare. Se infatti Paolo ha detto ai Corinzi che per evitare le fornicazioni ogni uomo deve avere la propria moglie, e ogni donna il proprio marito (cfr. 1 Cor. 7:2), ciò significa che le fornicazioni non si potranno evitare se viene proibito agli uomini e alle donne di sposarsi. Non vi lasciate ingannare da vani ragionamenti, il matrimonio è lecito agli occhi di Dio.

Per quanto riguarda i cibi, tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da rigettare se usato con rendimento di grazie, perché è santificato dalla Parola di Dio e dalla preghiera, dice Paolo. A noi dunque è lecito mangiare di tutto (tranne ovviamente le carni sacrificate agli idoli, le cose soffocate e il sangue, in base alle decisioni dell’assemblea di Gerusalemme – cfr. Atti 15:19-29). Gesù ha detto che non è quello che entra nella bocca dell’uomo che lo contamina, bensì quello che esce dalla sua bocca (cfr. Matt. 15:11), e così dicendo ha dichiarato “puri tutti quanti i cibi” (Mar. 7:19). E Paolo dice ai Romani che “nessuna cosa è impura in se stessa” (Rom. 14:14), e che il Regno di Dio non consiste in vivanda né bevanda (cfr. Rom. 14:17).

Dunque, fratelli, state saldi nella fede e negli insegnamenti che vi sono stati trasmessi, senza lasciarvi punto fuorviare dagli uomini ipocriti che proferiscono menzogne a danno loro e di quelli che le accettano.

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Butindaro Giacinto, Roma 2015 – Versione aggiornata. Pagine 728.
Giacinto Butindaro

L’unica via per conoscere Dio

Ci sono alcuni che dicono che Dio si può conoscere tramite l’antica filosofia greca (quindi tramite gli scritti dei filosofi greci), altri che si può conoscere tramite Maometto, altri tramite Buddha, e altri ancora tramite pratiche e tecniche orientali o comunque che hanno alla loro base principi filosofici di matrice orientale, per citare solo alcuni pochi esempi perché la lista è molto più lunga.

Noi Cristiani invece diciamo che Dio si può conoscere solo tramite Gesù Cristo, il Figlio di Dio venuto nel mondo proprio per farci conoscere il Padre. Gesù stesso infatti ebbe a dire un giorno: “Io son la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14:6), ed ancora che “niuno conosce appieno il Figliuolo, se non il Padre; e niuno conosce appieno il Padre, se non il Figliuolo e colui al quale il Figliuolo avrà voluto rivelarlo” (Matt. 11:27). Quindi per conoscere Dio occorre conoscere il Figliuolo di Dio, non si può pretendere di conoscere Dio senza conoscere il Figliuolo, ecco perché Gesù Cristo un giorno disse ai Farisei che rifiutavano di credere in lui: “Voi non conoscete né me né il Padre mio: se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio” (Giov. 8:19), perché solo tramite lui si può pervenire alla conoscenza personale di Dio. Senza Cristo si può pure conoscere tutta la filosofia greca, si può conoscere tutta la filosofia orientale, si possono praticare ogni sorta di tecniche di meditazione trascendentale ecc. ecc., ma si è privi della conoscenza di Dio.

Fratelli, riflettete e meditate attentamente su questo; noi conosciamo Dio, quello stesso Dio che mediante la Parola ha creato tutte le cose, che mediante la sua infinita potenza sostiene tutte le cose, che sa ogni cosa di tutti, quello stesso Dio che nella pienezza dei tempi ha mandato nel mondo Gesù Cristo per riscattarci da ogni iniquità. Quale grazia ci è stata fatta dal Signore! Quale amore il Signore ha manifestato verso di noi che non meritavamo proprio nulla da lui essendo tutti noi dei ribelli, dei peccatori schiavi di ogni sorta di iniquità! E sì perché se noi conosciamo Dio lo dobbiamo alla misericordia del Signore Gesù Cristo perché Lui ha voluto farci misericordia a noi che eravamo lontani da Lui; la Scrittura è chiara a riguardo, nessuno conosce il Padre se non il Figliuolo e colui al quale il Figliuolo avrà voluto rivelarlo (cfr. Matt. 11:27) o voglia rivelarlo (cfr. Luca 10:22). Noi dunque siamo in obbligo di rendere grazie a Cristo Gesù, nostro Signore, per averci rivelato il Padre suo.

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Butindaro Giacinto, Roma 2015 – Versione aggiornata. Pagine 728.
Giacinto Butindaro

Il frutto e il fine della nostra fede

Dice Paolo ai santi di Roma: “Ma ora, essendo stati affrancati dal peccato e fatti servi a Dio, voi avete per frutto la vostra santificazione, e per fine la vita eterna” (Rom. 6:22).
Quel ‘ma ora, essendo stati affrancati’ sta ad indicare chiaramente che c’è stato un tempo nella nostra vita in cui il nostro frutto non era la santificazione e il nostro fine non era la vita eterna; e che questo tempo è terminato da che siamo stati affrancati dalla schiavitù del peccato cioè da quando abbiamo creduto nel Signore Gesù Cristo. D’altronde, che frutti di giustizia potevamo portare a Dio in quel tempo quando eravamo ribelli e schiavi di ogni sorta di concupiscenze (cfr. Ef. 2:2-3)? Che speranza di una vita futura potevamo avere in quel tempo essendo senza speranza nel mondo (cfr. Ef. 2:12)? Ma grazie siano rese a Dio per averci liberato dalle passioni peccaminose che ci dominavano e averci reso suoi servi, e per averci dato nella sua grazia una speranza, “una buona speranza” (2 Tess. 2:16) come la chiama Paolo.
Vorrei soffermarmi ora sul ‘frutto’ e sul ‘fine’ della nostra fede.
Il frutto che noi dobbiamo portare nella nostra vita (alla gloria di Dio) è la santificazione, frutto che possiamo portare solo osservando i comandamenti di Dio. Comandamenti che sono sia ‘positivi’ che ‘negativi’ (dove per positivi si intendono i ‘noi dobbiamo… ‘, e per negativi i ‘noi non dobbiamo….’) e che sono trascritti nella Parola di Dio. E’ così importante portare questo frutto che la Scrittura dice che senza la santificazione “nessuno vedrà il Signore” (Ebr. 12:14). Badiamo dunque bene a noi stessi e studiamoci di servire con le nostre membra sempre la giustizia e di non metterci di nuovo a servire le immonde concupiscenze della carne, altrimenti non vedremo il Signore.
Il fine che noi ora abbiamo è la vita eterna e questo perché in Cristo abbiamo la promessa della vita eterna (cfr. 1 Giov. 2:25), o come è anche chiamata in un altro luogo la promessa della vita a venire (cfr. 1 Tim. 4:8), promessa di cui otterremo l’adempimento se persevereremo nella fede fino alla fine. Quando moriremo dunque, se moriremo con il Signore, andremo ad abitare con lui in cielo; e a suo tempo poi, risorgeremo con un corpo immortale. Se invece rinnegheremo il Signore, quando moriremo andremo in perdizione e a suo tempo risorgeremo in resurrezione di giudizio per essere giudicati e condannati ad una eterna infamia.

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Butindaro Giacinto, Roma 2015 – Versione aggiornata. Pagine 728.
Giacinto Butindaro
Il blog di Illuminato Butindaro

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