“Mai esistito un tempio ebraico a Gerusalemme”

La Moschea di Al Aqsa (sul Monte del Tempio, a Gerusalemme) non è mai stata il luogo di un tempio ebraico. Lo ha ripetuto lunedì lo sceicco Raed Salah, capo del Movimento Islamico israeliano-Ramo settentrionale, durante una conferenza stampa convocata a Gerusalemme per rispondere a coloro che, nei giorni scorsi, dopo l’attentato alla scuola religiosa di Mercaz Harav ad opera di un arabo-israeliano, avevano chiesto l’espulsione dalla città dei residenti con documenti israeliani che partecipano ad atti di terrorismo.
“Coloro che invocano l’espulsione di palestinesi residenti a Gerusalemme est sono stupidi e isterici e meritano di finire in pattumiera” ha affermato Salah, che ha poi proseguito negando l’esistenza di qualunque legame storico fra ebrei e Gerusalemme, e negando che sia mai esistito un tempio ebraico sul Monte del Tempio. “Queste pretese degli ebrei sono solo grandi menzogne: essi non hanno alcun diritto su neanche un granello di polvere”, ha dichiarato.
Secondo Salah, Israele starebbe scavando vasti tunnel sotto la moschea di Al Aqsa allo scopo di minarne le fondamentali . “Siamo in un momento cruciale – ha detto il leader islamico – La moschea di Al Aqsa è in pericolo ed è sotto occupazione, e Gerusalemme è in pericolo perché è sotto occupazione”.

Lo scorso gennaio il procuratore generale Menahem Mazuz aveva già avviato un procedimento a carico di Salah accusandolo di istigazione alla violenza e al razzismo per un discorso tenuto un anno fa contro gli scavi archeologici condotti in prossimità della Porta Mughrabi che dà accesso alla spianata delle Moschee sul Monte del Tempio. Durante quel sermone, tenuto nel quartiere Wadi Joz di Gerusalemme il 16 febbraio 2007, Salah aveva sollecitato i suoi sostenitori a lanciare una “terza intifada” per “salvare la moschea di Al Aqsa, liberare Gerusalemme e porre fine all’occupazione”. Salah aveva accusato gli ebrei di voler “costruire un loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti, sulle loro soglie, nel loro cibo e nelle loro bevande”, e aveva concluso: “Noi siamo noi quelli che mangiano il pane inzuppato nel sangue dei bambini”.

(Da: Jerusalem Post, 10.03.08)

Nella foto in alto: Raed Salah

Fonte: Israele.net – 11-03-2008

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Tiberiade, il lago dei tesori

REPORTAGE – Sullo specchio d’acqua galileo ha camminato Gesù, lungo le sue rive ha chiamato i discepoli, ha compiuto la pesca miracolosa, ha sedato la tempesta… La zona però è centrale pure per la storia civile: qui sorgevano le terme romane, circondate da splendide ville; qui è stato finito il Talmud

da Tiberiade Marie Boeton

È dunque questo e questo soltanto il lago di Tiberiade? Che cosa ha di più rispetto a un altro lago? Sono sufficienti pochi giorni qui per ripartire sbalorditi per lo splendore delle vestigia del luogo. Perché la Storia – o piuttosto le storie: romana, ebraica e cristiana – qui si sono svolte conferendo al sito un’inesauribile ricchezza archeologica. Perché dunque un incrocio di civiltà nel bel mezzo della piana, lontano dalle coste dove arrivano i viaggiatori? «La storia è una questione di geografia’ scherza un abitante del luogo. In effetti è l’attività tellurica dei bordi del lago che, facendo zampillare sorgenti d’acqua calda, spiega l’attrattiva del luogo. Fin dall’antichità le terme della città sono tra le più apprezzate del Medio Oriente e molto presto la città di Tiberiade diventa luogo di passaggio dove si incrociano nel corso dei secoli ebrei, cristiani, drusi e musulmani. I terremoti a ripetizione hanno da tempo cancellato dalla carta geografica la città antica, fondata da Erode Antipatro in onore dell’imperatore Tiberio (intorno al 21 a.C.). Il foro, il tribunale, il teatro e lo stadio dove avvenivano i combattimenti dei gladiatori, tutto è sparito, tranne qualche terme romana a due chilometri a sud della città attuale.
«Queste rovine attirano solo i tombaroli – s’inorgoglisce Katerina, dell’ufficio turistico -.
Sono nascoste da vari anni e i maggiori archeologi sono ormai convinti che la sede ufficiale del Sinedrio, la più alta autorità religiosa dell’ebraismo, si trovava proprio qui». Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., la città diventò in effetti il rifugio principale degli ebrei cacciati dalla Giudea. È qui che è stato terminato il Talmud, cosa che ha permesso alla città di diventare il quarto luogo santo di Israele, insieme a Gerusalemme, Hebron e Safed.
Appena 5 chilometri più a nord sorge Cafarnao, luogo fondamentale per la predicazione di Cristo in Galilea. Gli scavi effettuati nel secolo scorso hanno portato alla luce i resti di una sinagoga del IV secolo e diverse abitazioni, tra cui quella che si pensa sia stata dell’apostolo Pietro. Più ancora della raffinatezza di queste rovine, ciò che colpisce è il genio del luogo. Il visitatore resta stordito dall’alta spiritualità dei posti. Come se gli uni chiamassero gli altri. A qualche minuto da qui, il monte delle Beatitudini: è lì che, sempre secondo la tradizione, Gesù esaltò le otto virtù nel Sermone della montagna.
Dall’alto di questa collina, la vista sul lago di Tiberiade e sull’immensa valle del Giordano è a perdita d’occhio. Regna un’atmosfera da inizio del mondo. Stranamente i turisti non sono molti. Niente a che vedere con le rive del Giordano, invase dagli americani. «Con la bella stagione arrivano decine di auto con i carismatici americani per farsi battezzare nel fiume», constata Daniel Rosenblum, guida turistica. Ai bordi del lago, gli appassionati di ornitologia si danno appuntamento due volte all’anno per osservare gli stormi di uccelli che partono per svernare in Africa, prima di ritornare in Europa e in Asia. Qui passa una delle rotte migratorie più importanti del mondo. Cicogne, pellicani e fenicotteri rosa incrociano senza paura gli avvoltoi che raggiungono le montagne del Golan, a est del lago. Su queste alture, i paesaggi desertici e sassosi, punteggiati da rari pini di Aleppo, creano un’atmosfera quasi lunare. Nulla a che vedere con la vegetazione lussureggiante che circonda il lago. In pianura infatti, gli escursionisti si perderanno tra i palmeti, i bananeti, gli oliveti e le piantagioni di mango. Forse si confonderanno tra le piantagioni di mandarini, aranci, cedri e pompelmi. Un’abbondanza vegetale che colpisce anche di più a causa della siccità che regna nei dintorni. A qualche centinaio di metri, nelle montagne della Samaria e nel deserto di Giudea, tutto è immobile. Si comprende allora il ruolo cruciale giocato dal lago nell’irrigazione. L’agricoltura ha potuto svilupparsi nel resto del paese soltanto grazie alla canalizzazione delle sue acque. Il lago, costituendo la sola riserva d’acqua dolce d’Israele e una delle rare riserve in tutta la regione, rifornisce un terzo della popolazione.
Non c’è da meravigliarsi se le alture del Golan, attraversate da numerosi fiumicelli che si riversano nel lago, sono di grande importanza strategica. Conquistato da Israele nel 1967, il luogo viene rivendicato dai siriani. «Un giorno bisognerà forse andare via di qui» osserva, realista e pensieroso, il direttore del centro culturale di Katzrin, piccola località israeliana a est del lago. La Storia con l’esse maiuscola continua a svolgersi qui.

(per gentile concessione del quotidiano «La Croix», Parigi)

Fonte: Avvenire.it – 09.03.2008

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“Il popolo di Mosè usò allucinogeni” bufera su un ricercatore israeliano

Benny Shanon ipotizza il consumo di bacche dall’effetto stupefacente dietro alcune immagini bibliche

“Il popolo di Mosè usò allucinogeni” bufera su un ricercatore israeliano

Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la pubblicazione dello studio

Le Reazioni Polemiche
Sul sito di Haaretz le reazioni dei lettori. Frase più diffusa: “È Shanon che dovrebbe smettere di prendere allucinogeni”

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

GERUSALEMME – È il momento in cui Mosè sta per ricevere le tavole della legge, “E vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba – si legge nel capitolo 19 dell’Esodo – tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso dal tremore. Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parla e Dio gli rispondeva con voce di tuono”.

Per secoli laici e religiosi, si sono chiesti dove i compilatori del Libro avessero attinto gli elementi di una così potente descrizione. La risposta, secondo Benny Shanon, professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di Gerusalemme, potrebbe essere più banale di quanto si è finora pensato. In un articolo per la rivista filosofica Time and Mind uscita qualche giorno fa a Oxford, Shanon ipotizza, provocatoriamente, ma non troppo, che quella scena potrebbe essere stata partorita da menti sotto effetto di sostanze allucinogene, facilmente reperibili in natura. Sostanze di cui gli antichi israeliti avrebbero potuto fare uso durante le loro cerimonie religiose. Un trip collettivo, insomma, cui non si sarebbe sottratto neanche Mosè. Shanon ha ricavato questa convinzione – che, ammette il professore, non potrà mai ricevere nessuna sanzione scientifica – comparando la descrizione biblica con le esperienze avute quando, visitando l’Amazzonia, bevve una pozione ricavata da una pianta chiamata “ayahuasca”. Nome scientifico: Peganum Harmala, una delicata piantina che produce un fiore bianco a cinque petali, di cui i popoli primordiali dell’America del sud usavano le bacche.

Dopo aver bevuto la pozione, ricorda Shanon, “ho avuto visioni che avevano una connotazione spirituale-religiosa”. E se il popolo di Mosè non si fosse a suo tempo trovato nella stessa identica condizione? Lo studioso avanza l’ipotesi che gli antichi israeliti avrebbero potuto imbattersi nel Sinai e nel Negev in due piante simili all’ayahuasca: una è una radice selvatica usata come allucinogeno dalle tribù beduine fino ai giorni nostri. L’altra è la famosissima acacia dai cui tronchi venne ricavato il fasciame adoperato per costruire l’Arca di Noè. Chissà.

La notizia, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, ha scatenato una ridda di reazione fra i lettori. Uno dei commenti più ricorrenti era: “E Shanon, cosa ha fumato prima di scrivere il suo studio?” Il professore di Gerusalemme da parte sua vede segni d’alterazione anche nell’episodio, raccontato nell’Esodo, che ritrae Mosè mentre osserva il cespuglio e d’un tratto gli compare Dio. Mosè guardò, e scorse il cespuglio in preda alle fiamme e il cespuglio non ne fu consumato” si legge. “Il tempo – dice il professore – passa diversamente sotto l’effetto di un allucinogeno e durante quel tempo Mosè sentì la voce di Dio parlargli. “Naturalmente – conclude – non tutti quelli che usano queste piante possono ricevere la Torah. Per questo, bisogna essere Mosè”.

(a. s.)

Fonte: La Repubblica, 5 marzo 2008

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Israele: La Bibbia sul pelephone

La compagnia Pelephone (n.d.r. telefono miracolo, miracle phone) ha appena inaugurato un nuovo modello del suo telefono cellulare con, per la prima volta al mondo, una versione in ebraico della Bibbia (Tanah). Questo programma, sviluppato dalla società israeliana Zed-Mobile per Pelephone, permette ai proprietari di un apparecchio di seconda (2,5) e di terza generazione di sfogliare facilmente e rapidamente la Tanah e di consultare la Parashà della settimana. Il direttore del dipartimento dei programmi della Pelephone, Motty Cohen, ritiene che questo nuovo modello diventerà rapidamente molto popolare presso la clientela.

CDP

Fonte: Arouts Sheva [ 05-03-2008 08:23 ]

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Sigilli dell’ottavo secolo a.C. rinvenuti nella Città di Davide presentano una particolarità

Gli scavi condotti nella Città di Davide, a Gerusalemme, hanno permesso di rilevare un fenomeno particolare che segna uno sviluppo nel costume degli antichi abitanti della città. Precedenti reperti, del nono secolo a.C., comprendevano sigilli decorati solo con immagini (di una barca o di animali: pesci, lucertole e uccelli), ma a partire dal secolo successivo si osserva che commercianti e pubblici ufficiali cominciarono ad apporre sui sigilli i loro nomi.

Nello scavo in corso nei pressi della sorgente del Gihon, nella Città di Davide, gli archeologi hanno trovato ceramiche risalenti al Secondo Periodo del Ferro (ottavo secolo a.C.) insieme con frammenti di tre bullae (tondelli di argilla usati per sigillare lettere e merci) e due sigilli di pietra, che si utilizzavano per produrre tali impronte. Tutti hanno nomi scritti in ebraico. Uno dei sigilli (vedi foto) mostra di essere stato proprietà di un abitante della città chiamato “Rephaihu (figlio di) Shalem”.
I direttori dello scavo sono il professor Ronny Reich dell’Università di Haifa ed Eli Shukron del Dipartimento delle Antichità di Israele.

A cura di R.P.

Fonte: SBF Taccuino – giovedì 28 febbraio 2008 a 13h35

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