Marocco: espulsi missionari accusati di proselitismo

Ha destato stupore la recente espulsione di diversi missionari stranieri nella regione dell’Atlante, nel centro del Marocco. L’accusa è di aver svolto attività di proselitismo. Sarebbero 16 le persone espulse, tutte operanti in un orfanotrofio della municipalità di Ain Leuh gestito da un gruppo di evangelici pentecostali e avviato 60 anni fa da due laiche americane. Secondo l’accusa avrebbero approfittato della situazione di indigenza di alcune famiglie per ”farsi carico dei figli non ancora maggiorenni, in violazione delle procedure in vigore in materia di adozioni dei bambini abbandonati e degli orfani”. Le espulsioni – afferma il comunicato del ministero dell’Interno – si iscrivono nel quadro della “lotta contro i tentativi di propagazione del credo evangelico, mirante a scuotere la fede dei musulmani”. Il dicastero ha difeso il suo operato in quanto “in conformità con le norme in vigore sulla preservazione dei valori religiosi e spirituali del Regno”. Preoccupazione per l’accaduto è stata espressa dal mondo pentecostale ed evangelico europeo e statunitense.

Fonte: Voce Evangelica/nev

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Uzbekistan: Pastore battista condannato a 10 anni di carcere

Riconosciuto colpevole di traffico di ingente quantità di droga, ma i fedeli protestano che la condanna è “fabbricata”. Nel Paese è frequente il carcere e la tortura per chi pratica la sua religione senza autorizzazione.

Tashkent – Il pastore battista Tohar Haydarov è stato condannato a 10 anni di carcere “per vendita in grande quantità di sostanze narcotiche o psicotrope”. La sentenza è stata comminata il 9 marzo dal tribunale di Guliston, in un processo a porte chiuse. I fedeli cristiani denunciano all’agenzia Forum 18 che l’accusa è del tutto “fabbricata”, e si vuole punirlo per la sua fede cristiana.

Haydarov è stato convocato il 18 gennaio scorso presso il commissariato di Guliston e interrogato per ore per convincerlo ad abiurare. La polizia ha poi detto di avergli trovato in tasca una scatola di fiammiferi contenente droga. I suoi fedeli dicono che egli “è un uomo di coscienza pura e un cristiano onesto” e che l’accusa è falsa ed è una ritorsione delle autorità perché il Consiglio delle Chiese battiste rifiuta di chiedere la registrazione statale.

Tashkent ha già condannato al carcere varie persone per motivi religiosi. Il pastore pentecostale Dmitry Shestakov sta scontando una condanna a 4 anni di carcere per attività religiosa illegale. Per la stessa ragione sono stati condannati a pene tra 3 anni e mezzo e i 4 anni di carcere i Testimoni di Geova Abdubannob Ahmedov, Sergei Ivanov e Olim Turaev.

Nel Paese sono frequenti le condanne al carcere o a elevate multe per chi pratica la propria fede senza autorizzazione, perché tutta l’attività religiosa non autorizzata è considerata reato, anche soltanto riunirsi in case private per pregare. Tra febbraio e agosto 2009 sono state emanate condanne al carcere tra 5 e 15 giorni a 21 Testimoni di Geova e a protestanti. E’ pure frequente che la polizia trascini in commissariato chi trova a pregare per sottoporlo a interrogatori di ore.

I gruppi religiosi di minoranza sono pure screditati dalla televisione di Stato. L’11 febbraio membri dell’Unione battista di Tashkent sono stati accusati in televisione di “trasformare la gente in zombie” e incoraggiarla a vendere tutto per donare alla chiesa.

Il 9 settembre 2009 i Rappresentanti speciali delle Nazioni Unite hanno accusato Tashkent di avere torturato due fratelli, Nigmat e Sobit Zufarov, in prigione per avere praticato la loro fede, sottoposti a percosse, minacce, restrizione in isolamento. Il rapporto ricorda che Nigmat, nel campo di lavoro di Zarafshan, nel maggio 2009 ha iniziato uno sciopero della fame per protestare che non li era consentito pregare. Nel rapporto è scritto che dopo 6 giorni, egli fu alimentato a forza e mostrava anche vari lividi. L’Uzbekistan ha negato qualsiasi tortura.

Fonte: AsiaNews/F18 – riprodotto con autorizzazione

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Iran: Isfahan, pastore protestante torturato perché “converte i musulmani”

Sua moglie, visitandolo in prigione ha notato segni di tortura. Rischia la pena capitale. A Isfahan è in atto una campagna repressiva contro i protestanti. La lotta al proselitismo è unita ai timori che le comunità ospitino oppositori del regime.

Teheran – Un pastore protestante, in prigione per voler “convertire i musulmani”, è sottoposto a torture e minacce. Secondo la Farsi Christian Network, la moglie del pastore, sig.ra Medline Nazanin, visitando di recente suo marito in prigione, ha notato evidenti segni di tortura e la sua salute era precaria.

Il rev. Wilson Issavi (v. foto), 65 anni, è stato arrestato lo scorso 2 febbraio a Isfahan, subito dopo aver concluso un incontro in una famiglia. Issavi è il pastore della Chiesa evangelica di Kermanshah a Isfahan, una comunità che è in Iran da 50 anni, affiliata alle Assemblee di Dio, diffusa fra le persone di etnia assira.

Le autorità di sicurezza hanno detto alla moglie che il pastore potrebbe subire la pena capitale per le sue azioni.

Durante il raid del 2 febbraio, la polizia ha arrestato tutti i membri del gruppo, ma poi ha liberato tutti meno il pastore Issavi e il padrone di casa.

Secondo Compass Direct News, a Isfahan è in atto una vera e propria campagna di repressione contro i cristiani protestanti. Il 28 febbraio scorso, Hamid Shafiee e sua moglie Reyhaneh Aghajary, entrambi convertiti dall’islam e leader di una chiesa domestica, sono stati arrestati e non si sa dove li abbiamo reclusi.

Il pastore Issavi è da tempo nel mirino della pubblica sicurezza. In passato è stato spesso interrogato e trattenuto dalla polizia. Il 2 gennaio scorso le forze dell’ordine hanno chiuso la chiesa di Kermanshah e ordinato a Issavi di non riaprirla. Per tutta risposta, il pastore ha continuato degli incontri nelle case dei fedeli.

I controlli e i divieti della polizia sembrano essere motivati da sospetti di proselitismo, ma anche da timori che i raduni possano nascondere attività di oppositori al regime degli ayatollah.

Fonte: AsiaNews/ Agenzie – riprodotto con autorizzazione

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India, Orissa: “Per non essere uccisi, siamo stati giorni nella foresta senza cibo”

Una vittima racconta le violenze dello scorso giugno nell’Orissa. Suo padre, il pastore cristiano Biswanath Digal, è stato ucciso a bastonate.

New Delhi – “Durante l’ultima ondata di violenza anticristiana, i fanatici indù hanno prima distrutto la chiesa del nostro villaggio, poi hanno bruciato completamente le case dei cristiani e distrutto col fuoco qualsiasi cosa ci fosse dentro. Quindi hanno iniziato a cercare noi cristiani per ucciderci. Per salvarci siamo dovuti fuggire nella foresta e fino alle colline e restare nascosti”. Lazara Digal, unico figlio del pastore cristiano Biswanath Digal del villaggio Ladapadar (nel distretto Kandhamal in Orissa), trucidato in quei giorni, ricorda l’orrore delle ultime violenze anticristiane e punta il dito contro le autorità assenti.

95 cristiani vittime di persecuzioni hanno partecipato al 5° Incontro sulla persecuzione nazionale, a Bangalore il 4 e 5 marzo, organizzato dal Consiglio globale degli indiani cristiani (Gcic) con l’intervento di oltre 250 gruppi cristiani e non. Una speciale menzione è stata resa a Kaunri Digal, vedova del pastore ucciso.

“Siamo rimasti nascosti per 10 giorni –prosegue Lazara Digal- senza cibo e sotto una pioggia battente. C’erano circa 20 famiglie, potevano solo piangere e pregare Dio. Dopo 10 giorni abbiamo saputo che erano arrivate le forze dell’ordine. Allora siamo tornati. La polizia ci ha assicurato che ci avrebbe protetti, se tornavamo al villaggio. Nelle case, nel villaggio non era rimasto nulla, nemmeno riso a sufficienza per sfamarci, nemmeno era possibile riprendere il normale lavoro. Così in molti abbiamo deciso di andare a Bhunaneswar o a Cuttack, per trovare lavoro e guadagnare di che vivere. Ma i nostri genitori sono rimasti al villaggio”.

“Il 4 giugno 2009 mio padre, il pastore Biswanath Digal, insieme al cristiano Prasantha Digal, sono andati in motociclo a Phulbani, circa 14 chilometri da Ladapadar. Dopo avere fatto il loro lavoro e qualche compera, alle 7 di sera stavano tornando a casa. Ma alcuni estremisti indù li avevano notati e un gruppo tra 40 e 50 li aspettava, armati di bastoni e asce. Quando i due cristiani erano a Minia, vicino alla foresta di Pidiakali, il gruppo è saltato fuori e li hanno fermati. Erano ubriachi, li hanno insultati e iniziato a colpirli coi bastoni, urlando Jai Sri Ram e Jai Bajrang bali ki jai! ‘Uccidi il pastore, così gli altri cristiani di Ladapadar diverranno indù’. Li hanno percossi fino a far loro perdere conoscenza. Allora hanno pensato che fossero morti, li hanno lasciati lì e sono andati via. Sono rimasti così per 2-3 ore, prima che un viaggiatore li vedesse e informasse la polizia di Bisipadar”.

“La polizia li ha portato all’ospedale del distretto di Phulbani. Dopo due giorni di cure, mio padre ancora non aveva ripreso conoscenza. Poiché non avevamo denaro per pagare, su consiglio dei medici lo abbiamo portato all’ospedale di Cuttack, il 7 giugno. Per giorni lo hanno curato, senza risultato. Alla fine i medici hanno detto di portarlo a casa. Ma non avevamo una casa, perché era stata distrutta dai fanatici indù”.

“Il 19 giugno lo abbiamo portato da un parente, nei quartieri bassi di Bhubaneswar. E’ morto il 23 giugno, senza avere mai ripreso conoscenza. Lo abbiamo riportato al nostro villaggio e sepolto lì. Per la perdita, mia madre ha avuto un collasso e una paralisi che non le permette di camminare”.

“Fretello Asit Mohanty, coordinatore regionale di Gcic, l’ha visitata in ospedale, ha pregato con lei e le ha lasciato denaro per le cure mediche, perché io ora sono disoccupato e non ho redditi. Mia madre è stata in ospedale, ma non ha avuto miglioramenti e l’hanno dimessa. Ora vive a casa di un parente, è paralizzata e costretta a stare a letto”.

“Shri Prashanta Digal, aggredito insieme a mio padre, è stato in ospedale per 7 giorni, le sue ferite non erano gravi”.

Sajan K. George, presidente Gcic, nel saluto ai partecipanti all’incontro a Bangalore ha ricordato come “il nostro Paese sia fondato sul riconoscimento che ogni essere umano ha diritti inalienabili per diritto di nascita. Ma le minoranze cristiane subiscono discriminazioni in ogni ambito. La Costituzione indiana garantisce la libertà religiosa. Ciò nonostante, nel 2009 ci sono state 177 brutali aggressioni contro i cristiani”.

L’incontro si doveva concludere con una marcia di protesta fino al municipio di Bangalore, ma non è stata autorizzata. (NC)

Fonte: AsiaNews – riprodotto con autorizzazione

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Iran. Stretta contro la comunità cristiana, 9 arresti a Isfahan

26 Febbraio 2010

Stretta delle autorità iraniane contro la comunità cristiana di Isfahan, nell’Iran centrale. Un pastore evangelico, il reverendo Wilson Issavi e altri 8 fedeli sono stati arrestati oggi dalle forze di sicurezza, stando a quanto denunciato da Jeff King, presidente del gruppo ‘International Christian Concern’ (Icc).

“Issavi si trovava nell’abitazione di un amico ad Isfahan, quando c’è stato un inaspettato blitz degli agenti”, ha dichiarato King. “Il reverendo, i proprietari dell’abitazione e altre persone che si trovavano lì sono stati arrestati e immediatamente trasferiti in prigione”, ha aggiunto il presidente dell’Icc, che non ha voluto rivelare l’identità degli altri otto cristiani arrestati per motivi di sicurezza. Una nota dell’Icc giudica l’arresto di Issavi “un colpo devastante” per la comunità cristiana nella Repubblica Islamica.

L’arresto del reverendo, tuttavia, non è del tutto inatteso. Lo scorso 2 gennaio, infatti, le autorità avevano disposto la chiusura della chiesa evangelica di Kermanshah, che era una delle poche strutture religiose ancora a disposizione dei cristiani in Iran. Intorno al 15 gennaio, inoltre, sei iraniani di fede cristiana sono stati arrestati dagli uomini del ministero dell’Intelligence a Shiraz, nell’Iran centromeridionale, con l’accusa di proselitismo.

Fonte: L’Occidentale

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