Le ADI insegnano la gap-theory, che è un’eresia

Le ADI insegnano la gap-theory, che è una eresia

Introduzione

Quando le ADI parlano della creazione di tutte le cose, occorre tenere bene a mente che insegnano la cosiddetta gap-theory. Ma cosa afferma questa teoria? Per spiegarlo citerò parte di un articolo scritto da Francesco Toppi, pastore delle ADI, apparso sul quindicinale Cristiani Oggi. Ecco le parole di Francesco Toppi: ‘Nel principio Iddio creò i cieli e la terra, e la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia della terra, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1-2). Genesi 1:1: “Nel principio Iddio creò i cieli e la terra” non descrive il primo passo della creazione, non si riferisce alla creazione dal nulla della materia informe, ma ad una creazione perfetta: “i cieli e la terra”. (…) Questa creazione fisica originale risulta completa in sé, come tutte le cose che Dio crea, anche se di questa prima creazione non si conoscono i particolari. (…) Genesi 1:2 sarebbe il risultato di una distruzione di una catastrofe e sottointende un risultato di un episodio della “protostoria” dell’universo. A questa iniziale creazione originale di Genesi 1:1 sarebbe seguita da un periodo indeterminato di tempo, al quale possono corrispondere tutte le ere geologiche di miliardi di anni, attualmente rilevati con mezzi radiometrici (…) Il grande cataclisma che ridusse la terra “informe e vuota e le tenebre coprivano l’abisso” dev’essere stato un evento di portata cosmica e quindi può riferirsi soltanto alla ribellione di Satana, alla sua espulsione dal cielo e alla sua caduta sulla terra’. (…) Di conseguenza Genesi 1:3-31 descrive la “ri-creazione” durante la quale il Creatore, ricostruì dalla materia informe della creazione originale preesistente la creazione adamica’. (Cristiani Oggi, 1988 N° 4, pag. 2). Questa interpretazione ‘permette di affermare che la Bibbia non contrasta con la scienza’ (Ibid., pag. 2).

Questa teoria è stata accennata anche dal pastore Davide Di Iorio, durante la sua predicazione dal titolo ‘L’Iddio che parla’ del 20/8/2006, quando dice: ‘Non è neanche un caso che Dio si è rivelato come il Dio che parla dopo che c’è stata questa conseguente rovina ben descritta nel verso 2 lapidariamente ‘E la terra era informa e vuota’. Non possiamo assolutamente accettare che Dio fece una cosa così. Dio nel principio creò tutto perfetto, ma la ribellione del nemico produsse dei risultati rovinosi’ (min. 6-7). Ascoltatelo da voi stessi in questo video:

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Per riassumere dunque, prima ci fu la creazione perfetta di Dio, questa creazione però in seguito alla caduta di Satana dal cielo diventò informe e vuota per cui Dio dovette rifarla. I sei giorni della creazione dunque non furono in realtà giorni di creazione ma giorni di ricreazione o di restituzione. Tra il verso 1 e il verso 2 del primo capitolo della Genesi si possono tranquillamente collocare le varie ere geologiche di miliardi di anni di cui parlano gli scienziati! La paternità di questa teoria, che viene spesso chiamata gap-theory (teoria dell’intervallo), spetta soprattutto al predicatore scozzese Thomas Chalmers (1780-1847) il quale cercava di conciliare la Genesi con le nuove scoperte sull’età della terra.

Confutazione

La gap-theory è una falsa dottrina. Le ragioni sono le seguenti.
Se le cose fossero realmente così come dicono i sostenitori della gap-theory la Scrittura sarebbe annullata per i seguenti motivi. Innanzi tutto ciò significherebbe che le cose descritte nel primo capitolo della Genesi sarebbero delle cose rifatte da Dio per cui si dovrebbe parlare di ri-creazione e non più di creazione. Mentre la Scrittura parla continuamente di creazione in riferimento agli eventi del primo capitolo della Genesi. Dice infatti la Scrittura dopo che Dio si riposò dell’opera sua il settimo giorno che “queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno che l’Eterno Iddio fece la terra e i cieli” (Genesi 2:4). Dio stesso quando ordinò ad Israele di ricordarsi del settimo giorno per santificarlo disse che “in sei giorni l’Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi, e si riposò il settimo giorno” (Esodo 20:11). Non è abbastanza chiaro che prima di quei sei giorni creativi non ne esistettero altri? Che senso avrebbe dire fu il primo giorno, fu il secondo giorno, fu il terzo giorno e così via, se il primo giorno non era quello perchè in realtà c’era già stato un primo giorno miliardi di anni prima? Non sarebbe questo ammettere implicitamente che nel libro della Genesi ci siano delle menzogne?

Ma veniamo all’uomo. Se questa teoria fosse vera si dovrebbe giungere alla conclusione che Adamo non fu il primo uomo; perchè questo? Perchè se quando viene detto che nel principio Iddio creò i cieli e la terra significasse che Egli creò una creazione perfetta che poi fu distrutta dalla caduta di Satana sulla terra, ciò significherebbe che a quel tempo Dio aveva creato anche l’uomo e la donna sulla terra perchè la creazione non sarebbe stata perfetta senza la creazione dell’essere umano. E quindi prima di Adamo sarebbero esistiti altri esseri umani sulla terra prima che quest’ultima diventasse informe e vuota. E questo non è possibile perchè la Scrittura chiama Adamo il primo uomo. Paolo dice infatti ai Corinzi: “Il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente” (1 Corinzi 15:45). Ma dimmi un pò: quando Gesù parlò della creazione dell’uomo e della donna non disse forse: “Non avete voi letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre e s’unirà con la sua moglie e i due saranno una sola carne” (Matteo 19:4-5)? Che significa quel “da principio”? A quale creazione si riferiva? Per quanto noi sappiamo si riferiva all’unica creazione dell’uomo e della donna avvenuta per opera di Dio e cioè quella descritta nella Genesi. Quindi quel ‘da principio’ non può che riferirsi all’unico principio di cui la scrittura parla; quello in cui Dio creò e non ricreò l’uomo e la donna. E di questo passo si dovrebbe dire che Adamo non nominò per la prima volta gli animali, perchè in realtà essi erano stati già nominati dal primo vero uomo che era esistito miliardi di anni prima di lui, e quindi lui si limitò a rinominarli e ci sarebbe da domandarsi allora a questo punto se i nomi dati agli animali da Adamo siano stati uguali a quelli dati dall’altro uomo vissuto in precedenza. Insomma se si ammettesse quella teoria si potrebbe finire coll’ammettere tante cose strane che si oppongono alla Scrittura. E chissà? Magari qualcuno sarebbe tentato persino di metterci in quei miliardi di anni che hanno preceduto la ri-creazione di Dio descritta nel primo capitolo della Genesi anche l’Homo Erectus e l’uomo di Neanderthal ecc., ecc.; così si andrebbe a finire col dire che questa cosiddetta evoluzione dell’uomo ebbe luogo prima della ri-creazione di Dio! Insomma fratello, ammettere una simile teoria sulla creazione significherebbe finire collo scontrarci con la Parola di Dio su diversi punti, e questo non lo vogliamo fare.

Ma allora come si spiega il fatto che nella Genesi ci sia scritto che la terra era informe e vuota cosa questa che a dire dei sostenitori della gap-theory sosterrebbe la loro tesi? Si spiega perchè quando Iddio creò la terra essa non aveva la forma che ha adesso, ma era informe. Quindi non è che essa diventò informe ma fu fatta inizialmente informe da Dio, poi in seguito egli la formò. Si tenga presente infatti che inizialmente i continenti terrestri non erano visibili come lo sono adesso perchè essi erano sommersi sotto le acque secondo che è scritto che Dio il terzo giorno disse: “Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo, e apparisca l’asciutto. E così fu” (Genesi 1:9). E con ciò s’accordano le parole del salmista che dice: “Tu l’avevi coperta dell’abisso come d’una veste, le acque s’erano fermate sui monti. Alla tua minaccia esse si ritirarono, alla voce del tuo tuono fuggirono spaventate. Le montagne sorsero, le valli s’abbassarono, nel luogo che tu avevi stabilito per loro” (Salmo 104:6-8). Quindi quando si legge che al principio la terra era informe bisogna tenere presente che la terra non era ancora emersa dalle acque come lo fu il terzo giorno secondo che dice Pietro che “ab antico, per effetto della Parola di Dio, esistettero dei cieli e una terra tratta dall’acqua” (2 Pietro 3:5). Inoltre essa era vuota perchè noi sappiamo che sia le piante, sia gli animali e sia l’uomo furono creati da Dio rispettivamente il terzo giorno ed il sesto. A giusta ragione quindi, e senza che ci dobbiamo meravigliare, è detto che era anche vuota.

Una cosa simile si può dire anche dell’uomo perchè anch’esso non assunse la forma che ha adesso subito, perchè la Scrittura dice che Dio “formò l’uomo dalla polvere della terra” (Genesi 2:7). Questo “formò l’uomo” implica che inizialmente fu informe ed in seguito assunse la forma che Dio aveva decretato dovesse avere. (Quanto questo processo di formazione sia durato con precisione in termini di tempo non è detto, comunque sia esso avvenne nel corso di un giorno di 24 ore). Non c’è nulla di strano in tutto ciò, perchè anche il neonato che deve nascere, prima di assumere la forma con cui uscirà dal seno della madre, inizialmente era informe ed ha subìto un processo di trasformazione durato in questo caso alcuni mesi. Quando Davide dice nei Salmi: “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo” (Salmo 139:16) non intendeva forse dire che anche lui era stato informe all’inizio? E bada che il tutto è opera di Dio perchè sempre Davide dice a Dio: “Sei tu …. che mi hai intessuto nel seno di mia madre” (Salmo 139:13) e Giobbe: “Le tue mani mi hanno formato, m’hanno fatto tutto quanto (…) ricordati che m’hai plasmato come argilla…” (Giobbe 10:8,9). Ma l’uomo quando fu inizialmente plasmato dalle mani di Dio non solo era informe ma anche vuoto perchè in lui non c’era vita. Fu quando Dio terminò di plasmare il suo corpo che gli soffiò l’alito vitale e l’uomo divenne un anima vivente (cfr. Genesi 2:7). Quindi il tutto rientra nel modo di agire di Dio; ma purtroppo questo modo di agire di Dio così chiaramente descritto è stato offuscato da questa teoria sopra esposta che non è altro che una idea scaturita da una errata interpretazione data alle parole: “Era informe e vuota”; idea però che se da un lato è inconciliabile con l’insegnamento della Scrittura riguardo alla creazione dall’altro getta una sorta di ponte tra la scienza e la Genesi perchè in una certa maniera conferma che le ere geologiche degli scienziati in cui noi non crediamo minimamente in effetti si possono benissimo e tranquillamente collocare nel racconto della Genesi. In altre parole questa teoria è sorta dalla necessità di conciliare la scienza con la Scrittura. Ed il danno da essa provocata è evidente. La scienza, la scienza, ah quanti danni ha provocato quando dei credenti hanno cercato di mettere d’accordo le sue teorie con la verità della Scrittura.

Fratelli, non andate dietro a questa scienza umana che non pochi credenti ha ingannato e portato lungi dalla verità: attenetevi a quello che sta scritto senza cercare di dare spiegazioni logiche a ciò che risulta incomprensibile ai vostri occhi.

Giacinto Butindaro

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Confutazione della dottrina delle A.D.I. ‘Chi prima di convertirsi conviveva deve regolarizzare la relazione con il partner non credente che acconsente, sposandosi’

Confutazione della dottrina delle A.D.I. ‘Chi prima di convertirsi conviveva deve regolarizzare la relazione con il partner non credente che acconsente, sposandosi’

Introduzione

Francesco Toppi, ex-presidente delle A.D.I., ha scritto: ‘Il nuovo convertito dovrà chiedere a Dio franchezza per dire al ‘partner’ inconvertito che non è più possibile convivere insieme, a meno che la loro relazione non sia regolarizzata dal matrimonio civile. (…) Egli ha una responsabilità morale nei confronti dell’altra parte, anche se non credente, e non può obbiettivamente ripudiarlo in quanto appartiene ad un periodo precedente alla sua conversione, sulla base di una superficiale forma di spiritualità che ancora una volta si esprime con una fuga dalle proprie responsabilità. Fare frutti degni del ravvedimento vuol dire, per quanto è possibile, riparare al male commesso e quindi, se la parte non credente accetta di regolarizzare la posizione, la parte credente deve concedere questa possibilità’. (Francesco Toppi, A Domanda risponde, Vol. II, Roma 2004, Seconda edizione, pag. 106, 107) Quindi, in base a questo insegnamento una persona che prima di convertirsi conviveva quando si converte deve sposare il suo partner non credente se quest’ultimo accetta o è disposto. Questa concessione che il credente deve fare al non credente farebbe parte dei frutti degni del ravvedimento che egli deve compiere. Ma tutto ciò è falso e lo dimostreremo subito.

Confutazione

La Scrittura dice: ‘Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; perchè qual comunanza v’è egli fra la giustizia e l’iniquità? O qual comunione fra la luce e le tenebre? E quale armonia fra Cristo e Beliar? O che v’è di comune tra il fedele e l’infedele? E quale accordo fra il tempio di Dio e gli idoli? Poiché noi siamo il tempio dell’Iddio vivente, come disse Iddio: Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro; e sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’immondo; ed io v’accoglierò e vi sarò per Padre e voi mi sarete per figliuoli e per figliuole, dice il Signore onnipotente” (2 Corinzi 6:14-18). Dinnanzi a queste eloquenti parole dell’apostolo Paolo cadono tutti i ragionamenti che vengono fatti per sostenere che un credente deve sposare il partner convivente incredulo se quest’ultimo acconsente.
Ma vediamo adesso di confutare le ragioni addotte a favore di questo comportamento che dovrebbe tenere il credente nei confronti del non credente.

1) Egli ha una responsabilità morale nei confronti del non credente.
Sì, egli ha una responsabilità verso di lui, ma non è quella addotta da Francesco Toppi. La sua responsabilità è quella di doversi separare subito da lui ed annunziargli subito Cristo e di esortarlo a ravvedersi. Se si converte egli può allora sposarsi il suo partner, ma se quest’ultimo non vuole convertirsi egli deve categoricamente rifiutarsi di sposarselo in ubbidienza alla Parola di Dio. Bisogna infatti sempre tenere presente che il non credente fino a quando non nasce di nuovo è sotto la potestà di Satana e quindi sposarselo significherebbe mettersi sotto un giogo che non è da Dio. Non importa se egli acconsente a continuare a vivere con lui regolarizzando la relazione; ciò che il credente farebbe sposandoselo non è secondo la volontà di Dio.

2) Egli così facendo fa frutti degni del ravvedimento.
Questo è falso. E’ vero il contrario invece perchè egli mettendosi con un non credente non farebbe un frutto degno del ravvedimento che Dio gli ha dato, ma commetterebbe un atto di infedeltà verso Dio. Ogni frutto degno del ravvedimento che un credente deve compiere verso un non credente è in armonia con la Scrittura e reca un bene al credente che lo compie. Ma in questo caso non si può proprio dire che il credente riceverà del bene dalla sua decisione di sposarsi il non credente perchè lo aspettano dolori ed afflizioni di ogni genere.

3) Ripudiare il partner non credente che è d’accordo a regolarizzare la relazione significherebbe fuggire dalle proprie responsabilità.
Questo è un sofisma. E’ vero, apparentemente ad alcuni sembrerà fuggire dalle proprie responsabilità, ma in realtà questa decisione è una decisione saggia fondata sulla Parola di Dio che non ammette eccezioni alla regola di non sposarsi dei non credenti. Ma perchè questa decisione appare una fuga dalle proprie responsabilità? Perchè i due convivono e quindi abitavano per conto loro come vivrebbero due persone sposate con le relative responsabilità. Perciò il convertito nel caso non vuole più continuare a vivere con il non credente passa per chi non vuole più assumersi le proprie responsabilità nei confronti dell’altro. Ma d’altronde egli non è mica sposato con il non credente per cui se quest’ultimo è contento di abitare con lui non deve lasciarlo secondo che è scritto: “Se un fratello ha una moglie non credente ed ella è contenta di abitare con lui, non la lasci; e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitare con lei non lasci il marito…” (1 Corinzi 7:12-13). Per questo egli, nel caso il non credente voglia continuare ad abitare con lui, può lasciarlo perchè tra di loro non c’è il vincolo matrimoniale. La stessa cosa vale per chi è fidanzato e si converte; anche in questo caso egli non è affatto obbligato a sposarsi il partner non credente con cui è fidanzato.
Ma voglio proseguire nel confutare questa cosiddetta fuga dalle proprie responsabilità che il credente compirebbe se rifiutasse di sposare il partner non credente, parlando del caso un uomo si converte a Cristo e la sua convivente è una donna divorziata o che è stata mandata via dal proprio marito ancora vivente. Ora, in base alla suddetta dottrina il convertito, se la donna accetta di regolarizzare la posizione mediante il matrimonio, deve sposare questa donna. Ma se egli facesse ciò commetterebbe adulterio poiché Gesù ha detto: “Chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio” (Luca 16:18). Come si fa dunque a parlare di fuga dalle proprie responsabilità se il credente rifiuta di sposarsi la sua convivente che ha marito e che è d’accordo a sposarsi il credente? Come si fa a dire che un tale credente possiede una superficiale forma di spiritualità quando nel rifiutare di sposarsi una donna divorziata fuggirebbe l’adulterio? Come si fa a biasimarlo se nel prendere questa decisione egli non solo non si mette con una infedele, ma non si mette neppure con una infedele divorziata? E’ evidente dunque che il suddetto insegnamento è contrario alla Parola di Dio.

Fratelli, badate a voi stessi e non vi lasciate sedurre da vani ragionamenti.

Giacinto Butindaro

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Giudicare: quando è vietato e quando è comandato

Giudicare: quando è vietato e quando è comandato

Introduzione

Quella che segue è la confutazione di un falso insegnamento che è diffuso in quasi tutte le Chiese Evangeliche Pentecostali e non Pentecostali.

Il fatto che io abbia preso l’insegnamento da confutare da una delle pubblicazioni delle ADI non deve quindi assolutamente indurre a pensare che solo nelle ADI viene rivolto questo falso insegnamento sul ‘non giudicare’, perché lo ripeto ormai è uno dei falsi insegnamenti più diffusi in ambito Evangelico.

Dottrina ADI

Nel libro Parola Giorno per Giorno, pubblicato dalle ADI nel 1989, precisamente alla data del 9 Luglio, c’è una meditazione dal titolo ‘Nel giudicare gli altri tu condanni te stesso’, che trascrivo integralmente: ‘Occorre che ognuno di noi riconosca che il giudizio appartiene soltanto a Dio. Infatti Gesù ci insegna: ‘non giudicate acciocché non siate giudicati’ (Luca 6:37). L’apostolo Giacomo, da parte sua, ci esorta: ‘fratelli, non mormorate gli uni contro gli altri, onde non siate giudicati, ecco il giudice è alla porta….’ (Giacomo 5:9). L’indole dell’uomo naturale è proprio quella di biasimare, criticare, giudicare e condannare gli altri, di puntare cioè l’indice accusatore verso gli altri. Spesso ignoriamo che quando puntiamo un dito per accusare qualcuno, le altre tre dita sono rivolte verso di noi, quasi a farci rammentare che le accuse e le critiche devono essere mosse prima di tutto a noi stessi. E’ molto più facile criticare gli altri, prendere il posto della ‘pubblica accusa’, o ergersi a giudici severi, che rendersi conto con umiltà e sobrietà delle proprie mancanze e dei propri errori. Nella maggior parte dei casi i verdetti e le condanne che pronunciamo sono precipitosi, ingenerosi o quantomeno poco obbiettivi, e soprattutto possono recare un gravissimo danno agli altri. Gesù dice: ‘chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra’ (Giovanni 8:7). Da queste poche parole intuiamo facilmente che potremmo condannare gli altri qualora fossimo del tutto esenti dal peccato e dagli errori, ma poiché nessun uomo si trova in questa condizione, dovremo guardarci dal giudicare e condannare con tanta facilità il nostro prossimo. Quando siamo spinti a giudicare gli altri, non soltanto trascuriamo di esaminare con cura noi stessi, ma ci scaviamo una ‘fossa’ nella quale prima o poi cadremo. Colui che era senza peccato, non giudicò ma seppe perdonare. Ricordiamo: ‘La misericordia trionfa del giudizio’ (Giacomo 2:13).

Confutazione

Questa meditazione ha solo l’apparenza di essere corretta perché in realtà contiene diversi errori, che sono abilmente presentati con l’uso di alcuni passi della Sacra Scrittura. Gli errori sono i seguenti.

1 – Viene fatto credere che noi Cristiani non possiamo giudicare niente e nessuno

2 – Viene fatto credere che giudicare e mormorare (per mormorare le ADI qua intendono maldicenza o pettegolezzo) sono la medesima cosa

3 – Viene fatto credere che per poter esprimere un giudizio noi dobbiamo essere senza peccato

4 – Viene fatto credere che giudicare significa lanciare una pietra contro qualcuno, cioè condannare

5 – Viene detto che Gesù non giudicò ma seppe perdonare

Ora, prima di passare a dimostrarvi con le Scritture questi errori, voglio che sappiate che ‘giudicare’, significa ‘valutare qualcosa o qualcuno a seconda delle qualità, dei meriti’ ed anche ‘esprimere giudizi intorno a qualcuno o a qualcosa’, ed ancora ‘discernere, distinguere, paragonare fatti o idee, e percepire il loro accordo o disaccordo, e di conseguenza distinguere la verità dalla falsità’.

Essendo dunque questo il significato di ‘giudicare’ occorre adesso stabilire se noi possiamo giudicare persone o cose, e questo naturalmente lo possiamo fare solo tramite la Sacra Scrittura. Ora, l’insegnamento della Scrittura su questo soggetto è questo: ci sono casi in cui non possiamo giudicare (secondo che disse Gesù: “Non giudicate..” – Matteo 7:1), ed altri invece in cui possiamo o meglio dobbiamo giudicare.

Vediamo prima i casi in cui non possiamo giudicare

• Paolo dice ai Corinzi: “Non giudicate di nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore, il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre, e manifesterà i consigli de’ cuori; e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Corinzi 4:5). Ora, taluni dei Corinzi avevano giudicato Paolo inferiore, davanti a Dio, ad Apollo e a Cefa infatti alcuni tra di loro dicevano di essere di Apollo e altri di Cefa, ma c’erano anche altri che lo avevano giudicato superiore a questi ministri del Signore perché si erano messi a dire: Io sono di Paolo. Al che Paolo li ammonì e gli disse tra le altre cose: “A me poi pochissimo importa d’esser giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, non mi giudico neppur da me stesso. Poiché non ho coscienza di colpa alcuna; non per questo però sono giustificato; ma colui che mi giudica, è il Signore” (1 Corinzi 4:3-4), facendogli capire che il giudizio apparteneva a Dio e sarebbe stato lui a giudicarlo inferiore o superiore ad Apollo o a Cefa, mentre loro questo non potevano farlo perché non potevano conoscere appieno il cuore di lui e quello di Apollo e di Cefa. Da qui l’ordine di non giudicare di nulla prima del tempo quando il Signore premierà ciascuno secondo la sua fatica, ma tenendo conto anche delle cose nascoste agli altri (sia buone che cattive) compiute o dette o pensate. E’ chiaro dunque che da questo punto di vista noi non possiamo giudicare un fratello dicendo che è più grande di un altro o avrà un premio maggiore di un altro o sarà fatto sedere più vicino al Signore di un altro. Perché solo Dio conosce tutti i pensieri, tutte le opere, e tutte le parole di un suo figliuolo.

• Paolo ha detto ai Romani: “Quanto a colui che è debole nella fede, accoglietelo, ma non per discutere opinioni. L’uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro, che è debole, mangia legumi. Colui che mangia di tutto, non sprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto, non giudichi colui che mangia di tutto; perché Dio l’ha accolto. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piè, perché il Signore è potente da farlo stare in piè. L’uno stima un giorno più d’un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché rende grazie a Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e rende grazie a Dio… Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto: Com’io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ed ogni lingua darà gloria a Dio. Così dunque ciascun di noi renderà conto di se stesso a Dio. Non ci giudichiamo dunque più gli uni gli altri…” (Romani 14:1-6,10-13). Da queste parole si evince che quando un fratello ha un’opinione diversa da un altro sui cibi, nel senso che lui per esempio ritiene di astenersi dalla carne, non deve giudicare colui che la carne invece la mangia perché mangia di tutto, e questo perché Dio come ha accolto lui che mangia solo legumi ha accolto anche l’altro che mangia anche la carne. Sia lui che l’altro fanno così per il Signore perché prima di mangiare rendono grazie a Dio quindi lui che è debole nella fede (perché mangia legumi) non deve giudicare l’altro che siccome che è forte nella fede mangia di tutto. Ma anche il fratello che mangia di tutto ha un obbligo verso l’altro fratello infatti non lo deve sprezzare. Anche a proposito dei giorni è la stessa cosa; se un fratello ha riguardo ad un particolare giorno per una sua convinzione particolare (il Sabato o la Domenica, ecc.) e fa così per il Signore, non deve giudicare colui che invece non stima quel particolare giorno nella stessa maniera perché per lui tutti i giorni sono uguali. E colui che stima tutti i giorni uguali non deve sprezzare colui che ha riguardo ad un giorno particolare. In altre parole i fratelli si devono accogliere come Dio ha accolto loro in Cristo e non devono mettersi a discutere su queste opinioni personali. Ognuno, in questo caso, si deve tenere la sua convinzione per se stesso presso Dio e non deve rattristare l’altro per la sua convinzione. Stima e rispetto per il fratello dunque qualunque sia la sua opinione personale in materia di cibi e di giorni. Badate che questo discorso non è affatto in favore all’ordine di astenersi da determinati cibi che alcuni rivolgono perché in questo caso si tratta di una dottrina di demoni (cfr. 1 Timoteo 4:1-5), ma solo in favore di un opinione personale di un fratello che non ordina proprio a nessuno di astenersi da un determinato cibo.

• Giacomo ha detto: “Non parlate gli uni contro gli altri, fratelli. Chi parla contro un fratello, o giudica il suo fratello, parla contro la legge e giudica la legge. Ora, se tu giudichi la legge, non sei un osservatore della legge, ma un giudice. Uno soltanto è il legislatore e il giudice, Colui che può salvare e perdere; ma tu chi sei, che giudichi il tuo prossimo?” (Giacomo 4:11-12). Si tenga presente innanzi tutto che Giacomo in questa lettera si rivolgeva a dei Giudei che avevano creduto infatti all’inizio dell’epistola scrive: “Giacomo, servitore di Dio e del Signor Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella dispersione, salute” (Giacomo 1:1), e quindi a persone che conoscevano la legge e che in certi punti l’osservavano ancora (ma non per esser giustificati). Probabilmente tra questi fratelli Giudei di nascita alcuni che ritenevano non doversi conformare più a certi riti dei padri parlavano contro o giudicavano altri che invece si mantenevano attaccati ad essi. Ricordiamoci che in Gerusalemme, dopo che Paolo fu tornato dal suo terzo viaggio apostolico, c’erano migliaia di Giudei che avevano creduto ed erano zelanti per la legge (Atti 21:20), quindi non ci sarebbe da meravigliarsi se anche nella dispersione c’erano dei Giudei che avevano creduto ed erano zelanti per la legge. Allora Giacomo fu costretto a scrivere a questi fratelli di non parlare contro o giudicare questi fratelli perché così facendo essi parlavano contro o giudicavano la legge. Quindi quel non giudicare il proprio fratello di cui parla Giacomo occorre interpretarlo in questa maniera.

Adesso vediamo invece i casi in cui noi possiamo giudicare

Paolo ai santi di Corinto, in relazione al fatto che alcuni processavano il fratello davanti agli ingiusti invece che davanti ai santi, ha scritto: “non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? E se il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicar delle cose minime? Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita! Quando dunque avete da giudicar di cose di questa vita, costituitene giudici quelli che sono i meno stimati nella chiesa. Io dico questo per farvi vergogna. Così non v’è egli tra voi neppure un savio che sia capace di pronunziare un giudizio fra un fratello e l’altro?” (1 Corinzi 6:2-5). Come si può ben vedere a noi santi è lecito esprimere un giudizio nelle liti fra i fratelli. Non c’è affatto bisogno che i fratelli portino la loro causa davanti agli infedeli perché i santi sono in grado di giudicare delle cose di questa vita. Anche nel caso che uno ha commesso determinati peccati è lecito ai santi giudicarlo dandolo in mano di Satana ed estrometterlo dalla raunanza: Paolo per esempio a quello che si teneva la moglie di suo padre in Corinto lo giudicò dicendo: “Quanto a me, assente di persona ma presente in ispirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha perpetrato un tale atto. Nel nome del Signor Gesù, essendo insieme adunati voi e lo spirito mio, con la potestà del Signor nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia dato in man di Satana, a perdizione della carne, onde lo spirito sia salvo nel giorno del Signor Gesù” (1 Corinzi 5:3-5). Anche Imeneo ed Alessandro erano stati giudicati da Paolo venendo dati in man di Satana infatti è scritto: “Fra questi sono Imeneo ed Alessandro, i quali ho dati in man di Satana affinché imparino a non bestemmiare” (1 Timoteo 1:20). Ecco perché Paolo ci ha detto: “Non giudicate voi quelli di dentro? …Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi” (1 Corinzi 5:12). Perché noi abbiamo, come Chiesa, l’autorità di giudicare i malvagi (cioè quelli che si dicono fratelli e sono fornicatori, avari, idolatri, oltraggiatori, ubriaconi, e rapaci) ed estrometterli dall’assemblea (e non metterli all’ultimo banco). Con costoro non dobbiamo neppure mangiare!

Ci sono poi altre Scritture che ci attestano che noi credenti possiamo emettere dei giudizi senza incorrere nella punizione di Dio. Per esempio Gesù disse a dei Giudei : “Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con giusto giudizio” (Giovanni 7:24) ed ancora: “E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Luca 12:57). Paolo ai Corinzi dice: “Io parlo come a persone intelligenti; giudicate voi di quello che dico” (1 Corinzi 10:15), ed anche: “Giudicatene voi stessi: E’ egli conveniente che una donna preghi Iddio senz’esser velata?” (1 Corinzi 11:13), ed ancora: “Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino…” (1 Corinzi 14:29). Quindi come credenti possiamo giudicare molte cose, ma non secondo l’apparenza ma con giusto giudizio. Ricordate cosa disse Gesù a Simone quando questi rispose correttamente alla sua domanda? “Hai giudicato rettamente” (Luca 7:43), volendo dire: ‘Hai espresso un giusto giudizio’. Dunque, se noi credenti esprimiamo dei giudizi corretti, non possiamo incorrere nel giudizio di Dio. D’altronde, non ha forse detto Paolo che “l’uomo spirituale giudica d’ogni cosa” (1 Corinzi 2:15)? E non ha forse detto la Scrittura: “Apri la tua bocca, giudica con giustizia” (Proverbi 31:9)? Dunque che c’è da meravigliarsi nel sentirci dire che noi possiamo giudicare?

Ma d’altronde se noi figliuoli di Dio non potessimo giudicare in senso assoluto, come potremmo rigettare le false profezie, le false rivelazioni, e le false dottrine, che vengono diffuse in mezzo alla Chiesa di Dio? Perché per rigettarle, dobbiamo prima esaminarle alla luce della Sacra Scrittura, e poi alla fine esprimere il nostro giudizio negativo contro di esse. E come potremmo guardarci dai falsi ministri del Vangelo e dai falsi fratelli, dato che per identificarli tali dobbiamo prima valutare il loro comportamento e le loro dottrine, alla luce della Parola di Dio, ed esprimere poi anche qui il nostro giudizio negativo nei loro confronti? Ma vi rendete conto cosa succederebbe se noi non potessimo giudicare niente e nessuno? Il diavolo approfitterebbe subito della nostra attitudine facendoci accettare le sue menzogne e i suoi ministri.

E purtroppo va detto che questo è accaduto nel caso di tanti credenti nelle ADI che, privi di sapienza e della conoscenza della Parola di Dio, trascinati a credere che non possono giudicare chi predica la Parola come neppure quello che viene predicato, hanno finito con l’accettare false dottrine di ogni genere e cattivi operai come buoni operai. Essi sono trascinati con l’inganno a credere che qualunque cosa dica il pastore è ‘oro colato’ e quindi va accettato senza discussione, perché lui è il servitore di Dio e l’unto di Dio, e di conseguenza hanno finito con l’accettare menzogne di ogni genere. D’altronde se non possono giudicare, come possono sentirsi autorizzati a riprovare sia privatamente che pubblicamente la dottrina che dice che il fuoco dell’inferno è simbolico? Come possono pensare di poter rigettare la gap-theory? Come possono pensare di poter rigettare il rapimento segreto? Come possono pensare di essere autorizzati a dire al pastore e a sua moglie, ‘Non andate a mettervi mezzi nudi al mare, perché vi contaminereste!’? Non possono, perché se lo facessero, gli verrebbe subito detto: ‘Fratello, non giudicare!’

Quando si parla con i credenti delle ADI in realtà si avverte che non hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male, e questo perché non hanno esperienza della parola di giustizia (cfr. Ebrei 5:13-14). O meglio, fino ad un certo punto riescono a discernere il bene dal male, ma oltre un limite no. Certe cose infatti essi capiscono o accettano che sono sbagliate, ma tante altre no. E perchè questo? Perché loro giudicano le cose e le persone con ‘la testa’ dei loro pastori, e non usando le Scritture! In altre parole, se una cosa per il loro pastore è sbagliata è sbagliata anche per loro, se invece per il pastore è giusta allora anche per loro è giusta. Non è che loro esaminano le Scritture per vedere se un comportamento o un insegnamento è biblico; no, consultano il loro pastore. E cosa succede allora? Che siccome i pastori delle ADI tra i loro insegnamenti ce ne hanno diversi che sono falsi, e tra i loro comportamenti ce ne sono diversi che sono da condannare, loro accettano per buono anche quello che buono non è. E ripeto, se qualcuno ardisce contestare uno di questi insegnamenti falsi o comportamenti sbagliati, è subito accusato di giudicare. E quindi viene fatto passare per uno che giudica i fratelli!! E’ chiaro dunque che nel momento in cui qualcuno confuta un falso insegnamento delle ADI o rigetta una delle concupiscenze mondane che loro tollerano, egli stesso viene giudicato dalle ADI! Sì, perché in questo caso, la regola del non giudicare viene calpestata a piacere; infatti in questo caso chi vuole mettere ordine dove c’è confusione, chi vuole far rigettare la menzogna ed accettare la verità, chi vuole distogliere i ribelli dal continuare a camminare per sentieri tortuosi e portarli sui sentieri antichi, viene etichettato come ‘ribelle’, ‘arrogante’, ‘uno che si crede più santo degli altri’, ‘mistico’, ‘spiritualone’, ‘estremista’, e finanche ‘eretico’ in taluni casi (come nel caso di chi accetta la predestinazione). Ditemi voi se questi non sono giudizi!! Eccome se lo sono, ma sono giudizi ingiusti. E coloro che li emettono, in quel giorno renderanno conto di ognuno di essi al Giusto Giudice.

E poi proprio costoro sapete cosa dicono quando tu riprovi con ogni franchezza un loro insegnamento falso o un loro comportamento mondano? ‘Fratello, potevi semplicemente dire che non condividi quella dottrina o quel comportamento!’ Al che io dico: ‘Se questo è l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti di coloro che in mezzo alla Chiesa insegnano false dottrine o che vanno dietro le concupiscenze della carne, allora gli apostoli hanno sbagliato!’ Perché? Perché non mi risulta affatto che fosse questo il loro modo di parlare.

Ma ve lo immaginate Paolo dire ai Corinzi semplicemente: ‘Io non condivido queste vostre divisioni, fratelli!’ o ‘Io non condivido il modo di comportarsi di alcuni che tra di voi si chiamano apostoli, ma non lo sono’ o ‘Io non condivido quello che fa quel credente che si tiene la moglie di suo padre!’? Ma come avrebbe potuto parlare in questa maniera lui che era imitatore di Cristo? Come avrebbe potuto riprendere e sgridare e riprovare parlando in quella maniera? Come avrebbe potuto Paolo far sì che gli altri che leggevano le sue parole fossero presi dal timore di Dio e non dicessero o facessero quelle cose malvagie? Adesso si comprende perché le Chiese ADI si trovano in questa penosa e tragica situazione; perché quando in mezzo a loro vengono introdotte false dottrine o comportamenti carnali bisogna dire solamente: ‘Io non condivido ciò!!!!!’ Senza azzardarsi a dire altro; al massimo si può dire: ‘Preghiamo, fratelli, mettiamo tutto nelle mani di Dio’. Ma comunque le cose non cambiano. Vorrei chiedere a costoro che parlano così: ‘Da quanto tempo non leggete le epistole degli apostoli’ o ‘Le avete mai lette le epistole degli apostoli’?

Adesso voglio confutare brevemente gli errori sopra citati

1 – Viene fatto credere che noi Cristiani non possiamo giudicare niente e nessuno

L’ho ampiamente dimostrato che secondo quello che dice la Bibbia noi possiamo giudicare. Quindi questo punto non ha bisogno di ulteriori approfondimenti.

2 – Viene fatto credere che giudicare e mormorare (per mormorare le ADI intendono maldicenza o pettegolezzo) sono la medesima cosa.

E’ evidente che quando si giudica con giusto giudizio, e non in base all’apparenza, il giudizio espresso non può costituire una maldicenza come non può essere classificato neppure come un parlare contro i fratelli. Quando Paolo metteva in guardia Timoteo da Alessandro il ramaio, perché gli aveva fatto tanto male, e aveva fortemente contrastato alle loro parole (cfr. 2 Timoteo 4:14-15), egli non giudicò ingiustamente quell’uomo, ma disse la verità perché i fatti parlavano chiaro. Come anche quando chiamò “il malvagio” quell’uomo che nella chiesa di Corinto si teneva la moglie di suo padre (cfr. 1 Corinzi 5:12). E potrei proseguire dicendo che anche quando Paolo chiamò alcuni della Chiesa di Corinto “falsi apostoli” e “operai fraudolenti” (2 Corinzi 11:13) non giudicò ingiustamente neppure loro, perché le loro opere testimoniavano contro di loro. E che dire di coloro di cui Paolo disse ai Romani: “Quei tali non servono al nostro Signor Gesù Cristo, ma al proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore de’ semplici” (Romani 16:18)? Forse che li giudicò ingiustamente? No, perché quei tali fomentavano le dissensioni e gli scandali contro l’insegnamento che i santi di Roma avevano ricevuto (cfr. Romani 16:17).

3 – Viene fatto credere che per poter esprimere un giudizio noi dobbiamo essere senza peccato, perché Gesù disse che chi è senza peccato scagli il primo la pietra.

Se fosse così, dato che noi tutti falliamo in molte cose, non potremmo aprire mai la nostra bocca contro le opere infruttuose delle tenebre, e di conseguenza non potremmo mai mettere in guardia i fratelli dagli operatori di scandali che scorazzano in mezzo alle Chiese. Proprio quello che vorrebbe il diavolo, per incoraggiare questa gente riprovata quanto alla fede. Certo, occorre che ci ricordiamo che non possiamo biasimare qualcuno che opera malvagiamente o insegna cose perverse, se noi stessi siamo da biasimare per le nostre opere malvagie e per i nostri falsi insegnamenti, perché così facendo condanniamo noi stessi, secondo che è scritto: “Perciò, o uomo, chiunque tu sii che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri, tu condanni te stesso; poiché tu che giudichi, fai le medesime cose. Or noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. E pensi tu, o uomo che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio?” (Romani 2:1-3). Ma se noi operiamo giustamente e riteniamo la sana dottrina attenendoci, con la fede e l’amore, al modello delle sane parole di Gesù e degli apostoli, possiamo tranquillamente giudicare coloro che invece operano malvagiamente e rigettano la sana dottrina. E poi, in riferimento alla donna adultera che fu portata davanti a Gesù, non è vero che Gesù non giudicò quella donna, pur essendo Egli senza peccato, perché Lui in effetti ricevette l’accusa di coloro che gliela presentarono perché alla fine le disse: “Va’ e non peccar più” (Giovanni 8:11). In altre parole, Gesù non negò che quella donna avesse peccato. Quello che è vero invece è che Gesù non condannò quella donna, perché non acconsentì che quella donna fosse lapidata come ordinava la legge di Mosè, e Lui stesso non volle lapidarla. Ma bisogna riconoscere che neppure gli accusatori di quella donna la condannarono (cfr. Giovanni 8:10), perché dopo che Gesù disse loro che chi fra loro era senza peccato poteva per primo scagliare la pietra (cfr. Giovanni 8:7), essi, ripresi dalla loro coscienza, se ne andarono. Quindi, quello che Gesù rifiutò di fare in quell’occasione, fu di condannare a morte una persona colpevole e degna di morte. La stessa cosa che noi dobbiamo rifiutarci di fare.

In merito a questo, voglio dire qualcosa d’altro, e cioè che generalmente per scoraggiare chiunque dal giudicare, vengono citate anche queste parole di Gesù: “E perché guardi tu il bruscolo che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non iscorgi la trave che è nell’occhio tuo? Ovvero, come potrai tu dire al tuo fratello: Lascia ch’io ti tragga dall’occhio il bruscolo, mentre ecco la trave è nell’occhio tuo?” (Matteo 7:3-4), tralasciando però volontariamente le parole successive: “Ipocrita, trai prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo dall’occhio del tuo fratello” (Matteo 7:5). E perché questo? Perché queste parole ammettono l’eventualità che uno abbia già tolto dal suo occhio la trave, e quindi ci vede bene per poter rimuovere il bruscolo dall’occhio del suo fratello, ammesso naturalmente che questo sia un bruscolo, perché spesso si tratta di vere e proprie travi. E se egli ha tolto già la trave, non è un ipocrita nel suo modo di agire, perché il male che vuole rimuovere dalla vita del suo fratello, l’ha già rimosso dalla sua vita. E poi, coloro che generalmente citano queste parole di Gesù a chi vuole rimuovere il bruscolo dall’occhio di un altro fratello, non dicono pressoché mai in cosa consiste la trave che costui ha nel suo occhio. Cioè non è che essi parlano avendo le prove che costui abbia una trave nel suo occhio, ma citano l’ipocrita con la trave di cui ha parlato Gesù solo per troncare sul nascere ogni tentativo di rimozione di un peccato o di un operatore di scandali dalla Chiesa. Ecco dunque come e per quale ragione vengono citate queste parole di Gesù sulla trave e sul bruscolo, per mettere a tacere coloro che protestano contro la mondanità, contro la falsità, l’ipocrisia, e scandali di vario genere che ci sono in mezzo alla Chiesa; e quindi per impedire che le opere infruttuose delle tenebre siano riprovate, e coloro che le compiono siano ripresi.

4 – Viene fatto credere che giudicare significa lanciare una pietra contro qualcuno

E’ evidente dunque, alla luce di quanto detto poco fa, che chi giudica qualcuno che insegna cose contrarie alla sana dottrina od opera scandali non sta lanciando nessuna pietra contro nessuno, perché non sta condannando a morte nessuno. Sta solo esprimendo un giusto giudizio, in base a fatti incontrovertibili, appoggiandosi sulla Parola di Dio.

5 – Viene detto che Gesù non giudicò ma seppe perdonare.

Non è affatto vero, perché Gesù seppe anche giudicare. Ascoltate per esempio cosa disse un giorno agli scribi e ai Farisei: “Guai a voi, guide cieche, che dite: Se uno giura per il tempio, non è nulla; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato. Stolti e ciechi, poiché qual è maggiore: l’oro, o il tempio che santifica l’oro? E se uno, voi dite, giura per l’altare, non è nulla; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. Ciechi, poiché qual è maggiore: l’offerta, o l’altare che santifica l’offerta? Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quel che c’è sopra; e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che l’abita; e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra” (Matteo 23:16-22). Ecco come Gesù giudicò quegli uomini! Chiamandoli ‘ciechi’ e ‘stolti’ e questo perché con le loro ciance avevano annullato la Parola di Dio. Non si capisce dunque perché mai oggi non dovrebbero essere chiamati ciechi e stolti quei conduttori che negano il proponimento dell’elezione di Dio, che negano che il fuoco dell’inferno sia reale, che negano che la Nuova Gerusalemme sia una vera città celeste, che turbano l’animo dei credenti dicendo che Gesù può tornare anche in questa notte, che incoraggiano i credenti ad andarsi a contaminare sulle spiagge del mare, ecc. Se lo erano gli scribi e i Farisei per quelle ragioni, perché non lo sarebbero questi pastori per queste ragioni?

Giacinto Butindaro

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Francesco Toppi: Giobbe nel segreto del suo cuore era orgoglioso della sua propria giustizia

Francesco Toppi: Giobbe nel segreto del suo cuore era orgoglioso della sua propria giustizia

Introduzione

Francesco Toppi, ex presidente delle ADI, ha scritto riguardo alle sofferenze patite da Giobbe: ‘Il lettore superficiale di questo libro, il più antico della Bibbia, ritiene che Dio abbia permesso a Satana di colpire Giobbe per provare la sua fedeltà verso l’Eterno. A parte il fatto che sarebbe tremendo pensare che Dio permetta all’avversario di divertirsi con i credenti, come i bambini fanno con i giocattoli, occorre ricordare che, se così fosse, il Creatore e Signore dell’Universo non potrebbe essere riconosciuto per quello che veramente è: “… Dio è amore …” (1 Giovanni 4:16). Inoltre, se Egli avesse avuto bisogno di mettere alla prova la fedeltà di Giobbe, dovrebbe mettere alla prova nello stesso modo la fedeltà di tutti quelli che lo seguono, ma vorrebbe dire che non riconosciamo la Sua onniscienza. Egli ci conosceva ancora prima della nostra nascita. Allora, perchè Dio permise questa prova? Per disciplina; Giobbe era timorato di Dio ed integro, ma purtroppo non si rendeva conto che era orgoglioso della propria giustizia e della propria rettitudine. Soltanto le atroci sofferenze subite e il suo totale avvilimento fanno emergere questo ‘peccato occulto’. Basta leggere il capitolo 29 del libro di Giobbe e sottolineare tutti gli ‘io’ e i ‘mio’ per scoprire questa sua attitudine nascosta, della quale neanche egli stesso se ne rendeva conto’ (Francesco Toppi, A Domanda Risponde, Vol. I, pag. 134)

Confutazione

Questo insegnamento è falso per i seguenti motivi; perchè fa passare Dio per ingiusto e bugiardo, e incolpa Giobbe di cose non vere.

Fa passare Dio per ingiusto perchè gli attribuisce un comportamento nei confronti di Giobbe che non viene confermato dal libro di Giobbe anzi viene smentito nella maniera più categorica. Per comprendere il perchè Dio colpì Giobbe in quella maniera occorre leggere i primi due capitoli del libro. Faccio un riassunto di quanto viene detto in essi. La Scrittura dice che nel paese di Uz esisteva un uomo che si chiamava Giobbe il quale era integro e retto e temeva Iddio e fuggiva il male. Quest’uomo era molto ricco e aveva dieci figli. Un giorno avvenne che i figli di Dio si presentarono davanti a Dio e in mezzo a loro si presentò anche Satana. Dio chiese allora a Satana se egli aveva visto il suo servo Giobbe al pari del quale sulla terra non ce n’era un altro integro, retto, timorato di Dio e che fuggiva il male. Quindi Dio lodò il suo servo Giobbe. A questo punto Satana rispose facendo capire a Dio che lui riteneva che Giobbe temesse Dio solo perchè Lui aveva benedetto l’opera delle sue mani e perchè lo aveva circondato di un riparo. E che sarebbe bastato che Egli stendesse un po’ la sua mano contro le cose che possedeva e Giobbe lo avrebbe rinnegato in faccia. Dio allora diede tutto quello che Giobbe possedeva in mano di Satana proibendogli però di toccare la sua carne. Successe allora che Dio tolse a Giobbe beni e figli; ma Giobbe non attribuì niente di mal fatto a Dio, perchè disse: “L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno” (Giobbe 1:21). Ma avvenne in seguito che Satana si presentò ancora davanti a Dio. Anche questa volta Dio chiese a Satana se aveva notato Giobbe e il suo comportamento dopo quelle sventure da lui subite. Ecco le parole di Dio: “Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m’abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo” (Giobbe 2:3). Al che Satana rispose che bastava che Egli gli toccasse un po’ le ossa e la carne, cioè che gli togliesse la sua salute, e avrebbe visto Giobbe rinnegarlo in faccia. Al che Dio glielo diede nelle mani proibendogli però di farlo morire. Avvenne così che Satana colpì Giobbe di un ulcera maligna.

Voglio che notiate che questa seconda volta Dio disse a Satana che era stato da lui incitato a rovinare Giobbe senza alcun motivo. Quindi si deve dire che Dio fu incitato da Satana a rovinare Giobbe in quella maniera senza alcun motivo. Quel “senza alcun motivo” non significa però che Dio fece quel che fece senza una ragione o scopo – quasi che lui volesse divertirsi un po’ con Giobbe come fa un bambino con un giocattolo – perchè la Scrittura dice che “Dio ha fatto ogni cosa per uno scopo” (Proverbi 16:4), ma solo che Giobbe non aveva compiuto dei misfatti che meritavano quei flagelli divini. D’altronde Dio stesso aveva detto di Giobbe per ben due volte che egli era un uomo integro, retto, timorato di Dio e che fuggiva il male. Come avrebbe quindi potuto Dio colpire Giobbe perché questi era orgoglioso della sua giustizia dopo avere reso quella bella testimonianza di lui? Ci pare quindi veramente una dichiarazione arrogante affermare che Giobbe era orgoglioso della sua giustizia perchè così dicendo si fa passare Dio per bugiardo o per uno che non sa quel che dice. E poi non sta forse scritto: “Il timore dell’Eterno è odiare il male; io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa” (Proverbi 8:13)? Se dunque Dio disse che Giobbe temeva Dio vuol dire che Giobbe non era arrogante, non era orgoglioso, perchè il timore di Dio odia l’orgoglio! Ma noi diciamo anche: ‘Come potremmo fidarci di Dio se, dopo avere detto di Giobbe quelle cose, avesse colpito Giobbe a motivo del suo orgoglio?’ Ed ancora: ‘Ma se Dio è colui che investiga i cuori e le reni e rese quella testimonianza di Giobbe come potremmo supporre che Giobbe in qualche parte del suo cuore fosse orgoglioso della sua giustizia?’ Con tutto ciò vogliamo dire che se Dio diede quella testimonianza di Giobbe bisogna credergli fermamente senza fare insinuazioni di nessun genere.

Ma allora qualcuno dirà: Tu difendi Giobbe in tutto e per tutto? No, non è così. Difendo Giobbe solo in ciò in cui va difeso. Non lo difendo infatti quando lui accusa Dio di essere ingiusto verso di lui e di favorire i disegni dei malvagi. In questo caso non va affatto difeso perchè egli fu ripreso da Dio a motivo di queste sue parole senza senno. Lui stesso però riconobbe in seguito di avere parlato contro Dio attribuendogli quel modo di operare ingiusto infatti dopo che Dio lo riprese disse: “Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti d’eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno? (Giobbe 42:1-3)”. Notate che queste parole di Giobbe sono molto simili a quelle che Dio gli disse all’inizio del suo discorso: “Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?” (Giobbe 38:2). Bisogna dire però che quantunque Giobbe si fece uscire delle parole senza senno contro Dio in mezzo alle sue afflizioni, pure egli non rinnegò Dio, cioè non fece quello che Satana avrebbe voluto che facesse. Quindi Giobbe in mezzo all’afflizione è rimasto ancorato a Dio: certo egli difese la sua giustizia anziché quella di Dio ritenendosi giusto lui anziché Dio che secondo lui lo colpiva ingiustamente. Ma questo nulla toglie al fatto che egli avesse compiuto tutte quelle opere buone, prima di essere colpito, con un cuore sincero davanti a Dio. Leggendo infatti i suoi discorsi, compreso il suo discorso in cui egli parla del suo comportamento prima che Dio lo colpisse, non traspare affatto che egli fosse orgoglioso; ma solo il fatto che davanti a quella grande afflizione che Dio gli aveva dato egli si sentì costretto a difendere la sua giustizia. Difenderla sì, perchè i suoi amici che erano andati a trovarlo non fecero altro nei loro discorsi che insinuare che lui meritava quel castigo da Dio, cosa che non era affatto vera. Questo non lo si deve mai dimenticare infatti, e cioè che Giobbe parlò in quella maniera per difendersi dalle accuse ingiuste di quei suoi tre amici.

Ora, fermo restando allora che Dio non colpì Giobbe a motivo del suo orgoglio per la sua giustizia bisogna concludere che Dio permise che Satana colpisse Giobbe in quella maniera per provarlo. Nulla di strano questo perchè noi sappiamo che Dio prova i suoi santi in svariate maniere, con la malattia e la privazione dei beni come nel caso di Giobbe, con la persecuzione ecc. Ma a che cosa serve la prova? La prova serve a Dio per vedere se uno quando le cose non gli vanno bene continua a temerlo e ad amarlo e ad avere fiducia in lui. Nel caso di Abrahamo per esempio, in cui Dio gli ordinò di sacrificare il suo figlio Isacco, c’è scritto per esempio che Dio disse ad Abrahamo quando questi stava per scannare Isacco: “Non metter la mano addosso al ragazzo, e non gli fare alcun male; poiché ora so che tu temi Iddio, giacché non m’hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo” (Genesi 22:12). Notate quel “ora so che tu temi Dio” che conferma a cosa la prova di Abrahamo servì a Dio. Certo che l’ordine di Dio avrà fatto soffrire Abrahamo; perchè qual’è quel padre che nel sapere di dovere uccidere il proprio figlio unico, anche se per offrirlo a Dio, non proverebbe un grande dolore nel suo cuore? Ma rimane il fatto che il patriarca passò la prova e Dio lo premiò per questo. Anche Giobbe soffrì nel vedersi privare dei figli, e di tutti i suoi beni, ma passò la sua dura prova; perchè egli in mezzo al suo dolore non rinnegò il suo Dio. Egli dimostrò che temeva Dio non perchè questo lo aveva benedetto e protetto, cioè che il suo non era un timore finto, ma era un timore vero. E per questo Dio lo premiò infatti dopo averlo ristabilito nella condizione di prima gli restituì il doppio di tutto quello che egli aveva posseduto. E poi, cosa molto importante, non ci si dimentichi che Giobbe pur non sapendo che era stato Satana ad incitare Dio contro di lui con quelle insinuazioni, alla fine non rinnegando Dio fece sì che Satana rimanesse confuso davanti a Dio, perchè Satana per ben due volte aveva insinuato davanti a Dio e nel mezzo degli angeli santi che Giobbe non temeva Dio per niente, ma per dei motivi interessati e cioè perchè Dio aveva benedetto l’opera delle sue mani e proteggeva tutti i suoi beni, e perchè godeva buona salute. Ma Giobbe sia quando fu privato dei suoi beni e sia quando fu privato della sua salute, non rinnegò Dio in faccia. Satana la prima volta che comparve davanti a Dio era sicuro che Giobbe avrebbe rinnegato Dio se questi lo avesse privato dei suoi beni, ma rimase confuso e deluso perchè Giobbe si mantenne attaccato a Dio; ma non soddisfatto, incitò Dio a togliergli la salute perchè era sicuro che in questo caso Giobbe lo avrebbe rinnegato, ma anche questa volta Satana ne uscì sconfitto. Quindi possiamo dire che Dio, dopo aver lodato per ben due volte il suo servo Giobbe davanti a Satana, e dopo avere colpito Giobbe come chiedeva Satana, rimase vincitore perchè dimostrò a Satana che in verità sulla terra non c’era nessun altro come Giobbe e che Giobbe temeva Dio veramente sia nell’abbondanza che nella penuria, sia con la salute che senza. Ma non solo, pure Giobbe riportò – senza saperlo – una vittoria su Satana perchè dimostrò che temeva Dio non per quelle ragioni addotte da Satana. Per altro Giobbe non è il solo giusto che fu provato su richiesta di Satana, perchè anche gli apostoli di Gesù furono provati su richiesta del diavolo. Ecco infatti cosa disse Gesù a Pietro la notte in cui fu tradito: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22:31-32).

Ma la prova non serve solo a Dio, ma serve anche a chi la passa perchè produce pazienza. Giacomo dice per esempio che “la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compie appieno l’opera sua in voi, onde siate perfetti e completi, di nulla mancanti” (Giacomo 1:3-4). Come ho detto prima, le prove sono svariate; oltre alla malattia e alla privazione dei beni ci sono le persecuzioni. E’ chiaro che le prove fanno soffrire; ma noi siamo stati chiamati a soffrire. Ma oltre a produrre pazienza, la prova della nostra fede produce indirettamente sia esperienza che speranza (cfr. Romani 5:3-5). Ed infine essa mette in grado chi soffre di sperimentare abbondanti consolazioni di Dio con le quali egli può consolare a sua volta quelli che soffrono. Questo concetto lo spiega Paolo ai Corinzi in questa maniera: “Benedetto sia Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione onde noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione. Perchè, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Talché se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; e se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi patiamo” (2 Corinzi 1:3-6).

Che diremo dunque? Diremo che Dio è buono e non importa quali prove ci farà passare egli lo farà sempre per il nostro bene, cioè per renderci conformi all’immagine del suo Figliuolo, e affinché noi siamo in grado di consolare quelli che sono afflitti. In verità le sue vie sono più alte delle nostre vie come i cieli sono alti al di sopra della terra. Sia sempre lodato il suo nome, anche quando ci percuote con la sua mano, anche quando ci toglie la salute, dei beni materiali, o magari dei familiari o quando ci manda contro la persecuzione. Amen.

Giacinto Butindaro

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ADI: Le lingue che il credente riceve al battesimo con lo Spirito Santo non sono interpretabili o lingue conosciute

ADI: Le lingue che il credente riceve al battesimo con lo Spirito Santo non sono interpretabili o lingue conosciute

Introduzione

Salvatore Cusumano, nella sua tesi su Roberto Bracco presentata all’Istituto Biblico delle ADI, che ha la presentazione di Francesco Toppi, afferma quanto segue a proposito delle lingue che i credenti cominciano a parlare quando vengono battezzati con lo Spirito Santo: ‘…. Esistono delle lingue non interpretabili per l’edificazione personale e che, a nostro parere, corrispondono al segno delle lingue che il credente riceve al battesimo nello Spirito Santo’ (pag. 34). E lo stesso Toppi conferma ciò dicendo che alla ricezione del battesimo con lo Spirito Santo, il parlare in altre lingue come lo Spirito dà di esprimersi, ‘è il parlare in lingue che non corrispondono ad alcuna lingua conosciuta’ (Francesco Toppi, E Mi Sarete Testimoni, ADI-Media, Roma 1999, pag. 42).

In altre parole, secondo le ADI, quando si tratta del dono della diversità delle lingue le lingue sono interpretabili, mentre quando si tratta delle lingue come segno che si ricevono al battesimo con lo Spirito allora esse non sono interpretabili.*

Confutazione

Ora, prima di passare alla confutazione di questa ennesima falsità insegnata dalle ADI, voglio spiegarvi brevemente cosa dice la Bibbia a proposito del parlare in altra lingua.

Secondo quello che insegna la Scrittura quando un credente viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi (cfr. Atti 2:4; 10:44-46; 19:6), e questo costituisce il segno esteriore dell’avvenuto battesimo con lo Spirito Santo. Sto parlando in questo caso del parlare in una sola lingua straniera per lo Spirito, perché c’è anche un parlare in più lingue straniere che è pur sempre una capacità data dallo Spirito Santo, che la Bibbia chiama “diversità delle lingue” e che è uno dei doni dello Spirito Santo (1 Corinzi 12:10), che si può ricevere sia al battesimo con lo Spirito Santo che successivamente al battesimo con lo Spirito Santo, e che è bene ricordare non tutti ricevono (cfr. 1 Corinzi 12:30). E’ evidente dunque che quando un credente riceve la capacità di parlare in diverse lingue straniere già al battesimo con lo Spirito Santo, quel suo parlare in lingue è sì il segno del battesimo con lo Spirito ricevuto ma anche dono. Se invece il credente al suo battesimo con lo Spirito Santo parla solo in una lingua straniera allora quel suo parlare non costituisce il dono della diversità delle lingue.

Ora, che cosa fa il credente quando comincia a parlare in altra lingua al battesimo con lo Spirito Santo? Egli parla a Dio, perché Paolo dice che “chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri” (1 Corinzi 14:2), e difatti egli prega (cfr. 1 Corinzi 14:14), salmeggia (cfr. 1 Corinzi 14:15), e benedice Iddio (cfr. 1 Corinzi 14:16). A prescindere dunque che il credente abbia o meno il dono di diversità delle lingue, quando egli parla in altra lingua parla a Dio, e nessuno l’intende, neppure lui intende quello che dice. Ma affinché sia lui che gli altri che lo sentono parlare in lingue intendano quelle parole dette per lo Spirito, il Signore ha costituito il dono della interpretazione delle lingue (cfr. 1 Corinzi 12:10), che chi parla in altra lingua deve desiderare secondo che è scritto: “Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare” (1 Corinzi 14:13).

Dunque sia che il credente parla in altra lingua da solo, o assieme ad altri, sia che abbia o non abbia il dono della diversità delle lingue, quando lo Spirito gli darà di interpretare quello che lui ha detto, sia lui che gli altri ne riceveranno edificazione avendo inteso quello che lo Spirito ha detto tramite la sua bocca.

Dunque, le ADI errano nel dire che le lingue come segno non sono interpretabili, perché se fosse così, il credente che parla in altra lingua, non avendo il dono di diversità delle lingue, non dovrebbe pregare di poter interpretare quello che dice per lo Spirito, e quindi dovrebbe astenersi dal fare una cosa che l’apostolo gli comanda di fare. In altre parole, dovrebbe pregare di poter interpretare solo chi ha il dono della diversità delle lingue, e non chi parla solo in una lingua straniera che ha ricevuto nel momento che è stato battezzato con lo Spirito. Detto ancora in altre parole, egli dovrebbe aspettare di ricevere il dono della diversità di lingue prima di mettersi a pregare di poter interpretare. E non mi pare che si intraveda una cosa del genere nelle parole di Paolo ai Corinti.

Ma poi sarebbe un controsenso dire che le lingue-segno non sono interpretabili in quanto per uso personale perché anche quando uno parla in altra lingua da solo, benché edifichi se stesso, non intende quello che dice; e siccome egli sta parlando a Dio, e l’unica maniera per capire cosa sta dicendo è tramite l’interpretazione, per forza di cose quella lingua è interpretabile, e quindi è bene che lui preghi di poter interpretare quello che dice.

E poi, io dico, per fare riferimento ad un caso biblico di parlare in lingue come segno al battesimo con lo Spirito, ma il giorno della Pentecoste quelle lingue erano o non erano interpretabili, erano o non erano delle lingue conosciute a quel tempo? A me risulta che lo erano, perché erano vere lingue straniere che i discepoli si misero a parlare per lo Spirito, e tramite di esse parlavano delle cose grandi di Dio (cfr. Atti 2:11), secondo che dissero i Giudei che si radunarono: “Ecco, tutti costoro che parlano non son eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? …. li udiamo parlar delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue” (Atti 2:7-8,11). E d’altronde, le lingue servono di segno ai non credenti (1 Corinzi 14:22) – come servirono di segno il giorno della Pentecoste ai quei Giudei provenienti da ogni nazione di sotto il cielo – e affinché servano loro di segno devono essere per forza di cose delle vere lingue conosciute dagli increduli che Dio ha deciso che devono ascoltarle, e quindi non solo sono lingue conosciute ma anche interpretabili perché “ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato” (1 Corinzi 14:11).

E’ vero che le lingue a Pentecoste furono intese dai Giudei che si adunarono e non ci fu nessuna interpretazione di esse da parte di qualche discepolo che le parlava, ma vorrei fare notare che i discepoli parlavano in lingue ancora prima che quei Giudei raggiungessero il luogo dove si trovavano (cfr. Atti 2:4,6), e quindi quand’anche non ci fossero stati quei Giudei a sentirli e a capirli, quel parlare era pur sempre diretto a Dio e tramite il dono della interpretazione avrebbe potuto essere capito dagli stessi discepoli che parlavano.

* Le ADI insegnano una cosa errata anche quando spiegano la distinzione tra il parlare in lingue come segno esteriore del battesimo con lo Spirito e il parlare in lingue come dono, in quanto affermano: ‘Occorre a questo punto fare una distinzione tra il parlare in lingue, come segno del battesimo nello Spirito Santo e prezioso mezzo per il credente battezzato per adorare Dio nell’intimità, e fra quello che può chiamarsi in modo particolare il dono o carisma delle lingue, cioè la possibilità di trasmettere in una lingua diversa dall’usuale sotto la guida dello Spirito Santo, un messaggio di avvertimento, di esortazione, di consolazione, destinato alla comunità e che sarà interpretato da coloro che esercitano un altro carisma chiamato dono di interpretazione’ (AA. VV., Il Battesimo nello Spirito Santo, Roma 1987, ADI-Media, pag. 32). E quindi il loro insegnamento falso sulla non interpretabilità delle lingue che si ricevono con il battesimo con lo Spirito Santo si deve integrare con quest’altro falso insegnamento, che fa del dono della diversità delle lingue un parlare in lingue rivolto agli uomini quando la Chiesa è radunata, messaggio in lingue che interpretato costituisce una profezia. Leggi la confutazione di questo altro loro errore.

Giacinto Butindaro

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