Il movimento messianico in Israele e nel mondo

Gli ebrei messianici (1a parte)

di Antoinette Brémond

Il simbolo degli ebrei messianici: una menorah e un pesce che si uniscono nella stella di Davide

Un argomento scottante per tutti. E tuttavia, poiché esistono, bisogna parlarne. Degli ebrei cristiani che credono che Gesù è il Messia d’Israele e che, continuando a dirsi ebrei e condividendo la fede cristiana, non vogliono «cambiare religione». Situazione difficile, perché per le autorità rabbiniche loro non sono più ebrei, e per i cristiani delle chiese tradizionali…. sono veramente cristiani? E perché non sono semplicemente cattolici, protestanti o ortodossi? Qualche volta, quello che sembra «del tutto semplice» diventa problematico! Se non ci fossero stati degli ebrei che hanno riconosciuto nell’ebreo Gesù il Messia d’Israele, non ci sarebbero mai stati dei cristiani, dei pagano-cristiani. Sono stati necessari quegli ebrei che vivevano 2000 anni fa in Galilea per dire: «Colui di cui è scritto nella legge di Mosè e nei Profeti, noi l’abbiamo trovato. E’ Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret» (Gv 1.45). Che cosa c’è di strano nel fatto che degli ebrei di oggi, e per di più in Israele, lo scoprano, lo riconoscano come Messia d’Israele e desiderino parlarne alle persone intorno a loro? Una volta si parlava di giudeo-cristiani, oggi loro si fanno chiamare ebrei messianici.

Storia

Mentre nei primi secoli della nostra era i giudeo-cristiani, chiamati nazareni e poi cristiani, facevano parte di quella molteplicità di facce del giudaismo dell’epoca, molto presto furono espulsi dalle sinagoghe. In effetti, dopo la distruzione del Tempio nel 70, i farisei eliminarono tutte le «sette» ebraiche.
Nei secoli seguenti gli ebrei che abbracciano la fede cristiana si integrano nella Chiesa delle nazioni perdendo la loro identità ebraica, sia per la Sinagoga, sia per la Chiesa. «Tu non sei più ebreo, tu sei cristiano, tu hai cambiato religione». Questa realtà è sempre attuale nel popolo ebraico: «Un ebreo che si converte a un’altra religione rompe ipso facto la sua appartenenza al nostro popolo», diceva il 20 ottobre 1998 il Grande Rabbino Samuel Sirat.
Per la Chiesa era lo stesso. Lei voleva che ci fosse una distinzione netta tra Israele e la Chiesa. Per esempio, nel Sinodo di Nicea II (730) fu deciso che ogni espressione di fede ebraica sarebbe stata bandita dalla Chiesa: la circoncisione, lo Shabbat, le feste ebraiche. Ancora una cinquantina di anni fa, un ebreo, per essere battezzato, doveva abiurare dal suo ebraismo.
Nel 1813, in Inghilterra, dei cristiani di origine ebraica, per differenziarsi dai cristiani delle nazioni, fondano i “Benei Abraham”, un’associazione di ebrei cristiani. In seguito, nel 1865, vede la luce l'”Unione cristiana ebraica”, formata da ebrei che per la loro origine e la loro fede in Gesù Messia d’Israele si considerano i successori dei primi discepoli. Nel 1866 queste due associazioni si uniscono e formano l'”Alleanza cristiana ebraica”.
Dopo la Gran Bretagna è la volta degli Stati Uniti, dove si crea l'”Alleanza cristiana ebraica americana” con la stessa visione di riunire i cristiani di origine ebraica e di annunciare il Messia agli ebrei. Nel 1930 queste due Alleanze si federano in una “Alleanza cristiana ebraica internazionale”. I suoi membri si differenziano dai cristiani per la loro pratica vicina all’ebraismo. Nel 1939 sono circa 100.000, raggruppati in assemblee autonome, numerose soprattutto negli Stati Uniti. Questi cristiani ebraici a poco a poco arrivano a farsi chiamare ebrei messianici. Questo termine sottolinea nello stesso tempo la specificità dei credenti usciti dall’ebraismo e il loro desiderio di accentuare la continuità senza rottura con la loro origine. Non si considerano come ebrei convertiti, ma come ebrei compiuti o ebrei credenti.
Nel 1965 questa alleanza diverrà l'”Alleanza Internazionale degli Ebrei Messianici” (IJMA). Molto attenti alle profezie e alla loro realizzazione nella storia contemporanea, questi ebrei messianici vedono nella creazione dello Stato d’Israele nel 1948 il ritorno degli esiliati, nella vittoria israeliana del 1967 e nella riunificazione di Gerusalemme un «segno dei tempi» (Lu 21,24) che annuncia la seconda venuta del Messia.
Il gruppo più conosciuto, anche se minoritario e molto controverso, i «Jews for Jesus», agisce in due direzioni: aiutare i cristiani a ritrovare l’origine della loro fede e annunciare agli ebrei il Messia.
In Francia, l’Alleanza messianica francese conta qualche centinaio di membri.

In Israele

Nel 1948 arriva in Israele un anziano medico coloniale, ebreo di nascita, Zeev Koffsmann. Durante il suo mandato in Costa d’Avorio era entrato in contatto con la chiesa pentecostale e aveva, insieme a sua moglie, riconosciuto Gesù come il Messia d’Israele, continuando a considerarsi in tutto e per tutto come ebreo. Rimosso dal suo posto dalle autorità di Bichy durante la seconda guerra mondiale, si sente spinto a venire in Israele e a fondarvi un’assemblea messianica: «L’assemblea messianica ha lasciato Gerusalemme nel 70 con il popolo ebraico nel momento dell’esilio, e vi è ritornata con il popolo nel 1948», diceva. E’ a lui che si deve il termine “messianico” per caratterizzare gli ebrei che credono in Gesù. Nel 1950 fonda l'”Assemblea messianica d’Israele”, che diventerà l'”Assemblea messianica di Gerusalemme”, con il desiderio di far rivivere la Chiesa primitiva restituendo alla fede cristiana la sua vera origine e il suo stile di vita ebraico. Zeev pensava che in avvenire gli ebrei messianici sarebbero stati un ponte tra l’ebraismo e il cristianesimo. Gesù Cristo vi è nominato soltanto con il suo nome ebraico: Yeshua Hamashiah.
Altre assemble nascono poi nel paese, formate all’inizio da immigrati, soprattutto dall’Europa. Nel 1973 si contano 7 assemblee in Israele, con circa 1000 membri, ebrei e non ebrei. Nel 1986 sono 3000, ma è soprattutto negli anni 1990 che questo movimento s’ingrandisce grazie all’arrivo di immigrati dall’ex URSS. Nel 1999 circa 5000 messianici si riuniscono in 69 assemblee e 12 gruppi familiari. A Gerusalemme nel 1986 c’era soltanto l’assemblea messianica fondata da Koffsmann, in via dei Profeti. Nel 2008 ce n’è una ventina, senza contare i gruppi familiari. Quante ce ne sono in Israele? E’ difficile dirlo, tanto sono fluttuanti queste assemblee che si dividono e si riuniscono fra di loro. Attualmente il numero degli ebrei messianici nel paese è valutato da 6000 a 10000.

Profilo delle assemblee

Le assemblee contano tra 20 e 250 membri. Ciascuna di esse è indipendente, ha il suo proprio profilo, la sua storia, la sua visione, i suoi pastori e la sua teologia. Tuttavia, anche se sono molto variate, hanno dei tratti comuni sia nella teologia che nella preghiera e nella pratica. Tutte mettono l’accento sulla seconda venuta del Messia. E in questo, cioè nella fervente attesa della redenzione, sono vicine a certe correnti dell’ebraismo. Tutte (o quasi) hanno adottato il candelabro ebraico, si riuniscono nel giorno di Shabbat, qualche volta il venerdì sera, all’ingresso dello Shabbat. Tutte celebrano le feste di pellegrinaggio, Pessach, Shavuot e Succot, feste in cui il Dio d’Israele interviene nella storia del suo popolo. Per loro Gesù è venuto a compiere queste feste: è a Pessach, festa dell’uscita dall’Egitto, che Gesù è morto e risuscitato; è a Shavuot, festa del dono della Torah, che lo Spirito Santo è disceso sugli apostoli; e per alcuni Succot è la festa della nascita di Gesù. Certe feste cristiane hanno dunque cambiato di data e altre non sono celebrate. Trovano anche il loro posto le altre feste del calendario ebraico: Purim, Hanukah, la festa dell’Indipendenza…
Tutte queste assemblee sono molto attente alla situazione politica del paese, e supplicano Dio che la sua volontà sia fatta. Le profezie, interpretate in modo letterale, danno il tono alla loro intercessione per il paese. I bambini maschi sono circoncisi e una cerimonia particolare è organizzata nel momento del loro Bar Mitzva, o al Muro del pianto o nel locale di culto. Ogni ragazzo deve sentirsi in tutto e per tutto ebreo e israeliano. Nella maggior parte delle assemble il culto si svolge in ebraico, spesso con traduzioni simultanee in russo, in inglese, qualche volta in tedesco e francese. Bisogna dire che nella maggior parte di queste assemblee i nuovi immigrati non padroneggiano a sufficienza l’ebraico, e spesso inoltre ci sono visitatori stranieri.
Per tutti la Sacra Scrittura comprende il Tanach (Antico Testamento) e il Nuovo Testamento, perché per loro la Bibbia è interamente ebraica e Parola di Dio. Celebrano la Santa Centa in generale una volta al mese. Il battesimo è proposto agli adulti che hanno creduto nel Messia. Lo praticano per immersione, come nella Chiesa primitiva. Non si trova mai la croce nei loro luoghi di culto, mentre si trova la menorah, la stella di Davide, qualche volta uno shofar, delle bandiere con versetti biblici in ebraico… e perfino la bandiera d’Israele. Lo svolgimento del culto è praticamente lo stesso: un’ora di lode, spesso la lettura di una parte del testo della sinagoga, il sermone di un’ora, preghiere e testimonianze. Lo Shmah, la benedizione dei Cohanim, e anche il Padre Nostro, trovano il loro posto. Le donne non predicano. Hanno invece un servizio per i bambini. Tutti i messianici mettono l’accento sull’importanza della testimonianza: «Noi l’abbiamo trovato!»

Differenze

Alcune assemblee, volendo identificarsi di più con l’ebraismo, tengono nel loro locale di culto il rotolo della Torah e spesso praticano una liturgia parallela a quella della sinagoga. Alcuni indossano la kippa e lo scialle delle preghiere. Il loro locale di culto però non si chiama «sinagoga» e i loro pastori non si fanno chiamare «rabbini», come negli Stati Uniti. I membri di queste assemblee praticano alcune leggi ebraiche: la kashrut, l’osservanza dello Shabbat…
Le assemblee carismatiche, che danno più importanza ai doni dello Spirito secondo gli Atti degli Apostoli, si ritrovano ogni tanto per avere momenti di lode e intercessione. Altri si oppongono a questo movimento. Questa frizione tra carismatici e non carismatici fa pensare alla differenza tra gli Hassidici e i “Mitnagdim” (oppositori).
Delle assemblee messianiche di lingua russa sono state create negli anni ’90 da ebrei provenienti dalla Russia che erano già evangelici o pentecostali nei loro paesi d’origine. Queste assemblee spesso conservano il loro stile evangelico. La metà dei loro membri attuali era già cristiana prima di venire in Israele. Ma si possono trovare anche molti ebrei provenienti dalla Russia nelle assemblee ebraiche.

Le assemblee etiopiche

Anche in questo caso, tra i nuovi immigrati dall’Etiopia si trovano molti che frequentavano già delle chiese evangeliche nel loro paese. Creano così delle congregazioni che permettono loro di continuare a pregare in amarico. I giovani però preferiscono unirsi a delle assemblee ebraiche. Alcune assemblee pregano in inglese.

I luoghi di culto

I culti si svolgono in appartamenti o sale private generalmente in affitto, raramente in una chiesa. Citiamo per esempio l’assemblea dell’«Agnello sul Monte Sion», che tiene le sue riunioni nella Chiesa anglicana di Christ Church a Gerusalemme. Alcune assemblee hanno comprato e costruito. Segnaliamo «il Padiglione», grande sala con 700 posti, comprata dall’assemblea King of King al centro della città di Gerusalemme, al pianterreno di un edificio di 14 piani. La medesima comunità possiede anche il quattordicesimo piano, luogo di preghiera dove si succedono gli intercessori d’Israele di tutte le nazioni.

Il cambiamento

Con la seconda e la terza generazione di messianici, questo movimento diventa sempre più israeliano. Si parla ebraico senza accento straniero, e questi giovani adulti si coinvolgono nella società. Li si ritrova nell’esercito, all’università e in tutti i settori professionali, anche se restano un’infima minoranza. Alcuni partecipano a delle associazioni israeliane di aiuto umanitario. Per lottare contro l’aborto, hanno fondato l’associazione «Pro Life» e si mobilitano per aiutare le donne in difficoltà. Questi giovani parlano molto semplicemente e liberamente della loro fede.

I pastori

I primi pastori di queste assemblee erano per la maggior parte dei nuovi immigrati dall’America, dalla Russia, dalla Francia o dall’Etiopia. Molti avevano ricevuto una formazione biblica in qualche scuola evangelica del loro paese. Negli anni ’80 sono state create alcune scuole bibliche in Israele.
Citiamo:
Beit Emmanuel Study a Giaffa fino all’89.
Il centro Caspari con il suo programma Telem che offre un corso di ebraico in un anno con frequenza mensile per preparare al ministero pastorale. Gli allievi arabi cristiani sono i benvenuti.
Il « Messianic Midrasha » creato nel 1993 da un pastore israeliano, con un insegnamento biblico, archeologico, di letteratura rabbinica e di teologia pratica.
I.C.B, (Israel College of the Bible), la sola istituzione accademica messianica con i suo tre luoghi: Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Offre corsi di ebraico, inglese e amarico.
Diverse assemblee organizzano regolarmente dei corsi di formazione per i loro membri. E’ certo che la formazione teologica e pratica dei quadri messianici israeliani non è che al suo inizio.
Alcuni nuovi pastori, avendo studiato il pensiero rabbinico e la lettura ebraica delle Scritture, desiderano aprire le loro assemblee a questo approccio ebraico alla Parola. Tutto si muove in questo movimento.
(continua nel prossimo numero)

Fonte: (Un écho d’Israèl, 13 marzo 2008 – trad. www.ilvangelo-israele.it)


Gli ebrei messianici (2a parte)

di Antoinette Brémond

Ogni assemblea messianica è autonoma e ha il suo proprio carattere. Tuttavia, nonostante le diversità, si può ugualmente parlare di «movimento messianico d’Israele». In alcune città, come Gerusalemme, Haifa, Tel Aviv in particolare, delle assemblee si ritrovano regolarmente diverse volte all’anno in occasione di una festa per lodare insieme, o, nel caso di una crisi politica, per intercedere. Inoltre, alcuni messianici di diverse congregazioni s’impegnano insieme in azioni sociali, nella musica o nella testimonianza.
Dal 1981 i pastori messianici hanno sentito il bisogno d’incontrarsi. Tre volte all’anno ha luogo una Conferenza Nazionale di pastori e anziani. Nonostante qualche tentativo, non ha potuto essere elaborata nessuna dichiarazione comune e non esiste un’autorità centrale che rappresenti questo movimento su scala nazionale. Dei convegni spirituali, organizzati regolarmente su scala regionale e nazionale, sembrano rispondere meglio ai bisogni dei leader. Dal 2003, che sia in Galilea o a Gerusalemme, sono invitati anche i pastori evangelici arabi. Anche i quadri delle assemblee russe e amariche, rimasti da parte per qualche anno a causa della lingua, si uniscono adesso ai convegni dei pastori di lingua ebraica. Dal 2001 viene organizzato due volte all’anno nel Negev un convegno nazionale di 3 o 4 giorni. 50-70 partecipanti si ritrovano insieme per ascoltare la Parola del Signore.
Nel 1997 i leader messianici israeliani hanno creato una loro propria rete informatica che permette di avere rapide relazioni e informazioni intercomunitarie.

La musica

Poiché la lode ha un posto di primaria importanza nelle assemblee, bisognava comporre o tradurre dei cantici. Nel 1957 fu pubblicato un innario, «Chir hadash» (Un canto nuovo) con 200 canti e inni, di cui la maggior parte costituita da cantici evangelici, spesso molto belli, tradotti in ebraico. Nel 1976 è stato pubblicato un altro libro con 400 inni, tra cui dei Negro spirituals, dei canti di rinnovamento carismatico e altri delle assemblee messianiche d’America. Naturalmente tutto tradotto in ebraico. Ma ben presto sono apparsi dei cantici composti in ebraico, più popolari e semplici: qualche versetto biblico ripetuto. Erano più facili da cantare per i nuovi immigrati. Poi ha fatto il suo ingresso la chitarra. Dal 1979 i compositori messianici israeliani organizzano un congresso di musicisti messianici che permette loro di farsi sentire. I canti migliori sono raccolti e pubblicati in forma di libretti. Nel 1997 è stato pubblicato un libro di cantici messianici, costituiti in maggior parte da parole tratte dalla Bibbia. Alcuni canti riprendono delle preghiere ebraiche del sidur (libro di preghiere)
Attualmente ci sono giovani compositori che spesso preferiscono scrivere parole di testa loro che esprimono la loro fede, la loro gioia, il loro amore per Yeshua. La musica molto ritmata spesso però rimane povera. «Arriveremo un giorno, noi israeliani, a scrivere degli inni, delle sinfonie, degli oratori, delle opere che tengano la ribalta?» si chiede David Loden, uno dei primi musicisti messianici d’Israele. Da tre anni, accompagnata da batteria, chitarre elettriche e da un pianoforte, una corale messianica composta da giovani e da qualche anziano, tutti israeliani, si esibisce a Gerusalemme. La sala è colma, e l’entusiasmo molto israeliano incoraggia questi giovani artisti.

L’opposizione

Dal punto di vista giuridico le assemblee messianiche sono delle associazioni dichiarate (amouta). In generale la loro presenza è accettata. Tuttavia l’opposizione esiste.
Da certe autorità ebraiche i messianici sono accusati di essere missionari. Un documento sottoscritto dai leader di quattro denominazioni ebraiche (conservatori, ortodossi, liberali e riformati) rimprovera loro di essere «in conflitto radicale con gli interessi comunitari e il destino del popolo ebraico», e di esibire un «ebraismo che non è tale», cosa che spinge loro a «cercare di convertire i loro ex correligionari».
Nel 1977 è stata votata una legge per frenare questo movimento. Divieto di evangelizzare i minorenni e di proporre un aiuto materiale allo scopo di indurre alla conversione. Il resto è legale.
Nel 1997 e nel 1998 due nuove leggi anti-missionarie più incisive sono state presentate alla Knesset, ma non hanno avuto seguito. Bisogna dire che molto di quello che si racconta e si ripete su questi «missionari» spesso appartiene più al mito e al pregiudizio, e oggi è senza fondamento, salvo che per qualche rara eccezione.
L’organizzazione Yad Leahim (la mano tesa ai fratelli), che riceve sussidi dal governo per la sua attività caritativa, ha un dipartimento anti-missionario molto organizzato ed efficace. Suoi obiettivi: scoprire i messianici, minacciarli e attirare su di loro l’odio dei vicini, dei padroni, dei proprietari e addirittura dei direttori scolastici. In certi casi estremi i ragazzi «scovati» devono lasciare l’edificio scolastico in cui i genitori li avevano iscritti, e degli adulti perdono il lavoro semplicemente a causa della loro fede. Dopo la nascita del movimento messianico, diversi sono stati minacciati, soprattutto dei pastori, e del materiale è stato rovinato. Sono stati appesi graffiti o poster con la foto del «messianico» del quartiere con la scritta «Pericolo». Alcune sale di culto sono state incendiate. Ma questo resta un eccezione. Citiamo in particolare la comunità di Arad, tartassata in questi ultimi anni dal gruppo ortodosso degli Hassidim de Gour, e i suoi membri insultati pubblicamente. Questo «odio profondo» che si manifesta in certi strati della popolazione non ha nulla di sorprendente, tanto è latente la paura di vedersi «rapiti» dei fratelli. Non si può pensare che questa paura si sia radicata in una lunga storia di persecuzione e di conversioni forzate?
Un messianico, molto discreto, che era stato obbligato a traslocare con la sua famiglia, mi diceva: «Tuttavia, non ho fatto niente di male. Non ho niente da nascondere. Ho semplicemente incontrato il Messia d’Israele». Si pensa a quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Luca 21: 17).
Qualche esempio recente:
In aprile il tribunale locale di Gerusalemme aveva accordato ad un’associazione messianica il diritto di restaurare l’interno di una casa che le apparteneva da 20 anni e che serviva come luogo di riunione e di attività caritative in collaborazione con alcuni abitanti del quartiere. Ma il Consiglio del quartiere Rehavia di Gerusalemme, mobilizzato da un’associazione anti-messianica e sostenuto dal Partito nazionale religioso, ha preso paura. Temendo l’influenza che avrebbero potuto avere questi messianici sul vicinato, sui ragazzi in particolare, ha fatto firmare una petizione indirizzata alla Corte Suprema per poter arrestare i lavori in corso [ved. articolo seguente].
L’atmosfera anti-messianica è culminata in un attentato terroristico a Ariel, il 20 marzo scorso, contro un pastore e la sua famiglia, che per poco costava la vita al più giovane dei figli, di 16 anni, gravemente ferito. L’inchiesta non avanza, nonostante la videocamera installata davanti alla casa a causa delle minacce. Insabbiare questo affare sarebbe grave, perché aprirebbe la porta ad altri attentati.
Alcuni rabbini hanno tentato di boicottare il concorso intenazionale della Bibbia che ha luogo ogni anno il giorno dell’Indipendenza. In effetti, Yad Lehim aveva scoperto che uno dei candidati selezionati da un concorso preliminare era un’ebrea messianica di 17 anni. Per questi rabbini, sostenuti dai due Grandi Rabbini d’Israele, lei non era ebrea e quindi non poteva rappresentare Israele in questo concorso. Ma il Ministero dell’Educazione ha dichiarato che dal punto di vista giuridico lei è ebrea. Il concorso dunque si è svolto con tutti i candidati selezionati. Una giovane israeliana di 15 anni ha vinto il concorso [ved. Notizie su Israele 429].
Tuttavia, se nel 1986 la mia professoressa di ulpan [scuola di ebraico] diceva: «Gli ebrei messianici, questa cosa non deve esistere», il clima attuale è diverso. In particolare, la popolazione laica è più aperta alla diversità delle fedi. Nella stampa e alla televisione spesso si parla favorevolmente di questi messianici, presentandoli come leali cittadini.

Jerusalem Institute of Justice (J.I.J)

Un giovane avvocato messianico ha creato e dirige questo Istituto il cui nome è sufficiente per dire i suoi scopi. Appellandosi alla Corte Suprema d’Israele, questo Istituto vuole permettere, tra l’altro, ad ogni ebreo di trovare il suo posto in Israele indipendentemente dalla sua fede.
Due anni mezzo fa, dodici ebrei messianici ai quali il Ministero dell’Interno rifiutava il diritto di cittadinanza in base alla Legge del Ritorno, avevano chiesto l’aiuto giuridico all’ufficio di avvocati collegato con J.I.J.
Nell’aprile del 2008 questo Istituto ha ottenuto un successo: la Corte Suprema ha promulgato una sentenza stabilente che, secondo la legge, «essere ebreo messianico non impedisce di essere cittadino israeliano secondo la Legge del Ritorno». Una decisione molto attesa [ved. Notizie su Israele 422, 427].
J.I.J. lotta per permettere alla comunità ebrea messianica di essere riconosciuta semplicemente come uno dei tanti movimenti del mondo ebraico. Questo Istituto conduce anche altre battaglie, contro la povertà per esempio.

Il moshav Yad Hashemona

Nel 1974 Seppo Raulu, finlandese, ottiene da Golda Meir il permesso di fondare un moshav su una delle colline attigue a Abu Gosh. Con alcuni finlandesi costruisce un memoriale per onorare la memoria di 8 ebrei austriaci rifugiati in Finlandia e espulsi verso Auschwitz. E’ Yad Hashemona (memoriale per gli otto). Questi finlandesi protestanti, venuti per aiutare Israele, vi creano un’impresa di falegnameria. I mobili e le infrastrutture comuni sono in puro stile finlandese.
Nel 1989 tre ebrei messianici si uniscono a questi finlandesi. A poco a poco degli ebrei messianici sostituiscono i pionieri finlandesi. Nel 2008, su 15 membri fondatori, solo 4 sono finlandesi. Questo villaggio messianico si compone attualmente di 15 famiglie e di 8 celibi: 38 membri e una quarantina di ragazzi. Tutti hanno la nazionalità israeliana, acquisita qualche volta attraverso matrimoni. Una ventina di volontari internazionali condividono la loro vita e il loro lavoro.
Negli ultimi anni questo moshav si è trasformato in un centro turistico, con una casa per ospiti, sale per conferenze e ristorante strettamente kasher che permette cerimonie religiose, matrimoni, bar-mitzva, anniversari… di tutte le tendenze.
Nel 2000 il moshav ha inaugurato il suo «villaggio biblico», che permette di scoprire le condizioni di vita e di lavoro dell’epoca biblica. Una folla di visitatori israeliani viene a visitarlo, e spesso consumano lì un pasto. Alcuni temono l’influenza di questi messianici. Ma per Yad Hashemona la visita di questo museo biblico non ha niente a che vedere con velleità missionarie. Il moshav dice di aspirare a una coabitazione armoniosa e di voler trovare il suo posto nella società israeliana. Su questo punto, sembra che la sua integrazione sia perfettamente riuscita.

Conclusione

Questo movimento è diventato un ponte tra gli ebrei e i cristiani, come desideravano i suoi precursori? E’ tempo che noi cristiani stiamo attenti a questa realtà nuova – ma a rifletterci bene piuttosto antica – dell’esistenza di ebrei che hanno incontrato il Risorto, Gesù Messia d’Israele, senza con questo perdere la loro ebraicità. E che possano contare sulla nostra solidarietà e la nostra preghiera.

Fonte: (Un écho d’Israèl, 15 maggio 2008 – trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele: Lo Yad Vashem spiega l’Olocausto al mondo su YouTube

Al via due canali con documentari in inglese e arabo

Roma, 1 mag. (Apcom) – Lo Yad Vashem, istituzione leader nella documentazione e ricerca sull’Olocausto, ha lanciato due canali esclusivi su YouTube in concomitanza con il Giorno della Shoah, che si celebra oggi in Israele. L’iniziativa, scrive lo Yedioth Ahronoth, ha lo scopo di “presentare al pubblico anglofono e arabofono dei materiali con cui altrimenti potrebbero non entrare mai in contatto”.

I canali ospitano cortometraggi da 2-10 minuti, con testimonianze e storie personali delle vittime e dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, oltre ad alcuni interventi e immagini dei leader mondiali che hanno fatto visita negli anni al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme.

L’organizzazione ha già annunciato che intende caricare nuovi filmati nella piazza virtuale del ‘video sharing’ più frequentata al mondo, e che presto partiranno altri canali, in ebraico e diverse altre lingue. YouTube è solo una delle tappe della campagna di comunicazione sul Web che lo Yad Vashem ha portato avanti negli ultimi mesi, con siti in ebraico, inglese, russo e persiano. Da gennaio è partita anche la versione in arabo.

“Vogliamo offrire un’alternativa alla maggioranza moderata di questi paesi e fornire loro informazioni attendibili sull’Olocausto” spiega uno dei dirigenti dello Yad Vashem, Avner Shalev.

Fonte: Alice Notizie/Apcom

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Accadde oggi: 1 maggio

1873 – morì David Livingstone esploratore missionario inglese. Si laureò in medicina e in teologia a Glasgow e nel 1838 entrò nella Società Missionaria di Londra. Nel dicembre del 1840 fu destinato alle missioni africane, al territorio della tribù bantu dei Bechuana, nel Botswana, dove arrivò nel luglio del 1841. Nel 1844 si sposò con Mary Moffat, figlia di un altro missionario, che rimase con lui in Africa per alcuni anni, per poi ritornare in Inghilterra con i loro figli. Nel periodo 1852-56, esplorò l’entroterra africano, scoprendo le cascate Vittoria, cui diede il nome dell’allora Regina d’Inghilterra. Livingstone fu uno dei primi europei a fare un viaggio transcontinentale attraverso l’Africa. A capo di una spedizione esplorò la zona del fiume Zambesi, per impiantare missioni e missionari in Africa centrale e orientale. Nel marzo 1866, Livingstone tornò in Africa, a Zanzibar, si ammalò e per sei anni perse completamente il contatto con il mondo esterno. Stanley, un esploratore mandato alla sua ricerca nel 1869, lo trovò nella città di Ujiji, sulle sponde del lago Tanganica nel 1871. Questo episodio è rimasto famoso per le parole con le quali si dice che Stanley abbia salutato Livingstone: “Il Dottor Livingstone, suppongo”. Nel 1873 morì in Zambia di malaria e per una emorragia interna dovuta a una occlusione intestinale. Il suo corpo, portato per oltre mille miglia dai suoi leali assistenti Chuma e Susi, ritornò in Inghilterra per essere sepolto nell’Abbazia di Westminster. Autore: Donato Trovarelli di Pescara, Evangelitalia Condividi

Archeologia: Gerusalemme, la guerra degli scavi

A Silwan, l’antica città di Davide chiamata Siloe, è venuto alla luce un tunnel che sembra essere quello da cui fuggirono gli ebrei al tempo della rivolta contro i romani. Ma l’area è abitata dalla popolazione araba

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L’opera dei coloni israeliani per liberare l’antico condotto ha prodotto crepe nelle case e nelle strade suscitando le proteste degli abitanti. Secondo alcuni lo scavo sarebbe un modo per avanzare rivendicazioni su quella terra. E l’Alta Corte di Tev Aviv ha dato lo stop ai lavori

DA GERUSALEMME GIORGIO BERNARDELLI C’è il conflitto su Gerusalemme che leggiamo tutti i giorni sulle pagine dei giornali. Quello delle intifade, degli scontri verbali tra i leader o dei piani di pace sulle cartine. Ma ce n’é anche un altro che – per definizione – corre sotto traccia. E in queste settimane sta conoscendo una nuova incandescente battaglia. Perché – in una città così carica di storia – anche sulla scelta di quale passato riportare alla luce si combatte ormai da anni a Gerusalemme. È il fronte degli archeologi militanti. Uno dei meno seguiti del conflitto israelo-palestinese. Ma non per questo un fronte marginale, come dimostrarono tragicamente nel 1996 i morti seguiti all’apertura del tunnel archeologico all’interno della Città Vecchia. Oggi il motivo del contendere è il quartiere arabo di Silwan, a Gerusalemme Est, poche centinaia di metri a sud rispetto al Muro del Pianto e alla moschea di al-Aqsa. Silwan che è poi l’antica Siloe, di cui parla la Bibbia. Ma è soprattutto la zona in cui – secondo gli archeologi – sorgeva l’antica Città di Davide, cioè il nucleo più antico della Gerusalemme ebraica, dove intorno al 1000 avanti Cristo il grande condottiero trasferì la capitale da Hebron. Il problema è che – dopo essere stata Siloe – dal XVI secolo questa zona di Gerusalemme è diventata appunto Silwan. E da quattrocento anni, ormai, ci abitano degli arabi (oggi alcune migliaia). Pri­ma di Davide – invece – era stata la gebusea Shalem, che gli ebrei espugnarono. Dunque – a seconda dello strato da cui la si guarda – la sua fi- sionomia cambia di parecchio. La riscoperta della Città di Davide risale al 1867, quando l’esploratore britannico Charles Warren scoprì un antico canale che collegava la Città Vecchia alla sorgente di Ghion. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX il barone Edmond de Rotschild, intuendo il valore archeologico dell’area, iniziò ad acquistare terreni nella zona. Ma quando alla fine della guerra del 1948 questa parte di Gerusalemme rimase nelle mani dei giordani, quei terreni andarono persi. E Silwan ricominciò a crescere. Poi venne la Guerra dei sei giorni nel 1967, Gerusalemme passò interamente sotto il controllo israeliano e per gli archeologi ebrei si concretizzò il sogno di poter tornare a scavare nelle zone più cariche di storia della Città Santa. Ma a quel punto iniziò la guerra dei setacci. Perché in una città come Gerusalemme – dove antichi resti ebraici, bizantini e arabi si trovano spesso uno sopra l’altro – scegliere che cosa è più importante salvaguardare è un’operazione molto delicata. A complicare ulteriormente la situazione c’è il fatto che l’archeologia è una disciplina costosa. E quindi – ovunque – capita sempre più spesso che le autorità pubbliche affidino gli scavi a fondazioni private. Il problema è che in un contesto come quello israeliano i più disposti a finanziare imprese di questo tipo sono i movimenti legati alla destra religiosa. Così è accaduto che la gestione del sito archeologico della Città di Davide sia stato affidato a Elad, un’asso­ciazione legata ai coloni. La stessa che – contemporaneamente – insedia famiglie ebree nel mezzo del quartiere arabo, perché Silwan deve tornare a essere Siloe. Del resto basta dare un’occhiata al sito internet www.cityofdavid.org.il per scoprire che nella ricostruzione della storia di quest’area archeologica si passa tranquillamente dal 70 dopo Cristo – l’anno della di­struzione del Tempio – al XIX secolo: dell’esistenza di Silwan non si fa neppure cenno. Intanto gli scavi vanno avanti. E l’anno scorso è arrivata un’altra importante scoperta: quella di un tunnel risalente all’età erodiana. È bastato sollevare le pietre che lastricavano una strada romana per portare alla luce un condotto largo circa un metro e alto tre che nell’antica Gerusalemme doveva servire per il drenaggio delle acque piovane (preziosissime in una regione arida come il Medio Oriente). Secondo gli studiosi questo sarebbe inoltre il passaggio nascosto attraverso cui – come racconta lo storico Giuseppe Flavio – nel 70 d.C. gli ebrei fuggirono da Gerusalemme al tempo della rivolta contro i romani conclusasi con la distruzione del tempio. Questa importante scoperta archeologica risale all’estate scorsa. Da allora, però, gli scavi devono essere ulteriormente andati avanti. E questa volta sotto le case degli abitanti di Silwan, dal momento che in febbraio gli arabi hanno cominciato a scoprire alcune crepe sospette nei loro appartamenti e in alcune strade. Ne è nata una protesta che ha visto schie­rarsi dalla loro parte anche l’associazione ebraica Rabbis for Human Rights e alcuni archeologi israeliani che non condividono i metodi di Elad. Da qualche settimana hanno anche loro un sito internet (www.alt-arch.org) attraverso il quale organizzano tour alternativi «da Siloe a Silwan». «Non neghiamo l’importanza archeologica della Città di Davide e del tunnel erodiano – ha spiegato al ‘Jerusalem Post’, l’archeologo Yonhatan Mizrachi, uno dei promotori dell’iniziativa -. Ma l’archeologia non può essere un’arma politica attraverso cui rivendicare che una terra ap­partiene all’uno e non all’altro. Elad sta gestendo questo sito parlando solo del periodo ebraico. Invece qui abbiamo 20 o 30 strati diversi di storia, che coprono un arco di tempo che va dal 5000 avanti Cristo fino a oggi». Che un problema esista realmente lo conferma il fatto che l’Alta Corte di giustizia israeliana – nei giorni scorsi – ha imposto cautelativamente lo stop agli scavi, in attesa di esaminare il ricorso presentato dagli abitanti di Silwan. Va ricordato – però – che la guerra degli archeologi ha conosciuto anche capitoli di segno opposto: negli anni Novanta furono infatti gli arabi a compiere scempi gravissimi nei lavori di realizzazione della moschea sotterranea nelle Stalle di Salomone, sotto la Spianata delle Moschee. Tonnellate di detriti del monte – che se esaminati con cura avrebbero portato alla luce detriti dell’età del Tempio – furono gettati con i camion in discarica. Quella volta negando così l’esistenza di un’altra storia altrettanto importante in quel luogo a Gerusalemme. Conosce corsi e ricorsi la guerra degli archeologi a Gerusalemme. E conferma come qualsiasi soluzione politica per il futuro della Città Santa abbia bisogno di autorità capaci di salvaguardare davvero quel posto unico che questo luogo ricopre nella storia di tutta l’umanità.

Fonte: Avvenire – 16.04.2008

Israele: A Tiberiade un nuovo parco per mostrare l’antica città

A Tiberiade gli scavi archeologici fanno riaffiorare la città antica. L’area interessata farà parte di un nuovo parco archeologico che comprenderà un bagno pubblico romano, spesso menzionato nella letteratura rabbinica, e il muro di cinta della città bizantina. I progettisti confidano di completare i lavori entro questa estate.

Il parco permetterà di rivalutare i siti archeologici preesistenti e di presentare ai visitatori la storia di Tiberiade, città fondata nel primo secolo da Erode Antipa, un figlio di Erode il Grande.

Dopo la recente guerra del Libano, il Primo Ministro Ehud Olmert ha destinato 22 milioni di shekel del bilancio del programma governativo degli aiuti per il nord del paese al finanziamento del parco.

Al parco si accederà attraverso una porta d’epoca romana munita di torri, rimasta intatta nonostante i suoi 2000 anni e venuta alla luce solo 20 anni fa in seguito ad una frana.

La porta, sul versante meridionale del parco, condurrà al cardo romano, una delle principali strade pavimentate, dove i visitatori potranno ammirare da vicino colonne, capitelli e impianti per la trasformazione dei prodotti agricoli che sono venuti alla luce negli anni passati.

Il bagno romano, scavato nel 1955-6, è stato in funzione per circa 700 anni fino al periodo fatimita (X-XI sec.). Le mura della città sono riconducibili ai secoli VI e VII.

Nel perimetro del sito è compresa anche una basilica civica bizantina di circa 1400 metri quadrati, che comprende anche resti di edifici del periodo romano probabilmente appartenenti al palazzo di Erode Antipa.

Il parco sarà completato entro la prossima estate, ma i progettisti hanno già espresso l’intenzione di volerne estendere la superficie in modo da includere diversi luoghi storici vicini, come l’edificio di un’antica scuola attribuita a Rabbi Yochanan e un teatro romano, che sarà scavato prossimamente, adatto, secondo i promotori del progetto, ad essere utilizzato per l’allestimento di spettacoli.

Adattamento : R.P.

Fonte: SBF Taccuino / Jerusalem Post (2 aprile 2008)

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