ERITREA: Altri 34 cristiani incarcerati

Ancora una volta la Polizia Eritrea ha maltrattato dei cristiani la settimana scorsa, arrestando 34 evangelici riuniti in preghiera in una casa privata a Keren. L’irruzione della polizia avvenuta mercoledì 28 maggio ha avuto come bersaglio i membri della Chiesa Berhane Hiwet (Luce di Vita) a Keren, la terza città più grande dell’Eritrea, situata 200 km a nordest della capitale di Asmara.
I 24 uomini e 10 donne presenti sono stati portati in prigione, mentre i bambini sono stati lasciati a se stessi. L’irruzione di Keren è la seconda serie di arresti avvenuti le scorse settimane in Eritrea, dove il regime oppressivo dal 2002 ha dichiarato illegali tutte le chiese protestanti evangeliche indipendenti, chiudendo i loro edifici e proibendo riunioni in case private. I credenti incarcerati in questo tipo di operazioni, accusati di disobbedire alle restrizioni generali imposte, vengono arrestati e torturati per settimane, mesi o addirittura anni. Non viene mai permesso loro di usufruire di avvocati difensori né di avere regolari processi.

Fonte: Porte Aperte Italia

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SERBIA: crescente preoccupazione per gli evangelici

Gli evangelici in Serbia manifestano una crescente preoccupazione per la difficile condizione in cui versa il Paese. Tuttavia nutrono la viva speranza che, come cristiani, possano dare un fattivo contributo al superamento di ogni difficoltà e divisione in una regione spesso teatro di conflitti etnici. La storia recente della Serbia ha influenzato negativamente l’opera evangelica nel Paese e negli anni ’90 molti missionari hanno dovuto lasciarlo. Il bisogno è grande, basti pensare che la sola capitale, Belgrado, è una metropoli che conta ben tre milioni di abitanti ma soltanto otto piccole comunità evangeliche. Al momento, in Serbia ci sono circa diecimila credenti evangelici, pari allo 0,1% della popolazione.

Fonte: Cristiani Oggi, 16-30 Aprile 2008, pag. 3

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Autorità indonesiane demoliscono tre luoghi di culto a Bekasi

Contravvenendo agli impegni presi con i leader religiosi, funzionari indonesiani distruggono tre chiese protestanti, che già dal 2005 erano state costrette a sospendere le funzioni domenicali. La comunità denuncia: “contro di noi atto discriminatorio”.

Jakarta – Le autorità indonesiane non hanno rispettato gli accordi per garantire la libertà di culto a tre chiese protestanti e hanno demolito gli edifici dove la comunità pregava. L’episodio è avvenuto il 14 giugno nella reggenza di Bekasi, provincia di West Java, da anni teatro di violenze e soprusi dei fondamentalisti islamici contro le cosiddette chiese domestiche. Questa volta, però, ad “attaccare” i cristiani sono state le stesse autorità pubbliche.

Theo Billa, un attivista cattolico in contatto con i pastori delle chiese nel mirino, racconta ad AsiaNews la preoccupante vicenda. Da ottobre 2005 le tre chiese (a Kelurahan Jatimulya, Kecamatan Tambun Selatan e Kabupaten Bekasi) non sono più utilizzate per le funzioni della domenica, sulla base di un patto siglato con l’amministrazione locale. L’accordo prevedeva che in cambio della sospensione delle funzioni e in attesa dei permessi per edificare regolari luoghi di culto, le autorità dovevano fornire alle tre chiese almeno una “sala di preghiera” e si impegnavano a non distruggere le chiese domestiche utilizzate fino ad allora.
Ma le promesse non sono state mantenute. I pastori protestanti denunciano che per le stanze di preghiera dovevano pagare all’amministrazione locale un affitto troppo alto. Per questo sono stati costretti a svolgere le loro attività in privato, in chiese domestiche, senza un permesso ufficiale.

Il fenomeno è diffuso e molto serio. Nonostante il varo nel 2006 della revisione del Decreto ministeriale del 1969, che regola la costruzione di luoghi di culto, in Indonesia è ancora molto difficile ottenere i permessi ad edificare chiese; così numerose comunità religiose praticano la propria fede nell’illegalità. Ottima giustificazione, tra l’altro, per violenze e attacchi operati contro le chiese domestiche dagli squadroni dei fondamentalisti islamici.

Dopo il preavviso della demolizione, le tre chiese di Bekasi con i loro legali si sono rivolte alle autorità competenti per chiederne la sospensione. Ma i loro appelli non sono serviti. Ora, da quasi due settimane, i leader cristiani della zona organizzano momenti di preghiera e proteste per denunciare quello che definiscono un “atto discriminatorio”.

Fonte: AsiaNews – riprodotto con autorizzazione

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Sri Lanka, proteste anti-cristiane in una cittadina del sud

A Middeniya è in atto da giorni una campagna contro la presenza di una nuova chiesa protestante. Aggressioni e minacce culminano con una manifestazione di 7mila persone animata dai gruppi e partiti di buddisti radicali.

Colombo – Una vasta campagna di proteste anti-cristiana è in corso nella cittadina di Middeniya – distretto di Hambanthota – nel sud dello Sri Lanka. A promuoverla sono leader buddisti radicali, infastiditi dalle attività dell’Assemblea di Dio (Aog), gruppo protestante arrivato di recente nella zona. Il 22 giugno scorso circa 7mila persone sono scese in piazza con cartelli come “I buddisti sono in pericolo”, “Salviamo Middeniya dai fondamentalisti!”.

La dimostrazione è arrivata dopo alcuni giorni di minacce e aggressioni contro i cristiani del posto. Per tutta la settimana scorsa manifesti per strada e negli autobus chiedevano alla gente di raccogliersi domenica per protestare. Il 12 giugno il tempio buddista di Middeniya aveva lanciato una petizione contro la presenza della chiesa dell’Assemblea di Dio.

La campagna anti-cristiana è sostenuta da due partiti politici estremisti, nella coalizione al governo: il Jathika Hela Urumaya (National Heritage Party, Jhu), composto da monaci buddisti favorevoli a leggi anti-conversione; ed Janatha Vimukthi Peramuna (People’s Liberation Front, Jvp), di matrice marxista.

Beddegama Samitha Thero, monaco buddista della zona, racconta ad AsiaNews che “un pastore della Ago è arrivato da poco nel villaggio, dove ha affittato una casa e iniziato a svolgere incontri di preghiera a cui partecipavano anche alcuni buddisti. Dopo ogni incontro l’uomo distribuiva razioni alimentari ai partecipanti, che così aumentavano di giorno in giorno”. Probabilmente è stato questo ad irritare i leader buddisti locali. “Non vi è, però, motivo di protestare in questo modo – denuncia il monaco – ognuno è libero di seguire e scegliere la propria religione. In un momento di così gravi tensioni etniche interne al nostro Paese, questi buddisti gettano solo benzina sul fuoco e creano ulteriori problemi”.

La National Christian Evangelical Alliance of Sri Lanka denuncia che ora il pastore della Ago, sua moglie e i loro tre figli vivono come murati vivi in casa, per paura di attacchi.

Fonte: AsiaNews – riprodotto con autorizzazione

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