Testimonianze cristiane in formato ePub

Ecco il secondo gruppo di libri trasformati in formato ePub pronti per essere letti su iPad, iPhone, iPod touch, iRiver, Nook, e molti altri lettori di documenti ePub.

Si tratta di una straordinaria raccolta di testimonianze cristiane che vi invito a leggere e che certamente contribuirà alla vostra edificazione spirituale.

La lista completa dei libri digitali disponibili in formato ePub è alla seguente pagina.

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Mateus Moraes: “Ho dimenticato di pregare per i miei compagni”

Mateus Moraes all'esterno del locale di culto della Chiesa Evangelica

Mateus Moraes, 13 anni, scampato al massacro della scuola di Realengo, è andato al culto Domenica, dopo mesi di assenza dalla comunità, per ringraziare Dio per essere sopravvissuto.

La tragedia nella scuola del quartiere è stata il tema principale della riunione.

Tre giorni dopo l’attacco, il ragazzo ancora mostrava segni di shock per ciò che ha visto.

“Penso che vedrò l’immagine dei miei amici nello specchio… È così strano”, ha detto dopo il culto.

Da Giovedì, il bambino ha trascorso la maggior parte del tempo a casa, “scontroso”, secondo sua madre, Maria de Fátima Moraes. Il locale di culto è stato uno dei primi luoghi in cui Mateus è stato.

Mateus si lamenta del fatto che al momento dell’attacco era tanto nervoso che non ha pregato per i suoi amici. Sei bambini sono morti nella sua classe – Luiza Paula, Bianca, Rafael Pereira, Igor Moraes, Ana Carolina e Milena.

“Ho dimenticato di pregare per i miei compagni. Non mi sono ricordato nel momento della disperazione. Pensavo solo a salvarmi e chiedere a Dio di tirarmi fuori da quella situazione. Ero molto nervoso, piangevo, le mie gambe tremavano molto, andando da una parte all’altra. È stato un miracolo essere sopravvissuto”, ha detto.

Per Maria de Fátima Moraes Coelho, la madre del bambino, solo la fede spiega il fatto che Mateus non è stato colpito. “È stata la cosa più stupefacente al mondo. Il ragazzo diceva: ‘Togliti di mezzo’, e sparava agli altri, come se Mateus fosse un’ombra, una figura che gli impedisse di sparare agli altri”, ha detto Fátima.

via ig.com.br (c’è un video in cui vengono intervistati Mateus e sua madre)

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Brasile, strage a scuola: “Ho visto almeno sette amici morire. Non so come non sono morto”

Testimonianza di Mateus Moraes (foto), 13 anni, risparmiato dall’assassino.

Ho avuto degli incubi nella vita, ma nessuno è paragonabile a quello che ho visto oggi. La lezione di portoghese stava iniziando quando abbiamo sentito uno sparo all’interno della scuola.

In quel momento, tutti erano in preda al panico. L’insegnante ha lasciato la stanza per vedere cosa stesse succedendo e io non capivo niente.

Sentivamo il suono degli spari sempre più forte. C’è stato un fuggi fuggi. Tutti gridavano e cercavano di nascondersi sotto i tavoli.

Poco dopo, un ragazzo con la camicia verde e pantaloni neri con una pistola in ogni mano è entrato nella stanza. Non ho avuto molta reazione. L’unica cosa che ho fatto è stata quella di alzarmi dalla mia sedia, che sta in prima fila nella sala.

Lui stava in piedi a mezzo metro di distanza dal mio tavolo e ha iniziato a sparare. È stato un vigliacco. Andava vicino ai miei amici che erano sul pavimento, aspettava un po’ e gli sparava in testa, al torace.

Ho visto almeno sette amici morire. Non so come non sono morto. Sono stato in piedi tutto il tempo e pregavo. Ogni volta che smetteva di sparare per ricaricare le armi, urlava che non mi avrebbe ucciso. Il ragazzo urlava: “Stai calmo, grassottello. Ho detto che non ti ammazzo”. Lui parlava così, caricava la pistola e andava dagli altri.

A un certo punto ha lasciato la stanza e ha continuato a sparare all’esterno.

Pochi minuti dopo, il rumore è finito. Ho visto diversi compagni feriti, altri morti, tanto sangue sulle pareti della stanza. Non sapevo cosa fare né come fossi vivo. È stato Dio che mi ha aiutato.

Poco dopo, un ufficiale di polizia ha gridato. Gridava affinché gli studenti che erano in vita lasciassero la scuola.

Sono uscito correndo. Così ho finito per tornare a casa. Ho lasciato il materiale indietro. Ho pianto tutto il giorno, ma ora sono tranquillo.
Non avrò più coraggio di studiare in quella scuola. I ricordi sono molto forti.

via paulopes.com.br

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Tre potenti opere di Dio nella vita di Rosario Micca

via Chi ha orecchi da udire oda by butindaro on 11/2/10

 

Il primo Novembre 2010 ho intervistato il fratello Rosario Micca, che risiede a Menfi (Agrigento) per farmi raccontare di nuovo due edificanti testimonianze che concernono la sua vita personale, testimonianze di fatti accadutigli quando egli era ancora un ragazzetto e che lui mi aveva raccontato giorni prima e, e questo al fine di pubblicarle e farle conoscere alla fratellanza e affinchè rimangano per le generazioni a venire. Nel corso dell’intervista poi egli ha aggiunto un altra testimonianza che ancora non mi aveva raccontato.
Ho fiducia nel Signore che queste testimonianze, che testimoniano della grandezza e della fedeltà di Dio, saranno di edificazione e di incoraggiamento a quanti le ascolteranno. Giacinto Butindaro

India, Orissa: “Per non essere uccisi, siamo stati giorni nella foresta senza cibo”

Una vittima racconta le violenze dello scorso giugno nell’Orissa. Suo padre, il pastore cristiano Biswanath Digal, è stato ucciso a bastonate.

New Delhi – “Durante l’ultima ondata di violenza anticristiana, i fanatici indù hanno prima distrutto la chiesa del nostro villaggio, poi hanno bruciato completamente le case dei cristiani e distrutto col fuoco qualsiasi cosa ci fosse dentro. Quindi hanno iniziato a cercare noi cristiani per ucciderci. Per salvarci siamo dovuti fuggire nella foresta e fino alle colline e restare nascosti”. Lazara Digal, unico figlio del pastore cristiano Biswanath Digal del villaggio Ladapadar (nel distretto Kandhamal in Orissa), trucidato in quei giorni, ricorda l’orrore delle ultime violenze anticristiane e punta il dito contro le autorità assenti.

95 cristiani vittime di persecuzioni hanno partecipato al 5° Incontro sulla persecuzione nazionale, a Bangalore il 4 e 5 marzo, organizzato dal Consiglio globale degli indiani cristiani (Gcic) con l’intervento di oltre 250 gruppi cristiani e non. Una speciale menzione è stata resa a Kaunri Digal, vedova del pastore ucciso.

“Siamo rimasti nascosti per 10 giorni –prosegue Lazara Digal- senza cibo e sotto una pioggia battente. C’erano circa 20 famiglie, potevano solo piangere e pregare Dio. Dopo 10 giorni abbiamo saputo che erano arrivate le forze dell’ordine. Allora siamo tornati. La polizia ci ha assicurato che ci avrebbe protetti, se tornavamo al villaggio. Nelle case, nel villaggio non era rimasto nulla, nemmeno riso a sufficienza per sfamarci, nemmeno era possibile riprendere il normale lavoro. Così in molti abbiamo deciso di andare a Bhunaneswar o a Cuttack, per trovare lavoro e guadagnare di che vivere. Ma i nostri genitori sono rimasti al villaggio”.

“Il 4 giugno 2009 mio padre, il pastore Biswanath Digal, insieme al cristiano Prasantha Digal, sono andati in motociclo a Phulbani, circa 14 chilometri da Ladapadar. Dopo avere fatto il loro lavoro e qualche compera, alle 7 di sera stavano tornando a casa. Ma alcuni estremisti indù li avevano notati e un gruppo tra 40 e 50 li aspettava, armati di bastoni e asce. Quando i due cristiani erano a Minia, vicino alla foresta di Pidiakali, il gruppo è saltato fuori e li hanno fermati. Erano ubriachi, li hanno insultati e iniziato a colpirli coi bastoni, urlando Jai Sri Ram e Jai Bajrang bali ki jai! ‘Uccidi il pastore, così gli altri cristiani di Ladapadar diverranno indù’. Li hanno percossi fino a far loro perdere conoscenza. Allora hanno pensato che fossero morti, li hanno lasciati lì e sono andati via. Sono rimasti così per 2-3 ore, prima che un viaggiatore li vedesse e informasse la polizia di Bisipadar”.

“La polizia li ha portato all’ospedale del distretto di Phulbani. Dopo due giorni di cure, mio padre ancora non aveva ripreso conoscenza. Poiché non avevamo denaro per pagare, su consiglio dei medici lo abbiamo portato all’ospedale di Cuttack, il 7 giugno. Per giorni lo hanno curato, senza risultato. Alla fine i medici hanno detto di portarlo a casa. Ma non avevamo una casa, perché era stata distrutta dai fanatici indù”.

“Il 19 giugno lo abbiamo portato da un parente, nei quartieri bassi di Bhubaneswar. E’ morto il 23 giugno, senza avere mai ripreso conoscenza. Lo abbiamo riportato al nostro villaggio e sepolto lì. Per la perdita, mia madre ha avuto un collasso e una paralisi che non le permette di camminare”.

“Fretello Asit Mohanty, coordinatore regionale di Gcic, l’ha visitata in ospedale, ha pregato con lei e le ha lasciato denaro per le cure mediche, perché io ora sono disoccupato e non ho redditi. Mia madre è stata in ospedale, ma non ha avuto miglioramenti e l’hanno dimessa. Ora vive a casa di un parente, è paralizzata e costretta a stare a letto”.

“Shri Prashanta Digal, aggredito insieme a mio padre, è stato in ospedale per 7 giorni, le sue ferite non erano gravi”.

Sajan K. George, presidente Gcic, nel saluto ai partecipanti all’incontro a Bangalore ha ricordato come “il nostro Paese sia fondato sul riconoscimento che ogni essere umano ha diritti inalienabili per diritto di nascita. Ma le minoranze cristiane subiscono discriminazioni in ogni ambito. La Costituzione indiana garantisce la libertà religiosa. Ciò nonostante, nel 2009 ci sono state 177 brutali aggressioni contro i cristiani”.

L’incontro si doveva concludere con una marcia di protesta fino al municipio di Bangalore, ma non è stata autorizzata. (NC)

Fonte: AsiaNews – riprodotto con autorizzazione

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