Gerusalemme antica sarà chiusa al traffico?

I ministri del Turismo e dei Trasporti israeliani stanno vagliando la possibilità di chiudere la città antica di Gerusalemme al traffico pubblico e privato.

Un comitato congiunto ha allo studio un progetto per adattare le infrastrutture interne ed esterne alla città alle necessità attuali, in risposta al costante incremento dell’afflusso di visitatori destinato, secondo le previsioni, ancora a crescere.

La rete stradale e le aree di parcheggio attuali nel perimetro delle mura della città non sono sufficienti a rispondere alle esigenze dei visitatori.

Tra le misure da adottare si pensa di ridurre il costo del biglietto nei parcheggi che circondano la città.

Si pensa di predisporre corsie preferenziali per pedoni, all’ampliamento degli itinerari, di offrire percorsi alternativi a quelli consueti all’interno della città.

Lo snellimento dei movimenti avrà lo scopo di migliorare la qualità della vita dei residenti e di garantire una maggiore serenità ai visitatori.

Nei piani dei due ministeri è previsto il potenziamento delle strutture turistiche intorno al Lago di Galilea, a Safed, Nazareth, Haifa e Beit Shemesh.

The Jerusalem Post – 28 aprile 2008

Fonte: SBF Taccuino

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Israele, assalto al riso: supermercati svuotati

Il panico per la crisi alimentare scatenata dall’inarrestabile corsa dei prezzi di mais, riso e grano si è impossessato degli israeliani che negli ultimi giorni sono stati protagonisti di un assalto ai supermercati dove sono stati svuotati gli scaffali del riso e di altri generi di prima necessità. Una corsa all’accaparramento trasformata ieri in una vignetta sul quotidiano Haaretz in cui si vede un dipendente portare nel supermercato un sacchetto di riso, mentre attorno guardie armate lo proteggono da possibili attacchi e un elicottero della polizia sorvola la zona.
A Tel Aviv per un giorno una rete di supermercati ha cercato di imporre la limitazione della vendita di due chilogrammi di riso per ciascun cliente: cosa senza precedenti negli ultimi decenni in Israele. Poi ha desistito, e le scorte sono subito andate a ruba. Secondo il direttore della principale ditta importatrice di riso in Israele, la domanda è più che triplicata negli ultimi giorni. I prezzi di conseguenza sono lievitati fino a un aumento massimo del 70 per cento rispetto alla metà del mese, ossia prima delle vacanze della pasqua ebraica. In parallelo vengono registrati drastici aumenti anche nel prezzo della pasta, dell’olio, del caffè, della carne. In Israele, dove c’è forte penuria di acqua, il riso è tutto importato.
Israele è l’ultimo, per ora, Paese entrato nell’ormai lunghissima lista di chi ha apertamente fatto notizia dallo scoppio della crisi alimentare.[…]

Tratto dall’articolo di Roberto Romagnoli “L’Onu: una task force per l’emergenza-cibo” apparso su Il Messaggero, mercoledì 30 aprile 2008

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Gli ebrei che credono in Gesù possono immigrare in Israele

di Johannes Gerloff

GERUSALEMME – Gli avvocati degli ebrei messianici in Israele considerano come una grande vittoria legale una decisione della Corte Suprema di Israele che, a dire il vero, non è una decisione. «Mettetevi d’accordo, e noi benediremo la vostra unione», hanno detto gli alti giudici dello Stato ebraico alle parti in causa a metà aprile, e il Ministero degli Interni ha ritirato una sua disposizione. Adesso niente più ostacola l’immigrazione in Israele di ebrei che credono in Gesù.
Gli avvocati Juval Grajevsky e Calev Myers hanno rappresentato dodici ebrei messianici in un processo modello contro il Ministero degli Interni dello Stato d’Israele. A loro era stata negata la cittadinanza israeliana perché credono in Gesù di Nazaret come il Messia d’Israele promesso nell’Antico Testamento. La maggior parte di loro ha ricevuto dal Ministero degli Interni israeliano uno scritto in cui si dice che non riceveranno la cittadinanza israeliana perché sono missionariamente attivi. Ad una delle richiedenti è stato comunicato che le sue attività missionarie sono indirizzate “contro gli interessi dello Stato d’Israele e del popolo ebraico”. Gli accusati hanno rigettato queste accuse come false e hanno ribattuto che l’attività missionaria non costituisce un motivo giuridico per impedire a un ebreo l’immigrazione in Israele.
Nello Stato ebraico può immigrare chiunque è ebreo. Originariamente i padri fondatori dello Stato volevano garantire asilo ad ogni persona che era stata perseguitata dai nazisti, e de facto si erano regolati secondo le leggi razziali di Norimberga del Terzo Reich. La legge del ritorno di Israele concede quindi il diritto di cittadinanza israeliana anche a persone che secondo la tradizione ebraica non sono propriamente ebrei. Secondo questa norma originaria, può diventare israeliano ogni persona che può dimostrare di avere almeno un nonno ebreo.
Secondo la legge rabbinica, invece, è ebreo chi ha una madre ebrea o si è convertito all’ebraismo seguendo il rito ebraico-ortodosso. In seguito è stata aggiunta una clausola secondo cui può immigrare in Israele soltanto chi non ha cambiato religione, cosa che negli anni passati ha sollevato un certo fermento soprattutto negli ebrei che credono in Gesù. Il Ministero degli Interni dello Stato d’Israele, che per anni è stato nelle mani di ebrei ortodossi, aveva deciso, in virtù di questa aggiunta, di poter impedire l’immigrazione nello Stato ebraico d’Israele dei cosiddetti “ebrei messianici”.
Gli ebrei che credono in Gesù sono considerati dagli ebrei ortodossi come traditori che hanno voltato le spalle al loro popolo. Gli ebrei messianici, invece, per la loro autocomprensione, vogliono dichiarare consapevolmente la loro nazionalità ebraico-israeliana e continuare a credere in Gesù come Messia d’Israele. Per questo molti si allontanano deliberatamente dalle chiese tradizionali cristiane, fanno circoncidere i loro figli e celebrano le feste ebraiche invece delle festività cristiane. Grajevsky e Myers sono convinti che l’esito del processo contro il Ministero degli Interni davanti alla Corte Suprema di Gerusalemme costituisca un passo decisivo sulla via dell’equiparazione della comunità ebraico-messianica all’interno del mondo ebraico.
Come un altro successo in questa direzione può essere considerata la pubblicazione di un articolo dell’edizione di Pasqua del quotidiano israeliano Maariv. Elemento scatenante dell’articolo è stato l’attacco dinamitardo che alla fine di marzo, proprio durante la festa di Purim, è stato indirizzato contro la famiglia ebreo-messianica Ortiz nell’insediamento israeliano Ariel, non lontano dalla città dell’Autonomia palestinese Nablus, nel cuore della biblica Samaria. L’esplosivo, camuffato come regalo di Purim, è esploso quando il quindicenne Ariel Ortiz voleva aprire il pacco con la scritta “Buona Festa”. Il ragazzo è rimasto gravemente ferito.
Il quotidiano popolare ha presentato questo attacco in un ampio contesto di difficoltà che gli ebrei credenti in Gesù subiscono da parte di ebrei ortodossi, soprattutto in Arad e Beer Sheba, nel nord del deserto del Negev. Nelle sue ricerche il giornalista del Maariv ha voluto interrogare anche l'”altra parte”, cioè gli ebrei ortodossi. In un primo momento è stato scambiato da questi per un ebreo messianico e insultato nel più osceno dei modi – cosa che lui ha citato letteralmente in lingua inglese. L’articolo si chiude con una preghiera di ebrei messianici: “Padre nostro celeste, aiutaci ad amare coloro che ci odiano. Aiuta Ami Ortiz e guariscilo. Proteggi i soldati israeliani e fa’ che non ci sia nessun attentato in questa festa di Pasqua. Nel nome di Gesù. Amen.”
(Israelnetz Nachrichten, 21 aprile 2008 – trad. www.ilvangelo.org)

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I Samaritani celebrano la loro Pasqua sul Monte Garizim

Sono circa 700 e vivono in due centri, a Kiryat Luza sulla dorsale del Monte Garizim che si affaccia sulla città di Nablus, e a Holon, un centro nei pressi di Tel Aviv.

Le origini dei Samaritani sono oggetto di disputa, e non poteva essere diversamente dal momento che rivendicano di rappresentare il popolo della vera religione, quella autentica degli antichi Israeliti, precedente alla costruzione del tempio ebraico a Gerusalemme.

Per alcuni studiosi sono effettivamente i discendenti di quei membri delle tribù israelite che furono lasciati nel loro territorio, quando gli Assiri deportarono le tribù del nord (722 a.C.). I Samaritani, dunque, sono di origine israelita ed ebrea.

Il loro nome non deriverebbe dalla regione dove hanno vissuto e vivono ( Shomron – Samaria) ma da Shomrim “Custodi”, nome con cui intendono indicare che sono i custodi dell’insegnamento di Mosè. Sostengono di essere stati respinti dagli Ebrei di ritorno dall’esilio babilonese, perché non erano stati compartecipi nella deportazione.

Le rivendicazioni dell’autenticità delle loro origini sembrano essere confermate da recenti scavi condotti sul Monte Garizim, dove sono stati portati alla luce i resti di un luogo di culto d’epoca persiana databile al sesto secolo a.C.

Nonostante le numerose difficoltà e persecuzioni subite, i Samaritani sono riusciti a conservare la loro identità etnica.

La loro religione poggia su quattro pilastri : la fede in un solo Dio ; dopo Mosè non c’è un altro profeta, e Mosè è il salvatore e il Messia futuro ; la legge mosaica che coincide con il Pentateuco ; il Monte Garizim come unico luogo di culto. A questi è stato aggiunto un quinto principio : la fede in Tahav (Shahav), il Messia figlio di Giuseppe che verrà nel giorno della “vendetta e della retribuzione” (Dt 32,35) alla fine dei tempi. Questa credenza si deve al loro legame con la tribù di Giuseppe.

I Samaritani seguono un calendario lunare di 354 giorni. Spetta al sommo sacerdote, che a metà anno pubblica un calendario speciale, fissare le date delle festività.

Quest’anno il 14 del mese di Nisan, giorno del sacrificio pasquale, è caduto di sabato (il 19 aprile del nostro calendario). Nel pomeriggio i rappresentanti della comunità si sono recati come di consueto presso l’abitazione del Sommo Sacerdote, Elazar ben Tsedaka ben Yitzhaq, per rendergli omaggio e invitarlo a presiedere alla cerimonia con cui i Samaritani fanno memoria dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto verso la terra dei loro Padri. Elazar ben Tsedaka ben Yitzhaq è il 131º Sommo Sacerdote del popolo Israelita-Samaritano.

Giunto al luogo del sacrificio, si è unito al colorito gruppo degli anziani e ha dato inizio alla cerimonia con una preghiera. Il seguito è stato un ininterrotto canto di preghiere e versetti tratti dal libro dell’Esodo. Ad un tratto il Sommo Sacerdote ha dato il segnale dell’inizio del sacrificio degli agnelli, che in pochi istanti sono stati tutti immolati. Alle donne è permesso assistere ma non partecipare direttamente al sacrificio. Gli uomini, com’è prescritto, vestivano rigorosamente in bianco e sui loro abiti sono ben presto apparse le macchie del sangue degli agnelli.

Dopo grida di esaltazione e di lode, i Samaritani, uomini e donne, adulti e piccoli, si sono abbracciati e segnati sulla fronte con il sangue degli agnelli e si sono scambiati con gioia gli auguri. Gli uomini si sono poi affrettati a preparare gli agnelli.

Una volta pronti, gli agnelli sono stati messi in grandi buche scavate nel terreno che fungono da veri e propri forni. La cottura dura circa tre ore.

La tradizione vuole che la carne debba essere pronta per la metà della notte, l’ora in cui l’angelo, secondo il racconto biblico, fece morire i primogeniti degli Egiziani. I Samaritani la mangiano in fretta con pane senza lievito, proprio come fecero gli Israeliti guidati da Mosè nel loro esodo.

Testo e foto di R.P.

Fonte e foto: SBF Taccuino

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