Francesco Toppi: Giobbe nel segreto del suo cuore era orgoglioso della sua propria giustizia

Francesco Toppi: Giobbe nel segreto del suo cuore era orgoglioso della sua propria giustizia

Introduzione

Francesco Toppi, ex presidente delle ADI, ha scritto riguardo alle sofferenze patite da Giobbe: ‘Il lettore superficiale di questo libro, il più antico della Bibbia, ritiene che Dio abbia permesso a Satana di colpire Giobbe per provare la sua fedeltà verso l’Eterno. A parte il fatto che sarebbe tremendo pensare che Dio permetta all’avversario di divertirsi con i credenti, come i bambini fanno con i giocattoli, occorre ricordare che, se così fosse, il Creatore e Signore dell’Universo non potrebbe essere riconosciuto per quello che veramente è: “… Dio è amore …” (1 Giovanni 4:16). Inoltre, se Egli avesse avuto bisogno di mettere alla prova la fedeltà di Giobbe, dovrebbe mettere alla prova nello stesso modo la fedeltà di tutti quelli che lo seguono, ma vorrebbe dire che non riconosciamo la Sua onniscienza. Egli ci conosceva ancora prima della nostra nascita. Allora, perchè Dio permise questa prova? Per disciplina; Giobbe era timorato di Dio ed integro, ma purtroppo non si rendeva conto che era orgoglioso della propria giustizia e della propria rettitudine. Soltanto le atroci sofferenze subite e il suo totale avvilimento fanno emergere questo ‘peccato occulto’. Basta leggere il capitolo 29 del libro di Giobbe e sottolineare tutti gli ‘io’ e i ‘mio’ per scoprire questa sua attitudine nascosta, della quale neanche egli stesso se ne rendeva conto’ (Francesco Toppi, A Domanda Risponde, Vol. I, pag. 134)

Confutazione

Questo insegnamento è falso per i seguenti motivi; perchè fa passare Dio per ingiusto e bugiardo, e incolpa Giobbe di cose non vere.

Fa passare Dio per ingiusto perchè gli attribuisce un comportamento nei confronti di Giobbe che non viene confermato dal libro di Giobbe anzi viene smentito nella maniera più categorica. Per comprendere il perchè Dio colpì Giobbe in quella maniera occorre leggere i primi due capitoli del libro. Faccio un riassunto di quanto viene detto in essi. La Scrittura dice che nel paese di Uz esisteva un uomo che si chiamava Giobbe il quale era integro e retto e temeva Iddio e fuggiva il male. Quest’uomo era molto ricco e aveva dieci figli. Un giorno avvenne che i figli di Dio si presentarono davanti a Dio e in mezzo a loro si presentò anche Satana. Dio chiese allora a Satana se egli aveva visto il suo servo Giobbe al pari del quale sulla terra non ce n’era un altro integro, retto, timorato di Dio e che fuggiva il male. Quindi Dio lodò il suo servo Giobbe. A questo punto Satana rispose facendo capire a Dio che lui riteneva che Giobbe temesse Dio solo perchè Lui aveva benedetto l’opera delle sue mani e perchè lo aveva circondato di un riparo. E che sarebbe bastato che Egli stendesse un po’ la sua mano contro le cose che possedeva e Giobbe lo avrebbe rinnegato in faccia. Dio allora diede tutto quello che Giobbe possedeva in mano di Satana proibendogli però di toccare la sua carne. Successe allora che Dio tolse a Giobbe beni e figli; ma Giobbe non attribuì niente di mal fatto a Dio, perchè disse: “L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno” (Giobbe 1:21). Ma avvenne in seguito che Satana si presentò ancora davanti a Dio. Anche questa volta Dio chiese a Satana se aveva notato Giobbe e il suo comportamento dopo quelle sventure da lui subite. Ecco le parole di Dio: “Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m’abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo” (Giobbe 2:3). Al che Satana rispose che bastava che Egli gli toccasse un po’ le ossa e la carne, cioè che gli togliesse la sua salute, e avrebbe visto Giobbe rinnegarlo in faccia. Al che Dio glielo diede nelle mani proibendogli però di farlo morire. Avvenne così che Satana colpì Giobbe di un ulcera maligna.

Voglio che notiate che questa seconda volta Dio disse a Satana che era stato da lui incitato a rovinare Giobbe senza alcun motivo. Quindi si deve dire che Dio fu incitato da Satana a rovinare Giobbe in quella maniera senza alcun motivo. Quel “senza alcun motivo” non significa però che Dio fece quel che fece senza una ragione o scopo – quasi che lui volesse divertirsi un po’ con Giobbe come fa un bambino con un giocattolo – perchè la Scrittura dice che “Dio ha fatto ogni cosa per uno scopo” (Proverbi 16:4), ma solo che Giobbe non aveva compiuto dei misfatti che meritavano quei flagelli divini. D’altronde Dio stesso aveva detto di Giobbe per ben due volte che egli era un uomo integro, retto, timorato di Dio e che fuggiva il male. Come avrebbe quindi potuto Dio colpire Giobbe perché questi era orgoglioso della sua giustizia dopo avere reso quella bella testimonianza di lui? Ci pare quindi veramente una dichiarazione arrogante affermare che Giobbe era orgoglioso della sua giustizia perchè così dicendo si fa passare Dio per bugiardo o per uno che non sa quel che dice. E poi non sta forse scritto: “Il timore dell’Eterno è odiare il male; io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa” (Proverbi 8:13)? Se dunque Dio disse che Giobbe temeva Dio vuol dire che Giobbe non era arrogante, non era orgoglioso, perchè il timore di Dio odia l’orgoglio! Ma noi diciamo anche: ‘Come potremmo fidarci di Dio se, dopo avere detto di Giobbe quelle cose, avesse colpito Giobbe a motivo del suo orgoglio?’ Ed ancora: ‘Ma se Dio è colui che investiga i cuori e le reni e rese quella testimonianza di Giobbe come potremmo supporre che Giobbe in qualche parte del suo cuore fosse orgoglioso della sua giustizia?’ Con tutto ciò vogliamo dire che se Dio diede quella testimonianza di Giobbe bisogna credergli fermamente senza fare insinuazioni di nessun genere.

Ma allora qualcuno dirà: Tu difendi Giobbe in tutto e per tutto? No, non è così. Difendo Giobbe solo in ciò in cui va difeso. Non lo difendo infatti quando lui accusa Dio di essere ingiusto verso di lui e di favorire i disegni dei malvagi. In questo caso non va affatto difeso perchè egli fu ripreso da Dio a motivo di queste sue parole senza senno. Lui stesso però riconobbe in seguito di avere parlato contro Dio attribuendogli quel modo di operare ingiusto infatti dopo che Dio lo riprese disse: “Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti d’eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno? (Giobbe 42:1-3)”. Notate che queste parole di Giobbe sono molto simili a quelle che Dio gli disse all’inizio del suo discorso: “Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?” (Giobbe 38:2). Bisogna dire però che quantunque Giobbe si fece uscire delle parole senza senno contro Dio in mezzo alle sue afflizioni, pure egli non rinnegò Dio, cioè non fece quello che Satana avrebbe voluto che facesse. Quindi Giobbe in mezzo all’afflizione è rimasto ancorato a Dio: certo egli difese la sua giustizia anziché quella di Dio ritenendosi giusto lui anziché Dio che secondo lui lo colpiva ingiustamente. Ma questo nulla toglie al fatto che egli avesse compiuto tutte quelle opere buone, prima di essere colpito, con un cuore sincero davanti a Dio. Leggendo infatti i suoi discorsi, compreso il suo discorso in cui egli parla del suo comportamento prima che Dio lo colpisse, non traspare affatto che egli fosse orgoglioso; ma solo il fatto che davanti a quella grande afflizione che Dio gli aveva dato egli si sentì costretto a difendere la sua giustizia. Difenderla sì, perchè i suoi amici che erano andati a trovarlo non fecero altro nei loro discorsi che insinuare che lui meritava quel castigo da Dio, cosa che non era affatto vera. Questo non lo si deve mai dimenticare infatti, e cioè che Giobbe parlò in quella maniera per difendersi dalle accuse ingiuste di quei suoi tre amici.

Ora, fermo restando allora che Dio non colpì Giobbe a motivo del suo orgoglio per la sua giustizia bisogna concludere che Dio permise che Satana colpisse Giobbe in quella maniera per provarlo. Nulla di strano questo perchè noi sappiamo che Dio prova i suoi santi in svariate maniere, con la malattia e la privazione dei beni come nel caso di Giobbe, con la persecuzione ecc. Ma a che cosa serve la prova? La prova serve a Dio per vedere se uno quando le cose non gli vanno bene continua a temerlo e ad amarlo e ad avere fiducia in lui. Nel caso di Abrahamo per esempio, in cui Dio gli ordinò di sacrificare il suo figlio Isacco, c’è scritto per esempio che Dio disse ad Abrahamo quando questi stava per scannare Isacco: “Non metter la mano addosso al ragazzo, e non gli fare alcun male; poiché ora so che tu temi Iddio, giacché non m’hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo” (Genesi 22:12). Notate quel “ora so che tu temi Dio” che conferma a cosa la prova di Abrahamo servì a Dio. Certo che l’ordine di Dio avrà fatto soffrire Abrahamo; perchè qual’è quel padre che nel sapere di dovere uccidere il proprio figlio unico, anche se per offrirlo a Dio, non proverebbe un grande dolore nel suo cuore? Ma rimane il fatto che il patriarca passò la prova e Dio lo premiò per questo. Anche Giobbe soffrì nel vedersi privare dei figli, e di tutti i suoi beni, ma passò la sua dura prova; perchè egli in mezzo al suo dolore non rinnegò il suo Dio. Egli dimostrò che temeva Dio non perchè questo lo aveva benedetto e protetto, cioè che il suo non era un timore finto, ma era un timore vero. E per questo Dio lo premiò infatti dopo averlo ristabilito nella condizione di prima gli restituì il doppio di tutto quello che egli aveva posseduto. E poi, cosa molto importante, non ci si dimentichi che Giobbe pur non sapendo che era stato Satana ad incitare Dio contro di lui con quelle insinuazioni, alla fine non rinnegando Dio fece sì che Satana rimanesse confuso davanti a Dio, perchè Satana per ben due volte aveva insinuato davanti a Dio e nel mezzo degli angeli santi che Giobbe non temeva Dio per niente, ma per dei motivi interessati e cioè perchè Dio aveva benedetto l’opera delle sue mani e proteggeva tutti i suoi beni, e perchè godeva buona salute. Ma Giobbe sia quando fu privato dei suoi beni e sia quando fu privato della sua salute, non rinnegò Dio in faccia. Satana la prima volta che comparve davanti a Dio era sicuro che Giobbe avrebbe rinnegato Dio se questi lo avesse privato dei suoi beni, ma rimase confuso e deluso perchè Giobbe si mantenne attaccato a Dio; ma non soddisfatto, incitò Dio a togliergli la salute perchè era sicuro che in questo caso Giobbe lo avrebbe rinnegato, ma anche questa volta Satana ne uscì sconfitto. Quindi possiamo dire che Dio, dopo aver lodato per ben due volte il suo servo Giobbe davanti a Satana, e dopo avere colpito Giobbe come chiedeva Satana, rimase vincitore perchè dimostrò a Satana che in verità sulla terra non c’era nessun altro come Giobbe e che Giobbe temeva Dio veramente sia nell’abbondanza che nella penuria, sia con la salute che senza. Ma non solo, pure Giobbe riportò – senza saperlo – una vittoria su Satana perchè dimostrò che temeva Dio non per quelle ragioni addotte da Satana. Per altro Giobbe non è il solo giusto che fu provato su richiesta di Satana, perchè anche gli apostoli di Gesù furono provati su richiesta del diavolo. Ecco infatti cosa disse Gesù a Pietro la notte in cui fu tradito: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22:31-32).

Ma la prova non serve solo a Dio, ma serve anche a chi la passa perchè produce pazienza. Giacomo dice per esempio che “la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compie appieno l’opera sua in voi, onde siate perfetti e completi, di nulla mancanti” (Giacomo 1:3-4). Come ho detto prima, le prove sono svariate; oltre alla malattia e alla privazione dei beni ci sono le persecuzioni. E’ chiaro che le prove fanno soffrire; ma noi siamo stati chiamati a soffrire. Ma oltre a produrre pazienza, la prova della nostra fede produce indirettamente sia esperienza che speranza (cfr. Romani 5:3-5). Ed infine essa mette in grado chi soffre di sperimentare abbondanti consolazioni di Dio con le quali egli può consolare a sua volta quelli che soffrono. Questo concetto lo spiega Paolo ai Corinzi in questa maniera: “Benedetto sia Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione onde noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione. Perchè, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Talché se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; e se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi patiamo” (2 Corinzi 1:3-6).

Che diremo dunque? Diremo che Dio è buono e non importa quali prove ci farà passare egli lo farà sempre per il nostro bene, cioè per renderci conformi all’immagine del suo Figliuolo, e affinché noi siamo in grado di consolare quelli che sono afflitti. In verità le sue vie sono più alte delle nostre vie come i cieli sono alti al di sopra della terra. Sia sempre lodato il suo nome, anche quando ci percuote con la sua mano, anche quando ci toglie la salute, dei beni materiali, o magari dei familiari o quando ci manda contro la persecuzione. Amen.

Giacinto Butindaro

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ADI: Le lingue che il credente riceve al battesimo con lo Spirito Santo non sono interpretabili o lingue conosciute

ADI: Le lingue che il credente riceve al battesimo con lo Spirito Santo non sono interpretabili o lingue conosciute

Introduzione

Salvatore Cusumano, nella sua tesi su Roberto Bracco presentata all’Istituto Biblico delle ADI, che ha la presentazione di Francesco Toppi, afferma quanto segue a proposito delle lingue che i credenti cominciano a parlare quando vengono battezzati con lo Spirito Santo: ‘…. Esistono delle lingue non interpretabili per l’edificazione personale e che, a nostro parere, corrispondono al segno delle lingue che il credente riceve al battesimo nello Spirito Santo’ (pag. 34). E lo stesso Toppi conferma ciò dicendo che alla ricezione del battesimo con lo Spirito Santo, il parlare in altre lingue come lo Spirito dà di esprimersi, ‘è il parlare in lingue che non corrispondono ad alcuna lingua conosciuta’ (Francesco Toppi, E Mi Sarete Testimoni, ADI-Media, Roma 1999, pag. 42).

In altre parole, secondo le ADI, quando si tratta del dono della diversità delle lingue le lingue sono interpretabili, mentre quando si tratta delle lingue come segno che si ricevono al battesimo con lo Spirito allora esse non sono interpretabili.*

Confutazione

Ora, prima di passare alla confutazione di questa ennesima falsità insegnata dalle ADI, voglio spiegarvi brevemente cosa dice la Bibbia a proposito del parlare in altra lingua.

Secondo quello che insegna la Scrittura quando un credente viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi (cfr. Atti 2:4; 10:44-46; 19:6), e questo costituisce il segno esteriore dell’avvenuto battesimo con lo Spirito Santo. Sto parlando in questo caso del parlare in una sola lingua straniera per lo Spirito, perché c’è anche un parlare in più lingue straniere che è pur sempre una capacità data dallo Spirito Santo, che la Bibbia chiama “diversità delle lingue” e che è uno dei doni dello Spirito Santo (1 Corinzi 12:10), che si può ricevere sia al battesimo con lo Spirito Santo che successivamente al battesimo con lo Spirito Santo, e che è bene ricordare non tutti ricevono (cfr. 1 Corinzi 12:30). E’ evidente dunque che quando un credente riceve la capacità di parlare in diverse lingue straniere già al battesimo con lo Spirito Santo, quel suo parlare in lingue è sì il segno del battesimo con lo Spirito ricevuto ma anche dono. Se invece il credente al suo battesimo con lo Spirito Santo parla solo in una lingua straniera allora quel suo parlare non costituisce il dono della diversità delle lingue.

Ora, che cosa fa il credente quando comincia a parlare in altra lingua al battesimo con lo Spirito Santo? Egli parla a Dio, perché Paolo dice che “chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri” (1 Corinzi 14:2), e difatti egli prega (cfr. 1 Corinzi 14:14), salmeggia (cfr. 1 Corinzi 14:15), e benedice Iddio (cfr. 1 Corinzi 14:16). A prescindere dunque che il credente abbia o meno il dono di diversità delle lingue, quando egli parla in altra lingua parla a Dio, e nessuno l’intende, neppure lui intende quello che dice. Ma affinché sia lui che gli altri che lo sentono parlare in lingue intendano quelle parole dette per lo Spirito, il Signore ha costituito il dono della interpretazione delle lingue (cfr. 1 Corinzi 12:10), che chi parla in altra lingua deve desiderare secondo che è scritto: “Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare” (1 Corinzi 14:13).

Dunque sia che il credente parla in altra lingua da solo, o assieme ad altri, sia che abbia o non abbia il dono della diversità delle lingue, quando lo Spirito gli darà di interpretare quello che lui ha detto, sia lui che gli altri ne riceveranno edificazione avendo inteso quello che lo Spirito ha detto tramite la sua bocca.

Dunque, le ADI errano nel dire che le lingue come segno non sono interpretabili, perché se fosse così, il credente che parla in altra lingua, non avendo il dono di diversità delle lingue, non dovrebbe pregare di poter interpretare quello che dice per lo Spirito, e quindi dovrebbe astenersi dal fare una cosa che l’apostolo gli comanda di fare. In altre parole, dovrebbe pregare di poter interpretare solo chi ha il dono della diversità delle lingue, e non chi parla solo in una lingua straniera che ha ricevuto nel momento che è stato battezzato con lo Spirito. Detto ancora in altre parole, egli dovrebbe aspettare di ricevere il dono della diversità di lingue prima di mettersi a pregare di poter interpretare. E non mi pare che si intraveda una cosa del genere nelle parole di Paolo ai Corinti.

Ma poi sarebbe un controsenso dire che le lingue-segno non sono interpretabili in quanto per uso personale perché anche quando uno parla in altra lingua da solo, benché edifichi se stesso, non intende quello che dice; e siccome egli sta parlando a Dio, e l’unica maniera per capire cosa sta dicendo è tramite l’interpretazione, per forza di cose quella lingua è interpretabile, e quindi è bene che lui preghi di poter interpretare quello che dice.

E poi, io dico, per fare riferimento ad un caso biblico di parlare in lingue come segno al battesimo con lo Spirito, ma il giorno della Pentecoste quelle lingue erano o non erano interpretabili, erano o non erano delle lingue conosciute a quel tempo? A me risulta che lo erano, perché erano vere lingue straniere che i discepoli si misero a parlare per lo Spirito, e tramite di esse parlavano delle cose grandi di Dio (cfr. Atti 2:11), secondo che dissero i Giudei che si radunarono: “Ecco, tutti costoro che parlano non son eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? …. li udiamo parlar delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue” (Atti 2:7-8,11). E d’altronde, le lingue servono di segno ai non credenti (1 Corinzi 14:22) – come servirono di segno il giorno della Pentecoste ai quei Giudei provenienti da ogni nazione di sotto il cielo – e affinché servano loro di segno devono essere per forza di cose delle vere lingue conosciute dagli increduli che Dio ha deciso che devono ascoltarle, e quindi non solo sono lingue conosciute ma anche interpretabili perché “ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato” (1 Corinzi 14:11).

E’ vero che le lingue a Pentecoste furono intese dai Giudei che si adunarono e non ci fu nessuna interpretazione di esse da parte di qualche discepolo che le parlava, ma vorrei fare notare che i discepoli parlavano in lingue ancora prima che quei Giudei raggiungessero il luogo dove si trovavano (cfr. Atti 2:4,6), e quindi quand’anche non ci fossero stati quei Giudei a sentirli e a capirli, quel parlare era pur sempre diretto a Dio e tramite il dono della interpretazione avrebbe potuto essere capito dagli stessi discepoli che parlavano.

* Le ADI insegnano una cosa errata anche quando spiegano la distinzione tra il parlare in lingue come segno esteriore del battesimo con lo Spirito e il parlare in lingue come dono, in quanto affermano: ‘Occorre a questo punto fare una distinzione tra il parlare in lingue, come segno del battesimo nello Spirito Santo e prezioso mezzo per il credente battezzato per adorare Dio nell’intimità, e fra quello che può chiamarsi in modo particolare il dono o carisma delle lingue, cioè la possibilità di trasmettere in una lingua diversa dall’usuale sotto la guida dello Spirito Santo, un messaggio di avvertimento, di esortazione, di consolazione, destinato alla comunità e che sarà interpretato da coloro che esercitano un altro carisma chiamato dono di interpretazione’ (AA. VV., Il Battesimo nello Spirito Santo, Roma 1987, ADI-Media, pag. 32). E quindi il loro insegnamento falso sulla non interpretabilità delle lingue che si ricevono con il battesimo con lo Spirito Santo si deve integrare con quest’altro falso insegnamento, che fa del dono della diversità delle lingue un parlare in lingue rivolto agli uomini quando la Chiesa è radunata, messaggio in lingue che interpretato costituisce una profezia. Leggi la confutazione di questo altro loro errore.

Giacinto Butindaro

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ADI: il digiuno è un fatto superato

ADI: il digiuno è un fatto superato

Introduzione

Francesco Toppi, nel suo libro A Domanda Risponde, alla domanda ‘Il digiuno è una pratica evangelica?’, risponde dicendo tra le altre cose: ‘Gesù stesso presenta il tema del digiuno sotto una luce nuova, quando afferma: ‘Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro?” (Marco 2:19; Matteo 9:15, 16; Luca 5:34). La presenza dello Sposo, Cristo Gesù, e l’annuncio dell’Evangelo escludono totalmente ogni possibile valore meritorio e preparatorio attribuibile [al] digiuno …. Uno studioso afferma: ‘Con Gesù il digiuno è un fatto superato. Infatti, dal primo secolo non abbiamo notizie di cristiani che si siano sottoposti volontariamente al digiuno. Le lettere del Nuovo Testamento non ci spendono sopra una parola’ (Francesco Toppi, A Domanda Risponde, Vol. II, pag. 28-29,32). Dunque, niente premeditato digiuno sotto il Nuovo Testamento, per le ADI. E’ vero che nella stessa risposta non è del tutto escluso il digiunare da parte del credente, ma tutti i discorsi sono volti a scoraggiare i credenti dal digiunare con premeditazione, nel senso che sono volti a indurre il credente a non decidere di astenersi dal mangiare e dal bere per uno o due o tre giorni (o anche di più se Dio lo sospinge), in quanto il digiuno non costituisce una opera meritoria davanti a Dio. Toppi infatti dice per esempio che i cristiani praticano il digiuno ‘quasi inconsapevolmente, quando credono di dover trascorrere un periodo di preghiera senza essere interrotti da pensieri secondari’ (Ibid., pag. 32).

Confutazione

Le ADI errano grandemente ancora una volta per mancanza di conoscenza.

Innanzi tutto vediamo se Gesù ha presentato il digiuno sotto una luce nuova. Nel suo insegnamento Gesù Cristo ha fatto capire chiaramente che non solo è normale per un suo discepolo digiunare, ma anche che il digiuno costituisce anche una opera meritoria, in quanto fa parte della giustizia personale di ogni Cristiano ed è quindi un atto di mortificazione che ha una ricompensa da Dio. Ascoltate le parole del Maestro: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia nel cospetto degli uomini per esser osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli. ….. E quando digiunate, non siate mesti d’aspetto come gl’ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non apparisca agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” (Matteo 6:1, 16-18). Ora, io dico, ma se Gesù ha detto che se noi digiuniamo seguendo le sue istruzioni, Iddio ce ne darà una ricompensa, ciò vuol dire che un qualcosa di meritorio il digiuno ce lo ha, altrimenti non avrebbe senso parlare di ricompensa da parte di Dio per chi digiuna. Non vi pare che le parole di Cristo siano di una chiarezza cristallina? Ecco perché Francesco Toppi si è ben guardato dal citarle nella sua risposta. Ora, non mi venite a dire che si è dimenticato di farlo, perché questa omissione è assolutamente voluta dato che alla domanda se il digiuno è una pratica evangelica non si può non rispondere citando le suddette parole di Gesù sul digiuno. Parole che vi ricordo sono messe assieme a queste altre che riguardano l’elemosina e la preghiera: “Quando dunque fai limosina, non far sonar la tromba dinanzi a te, come fanno gl’ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. Ma quando tu fai limosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua limosina si faccia in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. E quando pregate, non siate come gl’ipocriti; poiché essi amano di fare orazione stando in piè nelle sinagoghe e ai canti delle piazze per esser veduti dagli uomini. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, e serratone l’uscio fa’ orazione al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. E nel pregare non usate soverchie dicerie come fanno i pagani, i quali pensano d’essere esauditi per la moltitudine delle loro parole. Non li rassomigliate dunque, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra com’è fatta nel cielo. Dacci oggi il nostro pane cotidiano; e rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. Perché se voi perdonate agli uomini i loro falli, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà i vostri falli” (Matteo 6:2-15). Avete notato che anche per chi fa l’elemosina in segreto, e prega in segreto, c’è una ricompensa da parte di Dio? Dunque, non vedo perché si dovrebbe sotto il Nuovo Testamento incoraggiare l’elemosina e la preghiera, ma non il digiuno; come non vedo perché si possono definire pratiche evangeliche l’elemosina e la preghiera, ma non il digiuno; quando in base alle parole di Cristo Gesù sono tutte e tre parte della nostra giustizia, che vi ricordo deve superare quella degli scribi e dei Farisei se vogliamo entrare nel regno dei cieli (cfr. Matteo 5:20).

E poi, come si fa, leggendo le suddette parole di Gesù sul digiuno, a dire che i discepoli di Cristo praticano il digiuno ‘quasi inconsapevolmente’, quando è evidente che essi invece lo praticano in maniera del tutto consapevole, in quanto così hanno deliberato in cuor loro? Non è forse questo che si evince anche da queste parole scritte nel libro degli Atti degli apostoli: “E mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani, e li accomiatarono” (Atti 13:2-3), ed anche da quest’altre: “E fatti eleggere per ciascuna chiesa degli anziani, dopo aver pregato e digiunato, raccomandarono i fratelli al Signore, nel quale aveano creduto” (Atti 14:23)? Ma che va cianciando dunque Francesco Toppi?

Ma veniamo alle parole di Gesù citate da Toppi “Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro?” (Marco 2:19) per sostenere che il digiuno non ha alcun valore meritorio. Ora, è evidente che se fosse così come dice Toppi, le parole di Gesù Cristo citate sopra a proposito del digiuno (Matteo 6:1, 16-18) sarebbero in contrasto con queste altre di Marco. Il fatto è però che Toppi si è ‘dimenticato’ di citare il resto delle parole di Gesù che sono le seguenti: “Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. Ma verranno i giorni che lo sposo sarà loro tolto; ed allora, in que’ giorni, digiuneranno” (Marco 2:19, 20). Ho messo dimenticato tra virgolette, perché anche in questo caso è stata una dimenticanza voluta, dato che se Toppi avesse aggiunto queste altre parole, non avrebbe potuto sostenere la sua tesi. Dunque, Gesù disse che sarebbero venuti i giorni che lo sposo sarebbe stato tolto ai suoi discepoli, e allora in quei giorni essi avrebbero digiunato. A quali giorni si riferiva Gesù? Certamente a quelli che sarebbero intercorsi tra la sua morte e la sua resurrezione, ma anche a quelli che sarebbero venuti dopo che sarebbe stato tolto da loro ed assunto in cielo (Atti 1:11). Il fatto di dire poi da parte di Toppi ‘La presenza dello Sposo, Cristo Gesù, e l’annuncio dell’Evangelo escludono totalmente ogni possibile valore meritorio e preparatorio attribuibile [al] digiuno’, è chiaramente un sofisma, perché il Signore Cristo Gesù non è presente con noi, cioè noi non abbiamo Gesù in mezzo a noi come lo avevano i suoi discepoli, perché siamo assenti da Lui, infatti Paolo dice: “Noi siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore” (2 Corinzi 5:6). Dunque, lo scopo che si è prefissato Toppi impostando in questa maniera questa parte del discorso con la prima parte di Marco 2:19, è evidente: distogliere il lettore dalla verità.

Per quanto riguarda infine la citazione di quello studioso, secondo cui le lettere del Nuovo Testamento non spendono una sola parola sul digiuno, vorrei ricordare che l’apostolo Paolo nella sua seconda epistola ai santi di Corinto cita i digiuni a cui lui e i suoi collaboratori si erano sottoposti quando dice: “Noi non diamo motivo di scandalo in cosa alcuna, onde il ministerio non sia vituperato; ma in ogni cosa ci raccomandiamo come ministri di Dio per una grande costanza, per afflizioni, necessità, angustie, battiture, prigionie, sommosse, fatiche, veglie, digiuni; per purità, conoscenza, longanimità, benignità, per lo Spirito Santo, per carità non finta; per la parola di verità, per la potenza di Dio; per le armi di giustizia a destra e a sinistra, in mezzo alla gloria e all’ignominia, in mezzo alla buona ed alla cattiva riputazione; tenuti per seduttori, eppur veraci; sconosciuti, eppur ben conosciuti; moribondi, eppur eccoci viventi; castigati, eppur non messi a morte; contristati, eppur sempre allegri; poveri, eppure arricchenti molti; non avendo nulla, eppur possedenti ogni cosa!” (2 Corinzi 6:3-10). Ora, se Paolo e i suoi collaboratori si raccomandavano come ministri di Dio anche per digiuni, vuol dire che il digiuno aveva un valore per gli apostoli. E Paolo menziona i suoi digiuni anche quando dice sempre ai Corinzi: “…. spesse volte nei digiuni …” (2 Corinzi 11:27), che lui metteva tra le cose che concernevano la sua debolezza di cui egli si gloriava nel Signore (2 Corinzi 11:30). Dunque, lo studioso citato da Toppi, si sbaglia pure lui grandemente.

Fratelli, digiunate, naturalmente seguendo scrupolosamente le parole di Cristo sul come digiunare, e ne avrete del bene, o meglio sarete ricompensati da Dio. Questo ve lo dico innanzi tutto in base a quello che ha detto Cristo, e poi in base alla mia esperienza personale.

Giacinto Butindaro

 

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ADI: la preghiera del Padre nostro non è più una preghiera da rivolgere a Dio

ADI: la preghiera del Padre nostro non è più una preghiera da rivolgere a Dio

Introduzione

Francesco Toppi, ex presidente delle Assemblee di Dio in Italia, ha scritto: ‘… il ‘Padre nostro’ era una preghiera per il periodo precedente alla morte, risurrezione e glorificazione di Gesù Cristo’ (Francesco Toppi, A Domanda Risponde, Vol. I, Roma 2004, Seconda Edizione, pag. 164).

In altre parole, il ‘Padre nostro’ non è più una preghiera da dire a Dio, e questo perché nel libro degli Atti ogni qual volta c’è un riferimento alla preghiera non è mai menzionata questa specifica preghiera insegnata da Gesù (Ibid., pag. 163).

Confutazione

Ora, è vero che negli Atti, come anche nelle epistole, non è mai menzionata la preghiera del ‘Padre nostro’, ma arrivare per questo alla conclusione che essa non va più detta così come è scritta, la ritengo una cosa sbagliata. Perché si fanno passare le parole di Gesù “voi dunque pregate così …” (Matteo 6:9), come parole ormai sorpassate. Come parole che si riferivano solo al periodo precedente alla sua morte, il che non può essere vero. E poi, se fosse vero quello che dicono le ADI in merito alla preghiera del Padre nostro, allora dovremmo concludere pure che il luogo dove Gesù disse ai suoi discepoli di andare a pregare al Padre loro, era solo per quel periodo. Che disse Gesù prima di dire ‘voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli …’? “E quando pregate, non siate come gl’ipocriti; poiché essi amano di fare orazione stando in piè nelle sinagoghe e ai canti delle piazze per esser veduti dagli uomini. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, e serratone l’uscio fa’ orazione al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. E nel pregare non usate soverchie dicerie come fanno i pagani, i quali pensano d’essere esauditi per la moltitudine delle loro parole. Non li rassomigliate dunque, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate” (Matteo 6:5-8). Ora, io domando: ‘E’ lecito fare passare queste parole di Gesù per parole valide solo per il periodo precedente alla sua morte? Io dico di no.

Dunque, quando un credente prega in privato chiuso nella sua cameretta (e perché no? anche pubblicamente), può tranquillamente dire il ‘Padre nostro’. E’ una preghiera tuttora valida ed efficace se detta con fede. Certo, non dobbiamo prenderla come una sorta di ‘formula magica’, e neppure dobbiamo metterci a ripeterla e ripeterla meccanicamente come fanno i Cattolici Romani, pensando di essere esauditi perché la diciamo tante volte; ma se noi la diciamo con umiltà e fede, di certo Dio ascolterà il nostro grido e ce ne darà la ricompensa.

Infine vorrei dire che il fatto che questa preghiera insegnata da Gesù non sia menzionata negli Atti, come neppure nelle epistole, non significa necessariamente che non veniva detta dai santi, anche perché gli apostoli sicuramente la insegnavano perché Gesù, poco prima di essere assunto in cielo, aveva loro detto: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro d’osservar tutte quante le cose che v’ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:19-20). Dunque, dobbiamo credere che la preghiera del ‘Padre nostro’ facesse parte dell’insegnamento degli apostoli. Gesù disse loro infatti: “… tutte quante le cose che v’ho comandate”, e quando Gesù aveva detto: “Voi dunque pregate così ….”, aveva dato loro un comando, e non un consiglio.

Vedete, quello che mi fa arrabbiare, quando sento questi discorsi vani fatti dai pastori ADI, che vanno ad annullare la preghiera del Padre nostro, è che l’unica preghiera insegnataci da Gesù viene fatta passare per una preghiera oramai sorpassata, semplicemente perché non se ne fa menzione negli Atti e nelle epistole, mentre le preghiere (come pure le lodi e le invocazioni) rivolte allo Spirito Santo così tanto diffuse nelle ADI – ma assolutamente assenti in tutta la Bibbia – vengono fatte passare per preghiere spirituali, per preghiere efficaci, per preghiere da fare. E guai a chi fa notare loro che in tutta la Bibbia non esistono preghiere e cantici rivolti allo Spirito Santo!! Si attira la loro ira, e la loro inimicizia. Giudicate voi stessi fratelli quello che vi dico.

Sono veramente indignato – ed assieme a me ci sono tanti altri indignati – nel sapere che nelle ADI sono andati ad annullare anche la preghiera del ‘Padre nostro’. Sono andati a ‘toccare’ pure questa parte dell’insegnamento di Cristo. E’ vergognoso e scandaloso! Questo sta ancora una volta a dimostrare che non c’è timore di Dio agli occhi loro. Io mi domando: ‘Ma dove trovano questa arroganza per dire queste menzogne contro la verità?’ Ma veramente non temono proprio i castighi di Dio queste persone. Ma questo non significa però che essi non si abbatteranno su di essi.

Fratelli che frequentate Chiese ADI vi rinnovo l’esortazione a rigettare ogni falso insegnamento che vi è stato trasmesso dai vostri pastori, perchè se continuate a professare le falsità che vi trasmettono anche voi ne porterete la pena.

Giacinto Butindaro

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ADI: Gesù quando morì non andò a predicare ai morti

ADI: Gesù quando morì non andò a predicare ai morti

Introduzione 

L’apostolo Pietro ha scritto: “Poiché anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio; essendo stato messo a morte, quanto alla carne, ma vivificato quanto allo spirito; e in esso andò anche a predicare agli spiriti ritenuti in carcere, i quali un tempo furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, ai giorni di Noè, mentre si preparava l’arca” (1 Pietro 3:18-20).

Commentando queste parole, Francesco Toppi ha scritto: ‘L’interpretazione che non scalfisce alcun insegnamento della dottrina biblica, che tra l’altro è stata sostenuta da scrittori cristiani come Agostino e Beda il Venerabile, è quella che i versetti succitati non si riferirebbero alla discesa di Cristo nell’Ades, che come vedremo è provata da molti altri testi biblici, ma piuttosto al fatto che il Signore Gesù Cristo, prima ancora della Sua incarnazione, per quello Spirito che Lo risuscitò dai morti, per mezzo di Noè, predicò alla generazione corrotta prima del diluvio che ora si trova nell’Ades in attesa di giudizio. Noè, “… predicatore di giustizia …” (II Pietro 2:5), fu lo strumento attraverso il quale Cristo predicò agli uomini prima del diluvio, purtroppo senza risultati perchè non si convertirono in quel tempo, mentre Dio pazientava per condurli a ravvedimento …. Alla luce di questa interpretazione si può concludere che i succitati testi si riferiscono soltanto allo Spirito di Cristo, il Quale, per mezzo di Noè, esortò i contemporanei prima del diluvio a ravvedersi’ (Francesco Toppi, A Domanda Risponde, Vol. I, pag. 42-43). Questa interpretazione è falsa e lo dimostreremo subito.

Confutazione

Non può essere affatto che quei morti a cui si riferisce Pietro e a cui Cristo andò a predicare fossero delle persone vive fisicamente ma morte spiritualmente vissute al tempo di Noè – che furono esortate a ravvedersi dallo Spirito di Cristo per mezzo di Noè – per i seguenti motivi.

1) La Scrittura dice che Cristo andò a predicare dopo essere “stato messo a morte quanto alla carne”; quindi è da escludersi che questa sua predicazione sia stata effettuata da Lui (o meglio dallo Spirito di Cristo) per mezzo di Noè alla sua generazione prima che Egli si incarnasse. In altre parole qui si parla di una predicazione fatta da Cristo dopo che Egli morì quanto alla carne, e non di una predicazione fatta prima della Sua morte o prima della Sua venuta nel mondo.

2) La Scrittura dice che Cristo nello spirito andò a predicare a degli spiriti ritenuti in carcere; notate infatti che Pietro parla di spiriti che furono ribelli ai giorni di Noè e che quando Cristo fu messo a morte erano custoditi in un carcere, carcere che noi sappiamo è sotterraneo. Infatti in Isaia è scritto: “In quel giorno, l’Eterno punirà nei luoghi eccelsi l’esercito di lassù, e giù sulla terra, i re della terra; saranno raunati assieme, come si fa dei prigionieri nel carcere sotterra; saranno rinchiusi nella prigione, e dopo gran numero di giorni saranno puniti” (Isaia 24:21-22) e sappiamo essere l’Ades. Quindi coloro a cui Cristo andò a predicare erano dei morti che erano stati ribelli mentre ancora in vita. Questo è confermato da Pietro più avanti quando dice che “per questo è stato annunziato l’Evangelo anche ai morti” (1 Pietro 4:6); notate quel “anche ai morti” perchè esso conferma che qui si parla di persone già morte fisicamente. Per questa ragione è da escludersi che si sia trattato di persone che quando sentirono la predicazione di Cristo erano vive fisicamente.

3) La Scrittura dice che l’oggetto di quella predicazione fu l’Evangelo infatti è scritto: “Per questo è stato annunziato l’Evangelo anche ai morti..” (1 Pietro 4:6). E noi sappiamo che il Vangelo non fu rivelato da Dio agli uomini fino a quando Cristo Gesù non venne in questo mondo. Dio aveva già promesso l’Evangelo “per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture” (Romani 1:2), ma questo Evangelo lo rivelò tramite Gesù Cristo, tanto è vero che Gesù, che predicava Egli stesso il Vangelo di Dio, un giorno ebbe a dire ai suoi discepoli: “Ma beati gli occhi vostri perché veggono; ed i vostri orecchi, perché odono! Poiché in verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono di vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e di udire le cose che voi udite, e non le udirono” (Matteo 13:16-17). Come si farebbe quindi a sostenere che Cristo predicò il Vangelo tramite Noè a quella generazione ribelle e malvagia? Non si può perchè si cadrebbe in una grossa contraddizione.

Una volta stabilito che non è vero che quelle parole di Pietro si riferiscono alla predicazione che Cristo per mezzo dello Spirito Santo avrebbe fatto tramite Noè alla sua generazione, rimane da rispondere alla domanda: ‘A chi dunque Cristo andò a predicare nello spirito dopo essere stato messo a morte?’ La risposta è nelle parole di Pietro: “Agli spiriti ritenuti in carcere i quali un tempo furono ribelli quando la pazienza di Dio aspettava ai giorni di Noè” (1 Pietro 3:19-20) e quindi non a tutti gli spiriti di tutte le generazioni (antecedenti a quella di Gesù) che erano stati ribelli durante la loro vita. E la ragione qual’è? La dice sempre l’apostolo Pietro: “Onde fossero bensì giudicati secondo gli uomini quanto alla carne, ma vivessero secondo Dio quanto allo spirito” (1 Pietro 4:6).

Ma cosa significa “Onde fossero bensì giudicati secondo gli uomini quanto alla carne, ma vivessero secondo Dio quanto allo spirito”? Noi riteniamo che significa che questa predicazione del Vangelo fatta da Gesù negli inferi a dei morti fu fatta per attestare ai vivi che quegli individui erano sì morti secondo gli uomini quanto alla carne, ma agli occhi di Dio avevano continuato a vivere spiritualmente, per Lui infatti i morti continuano a vivere. Che sia così si evince dal fatto che poco prima è detto: “Essi [quelli che dicono male di noi] renderanno ragione a colui ch’è pronto a giudicare i vivi ed i morti” (1 Pietro 4:5), ed anche: “Poiché per questo è stato annunziato l’Evangelo anche ai morti …” (1 Pietro 4:6). Come dire insomma: ‘Dio è pronto a giudicare anche i morti (e non solo i vivi) che quindi anche se non sono più sulla terra non sfuggiranno affatto al giudizio di Dio perché essi secondo Dio continuano a vivere, tanto è vero che a dimostrazione di ciò c’è la predicazione che Gesù Cristo fece – tra la Sua morte e la Sua resurrezione – anche ai morti’.

Colgo l’occasione per dirvi anche queste cose.

Queste parole di Pietro non significano che dopo la morte ci sia un’altra opportunità per gli empi di ravvedersi e di credere al Vangelo come per esempio c’è per i Mormoni (per loro sarebbero i missionari mormoni che vanno a predicare il Vangelo a coloro che sono nel carcere sotterraneo) che hanno preso proprio queste parole di Pietro per sostenere questa diabolica dottrina, o come c’era anche per Giovanni Luzzi che commentando queste parole di Pietro ebbe a scrivere: ‘Se i più colpevoli di tutti furono quindi così oggetto della misericordia divina, a maggior ragione lo saranno tutti gli altri morti. Se andò anche a predicare il Vangelo ai più colpevoli, è certo che va pure a predicarlo agli altri (…) Chi ascolta cotesta proclamazione e le risponde col ravvedimento e con la fede, sia egli tra i viventi o nel soggiorno dei morti, è salvo’. (Giovanni Luzzi, Il Nuovo Testamento. Annotato. Terza ed. Riveduta, Firenze 1917, pag. 536). Nessuno v’inganni in nessuna maniera, fratelli, perchè per chi muore nei suoi peccati non c’è più alcuna possibilità di essere salvato. Egli muore carico dei peccati e se ne va nel fuoco dell’Ades dove attenderà il giorno del giudizio, nel quale risorgerà e comparirà davanti al trono di Dio per essere giudicato secondo le sue opere e gettato nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è il fuoco eterno. Dopo morti non c’è più la possibilità di ascoltare il Vangelo e credere ed essere salvati dai propri peccati. E’ scritto: “Chi non avrà creduto, sarà condannato” (Marco 16:16), ed anche: “Chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui” (Giovanni 3:36). Questi passi teneteli davanti ai vostri occhi quando leggete e meditate quelle parole dell’apostolo Pietro.

Per questa ragione dunque, perchè siamo ben consci che la Scrittura non ammette per i peccatori una seconda possibilità di salvezza dopo morti, esortiamo e scongiuriamo gli uomini a salvarsi da questa perversa generazione.

Giacinto Butindaro

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