TURCHIA: Inquietanti sviluppi sul barbaro omicidio dei tre cristiani di Malatya

Un e-mail giunta ad alcuni leader cristiani turchi, segnala quanto già preannunciato da un giornale turco, cioè che ci sarebbero alcune personalità politiche e militari dietro l’assassinio dei tre cristiani di Malatya, nell’aprile scorso.

L’Agenzia di Informazione Firat (ANF), il 18 settembre ha riferito di una e-mail anonima, firmata semplicemente “A.A.”, in cui veniva citato un colonnello in servizio nella stessa città, a Malatya, insieme a un membro della facoltà islamica, come istigatori dell’uccisione.

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Indonesia: Una sorpresa per Abraham Bentar

Finalmente un momento piacevole per Abraham Bentar. Il 13 dicembre scorso, ha potuto ricevere la visita di sua moglie Waty e di sua figlia Rinda. Abraham non vedeva sua figlia da oltre un anno mentre ha visto sua moglie solo 5 volte da quando è stato trasferito nel carcere di Cirebon. Il viaggio in bus da Magelang, dove abita da quando il marito è in questa prigione, dura poco più di 8 ore. Tutti e 3 si sono sciolti in lacrime quando si sono finalmente riuniti.

La gioia è stata ancora più grande perchè Abraham ha ricevuto anche la visita di Rebbeka Zakaria che, come lui, ha conosciuto il carcere a causa della sua fede. Abraham le ha chiesto di testimoniare davanti a 60 prigionieri presenti: “Sono stato messo in prigione a causa della mia fede, vi presento una persona che ha subito il carcere per la mia stessa fede e ora è libera”. Rebekka ha incoraggiato Abraham: “Se Dio si è preso cura di me, farà lo stesso anche con te. Se tu fai la tua parte predicando il Vangelo, anche Lui farà la sua parte, rimanendo sempre con te fino alla fine, secondo la promessa di Matteo 18:20”. E’ il secondo natale che l’evangelista passa dietro le sbarre della prigione. Dopo il suo arrivo a Cirebon, le sue condizioni detentive sono molto migliorate. Può persino avere contatti con le chiese locali. Abraham è stato condannato con false accuse di blasfemia contro l’Islam e il suo profeta. Ha beneficiato di una riduzione di pena, ma dovrà rimanere in carcere fino alla fine del 2009.

Incoraggiamento
Le lettere e le cartoline inviate da tutto il mondo a Waty e Rinda sono state una fonte di incoraggiamento: “Non ho parole per esprimere la mia riconoscenza a tutti i fratelli che si sono presi cura di noi e che ci hanno mostrato tanta simpatia”. Ogni giorno il postino consegna 2 o 3 lettere a casa sua. Finora ne hanno ricevute oltre 5.000.

Fonte: Porte Aperte Italia

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Cristiani di Gaza scossi da tentato omicidio

Gerusalemme, 18 dicembre 2007 – La piccola comunità cristiana nella Striscia di Gaza è stato scossa per la seconda volta in due mesi dal tentato omicidio di un cristiano da parte di fondamentalisti islamici che vogliono eliminare la presenza cristiana nell’area. Quattro uomini mascherati e armati hanno cercato di rapire Nabil Fuad Ayyad durante il fine settimana tra l’8 e il 9 dicembre scorso. Nabil, che lavora come guardia in una chiesa locale, è il cugino di Rami Ayyad, che era stato rapito e assassinato due mesi fa dallo stesso gruppo, ha riferito il Jerusalem Post. Benché la comunità cristiana di Gaza sia stata attaccata più volte nel corso degli ultimi anni e mezzo, Rami è stato il primo cristiano a essere effettivamente ucciso – sembra per aver rifiutato di convertirsi all’islam. Nel corso dell’attacco, Nabil è riuscito a fuggire rigugiandosi in un vicino negozio mentre gli uomini armati cercavano di spingerlo in una macchina. La situazione a Gaza è “molto difficile”, ha riferito un cristiano palestinese “I cristiani sono molto preoccupati e spaventati”.

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MYANMAR: Karen deportati e costretti ai lavori forzati

la denuncia

Devono riparare strade e infrastrutture
Tra di loro è presente anche una forte comunità di cristiani

da Bangkok

Mentre il resto del mondo, all’avvicinarsi del Natale focalizza il suo interessi su doni e buoni sentimenti, tra le risaie e le foreste dello Stato Karen, che pure ospita una consistente comunità cristiana, questo è un tempo di paura, un tempo in cui – con l’inizio della stagione secca – cre­sce la richiesta di lavoro forzato da parte dell’eser- cito birmano.
In un rapporto diffuso tre giorni fa, Il «Karen Human Rights Group», indica un ritorno periodico del lavoro forzato. La pratica di rastrellare gente nei villaggi per adibirla a manovalanza non retribuita a servizio dei militari indica anche, purtroppo, un ritorno alla normalità della situazione dopo le proteste dell’estate e la repressione.
Manutenzione delle strade, costruzione o riparazione di edifici militari, trasporto di generi alimentari e attività domestiche sono affidate a persone terrorizzate che, in caso di rifiuto rischiano maltrattamenti e carcere. «La persistenza del lavoro forzata nelle aree rurale dovrebbe servire ad indicare chiaramente alla comunità internazionale ciò che la giunta militare birmana considera normalità nel Paese», conclude il rapporto.
«Quando le strade si asciugano a sufficienza, reparti dell’esercito passano di villaggio in villaggio per raccogliere manodopera da impiegare nella raccolta di paglia e bambù, nella pu­lizia delle strade e nella manutenzione dei campi militari, nel taglio di piante e nella distribuzione delle razioni. Inoltre – ironia della sorte per una minoranza da decenni in guerra contro il regime che governa l’ex Birmania – elementi locali vengono utilizzati per verificare la si­curezza delle strade e come sentinelle, di giorno come di notte. Tutto lavoro forzato, ovviamente», sostiene ancora il rapporto di Khrg.
Secondo le testimonianze raccolte nei villaggi, i militari non distinguono in base a età o sesso, imponendo le stesse attività a giovani e anziani, come pure alle donne. La pratica del lavoro forzato non è limitata ovviamente al solo Stato Karen, ma è diffusa un po’ ovunque e serve a ga­rantire a costo zero abbondante manodopera per le necessità di supporto dell’esercito, in particolare nelle sue campagne periodiche contro le minoranze, e per opere come il nuovo aeroporto di Mandalay o la nuova capitale Naypyidaw che sono insieme simboli delle velleità del regime e un affronto alla povertà e degrado in cui la ricca Birmani è stata trascinata. Inoltre, proprio la pratica del lavoro forzato favorisce e accompagna una serie di gravi abusi – dalla violenza sulle donne alla distruzione dei raccolti o di interi centri abitati come ritorsione per un rifiuto, all’arruolamento dei minori – più volte denunciati all’interno e all’estero.
Il lavoro di Khrg, come quello di molti altri gruppi presenti nel Paese ma che faticano a fare sentire la loro voce all’estero, serve anche per ricordare alla comunità internazionale che, mentre l’attenzione dei mass media è concentrata su Yangoon (l’ex Rangoon) e i suoi dintorni, su una attività diplomatica di grande impegno ma di pochi risultati, il Myanmar rurale, che accoglie i tre quarti della popolazione complessiva, continua a soffrire nella morsa della giunta.

Stefano Vecchia

Fonte: Avvenire.it – domenica 16 dicembre 2007

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