Una parola d’esortazione a coloro che dicono che non si può perdere in alcun modo la salvezza

Insegnamenti ed Esortazioni – Indice > Con la vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre > V’è un peccato che mena a morte > Una parola d’esortazione a coloro che dicono che non si può perdere in alcun modo la salvezza

Fratelli nel Signore, quello che voi dite viene smentito in maniera inequivocabile da diverse Scritture. Qui sopra ho citato dei versetti che sono scritti nell’epistola agli Ebrei che ammet­tono la possibilità che uno che ha conosciuto la verità vada in perdizione. Certamente, se questa possibilità non ci fosse stata sin dai tempi degli apostoli, gli apostoli non avrebbero messo in guardia la fratellanza di allora nella maniera in cui hanno fatto. Ora, noi diciamo che se un credente rimane unito al Signo­re durante tutto il suo cammino cristiano, credendo in lui ed osservando i suoi comandamenti fino alla fine per certo sarà salvato e niente e nessuno potrà separarlo dall’amore di Cristo. benché egli sbagli in molte cose (chi di noi può dire il contra­rio?) egli alla fine sarà salvato perché avrà serbato la sua fede ed avrà combattuto il buon combattimento fino alla fine; ma se egli, ad un certo punto della sua vita, getta via la fede che ha nel Signore e smette di osservare i suoi comandamenti, commetten­do il peccato che mena a morte certamente non sarà salvato ma sarà condannato, anche se all’inizio aveva pure lui creduto. Queste affermazioni le facciamo appoggiandoci sulle Sacre Scrit­ture e non sul nostro discernimento o su qualche vento di dottri­na che soffia. Vediamo ora alcune Scritture, oltre a quelle precedentemente citate, che attestano che la salvezza si può perdere se ci si tira indietro:

– Gesù Cristo ha detto: “Io sono la vera vite, e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, Egli lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più. Voi siete già mondi a motivo della parola che v’ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sè dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; codesti tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano”.1

Ora, Gesù Cristo è la vite e noi che siamo i suoi discepoli siamo i tralci e lui ci ordina di dimorare in lui per portare frutto alla gloria di Dio. Ma che cosa significa dimorare in Lui? Dimo­rare in Lui significa osservare i comandamenti di Dio perché è scritto: “Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui, ed Egli in esso”.2 Giovanni dice che “questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri, com’Egli ce ne ha dato il comandamento”,3 quindi, se noi continuiamo a credere nel nome del Figliuolo di Dio fino alla fine e ad osservare i comandamenti di Dio fino alla fine continueremo a portare frutti di giustizia fino alla fine, rimar­remo attaccati alla vite ed erediteremo così la vita eterna. Ma che cosa avverrà se noi cessiamo di credere nel nome del Figlio di Dio e cessiamo di osservare i suoi comandamenti? Succederà che smetteremo di portare frutto e Dio ci getterà via perché non serviremo più a nulla. Gesù ha detto che i tralci che non portano frutto perché non dimorano nella vite “si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano”,4 quindi badiamo a noi stessi e dimoriamo nel Signore fino alla fine per non vederci un giorno scaraventati assieme ai peccatori impenitenti nello stagno ardente di fuoco e di zolfo!

– Gesù, parlando del seme caduto nei luoghi rocciosi ha detto: “E quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando hanno udito la Parola, la ricevono con allegrezza; ma costoro non hanno radice, credono per un tempo, e quando viene la prova, si traggono indie­tro”;5 come potete vedere quelli che ricevono la buona semenza in luoghi rocciosi sono coloro che odono la Parola e la ricevono subito con allegrezza credendo in essa, però non perseverano fino alla fine nella fede perché quando arriva la persecuzione a motivo della Parola si tirano indietro. È detto chiaramente di loro che credono per un tempo e si tirano indietro e noi sappiamo che il Signore ha detto: “Il mio giusto vivrà per fede; e se si tira indietro, l’anima mia non lo gradisce”;6 quindi coloro che si tirano indietro cessano di essere graditi al Signore perché cessano di credere in Dio. E come potrebbe continuare a piacere a Dio un uomo che smette di avere fede in Dio quando la Scrittura dice che “senza fede è impossibile piacergli”?7

Lo scrittore agli Ebrei ha detto: “Ma noi non siamo di quelli che si traggono indietro a loro perdizione, ma di quelli che hanno fede per salvare l’anima”;8 da questa Scrittura deduciamo in maniera inequivocabile che tra tutti i credenti ci sono quelli che si traggono indietro a loro perdizione; essi sono quelli che credono solo per un tempo e non per tutto il periodo della loro vita. Ma dalla medesima Scrittura deduciamo pure che per salvare l’anima è necessario serbare la fede in Dio fino alla fine.

– Paolo ha detto a Timoteo: “Certa è questa parola:…Se lo rinnegheremo, anch’egli ci rinnegherà”.9 Queste parole ci dicono chiaramente che se noi che abbiamo creduto rinneghiamo il Signore e le sue parole in mezzo a questa generazione pure il Signore ci rinnegherà. Questa affermazione di Paolo (notate che Paolo si è incluso, come lo scrittore agli Ebrei che disse: “Se pecchiamo volontariamente…”)10 è in accordo con le parole del Signore Gesù che disse ai suoi discepoli: “Chiunque adunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli”11 ed anche: “Se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figliuol dell’uomo si vergognerà di lui quando sarà venuto nella gloria del Padre suo coi santi angeli”.12

È una cosa molto grave vergognarsi del Signore e delle sue parole in questo mondo; Paolo lo sapeva questo, perciò disse a Timoteo: “Non avere dunque vergogna della testimonianza del Signore nostro”.13 Diletti, non vergogniamoci del Signore e lui non si vergognerà di noi.

– Paolo, parlando del nostro innesto nell’ulivo domestico disse ai santi di Roma: “Se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. Vedi dunque la benignità e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso te la benignità di Dio, se pure tu perseveri nella sua benignità; altrimenti, anche tu sarai reciso”.14 Noi sappiamo che i Giudei disubbidienti sono i rami naturali che sono stati troncati dal loro ulivo domestico a cui Paolo fa riferimento. Essi “sono stati troncati per la loro incredulità”,15 perciò non godono le benedi­zioni di Cristo (la sua salvezza, la sua pace, i suoi doni) appunto a motivo della loro incredulità. Noi Gentili che abbiamo creduto invece siamo stati innestati nell’ulivo domestico a motivo della nostra fede e sempre per questa stessa fede sussi­stiamo in questo ulivo. Tutto ciò ci porta a capire la severità di Dio in verso quei Giudei che non credono nel suo Figliuolo Gesù Cristo, ma altresì la sua benignità in verso noi Gentili che abbiamo creduto. Ma questa benignità di Dio in verso noi, Dio continuerà a manifestarla verso noi facendoci dimorare nell’ulivo domestico a condizione che noi serbiamo fino alla fine la fede che avevamo da principio, quando abbiamo creduto, altrimenti anche noi saremo troncati dall’ulivo domestico. Voglio che sap­piate che non si può sussistere nell’ulivo domestico senza fede, quindi coloro che credono per un tempo e poi si traggono indietro vengono recisi dall’ulivo domestico e non possono entrare nel riposo di Dio che Egli ha preparato per coloro che credono. Come gli Israeliti che si ribellarono a Dio nel deserto non poterono entrare nel riposo di Dio a motivo della loro incredulità così anche quelli che un giorno hanno creduto e poi hanno smesso di credere non potranno entrare nel Paradiso di Dio perché se ne andranno in perdizione. La Scrittura dice che “noi che abbiamo creduto entriamo in quel riposo”,16 ma essa insegna anche che quelli che credono per un tempo e poi si traggono indietro non vi possono entrare.

Fratelli, la Parola di Dio non ci lusinga; essa non ci induce affatto a pensare che anche se trascuriamo questa grande salvezza alla fine Dio avrà misericordia di noi, perché essa dice: “Biso­gna che ci atteniamo vie più alle cose udite, che talora non siamo portati via lungi da esse. Perché, se la parola pronunziata per mezzo d’angeli si dimostrò ferma, e ogni trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione, come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza?”17 ed ancora: “Guarda­te di non rifiutare Colui che parla; perché, se quelli non scam­parono quando rifiutarono Colui che rivelava loro in terra la sua volontà, molto meno scamperemo noi se voltiamo le spalle a Colui che parla dal cielo”.18

Vi è una parola d’esortazione nella Scrittura che ci dice di badare bene che nessuno di noi resti privo della grazia di Dio e che nessuno di noi sia “profano, come Esaù che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura”19 il quale, “anche quando più tardi volle eredare la benedizione fu respinto, perché non trovò luogo a pentimento, sebbene la richiedesse con lagrime”.20 Ora, voi sapete che Esaù vendette la sua primogenitura a Giacobbe per una minestra di lenticchie. Considerate che il diritto di primogenitura sotto l’antico patto permetteva al primogenito di ereditare dal padre una parte doppia di tutto quello che egli possedeva, quindi non era una cosa da nulla il diritto di primo­genitura che possedeva Esaù. Ma che fece egli? Sprezzò la sua preziosa primogenitura vendendola a Giacobbe per una minestra di lenticchie. È proprio vera la parola che dice che “per un pezzo di pane l’uomo talvolta diventa trasgressore”,21 infatti è scritto che “Giacobbe diede a Esaù del pane e della minestra di lentic­chie”22 in cambio della sua primogenitura, quindi Esaù si rese colpevole anche per un pezzo di pane.

Fratelli, guardiamoci dallo sprezzare il diritto di essere chia­mati figliuoli di Dio per volgerci ai piaceri del peccato che il diavolo tramite questo mondo malvagio ci offre del continuo (volendoci fare credere che per le cose di questo mondo vale la pena voltare le spalle al nostro Signore e trascurare questa così grande salvezza), perché se lo sprezziamo diventeremo dei profani come Esaù e non erediteremo di certo il Regno di Dio e la benedi­zione di Dio, perché ce ne andremo diritti nel fuoco che non si spegne, in quel fuoco che è destinato agli empi dove c’è “il pianto e lo stridor dei denti”.23 Buttare via ciò che di più pre­zioso esiste nell’intero creato e che ci è stato acquistato dal Figliuolo di Dio con il suo sangue, cioè la salvezza eterna, è follia e coloro che lo hanno fatto mietono tutt’ora i tormenti che questa folle decisione fa mietere a coloro che la prendono, infatti sono nell’Ades a piangere ed a stridere i denti senza un goccio d’acqua per dissetarsi e senza nessuno che possa lenire i loro dolori od asciugare le loro lacrime. Le lacrime che essi versano possono essere paragonate alle lacrime che Esaù versò quando volle ereditare la benedizione di Isacco; quelle furono lacrime versate senza pentimento che non commossero Isacco e non lo indussero a benedire Esaù. Così nella stessa maniera coloro che hanno sprezzato la salvezza che è in Cristo Gesù ed hanno tenuto per profano il sangue di Cristo con il quale erano stati lavati un giorno, sono nel fuoco dell’Ades a piangere dal dolore, senza la benché minima possibilità di ottenere misericordia e di ereditare la salvezza eterna. Quindi fratelli, stiamo saldi nella fede, non tiriamoci indietro nella prova, sapendo di avere nel cielo una città che ci è stata preparata da Dio, di cui lui è l’architetto ed il costruttore. Essa è la speranza dei santi, ma per potere accedere in questa città d’oro puro, le cui porte sono perle, ed in mezzo alla quale scorre il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, è necessario che noi perseveriamo fino alla fine nella fede e nelle opere di Cristo; sì, fino alla fine e non solo per un tempo, allora sì che in quel giorno i nostri occhi contempleranno il Re di gloria nella sua bellezza; allora sì che entreremo nel Regno eterno del nostro Signore Gesù Cristo e ci metteremo a sedere alla sua tavola assieme ad Abra­mo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti. Diletti, vale la pena soffrire per il Signore sulla terra; tenendo presente che noi un giorno gusteremo e vedremo la gloria di Dio per l’eternità vi diciamo fratelli amati: ‘Andiamo avanti con perseveranza, lottia­mo con zelo per la causa del Vangelo, non distraiamoci guardando a destra o a sinistra, ma guardiamo davanti a noi fissando il nostro sguardo su Gesù, capo e compitore della fede, “il quale per la gioia che gli era posta dinanzi sopportò la croce sprez­zando il vituperio”;24 anche davanti a noi c’è stata posta una grande gioia, sprezziamo il vituperio pure noi per ereditarla e per sentirci dire in quel giorno: ‘Entrate nella gioia del vostro Signore voi suoi servitori fedeli’. A Dio che ci chiama al suo regno ed alla sua gloria, sia la lode in eterno. Amen.


1 Giov. 15:1-6

2 1Giov. 3:24

3 1Giov. 3:23

4 Giov. 15:6

5 Luca 8:13

6 Ebr. 10:38

7 Ebr. 11:6

8 Ebr. 10:39

9 2Tim. 2:11,13

10 Ebr. 10:26

11 Matt. 10:32,33

12 Mar. 8:38

13 2Tim. 1:8

14 Rom. 11:21,22

15 Rom. 11:20

16 Ebr. 4:3

17 Ebr. 2:1-3

18 Ebr. 12:25

19 Ebr. 12:16

20 Ebr. 12:17

21 Prov. 28:21

22 Gen. 25:34

23 Matt. 25:30

24 Ebr. 12:2