[Documento Vaticano] Nuovi documenti, stessi insegnamenti

Un recente documento pubblicato dalla Congregazione per la dottrina della fede, organismo della Chiesa cattolico- romana che provvede alla tutela della fede e dei costumi, ha suscitato come era prevedibile una notevole reazione da parte delle chiese evangeliche.

Argomento della polemica è la natura della Chiesa, uno scoglio formidabile nel mare dell’ecumenismo, contro il quale continuano a schiantarsi le imbarcazioni di quei volenterosi, che sognano un’improbabile unione visibile fra tutte le chiese.

L’ultimo “incidente in mare” è stato causato proprio dal documento in oggetto, nel quale viene ribadita la dottrina cattolico romana che sostiene “la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica… al di fuori della sua compagine si trovino “numerosi elementi di santificazione e di verità”, che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica”.

In altre parole la vera Chiesa di Cristo sulla terra sarebbe quella di Roma, mentre le altre confessioni cristiane avrebbero numerose nozioni di santificazione, cioè di vita devota, e, soltanto in secondo luogo, di verità.

Tali elementi assecondati spingono all’unità, la quale, dato il contesto, a noi sembra intendersi come ritorno nella chiesa romana piuttosto che come semplice comunione.

Premesso che la Chiesa cattolico-romana ha tutto il diritto di esporre e chiarire la propria fede a favore dei suoi fedeli, dal canto nostro cogliamo l’occasione per esporre la dottrina sulla chiesa secondo il Nuovo Testamento.

Il documento in questione si compone di una serie di domande di grande attualità, che riguardano la dottrina sulla Chiesa, in particolare la sua natura.

Una lettura veloce servirà a confermare, qualora ve ne fosse bisogno, che nessun cambiamento dottrinale significativo vi è stato nell’ambito cattolico.

Infatti la risposta alla prima domanda recita: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato tale dottrina, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente”.

Ravvisiamo un errore di fondo nella teologia cattolica, che un noto teologo evangelico italiano sintetizzò quarantacinque anni fa, proprio durante lo svolgimento del Concilio Vaticano II: “Le grandi formule neotestamentarie: “per mezzo di Cristo”, “in Cristo”, “con Cristo”, “in vista di Cristo”, subiscono una tra smutazione da formule cristologiche a formule ecclesiologiche e suonano in concreto: “per mezzo della chiesa”, “nella chiesa”, “con la chiesa”, “in vista della chiesa”… la Chiesa “diventa signora sulla fede”… la fede non viene ad essere altro che “una serie di atti di ubbidienza verso la Chiesa” (Vittorio Subilia, Il problema del cattolicesimo, Torino 1962, pagg. 152-153).

Pertanto il nodo impossibile da sciogliere, se non con un taglio netto, è costituito dal ruolo secondario attribuito di fatto dalla Chiesa a Cristo, a tutto vantaggio della struttura ecclesiastica visibile e gerarchica.

Tale visione non è in alcun modo sostenibile alla luce della Parola di Dio, inoltre porta alle pesanti affermazioni che ci accingiamo a commentare.

L’ultima domanda, e relativa risposta, contenute nel testo suonano: “Perché i testi del Concilio e del Magistero successivo non attribuiscono il titolo di “Chiesa” alle comunità cristiane nate dalla Riforma del XVI secolo?

La risposta è la seguente: “Perché, secondo la dottrina cattolica, queste Comunità non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’Ordine, e perciò sono prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa.

Le suddette Comunità ecclesiali, che, specialmente a causa della mancanza del sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico, non possono, secondo la dottrina cattolica, essere chiamate “Chiese” in senso proprio”.

Le chiese evangeliche non riconoscono la successione apostolica perché storicamente non è sostenibile ma soprattutto perché biblicamente non è fondata.

In primo luogo perché Gesù non ha istituito la Chiesa cattolico-romana bensì la Chiesa, alla quale s’appartiene sulla base dell’esperienza della rigenerazione: “Gesù gli rispose dicendo: In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3:3), perciò: “Poiché dovunque due o tre sono raunati nel nome mio, quivi sono io in mezzo a loro” (Matteo 18:20).

Il confronto fra la chiesa apostolica semplice, povera e missionaria con la chiesa romana non regge.

In secondo luogo il sacramento dell’ordine non è in alcun modo accennato nel Nuovo Testamento, dove invece si parla del sacerdozio di tutti i credenti, in eguale misura responsabili dinanzi a Dio: “come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per esser un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (I Pietro 2:5).

Infine, la successione apostolica non è da intendersi in senso fisico, come una catena ininterrotta di uomini, che risale fino agli apostoli e a Gesù stesso, ma in senso spirituale come l’adesione alla dottrina professata dagli apostoli ed insegnata da Gesù: “Ma sia ringraziato Iddio che eravate bensì servi del peccato, ma avete di cuore ubbidito a quel tenore d’insegnamento che v’è stato trasmesso” (Romani 6:17), infatti afferma Paolo: “Voi dunque non siete più né forestieri né avventizî; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. Ed in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito” (Efesini 2:19-22).

Sulla base di quanto affermato finora sulla base del Nuovo Testamento, in tutta coscienza ribadiamo l’antico insegnamento, che fu anche dei riformatori d’ogni tempo.

Primo, non le singole chiese ma i credenti rigenerati dallo Spirito Santo sono parte della Chiesa. Secondo, nessuna organizzazione può pensare d’essere “la” Chiesa.

L’unità per la quale Gesù ha pregato non è di natura organizzativa ma squisitamente spirituale: “… siano uno, come noi…”, che rende anche: “come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch’essi siano in noi”, pertanto non l’appartenenza ad un movimento ma la comunione con Dio è la condizione della quale non si può fare a meno.

Terzo, le chiese evangeliche hanno tutto il diritto di ritenersi parte della sposa di Cristo, ed hanno, in più, un mandato al quale dovranno adempiere fino alla seconda venuta di Gesù: “Predicare il Signore della Chiesa, non la chiesa del Signore”.

“…se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo” (Atti 8:4-5).

Salvatore Cusumano

Tratto da: Risveglio Pentecostale – luglio-agosto 2007, pag. 5

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