I protestanti di Francia preoccupati per la situazione dei cristiani in Algeria

PARIGI, 4 marzo 2008 (AFP) – In un comunicato diffuso martedì, la Federazione Protestante di Francia (FPF) si preoccupa per la situazione dei cristiani in Algeria e particolarmente per quella dei protestanti “vittime di una campagna di denigrazione”.

Il 25 febbraio, ricorda la FPF, i rappresentanti della Chiesa Protestante d’Algeria (EPA) sono stati ricevuti dal Ministro algerino degli Affari Religiosi, il sig. Ghlamallah. “Essi hanno potuto esporre le loro difficoltà ed in particolare quelle generate dalle voci che diffonde una campagna mediatica di denigrazione di cui essi sono vittime. Sono accusati di usare indegni mezzi di evangelizzazione, spesso messi in relazione con missionari venuti dagli Stati Uniti”, indica la FPF.

“L’EPA è una federazione di Chiese locali composte da cristiani algerini e diretta da Algerini senza dipendenza esterna. Questi cristiani hanno la volontà di testimoniare della loro fede (…) Essi lo fanno certamente con rispetto come figli del paese”, aggiunge.

La Federazione protestante si dice “attenta alla situazione dei cristiani d’Algeria, di qualunque confessione essi siano”, e “preoccupata dal rispetto della libertà religiosa e di culto”.

L’applicazione “estremamente rigorosa delle leggi che regolano i luoghi di culto mette un buon numero di comunità in situazioni di esercizio del culto particolarmente difficili, perfino impossibili. Diversi processi hanno anche portato a condanne estremamente severe (carcere, serie di multe) nei confronti di protestanti algerini”, indica ancora la FPF.

Recentemente l’ex presidente della Chiesa protestante d’Algeria, il pastore americano Hugh Johnson, è stato invitato a lasciare il paese, essendo scaduto il suo titolo di soggiorno.

Su 33 milioni di abitanti, i cristiani d’Algeria rappresentano in tutto circa 11.000 persone, secondo il Ministero degli Affari Religiosi. Essi sono in maggioranza cattolici.

Fonte: La Croix/AFP 04/03/2008 12:16

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Eritrea: Liberati 45 cristiani evangelici

Le autorità Eritree hanno rilasciato 35 cristiani evangelici dopo averli trattenuti in custodia per sei settimane presso la stazione di polizia della città di Massawa. I cristiani erano tutti membri della Chiesa “La Fede in Cristo” e stavano tenendo una riunione di adorazione il 6 gennaio scorso in una abitazione privata.

La polizia ha fatto irruzione interrompendo la riunione e arrestando sia uomini che donne. Al gruppo di credenti è stato proibito di ricevere visite durante tutto il periodo della loro detenzione. Secondo fonti protestanti della città portuale, sarebbero stati rilasciati la mattina del 16 febbraio. Tre giorni prima, erano stati rilasciati dietro pagamento di cauzione, 10 cristiani (sette uomini e tre donne) della Chiesa del Pieno Vangelo, in carcere da cinque anni nella nota prigione militare di Assab. Purtroppo fonti locali riportano anche notizie di altri arresti di cristiani avvenuti nel corso degli ultimi mesi, alcuni condotti in campi di lavoro, altri imprigionati.

Secondo le nostre fonti ci sono tuttora oltre 2.000 cristiani in carcere per motivi di fede

Fonte: Porte Aperte Italia

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Anna Maffei intervista Hanna Massad

Massad è il pastore dell’unica chiesa evangelica della striscia di Gaza

ROMA, 28 febbraio 2008 – Hanna Massad è il pastore dell’unica chiesa battista, che è anche l’unica chiesa evangelica di tutta la striscia di Gaza. Arriva stanchissimo per partecipare il 16 febbraio all’incontro fra la delegazione della Federazione Battista Europea e i pastori del Consiglio delle chiese evangeliche di Terra Santa (della West Bank, Gaza e Gerusalemme Est). E’ reduce da un estenuante viaggio dagli Stati Uniti dove è stato invitato a partecipare alla Convention di Atlanta, il “New Baptist Covenant” di qualche settimana fa. Come si sa i palestinesi (ad eccezione degli arabi israeliani) non possono passare dall’aeroporto di Tel Aviv, ma per andare nei territori devono passare per la Giordania e una volta varcata la frontiera sottoporsi a lunghe estenuanti ispezioni ai posti di blocco disseminati dappertutto nei territori. Faccio qualche domanda al pastore Massad sulla sua chiesa e sulla situazione che sta vivendo oggi a 4 mesi dall’omicidio di Rami Ayyad avvenuto nell’ottobre scorso per mano di un gruppo di estremisti islamici che ancora non sono stati assicurati alla giustizia. Il pastore Massad appare persona mite, il tono della sua voce è stanco e dolente.

Quando è stata fondata la chiesa battista a Gaza?

L’ha fondata nel 1954 un missionario della Southern Baptist Convention. Io sono pastore di quella chiesa dal 1987 con un’interruzione dovuta ai miei studi negli Stati Uniti dove ho preso laurea e dottorato. Ho il passaporto americano, volendo potevo rimanere lì, ma ho deciso di tornare. La chiesa nel 1999, quando sono tornato, aveva una quindicina di membri, ma da allora è cresciuta fino a un centinaio di membri.

Qual è attualmente la situazione della comunità?

Per molti anni ci siamo dovuti abituare a vivere fra due fuochi. Da una parte l’esercito israeliano, dall’altro gli estremisti musulmani. Gli ultimi 5-6 anni sono stati i più duri. Per noi la situazione è molto difficile perché come evangelici siamo spesso messi in relazione con l’occidente e veniamo accusati di tutto quello che succede. Mia moglie Suhad è giordana ed è la direttrice della Società Biblica a Gaza. La sede della Società biblica è stata bombardata due volte, prima nel febbraio del 2006, poi nell’aprile 2007, fino a che il 6 ottobre scorso hanno rapito e tenuto in ostaggio per 10 ore Rami Ayyad che lavorava in libreria, prima di ucciderlo con due proiettili alla nuca. Rami ha lasciato la giovane moglie incinta con due figli di 1 e 3 anni che il 4 febbraio scorso ha partorito una bambina. L’ha chiamata Smah che significa cielo.

Lei è stato invitato recentemente personalmente da Jimmy Carter e ha parlato alla Convention Battista ad Atlanta, che messaggio ha portato?

La realtà è che ci sentiamo isolati e attaccati non solo da israeliani e musulmani ma lasciati soli anche dagli altri cristiani di Gaza. Quando siamo stati colpiti così duramente con la morte di Rami Ayyad non abbiamo avuto dalle altre chiese cristiane di Gaza alcuna solidarietà, anzi siamo stati accusati di non essere stati cauti. Ci confondono con gli evangelici zionisti che sono presenti in Israele e hanno grande risalto attraverso i telepredicatori americani che diffondono una ideologia di appoggio incondizionato alla politica di Israele nei Territori che noi non condividiamo affatto. Qualche nostro pastore nei territori occupati è stato perfino attaccato con violenza da cristiani ortodossi. Per noi è molto importante uscire da questo isolamento, avere l’appoggio dei cristiani internazionali. Questo è stato il mio appello.

E ora che conta di fare?

Per ora rimango qui a Betlehem per un po’. Ci sono con me anche altre 7-8 famiglie di leaders della chiesa e lavoratori nella Società Biblica che sono dovute fuggire da Gaza. Non so quando riusciremo a tornare. Aspettiamo che la situazione migliori. In chiesa continuano a riunirsi la domenica ma sono rimasti in pochi. Hanno paura. La libreria è chiusa. E qualche giorno fa’ hanno bombardato al sede dell’Ymca che certo non può essere accusata di proselitismo. Il fatto è che ormai basta avere “cristiano” nel nome per essere considerato nemico.

Fonte: Ucebi

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Algeria: I vescovi intervengono in favore di un pastore a cui è stato intimato di andarsene

I vescovi d’Algeria hanno reclamato l’annullamento della decisione delle autorità di chiedere la partenza dell’ex presidente della Chiesa Protestante d’Algeria, Hugh Johnson, a cui è stato intimato di lasciare il paese entro 15 giorni. […]

L’articolo di Le Monde

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Algeria: Ad un pastore è stato intimato di lasciare il paese

L’ex presidente della Chiesa Protestante d’Algeria, il pastore americano Hugh Johnson, ha annunciato mercoledì che le autorità algerine gli avevano intimato lunedì di lasciare l’Algeria entro 15 giorni.

“La polizia mi ha notificato lunedì di lasciare il territorio algerino entro 15 giorni, cioè al più tardi l’11 marzo”, ha dichiarato il pastore Johnson, 74 anni, di nazionalità americana. Egli si è stabilito in Algeria da 45 anni.

“Il mio titolo di soggiorno è scaduto nel maggio 2007. Da allora, le autorità mi accordavano una proroga ogni tre mesi. L’ultima ricevuta di rinnovo di questo titolo scade nel mese di maggio” ha egli precisato.

Fonte: Le Figaro/AFP

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