La stella a cinque punte presente sullo stemma della Repubblica Italiana è un simbolo massonico

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In un articolo dal titolo ‘L’Italia Turrita e lo Stellone fraterno o Pentalfa massonico’ apparso sulla rivista massonica ‘Il Laboratorio’ (organo del Collegio Circoscrizionale toscano dei Maestri Venerabili del Grande Oriente d’Italia), articolo che tratta anche l’emblema della Repubblica Italiana, che come abbiamo visto poco fa ha come autore Paolo Paschetto, troviamo scritto che Paolo Paschetto era un massone: ‘Passiamo ora allo stellone, altro emblema della nostra attuale repubblica e a noi massoni sommamente caro. Nonostante che lo stellone sia presente massivamente in cima ad ogni documento ufficiale del Capo dello Stato, dei ministeri, dei comandi militari, della burocrazia imperante, e di mille altre istituzioni stataleggianti. Sebbene lo si legga, in filigrana, nelle lettere del Governo e perfino nelle nostre vecchie banconote (lira), lo stemma della Repubblica: stellone a cinque punte, ruota dentata, due rami: uno di quercia ed uno d’olivo al di sopra a chiudere il disegno, pochi sanno della sua nascita. Meno che meno se ne ricorda il padre. Rispondiamo quindi a questa domanda: com’è nato, chi l’ha disegnato, e quale autentica avventura sottostà alla sua introduzione, poiché ciò interessa da vicino noi massoni. Gli italiani, orfani dello stellone dei Savoia, scaramantico e mistico, decidono quando ancora la monarchia non aveva abdicato, di dotare il Paese di uno stemma. La decisione nasce subito: il 19 giugno 1946 un decreto autorizza De Gasperi ad istituire una commissione, e Ivanoe Bonomi, che la presiedeva, bandisce un concorso. I bozzetti dovevano contenere la stella d’Italia, ed ispirarsi al senso della terra e dei Comuni. Arrivarono 637 disegni: a guardarli ora, alcuni davvero assai buffi. Un carroccio, bilance della giustizia, fiaccole perenni; contadini con vanghe; mamme con bimbi in braccio, spirali; e torri, ancora torri, stelle e spighe in quantità. Ma nessuno piacque a sufficienza alla commissione, in cui vi sono anche Duilio Cambellotti e Pietro Toesca. È l’inizio di una lunga sciarada. Umberto Terracini, che presiedeva la Costituente, in tono arrabbiato affermava: È veramente assai strano dal punto di vista morale, e dal punto di vista delle esigenze pratiche, che un popolo non sia riuscito in oltre un anno e mezzo ad esprimere di sé qualche simbolo della sua nuova volontà, e proponeva perfino d’incaricare Duilio Cambellotti, un creativo dell’epoca (art nouveau) a produrre qualcosa di serio. A rincarare la dose ci furono anche i dubbi di De Gasperi, il quale visionando i bozzetti affermò: sono molto perplesso a proporre un simbolo certo non molto ben riuscito. Occorsero oltre due anni prima che l’Italia abbia il suo nuovo emblema, in una ridda di commissioni esaminatrici (almeno tre), di perplessità, e critiche anche accese. Già la prima commissione aveva ristretto a cinque artisti la rosa dei prescelti, sui 341 disegni che avevano i requisiti rispondenti al concorso. Anche se poi, nel 1948, la Costituente bandirà un altro concorso ancora, e altri 96 artisti redigeranno 197 nuovi disegni. Alla fine, la Commissione, presieduta dall’On. Giovanni Conti, approvò proprio il disegno di uno dei cinque partecipanti già prescelto la prima volta, quello di Paolo Paschetto (1885- 1963), docente all’Accademia di Belle Arti di Roma, già decoratore nei ministeri dell’Agricoltura e della Pubblica istruzione e autore anche di francobolli e di vetrate nella Casina delle Civette a Villa Torlonia, com’è riportato nella Storia dell’arte italiana del 900 (edizioni Bora) da Giorgio Di Genova. Così, il Paese che ha per capitale la città dei papi, si ritroverà con uno stemma ideato da un artista valdese e per di più massone. Paschetto, infatti, era di Torre Pellice, e decora anche la chiesa valdese di piazza Cavour in Roma. Alla fine, nemmeno lo stemma adottato va però esente da rilievi. Il cancelliere della Consulta araldica precisa che i rami d’olivo e quercia hanno valenza quasi funeraria, mentre è l’alloro a raffigurare la gloria. Il consigliere delegato delle Costruzioni meccaniche Riva rileva: “i raggi della ruota sono disegnati al contrario, con sezione maggiore alla periferia anziché al mozzo, tanto che nella prima classe di una scuola industriale il disegno sarebbe stato bocciato, e via elencando. Dunque un emblema errato? Interessa poco: più che un’opera d’arte da scrutare al microscopio, è un simbolo. Se vogliamo un simbolo emblematico. Forse, non c’è mai piaciuto, soprattutto quando lo ravvisiamo nella corrispondenza a noi diretta dell’Ufficio delle Entrate; ma, come prevedeva Terracini, ha finito per apparirci caro. Ed è soprattutto questo che importa. L’Assemblea Costituente approvò tale proposta, con votazione avvenuta il 31 gennaio 1948. A noi c’è particolarmente caro poiché fu creato da un massone e soprattutto perché rappresenta il Pentalfa massonico’ (‘Il laboratorio’, n. 78, Ottobre, Novembre, Dicembre 2007, pag. 7-8 – www.goilombardia.it/ – il corsivo in grassetto è mio – vedi la foto in fondo a questa sezione )

A proposito del pentalfa massonico (la stella a cinque punte) presente nell’emblema della repubblica italiana, facciamo notare che esso era presente anche nel bozzetto iniziale di Paschetto che poi fu modificato dalla commissione, infatti si legge sul sito del CISV (Centro Italiano Studi Vessillologici):

‘Con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, n. 535, dopo un complesso iter prolungatosi per oltre venti mesi, veniva finalmente adottato l’emblema ufficiale della Repubblica Italiana. Quasi due anni prima, il 27 ottobre 1946, in esecuzione di un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno precedente, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva infatti nominato una specifica Commissione, incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica». Il successivo 5 novembre la Commissione (presieduta da Ivanoe Bonomi e della quale facevano parte, tra gli altri, il celebre storico dell’arte Pietro Toesca e lo scultore Duilio Cambellotti) emanò il bando per il concorso. Agli artisti fu raccomandato di proporre simboli semplici e facilmente intellegibili, svincolati da qualsiasi riferimento a singoli partiti politici. Si decise anche di «introdurre tra i simboli la stella d’Italia, escludendo le personificazioni allegoriche e traendo ispirazione dal senso della terra e dei comuni». I risultati del concorso apparvero presto deludenti: i disegni presentati furono 637, opera di 341 concorrenti, ma nessuno di essi sembrò soddisfare le aspettative. La Commissione non si diede per vinta e selezionò un ristrettissimo gruppo di artisti (cinque) al quale decise di affidare lo sviluppo di un preciso tema grafico, stabilito il 14 dicembre: l’elemento principale avrebbe dovuto essere una «cinta turrita con porta aperta che abbia forma di corona, ma apparenza anche di nobile edificio», completata dalla «figurazione del mare», da una «stella raggiante di cinque punte» ed eventualmente dal motto UNITÀ, LIBERTÀ. Ai partecipanti venne pure suggerita l’opportunità di «non trascurare le norme del Regolamento tecnico-araldico». La Commissione scelse, nella seduta del 13 gennaio 1947, uno dei tre bozzetti presentati da Paolo Paschetto. Nei giorni successivi vennero via via fornite all’artista altre minuziose indicazioni (riguardanti per esempio le precise tonalità dei colori) fino a che si pervenne al definitivo disegno, così descritto: «Campo di cielo alla corona di otto torri, al naturale, accompagnata in capo dalla stella d’Italia, raggiante, d’oro, e in punta dal mare ondoso. Il tutto incorniciato da due rami d’olivo con le scritte in basso (sinistra) Libertà (destra) Unità» (Fig. 1). Ogni elemento ebbe il suo preciso significato: l’olivo sottolineava la volontà di pace del popolo italiano mentre la cinta turrita ne doveva rappresentare la forza di resistenza e la dignità. La stella, infine, fu indice di «speranza nella nostra Resurrezione». Nonostante gli sforzi compiuti, il bozzetto, esaminato dall’Assemblea Costituente quasi un anno dopo, nella seduta del 19 gennaio 1948, non venne ritenuto soddisfacente e si procedette dunque alla istituzione di una nuova Commissione e al bando di un secondo concorso, questa volta a «tema libero». Nel fulmineo volgere di una settimana giunsero 197 bozzetti, inviati da 96 artisti. La Commissione scelse, ancora una volta e all’unanimità, uno dei disegni presentati da Paolo Paschetto. Si trattava di una grande stella accollata ad una ruota dentata e posta tra due rami di olivo e di quercia. Il 31 gennaio l’emblema – con qualche modifica cromatica e non senza accesissime discussioni – fu definitivamente approvato dall’Assemblea Costituente (Fig. 2). Il 5 maggio successivo fu promulgato il decreto ufficiale di adozione (pubblicato, insieme al disegno, sulla «Gazzetta Ufficiale» del 28 maggio), che descrisse così lo stemma: «L’emblema dello Stato, approvato dall’Assemblea Costituente con deliberazione del 31 gennaio 1948, è composto di una stella a cinque raggi di bianco, bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta di bianco in carattere capitale ‘Repubblica Italiana’»’ (www.cisv.it/azzurro/emblema.html)

A proposito delle due commissioni stabilite per scegliere l’emblema della Repubblica è molto significativa questa coincidenza: sia Ivanoe Bonomi, presidente della prima Commissione incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica», che Giovanni Conti, presidente della seconda Commissione, che scelse di nuovo un disegno di Paschetto, erano massoni! (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, Mondadori Editore, 2009, pag. 345-352; Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 496, 737,739). Peraltro della seconda Commissione faceva parte anche il massone Mario Cevolotto (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 348; Storia della Massoneria Italiana, pag. 517, 581)!

 

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Fig. 1 – Il primo bozzetto a colori di Paolo Paschetto approvato dalla Commissione per l’emblema.

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Fig. 2 – Il bozzetto finale, scelto in via definitiva come emblema della Repubblica.

 

Secondo la Massoneria, la stella a cinque punte che, sotto forma di PENTALFA FIAMMEGGIANTE, arde – nella Camera di Compagno – all’oriente di tutte le Logge Massoniche, è l’astro che indica la via ai Compagni Liberi Muratori; è la stella a cui quotidianamente si rivolgono per avere sicuro orientamento nella lenta ascesa.

 

pentalfa-fiammeggiante

 

E questa stella chi può essere se non Lucifero, che secondo i Massoni è il portatore di luce (ovviamente della luce massonica) nonchè lo strumento che porta la libertà, ovviamente la libertà secondo la carne? Osservate infatti la stessa stella a cinque punte su questa vecchia rivista anarchica dal titolo ‘Lucifero – Il Portatore di Luce’, che promuoveva la libertà sessuale.

 

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E già, perchè il pentalfa ‘è il significativo emblema della Libertà’ (Albert Pike, Morals and Dogma, Edizione Italiana, Vol. 1, pag. 38 – 1° Apprendista) e dato che per i Massoni il diavolo ‘è lo strumento della Libertà’ (Ibid., pag. 143 – 3° Maestro Massone), è evidente il significato diabolico del pentalfa.

In questa foto potete vedere il pentalfa massonico nella Freemasons’ Hall, che è il quartiere generale della United Grand Lodge of England (Gran Loggia Unita d’Inghilterra).

 

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Foto prese da www.flickr.com/photos/mermaid99/5178463429/in/photostream/

 

L’artista massone Ernesto Saquella (1958-2008) ha affermato a riguardo del pentalfa:

‘Nell’antichissima simbologia egiziana – madre di tutte le simbologie – la stella a cinque punte raffigurava anche Horus che, ricordiamolo, è figlio di Iside e di Osiride. Il Pentalfa inscritto contiene al suo interno i segreti della sezione aurea, dell’infinita generazione e del numero cinque. Il «5» è un numero che, nel mondo profano, ha di per sé avuto una parte di rilievo in quasi tutte le arti e le scienze dell’uomo. Dopotutto 5 sono le dita della mano e 5 sono le punte della stella marina. Artisticamente ed esotericamente il cinque è stato interpretato da Leonardo da Vinci – anch’egli un iniziato – con il pentagramma, perfetta fusione fra microcosmo e macrocosmo, concreto e trascendentale. Il celebre disegno leonardesco Homo ad circulum, ad esempio, può essere letto ed interpretato con una chiave ermetica che trascende – meglio sublima – la semplice valenza artistica. La stella a cinque punte, formata dall’incrocio delle diagonali del pentagono, è dunque anche il simbolo del rapporto armonioso consentito dalla sezione aurea. Il rettangolo, avente i lati che rispettano la proporzione aurea, è detto rettangolo aureo ed esso si può originare tantissime volte nel Pentalfa (infinita generazione del numero 5). Il Pentalfa è un simbolo ideato da Pitagora, dopo che ebbe risolto il problema del segmento aureo. Il termine significa «cinque alfa», ossia cinque principi. Ai quattro già convalidati da Empedocle, Pitagora ne aggiunse un quinto che è unitario, ovvero la natura. Il Pentagramma era dunque il simbolo dei pitagorici, ed era tracciato con una circonlocuzione che significava un triplice triangolo intrecciato. Nella Massoneria il numero cinque è inestricabilmente intrecciato con l’operatività del Compagno, come ho ben potuto assimilare sin dal rito in cui sono stato iniziato al Grado. Così mi piace ricordare di come, in quell’indimenticabile giorno i quattro punti cardinali erano «segnati» con altrettanti cartelli che riportavano cinque scritte: ad Occidente, VISTA – UDITO – OLFATTO – GUSTO – TATTO; ad Oriente, GRAMMATICA – GEOMETRIA – FILOSOFIA – POESIA – MUSICA; a Meridione, EGIZIO – ELLENICO – ETRUSCO – ROMANICO – GOTICO; a Settentrione, MOSÈ – PLATONE – ERMETE TRISMEGISTO – PITAGORA – PARACELSO. Per tutti questi motivi il Pentalfa simboleggia l’uomo risvegliato, l’iniziato che espande il proprio cosmo divaricando le gambe ed innalzando le braccia al cielo…’ (http://www.fuocosacro.com/).

Lo storico della Massoneria Aldo Mola, nel suo libro Declino e crollo della monarchia in Italia scrive a proposito di questo simbolo che ‘sin dal Settecento la massoneria aveva adottato la stella fiammeggiante. Anche la massoneria Italiana la fece sua: tardi, ma con fervore. In taluni casi a sei punte (stella di Davide), altre volte a cinque (luciferina, atta a incorniciare l’ «uomo di Leonardo», ma anche il capro o il baphomet) …’ (Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 60). Il pentalfa massonico, infatti fu presente, ma capovolto, nell’emblema del Regno d’Italia dal 1870 al 1890, come si può vedere in questa foto (http://it.wikipedia.org/),

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e dietro la sua presenza c’era un influenza massonica. Come dice lo studioso Massimo Leone nel suo scritto ‘È di scena l’Italia: vicende storiche e semantiche dell’‘Italia turrita’: ‘… ancora si discute del fatto, altrettanto misterioso, d’introdurre nello stemma di casa Savoia una stella a cinque punte rovesciata — ovvero con la parte a tre punte rivolta verso il basso anziché verso l’alto — tanto più che in araldica l’inclusione di segni rovesciati è sovente interpretata quale marchio di fellonìa. Sempre una matrice massonica sarebbe stata, secondo alcuni esperti, alla base di questa scelta al momento di sanzionare lo stemma del Regno d’Italia con deliberazione della Consulta Araldica del 4 maggio 1870, poi abrogata dopo accesa discussione alla Camera il 4 marzo 1893, giorno a partire dal quale, con buona pace di garibaldini e mazziniani, la stella scomparve dallo stemma d’Italia’ (pag. 15 – http://unito.academia.edu/MassimoLeone/).

 

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La pagina della rivista massonica ‘Il Laboratorio’ dove si parla di Paolo Paschetto come massone