La sua opera vitale a favore del Grande Oriente d’Italia

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Come abbiamo già detto, Frank Gigliotti era un massone, del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Era peraltro membro della famosa loggia massonica Garibaldi Lodge di New York, come si può vedere da questo screenshot preso dal sito di questa loggia.

 

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In merito alla Loggia Garibaldi, l’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo parla di ‘mafia, infiltrata nella famosa loggia Garibaldi: un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita’ e dice: ‘Ricordo che una volta, quando andai in visita a quella loggia, pensai di avere intorno a me tutti i capi di Cosa nostra in America’ (in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 36-37). Questo giusto per inquadrare meglio l’ambiente massonico in cui si muoveva il ‘reverendo’ Gigliotti! Gigliotti era un alto dignitario della massoneria statunitense (‘un pezzo da novanta della fratellanza’, viene definito dal magistrato Ferdinando Imposimato nel suo libro La Repubblica delle stragi impunite), in quanto presidente del comitato dei massoni Usa che dopo la caduta di Mussolini condurrà in porto la riunificazione della massoneria italiana sotto il controllo di quella USA. Un’opera fondamentale per la Massoneria Italiana, tanto che il World Affairs Report afferma che ‘dopo la sconfitta di Mussolini, la Frammassoneria fu fatta rivivere dall’ecclesiastico Metodista Californiano, Frank B. Gigliotti’ (California Institute of International Studies., 1982, Volume 12, pag. 361 – ‘After the defeat of Mussolini, Freemasonry was revived in Italy by California Methodist clergyman Frank B. Gigliotti’).

Nel 1947 infatti Gigliotti fu l’artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani da parte della Circoscrizione del Nord della massoneria americana. E nella primavera del 1958 Frank Bruno Gigliotti fondò il «Comitato nazionale di cittadini americani per rendere giustizia alla massoneria italiana» che condurrà in porto la riunificazione della massoneria italiana sotto il controllo di quella Usa. Nel Comitato nazionale di cittadini Usa per rendere giustizia alla massoneria italiana entrarono i maggiori esponenti della massoneria Usa, tra i quali Goodwyn Knight, ex governatore della California, William Standley, ex ambasciatore e contrammiraglio, Christian Herter, segretario di stato ecc. A Roma Gigliotti poteva contare sull’appoggio dell’ambasciatore Usa di origine ebraica e massone James Zellerbach.

Nella primavera del 1960, il GOI – unendosi con la Gran Loggia degli ALAM, con un atto di unificazione firmato ufficialmente il 24 aprile 1960 a Napoli alla presenza di Frank Gigliotti – ottiene il secondo riconoscimento, quello cioè della Circoscrizione del Sud della Massoneria americana. A proposito di questo riconoscimento la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 presieduta dall’onorevole Tina Anselmi ha affermato: ‘Sempre nel 1960 i fratelli americani intervennero attraverso il Gigliotti nell’operazione di unificazione del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale (il cui nome sarà legato alle vicende del golpe Borghese, a quelle della Rosa dei Venti, alle organizzazioni mafiose), poi finito nella Loggia P2, con il Grande Oriente. Sembra che quella dell’unificazione del Grande Oriente con la massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, sia stata la condizione posta da Gigliotti in cambio dell’intervento americano nelle trattative con il Governo italiano concernenti il Palazzo Giustiniani. L’unificazione comportò l’estensione al Grande Oriente del riconoscimento che aveva già dato alla Serenissima Gran Loggia di Alliata la Circoscrizione Sud degli USA, nonché numerosi elementi di prestigio nell’ambiente massonico’ (http://www.laprivatarepubblica.com/).

Lo scrittore Dino P. Arrigo riassume così questa questione: ‘In tema di rapporti internazionali interviene il solito Frank B. Gigliotti che continua ad orientare la vita politica italiana ed anche quella massonica. Il riconoscimento da parte della ‘Circoscrizione Nord’ degli USA era già stato ottenuto dal Grande Oriente, mentre quello della ‘Circoscrizione Sud’ era stato assegnato al ‘gruppo degli Alam’ (Piazza del Gesù). Occorre riunirli. Per fare questo bisogna convincere i rappresentanti delle due famiglie a superare le antiche diatribe. Gigliotti inizia insieme a Cortini [n.d.e. Gran Maestro del GOI dal 1953 al 1956] una grande opera di mediazione. Ma l’ultima pregiudiziale imposta dal Grande Oriente al rappresentante italo americano, però, sembra vanificare l’accordo: la condizione all’intesa è quella che tutti i fratelli presentino il proprio certificato penale insieme a quello dei carichi pendenti. Il Grande Oriente, infatti, non si fida. Sono circolate troppe voci riferite ad i componenti dell’altro gruppo. Gigliotti si dà da fare. Alcuni fratelli del gruppo degli Alam si dimettono mentre altri vengono allontanati. Il problema rimane circoscritto al principe Alliata di Monreale accusato di essere in qualche modo collegato alla strage di Portella delle Ginestre dove la banda di Salvatore Giuliano aveva sparato contro la folla riunita per la festa del primo maggio provocando undici morti ed una settantina di feriti. Al separatista Alliata di Montereale si contestavano anche rapporti con gruppi legati alla mafia siciliana. Tutti i fratelli trattengono il fiato. Ad essere imputato, infatti, è il massimo rappresentante di Piazza del Gesù. Ma l’opera di persuasione di Gigliotti, svolta anche attraverso parte del personale americano presso l’ambasciata romana (che poi costituirà la loggia ‘Colosseum’) produce i suoi frutti. Poco dopo il parlamentare monarchico, rassicurato di rimanere in qualche modo all’interno dello stesso gruppo massonico, rassegna le proprie dimissioni pur continuando a mantenere i rapporti con la loggia americana ‘Colosseum’. L’unione avviene. Gigliotti ha vinto’ (Dino P. Arrigo, Fratelli d’Italia, Rubettino Editore 1998, pag. 20-21). E così – dice il giornalista Roberto Fabiani – ‘il patto di unificazione venne firmato sotto lo sguardo vigile e furbesco dell’immancabile Frank Gigliotti, al quale non sembrava vero poter intiepidire il calderone sinistroide di Palazzo Giustiniani aggiungendoci il brodo freddo e spesso reazionario degli ex seguaci del deputato monarchico Alliata di Montereale’ (Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, Editoriale L’Espresso 1978, pag. 69).

Poi nel luglio 1960 Gigliotti fece riavere alla massoneria italiana il Palazzo Giustiniani. Spieghiamo brevemente come andarono le cose. Palazzo Giustiniani è la sede storica del GOI che il governo fascista aveva confiscato. In sostanza, era avvenuto che ‘il Demanio dello Stato, che durante il fascismo aveva espropriato senza indennizzo Palazzo Giustiniani, reclamò il possesso dell’edificio. Il Gran maestro Guido Laj si oppose alla restituzione dell’antica sede e la vertenza finì dinanzi al Tribunale Civile di Roma che, in primo grado, decretò ufficialmente il diritto del GOI al possesso del palazzo rinascimentale romano. In sede di appello, peraltro, la Corte condannò il Grande Oriente alla restituzione della sede occupata e al risarcimento allo Stato della somma di 140.000.000 di lire’ (Wikipedia). A questo punto i dirigenti del GOI si rivolsero al loro fratello Frank Gigliotti, che risolse la questione. Dice Dino Arrigo: ‘L’annosa questione viene risolta stragiudizialmente. Gigliotti si fa rilasciare una apposita dichiarazione da parte del Segretario di Stato americano Christian S. Herter e riesce a far sospendere dalla Corte di Cassazione la procedura di sfratto e quella relativa al pagamento dei 140.000.000 di lire. Subito dopo, nell’estate del ’60, si siedono al tavolo delle trattative l’allora ministro delle finanze Giuseppe Trabucchi in rappresentanza dello Stato Italiano, Publio Cortini per la massoneria, e James Zellerbach, l’ambasciatore americano. L’accordo è presto raggiunto: lo Stato rinunzia ad i 140.000.000 e concede in uso per vent’anni al Grande Oriente una parte di palazzo Giustiniani, con accesso dall’entrata di servizio, previo pagamento di un canone annuo inizialmente concordato in lire 1.000.000’ (Dino Arrigo, Fratelli d’Italia, pag. 19).

 

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La foto della transazione è presa da Wikipedia

 

E’ interessante il racconto che fa di questa vicenda il giornalista Roberto Fabiani nel suo libro I Massoni in Italia, perchè mette in risalto il personaggio Gigliotti: ‘La prima battaglia dei giustinianei dopo la caduta del fascismo venne combattuta proprio con quell’obbiettivo, riconquistare la sede storica. Per riuscirci credettero che la strada migliore fosse quella dei tribunali della Repubblica, dove si precipitarono invocando Dio e il loro diritto, difesi da Arturo Carlo Jemolo. […] Levarono gli scudi in segno di giubilo quando i magistrati romani sentenziarono che il Grande Oriente d’Italia, espropriato con la forza e sotto la minaccia delle armi dai fascisti, aveva diritto alla restituzione di Palazzo Giustiniani. E per giunta il Demanio doveva anche pagare 768 mila e sei lire per spese di giudizio. […] Il loro adorato palazzo, lo Stato non glielo voleva ridare più, forte di una sentenza della Corte d’Appello che dichiarava estinto il diritto avanzato dai massoni per prescrizione dei termini. Si poteva pensare a una legge che sanasse l’ingiustizia patita, ma Cortini rifiutò questa strada: voleva una sentenza definitiva dai magistrati. Ricorse in Cassazione ma mise in moto anche altri meccanismi destinati a rivelarsi risolutivi: andò a chiedere aiuto agli americani. E questi crearono addirittura un comitato di agitazione pro restituzione di palazzo Giustiniani e ne nominarono presidente un personaggio tutto da studiare, l’italo americano Frank Gigliotti. Questo apparteneva alla nutrita e selezionatissima covata di agenti dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto delle forze armate americane durante la guerra) che mai disperso nè perduto di vista avrebbe costituito la fonte battesimale della Cia. E perchè mai il servizio segreto americano si preoccupava tanto di un gruppetto minoritario di distinti signori usi a riunirsi vestiti curiosamente di grembiuli, collari e guanti bianchi? Perchè negli Stati Uniti la massoneria era una potenza, aveva templi sontuosi e ospedali e scuole e logge frequentate da personalità di rilievo che arrivavano alle massime cariche pubbliche, presidenza compresa. Forse in Italia non era la stessa cosa, ma a scanso di sorprese conveniva andare a posare il cappello anche in quell’angolo, soprattutto se l’operazione costava poca fatica. Ed era evidente che l’impresa sarebbe costata poco o nulla: per caso in quegli anni c’era qualche richiesta fatta dagli americani al governo italiano e da questo non soddisfatta immediatamente? Non c’era. Si trattava solo di porre la domanda con garbo, grazia e scappellandosi in maniera scenografica davanti alle prerogative sovrane dello Stato amico. Gigliotti era il tipo adatto a mettere in scena la pantomina. Per giunta l’uomo della Cia poteva contare su appoggi di tutto rilievo; il segretario di Stato alla Casa Bianca, Cristian Herter, 33 della loggia Monte Tabor di Boston. E l’ambasciatore a Roma, il massone James Zellerbach. Questo naturalmente aveva alle sue dipendenze l’Usis, il servizio informazioni degli Stati Uniti che diffondeva in Italia libri, riviste, notizie per i giornali e raccoglieva materiale per la centrale informativa negli USA. Fu proprio l’Usis a muoversi per primo. I tempi stringevano perchè nonostante il ricorso per Cassazione la sentenza della Corte d’Appello stava diventando provvisoriamente esecutiva e il vertice della massoneria italiana buttato fuori con regolare sfratto notificato da ufficiale giudiziario. L’Usis lanciò una serie di dispacci ai giornali, annunciando che in America stava montando una mobilitazione generale a sostegno della giusta causa del Grande Oriente d’Italia, espropriato di quanto sacrosantamente gli apparteneva per cavilli scovati nelle pieghe del codice di procedura civile. Proceduto da questo tam-tam che aveva come unici destinatari i governanti italiani, arrivò a Roma Frank Gigliotti che si scatenò subito per impedire l’onta dello sfratto. Prima vittoria; la corte di Cassazione sospese l’esecuzione della sentenza. Adesso bisognava risolvere il problema del palazzo una volta per tutte e nel modo migliore. Per questo sbarcarono a Napoli i Sovrani Gran Commendatori delle circoscrizioni nord e sud degli Stati Uniti; rappresentavano tre milioni di fratelli, moltissimi dei quali piazzati nei centri decisionali più delicati dell’apparato pubblico americano di cui i poveri uomini politici italiani avevano tanto bisogno. Accolti sulla banchina dallo stato maggiore della massoneria italiana vennero subito pilotati dall’immancabile Gigliotti a Roma, verso il ministero delle Finanze retto dal Dc Giuseppe Trabucchi e quello degli Esteri, sul quale governava la diafana figura di Antonio Segni. Che come al solito era indisposto e quindi i Sovrani e l’uomo della Cia si dovettero contentare del sottosegretario Carlo Marchiori. Che capì tutto al volo, disse che la cosa andava risolta rapidamente e con senso di giustizia; e questo avrebbe «rafforzata e resa più duratura l’amicizia tra gli Stati Uniti e il popolo italiano». Così, nel luglio del 1960, mentre l’Italia era in rivolta contro il governo neo-fascista di Ferdinando Tambroni e si sparava per le strade, si riunirono tre distinti signori: Giuseppe Trabucchi in rappresentanza del governo italiano, Publio Cortini in rappresentanza del Grande Oriente e un autentico intruso che non aveva nessun titolo per stare lì, l’ambasciatore americano James Zellerbach. Firmarono il protocollo che risolveva in via extragiudiziale la questione di Palazzo Giustiniani’ (Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, pag. 58, 59, 61-64). Notate come Gigliotti venga definito ‘un uomo tutto da studiare’, e noi che lo abbiamo studiato possiamo dire che era un uomo furbo, doppio, malvagio e pronto a ricorrere ad ogni mezzo pur di portare a compimento le sue iniziative. D’altronde non per niente era un agente della CIA.

Ecco ora il particolareggiato resoconto di questo evento fatto da Gianni Rossi nel libro In nome della «Loggia»:

‘Per loro era una questione «di vita o di morte». La riconquista di Palazzo Giustiniani da parte della più potente famiglia massonica italiana, quella che si riuniva attorno al Grande Oriente d’Italia, era diventato un incubo. E per raggiungere questo scopo alcuni dei potenti fratelli erano disposti a tutto: anche a far entrare nei segreti della Comunione italiana gli «ingombranti» fratelli americani.

All’arrivo a Roma delle truppe della Quinta armata alleata, i massimi dignitari della risorta massoneria italiana rifiutarono un’allettante proposta per il risarcimento dei danni arrecati loro dal fascismo. A fare i passi decisivi in questa direzione fu proprio un loro confratello, di origine italiana, Frank B. Gigliotti (era nato in Calabria il 15 ottobre 1896), reverendo di una chiesa metodista a Lemon Grove in California, ma soprattutto «chief adviser», consigliere capo, dell’Oss (Office of strategic service, il servizio segreto che nel 1947 darà vita alla Cia). La sua era una proposta molto pratica: «Invece di ricorrere ai tribunali per riavere Palazzo Giustiniani – disse in sostanza ai suoi sbigottiti fratelli italiani: – accontentatevi di villa Margherita, come risarcimento di guerra». Si trattava in pratica di ricalcare la via seguita anche per i massoni napoletani che avevano avuto una sfarzosa sede nel centro della città, requisita appositamente per loro dal colonnello dell’Oss Charles Poletti (i locali sotto la Galleria San Carlo vennero consegnati al fratello Gabriele Iannelli, più tardi senatore del Psi). Ma a Guido Laj, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, vicesindaco di Roma, subito dopo la liberazione, l’offerta di Gigliotti non piacque. Per lui i massoni dovevano rientrare con tutti gli onori nello storico palazzo di via Giustiniani, magari anche aspettando le lungaggini giudiziarie. Villa Margherita andò così all’ambasciata americana in Italia e i massoni iniziarono il lungo calvario delle udienze in tribunale. Alla prima virtuale vittoria ottenuta dal Grande Oriente nei confronti del Demanio, proprietario dal 1927 di Palazzo Giustiniani, seguì la sconfitta del ’54, in Corte d’appello, con una sentenza dal tono ambiguo: «Viene dichiarato estinto per prescrizione il diritto avanzato dalla società Urbs (dietro cui si cela la massoneria italiana, n.d.a.) di usufruire dei locali di Palazzo Giustiniani». Ma poichè si trattava di una «violenza politica» subita sotto il regime fascista, occorreva promulgare una legge per riparare i danni subiti. Il Gran maestro di allora, l’industriale romano Publio Cortini (proprietario della Mater, specializzata in carrozzerie per gli autobus e i filobus utilizzati dall’azienda comunale dei trasporti e amministratore delegato della Retam di Milano) ricorse subito in Cassazione, anche perchè, si disse, «era contrario ad una soluzione legislativa della disputa». Cortini, infatti, era l’unico convinto che nonostante tutto era meglio finire l’iter giudiziario in gran segreto e nello stesso tempo intrattenere rapporti con alcuni ambienti massonici d’oltreoceano, che potevano senz’altro influenzare i governanti italiani. E lui un «amico fraterno e potente» negli Stati Uniti ce l’aveva da tempo. Il suo nome era Frank B. Gigliotti. La loro amicizia risaliva sicuramente ai primissimi anni del dopoguerra, quando l’Oss tirava le fila dei rapporti tra antifascisti italiani, di orientamento anticomunista, e gli ambienti mafiosi americani. In un documento «classificato» del Dipartimento di Stato, datato 7 luglio 1947, Walter Dowling della Divisione affari europei, scrive: «Temo che Gigliotti, anch’egli membro dell’Oss, stia cercando di riattivare la vecchia banda dell’Oss in Italia come mezzo per combattere il comunismo …. Come già specificato, ho avuto alcuni giorni fa due lunghi incontri con Gigliotti. Egli ritiene essenziale che Saragat entri nel governo. Ha detto che a tal fine Joe Lupis ne ha parlato con Ivan Matteo Lombardo e che questi è d’accordo. Ha fatto il nome di due altri italiani che possono aiutare ad allineare i partiti non comunisti al governo: Publio Cortini e il colonnello Pacciardi» (come si può rilevare dal libro di Roberto Faenza e Marco Fini Gli americani in Italia, ed. Feltrinelli, 1976 Milano, pp 13 e 224).

E il 17 dicembre ’47 il Psli di Saragat e il Pri di Pacciardi e Ugo La Malfa entrano nel governo De Gasperi, che ha spezzato l’unità antifascista. Che Cortini fosse anticomunista e per di più legato agli ambienti spionistici americani per i massoni del Grande Oriente era davvero una cosa impensabile. Ma che quell’indaffarato industrialotto romano non avesse tutti i «requisiti» massonici a posto, almeno per allora, questo sì era possibile. Difatti proprio le capacità manageriali e i suoi rapporti d’affari con gli amministratori democristiani di Roma finirono ben presto col danneggiare l’immagine del Gran maestro Cortini. Senza farlo sapere a nessuno dei suoi confratelli, era stato insignito in quegli anni dell’onorificenza vaticana di Cavaliere del Santo Sepolcro. Per i massoni del Grande Oriente, anticlericali e dichiaratamente di sinistra, equivaleva ad un insulto. Così, nonostante avesse restituito l’onoreficenza, Cortini si dovette dimettere dalla gran maestranza (ufficialmente per motivi di salute) il 27 settembre del ’56, dopo quasi tre anni di reggenza. Rimase comunque nella Giunta esecutiva, il governo massonico, e nel Supremo consiglio dei 33 del «Rito scozzese antico ed accettato» (la scuola di perfezionamento iniziatico che detiene il potere dei riconoscimenti internazionali).

I contatti e le amicizie d’oltreoceano del Cortini furono comunque utilizzati per risolvere la «questione del palazzo». Tornato al «Supremo maglietto» il 30 novembre del ’57, l’avvocato Umberto Cipollone, repubblicano, iniziò fitti scambi di corrispondenza e organizzò incontri con i fratelli americani perchè si risolvesse «stragiudizialmente» la questione. Tutto il suo impegno, durante il triennio di reggenza (rimase in carica fino al 28 maggio ’60), fu rivolto ad intessere quei legami con le due Circoscrizioni massoniche americane (la Nord di Boston e la Sud di Washington) e con gli ambienti diplomatici statunitensi in Italia, che portarono alla risoluzione, nel maggio del ’69, della causa con lo Stato italiano ed alla prima riunificazione con i «fratelli separati» che si raccoglievano in via Lombardia, a Roma, attorno al Supremo consiglio della Serenissima Gran Loggia degli Alam del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale. Due piccioni con una fava, insomma: il rientro a Palazzo Giustiniani e il secondo riconoscimento massonico da parte della Circoscrizione sud degli Stati Uniti. Ma prima di riuscire nel suo intento, Cipollone (che era stato uno degli avvocati del collegio di difesa nella causa contro il Demanio, insieme a suo figlio Domenico e ad Arturo Carlo Jemolo) supplicò in mille modi i fratelli americani.

In una lettera del 16 settembre ’58, inviata al Gran maestro della Gran loggia della California, chiedeva l’aiuto delle altre Comunioni sorelle perchè Roma potesse avere «un grande edificio destinato a scopo culturale ed umanitario, nell’interesse di tutto il mondo massonico (così come tutte le nazioni ne hanno); e in parte di esso potesse avere degna sede (dietro corrispettivo) la Comunione italiana!». L’anno seguente, il 25 luglio del ’59, Cipollone durante l’inaugurazione della prima Loggia massonica Nato, la «Benjamin Franklin», di Livorno, chiese l’aiuto degli alti ufficiali americani lì convenuti perchè si facessero portavoci presso i loro fratelli d’oltreoceano, concorrendo così alla «risoluzione dei suoi (della massoneria italiana, n.d.a.) problemi organizzativi, tra i quali quello della Casa massonica». Il «grido di dolore» lanciato dai fratelli del Grande Oriente era stato finalmente accolto. Negli Stati Uniti, infatti, si era creato da qualche tempo un «Comitato di agitazione» alla presidenza del quale era stato messo Frank B. Gigliotti. Nel «Comitato nazionale di cittadini americani per rendere giustizia alla massoneria italiana» entrarono a far parte i maggiori esponenti massoni degli Stati Uniti, uomini della diplomazia e delle alte gerarchie militari, tra cui: Goodwyn Knight, ex-governatore della California, William Standley, ex-ambasciatore e contrammiraglio, Christian S. Herter, Segretario di Stato alla Casa Bianca (massone dal ’32, iscritto alla loggia Monte Tabor di Boston col grado di 33), e Luther A. Smith, allora Sovrano gran commendatore del Supremo consiglio dei 33 per la Circoscrizione sud. A Roma, poi, Gigliotti e i suoi fratelli potevano contare sull’aiuto dell’ambasciatore, anche lui massone, di origine ebraica, James Zallerbach. I fratelli americani per risolvere felicemente la questione avevano investito «oltre 40 mila dollari su Palazzo Giustiniani», come riportava la rivista massonica The New Age (settembre ’60), e per questo fatto si sentivano nel diritto anche di «chiedere al nostro governo (quello americano, n.d.a.) di avere un’udienza», cosa che fu poi concessa. L’occasione per risolvere «stragiudizialmente» la vertenza tra il Demanio e il Grande Oriente d’Italia fu data dalla quarta Conferenza europea dei Supremi consigli di Rito scozzese. Nelle intenzioni degli americani, le conferenze europee dovevano servire a scambiarsi le esperienze, a cercare di riunificare le Comunioni separate nell’ambito di una stessa nazione (com’era il caso italiano) e inoltre a finanziare le massonerie più deboli. Il tutto, ovviamente, era seguito dal versamento di una «cambiale» ideologico-politica che portava le Comunioni così riassestate tra le braccia vischiose degli americani. Le prime tre conferenze si erano tenute a Vienna, Bruxelles e Atene, questa doveva svolgersi in primavera ad Istanbul, facendo tappa prima a Roma per risolvere la nota questione del Palazzo. Durante la conferenza tenuta ad Istanbul, all’Hotel Hilton (contemporaneamente, come risulta dai documenti massonici americani, nello stesso albergo si svolgeva un’importante riunione della Nato), si decise la creazione del Supremo consiglio della Danimarca e si discusse la proposta americana di «risolvere i problemi» delle Grandi logge dei paesi centroamericani (Messico, Costarica e Guatemala). Ultimo, ma non meno importante, punto trattato fu la situazione, non solo massonica, in cui versava l’Egitto. Gli americani, entrano in scena sul «teatro» italiano il 9 febbraio del ’60, giocando la carta delle «informazioni teleguidate». Un dispaccio dell’Usis, l’agenzia di informazioni americana che ha sede in via Veneto a Roma e che è controllata dall’ambasciatore, fa pervenire quel giorno un comunicato stampa (ripreso dal Paese Sera e dal Corriere della Sera) in cui si annuncia una vasta campagna di opinione pubblica a sostegno del Grande Oriente d’Italia, contro il governo italiano che sta per sfrattarlo da Palazzo Giustiniani. Per portare avanti questa «santa causa», recitava il comunicato dell’Usis, era stato già costituito un Comitato nazionale cui aderivano i più illustri nomi della «high society» del sud e del nord degli Stati Uniti. Tutti gli atti dello sbarco in Italia e della permanenza della delegazione statunitense, delle condizioni dettate per la «restituzione» di Palazzo Giustiniani al Grande Oriente e per il doppio riconoscimento del Rito scozzese riunificato furono raccolti in un libello del Sovrano gran commendatore della Circoscrizione nord, George E. Bushnell; mentre il suo collega, capo della Circoscrizione sud, li pubblicò su The New Age, sotto il titolo di «Mission to Italy» (settembre ’60, pp 11-50). Scorrendo soprattutto l’opera di Bushnell (A giant step towards Scottish rite unity, «Un gigantesco passo verso l’unità del rito scozzese» sintesi delle visite fatte in Italia, Turchia e Grecia riportata dall’assistente, Sidney R. Baxter, 33) ci si rende conto di quali appoggi potevano usufruire i fratelli americani per riuscire a dare una mano a Cipollone, Cortini e soci. Con una lettera «d’intenti» scritta dal Segretario di Stato, Herter, Frank Gigliotti e signora erano partiti alcune settimane prima alla volta di Roma per anticipare l’arrivo della delegazione ufficiale guidata da Smith e Bushnell. Prima della sua partenza, però, Gigliotti aveva fatto telegrafare dall’ambasciata italiana a Washington al ministro degli Esteri a Roma, il democristiano Antonio Segni, per far revocare l’ingiunzione di sfratto da Palazzo Giustiniani e per bloccare il pagamento, a seguito della perdita della causa, di quasi 140 milioni di lire. L’ambasciata americana a Roma funzionò da tramite, come anche in seguito, e il ministro degli Esteri Segni, insieme al suo collega di partito Giuseppe Trabucchi, ministro delle Finanze, obbedirono. La Corte di Cassazione, come orgogliosamente riportò The New Age nel suo resoconto, di fronte «all’evidenza dei nuovi fatti succedutisi» chinò la testa e bloccò l’ingiunzione di sfratto e il relativo pagamento. Salpata da New York City il 14 aprile del ’60, la delegazione arriva con la motonave italiana «Saturnia» a Napoli domenica 24 aprile, dopo avere fatto una breve sosta a Gibilterra. «Nel mite clima primaverile di Napoli – riporta il libello – i viaggiatori, piacevolmente sorpresi di trovare un’accoglienza così cortese alla banchina, hanno presenziato alle formalità dello sbarco ed al trasferimento all’hotel. Da Roma erano giunti il fratello Frank B. Gigliotti e moglie, accompagnati dagli illustrissimi fratelli Elio Minici, 33, e moglie, e Pier Andrea Bellerio, 33 (ambedue in rappresentanza del gruppo di via Lombardia, n.d.a.), Athos Roncaglia, 33, proveniente da Milano, e il fratello David P. Gould, console degli Stati Uniti a Roma, con la moglie. Presenti per Napoli erano Robert E. Waska, vice console degli Stati Uniti e i membri più importanti del Club (loggia, n.d.a.) «Squadra e Compasso-Vesuvio», incluso il presidente Richard C. Eichacker, i fratelli Charles F. Giersberg Jr. e Barry Boswell con moglie». Dopo una cena consumata davanti al suggestivo panorama del Vesuvio, alla quale partecipava anche il fratello H. W Dawson della loggia Nato «B. Franklin» la delegazione si trasferisce a Roma, al nuovo albergo Claridge, dove vengono accolti da Publio Cortini, «ministro degli esteri» del Grande Oriente. Mercoledì 27 aprile la delegazione (Smith, Bushnell, l’assistente Baxter, Gigliotti e Paul Erculisse, Sovrano gran commendatore del Belgio e membro del Comitato per la Conferenza europea di Instanbul) viene ricevuta ufficialmente all’ambasciata americana. Nei locali di via Veneto intrattengono «un cordiale e proficuo colloquio con il consigliere d’ambasciata, Horace G. Torbert Jr. il fratello Earl Sohm, primo segretario, e il fratello George D. Whittinghill, console. Assente alla riunione l’ambasciatore, fratello James Zellerbach, in visita privata a Washington. Sempre nella stessa giornata, un pò più tardi, la delegazione viene «ricevuta piacevolmente nei locali del ministero delle Finanze dal ministro Giuseppe Trabucchi». E così il giorno dopo, il gruppo accompagnato anche dal «fratello Francesco Aurelio De Bella, uno degli eminenti eroi della guerra italiana» fa visita al ministro degli Esteri. «L’onorevole Antonio Segni non potè essere presente perchè malato e così i visitatori furono ricevuti dall’onorevole Carlo Marchiori, sottosegretario, che espresse la speranza e l’opinione che la cosa si sarebbe risolta con un giusto accordo». Entrambe le parti, insomma, erano ben consapevoli che «una soluzione equa e soddisfacente dell’affare avrebbe rafforzata e resa più duratura l’amicizia fra gli Stati Uniti ed il popolo d’Italia». Il compromesso fra il Grande Oriente e lo Stato Italiano fu raggiunto qualche mese dopo, il 7 luglio del ’60, con un atto di transazione firmato dal ministro delle Finanze Trabucchi, Publio Cortini, in rappresentanza dei massoni, e James Zallerbach, ambasciatore Usa a Roma. Fuori dalle ovattate stanze del ministero, nello stesso periodo, si scatenava la repressione poliziesca del governo democristiano-missino, presieduto da Ferdinando Tambroni. Le clausole dell’accordo, siglato senza nemmeno avvertire la Direzione generale del demanio, recitavano: rinuncia da parte dello Stato dei 140 milioni dovuti dal Grande Oriente; concessione di un’ala di Palazzo Giustiniani, con ingresso in via Giustiniani (quello che una volta era l’entrata di servizio), per la durata di 20 anni, rinnovabile; pagamento di un canone d’affitto annuale inizialmente di un milione di lire; nell’eventualità che il Senato avesse avuto bisogno dei locali affittati al Grande Oriente, lo Stato si impegnava a risarcire la massoneria costruendo locali di uguale cubatura in un luogo idoneo.

Nonostante la segretezza dell’accordo, la notizia però venne resa di dominio pubblico da Paese Sera, il 2 novembre di quell’anno, in piena campagna elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali. Trabucchi fu anche costretto a far pubblicare una «precisazione» il giorno seguente per spiegare che: «Essendo intervenute le trattative sul terreno della più assoluta legalità nell’interesse dello Stato italiano, è sempre pronto (il ministro, n.d.a.) a riferirne in Parlamento, come di ogni altro suo atto». Ma proprio il confronto col Parlamento era l’ultima cosa che gli americani desiderassero. Difatti secondo Frank Gigliotti la questione non si sarebbe risolta favorevolmente per i massoni italiani poichè il Parlamento era «composto da cattolici romani e da comunisti, tutti dichiarati nemici dei Liberi Muratori», come dichiarò sulla rivista massonica americana The New Age. Ma anche a destra fu attaccato l’operato di Trabucchi. Il periodico missino Il Borghese pubblicò il 17 novembre persino una fotografia che ritraeva i firmatari dell’accordo: Gigliotti e moglie, un certo dottor Bartoli, Cortini, il ministro Trabucchi e l’allora giudice Ugo Niutta. Ma, come capita sempre con i poco limpidi affari gestiti dai massoni italiani, la campagna stampa non ebbe seguito e tutte le implicazioni politiche e propriamente massoniche derivate dalla «cambiale americana» si cominciarono a far sentire nei decenni seguenti. Gli americani, soprattutto gli esponenti della massoneria legata agli ambienti mafiosi e alla Cia, avevano ormai in pugno l’avvenire del Grande Oriente d’Italia. All’occorrenza, come in parte era avvenuto nei primi anni del dopoguerra, i canali massonici potevano essere sfruttati per condizionare con qualsiasi mezzo le decisioni politiche italiane senza doversi esporre pubblicamente. Per arrivare a questo era necessario, comunque, procedere anche all’emarginazione della componente storica socialista e anticlericale, concretizzare il riavvicinamento con la Chiesa Cattolica (o quantomeno far accettare la «cristianizzazione» dei lavori di loggia secondo il rito anglosassone), rimettere in piedi e affidare in «mani sicure» una struttura riservata che sarebbe servita come canale di penetrazione e di ricatto tra i più segreti ambienti del Palazzo: la loggia P2. Tuttavia, a quel tempo, le maggiori soddisfazioni personali le ricevette il massone italo-americano e uomo della Cia, Frank Gigliotti, che paragonato ai «due grandi della tradizione massonica e risorgimentale italiana, Mazzini e Garibaldi», fu insignito del grado di «Gran maestro onorario a vita, membro emerito del Supremo consiglio italiano del Rito scozzese e rappresentante per l’Italia alla Conferenza di Washington» (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 13-20).

Nell’agosto del 1960, quindi il mese dopo la transazione con lo Stato per il rilascio di Palazzo Giustiniani che era avvenuta il 7 luglio, la massoneria italiana proclamò Frank Gigliotti Gran Maestro Onorario a vita e rappresentante per l’Italia alla Conferenza Massonica di Washington (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 37).

Da quello che risulta, tra le condizioni che Gigliotti aveva posto al GOI per avere il riconoscimento della Massoneria USA e quindi disporre dell’appoggio americano per riavere quel Palazzo c’era quella ‘di consentire la formazione in Italia di Logge americane extraterritoriali’ (cfr. Mario Guarino e Fedora Raugei, Gli anni del disonore, pag. 46 – 47). E così, ‘la Massoneria americana, attraverso Frank Bruno Gigliotti, uomo dell’intelligence Usa, rafforza la sua presenza in Italia, con la creazione di logge statunitensi appoggiate alle basi militari, ai consolati e all’ambasciata’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 116). Dice Dino Arrigo: ‘Adesso, però, il Grande Oriente d’Italia, ottenuto il pieno riconoscimento da parte degli Stati Uniti, deve aprire le proprie porte a tutte le logge formate da personale civile e militare americano sparse sul territorio italiano: a Roma la loggia ‘Colosseum’ nella stessa ambasciata statunitense, a Vicenza la ‘George Washington’ all’interno della base Nato così come a Verona con la ‘Verona American Lodge’, a Livorno la ‘Benjamin Franklin’, a Bagnoli la ‘H.S. Truman’ ed a San Vito dei Normanni in Puglia la ‘J.L. McClellan’ (Dino Arrigo, Fratelli d’Italia, pag. 21). A proposito della Loggia ‘Colosseum’ di Roma, riservata formalmente al personale americano dell’ambasciata degli USA a Roma, a quanto pare fu fondata da Gigliotti (cfr. L’Espresso, Volume 38, 1992, Edizioni 14-17)

 

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Questa loggia sarà poi sciolta nel 1992 da Giuliano di Bernardo, in quanto secondo gli inquirenti la Cia aveva piazzato al suo interno dei suoi agenti con l’intenzione di farne una loggia modello-P2 (Pantaleone Sergi, ‘Logge, dopo le banche si scava nelle finanziarie’, in La Repubblica, 6 Novembre 1992 – http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/11/06/logge-dopo-le-banche-si-scava-nelle.html).

Ma Gigliotti impose un’altra condizione alla Massoneria Italiana, cioè quella che da parte del Grande Oriente d’Italia non doveva esserci più alcuna dimostrazione di simpatia verso il partito comunista. Questo è quello che ha affermato in una intervista su Stampa Sera (28 Febbraio 1977, pag. 4 – vedi foto) Francesco Siniscalchi (già maestro venerabile della loggia Hermes, che fu espulso dalla Massoneria Italiana per avere fornito alla magistratura notizie e documenti sulla Loggia P2 e sulla sua attività eversiva, e rivelato l’oscuro ruolo di Licio Gelli e le ‘deviazioni’ all’interno di Palazzo Giustiniani). Questo perchè la dichiarazione di princìpi adottata nel 1948 dalla Conferenza dei Grandi maestri americani, tra le altre cose, affermava: «La massoneria aborre il comunismo come ripugnante alla sua concezione della dignità della personalità individuale, distruttivo dei diritti fondamentali che sono la Divina Eredità di tutti gli uomini e nemico della dottrina massonica fondamentale della fede in Dio», e la Serenissima Gran loggia nazionale degli Alam (con sede a Roma in via Lombardia, di cui era Gran maestro Pier Andrea Bellerio), per poter conseguire nel novembre del 1948 il riconoscimento da parte della Circoscrizione massonica sud degli USA aveva dovuto sottoscrivere anche quel principio anticomunista (cfr. Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 21-22); per cui quando il GOI si unì nella primavera del 1960 alla Gran Loggia degli ALAM – unione che fu indispensabile per il GOI affinchè potesse ottenere il riconoscimento della Circoscrizione massonica americana del sud e quindi l’appoggio per riavere Palazzo Giustiniani -, dovette anch’esso sottoscrivere la dichiarazione massonica anticomunista del 1948.

 

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E’ interessante poi notare queste cose:

1) che il 15 Luglio 1961, il valdese Giordano Gamberini, che era un uomo di fiducia della CIA, venne eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e manterrà la carica fino al 1970, in quanto fu lui l’uomo ‘scelto’ dagli americani per portare avanti senza indugi la loro politica (non sorprende quindi sapere che quando nel 1970 Lino Salvini fu eletto Gran Maestro del GOI, quest’ultimo fu sentito chiaramente pronunciare questa domanda a Gamberini: ‘E adesso i rapporti con la Cia li tieni tu?’ (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 44);

2) che Licio Gelli nel 1959 era entrato ufficialmente nella Massoneria, nel GOI, e poi nel 1963 passò alla loggia massonica ‘Gian Domenico Romagnosi’ di Roma (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 115); e che Gamberini sponsorizzerà la rapida ascesa di Licio Gelli nella massoneria, incaricandolo di proseguire l’opera di Frank Bruno Gigliotti nel mantenere le relazioni con le logge USA. Ma Gelli con la sua loggia P2 – della quale il presidente della Repubblica Sandro Pertini ebbe a dire: ‘Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere’ (Mario Guarino, Gli anni del disonore, pag. 7) – contribuirà anche a mantenere i rapporti tra massoneria e mafia (che ricordiamo erano stati avviati da Gigliotti per preparare lo sbarco degli alleati), e difatti Massimo Brugnoli, esperto di criminalità organizzata, afferma: ‘E proprio la P2 di Gelli sarà, nei decenni successivi, il terreno d’incontro prediletto fra Cosa Nostra e massoneria’ (Venerabile Cosa Nostra – http://www.antimafiaduemila.com/). Lo stesso Gelli aveva legami con la mafia, infatti il senatore Sergio Flamigni afferma: ‘Nara Lazzerini [n.d.e. la segretaria di Licio Gelli] testimonierà dei viaggi di Gelli in Sicilia negli anni 1977-79, il triennio che registra un forte incremento nelle affiliazioni alle logge coperte della Massoneria siciliana. «Gelli mi disse che si recava spesso in Sicilia per incontrarsi con varie persone. Egli mi disse anche che in Sicilia si incontrava anche con esponenti della mafia. Non mi fece mai nomi di mafiosi, ricordo però che mi disse che si incontrava con l’onorevole Lima. Non mi spiegò i motivi di questi incontri’ (Sergio Flamigni, Trame Atlantiche, pag. 347).

E così Gigliotti, dopo avere conseguito quelle ‘vittorie’, scomparve – per modo di dire – dalla scena italiana, perchè in effetti lui poteva continuare ad operare in Italia dietro le quinte: ‘I due artefici delle vittorie recenti, Gigliotti e Cortini, si defilarono, i rapporti da loro intessuti rimasero ben saldi, anzi furono rafforzati negli anni seguenti; entrambi potevano lo stesso influire sulle decisioni e gli indirizzi da prendere nella qualità di membri onorari del Grande Oriente’ (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 28).

 

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Da sinistra: Frank Gigliotti mentre riceve un premio (notate in mano a colui che gli sta accanto qualcosa con su una squadra e un compasso); annuncio che Frank Gigliotti – definito Past Gran Maestro dei Massoni d’Italia – parlerà a dei Massoni del Rito Scozzese. La foto di Gigliotti è stata presa da: http://lemongrove.patch.com/ ed è di Helen Ofield, mentre l’annuncio a fianco è preso dal Corona Daily Independent del 9 Aprile 1968 a pagina 6.