Butindaro Giacinto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CHIESA CATTOLICA ROMANA


 

 

 

PREFAZIONE

 

Cari fratelli nel Signore, ben sapendo che anche voi vi trovate spesso a parlare dell’Evangelo della grazia ai Cattolici romani, e ben sapendo che molti di voi conoscono molto superficialmente le dottrine cattoliche romane (e quasi niente della storia del papato), e ben sapendo che per opporsi efficacemente ai Cattolici romani e dimostrare loro gli errori ai quali sono dati (colla speranza che riconoscano di essere stati ingannati e invochino il Signore affinché abbia pietà di loro) è necessario conoscere le loro errate dottrine per poter mettergli di fronte le Scritture con cui quelle dottrine vengono confutate (e naturalmente per fare ciò occorre conoscere le sacre Scritture per usarle con dirittura nei loro confronti), ho deciso di scrivere questo libro contro le eresie della chiesa cattolica romana: un altro libro confutatorio quindi che segue quello contro il New Age.

La confutazione che segue ha dunque questi scopi: far conoscere più approfonditamente il cattolicesimo romano a coloro fra voi che lo conoscono solo superficialmente, dimostrare con le Scritture che esso non ha nulla a che vedere con il cristianesimo essendo una forma di paganesimo camuffato abilmente da cristianesimo, ed aiutarvi mediante di essa a esporre meglio la sana dottrina ai Cattolici che la contraddicono nella loro ignoranza. Il mio desiderio infatti è quello di confermarvi nella guerra che anche voi sostenete contro i principati, le potestà, i dominatori di questo mondo di tenebre, e le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti, che tengono schiave del peccato e della menzogna, milioni e milioni di Cattolici romani che non sanno nulla e non capiscono nulla, avendo le loro menti accecate dalle tenebre. In altre parole che voi non restiate punto confusi dinanzi a questi avversari del Vangelo fatti di carne ed ossa che sono manovrati a loro insaputa dai nemici spirituali del Vangelo, cioè il diavolo e i suoi ministri, ma che con la Parola di Dio esposta con ogni franchezza distruggiate ogni vano ragionamento e buttiate giù ogni altezza da essi elevata contro il Vangelo. Sia esaltata e difesa la dottrina di Dio e camminino a testa alta coloro che l’amano, ma sia distrutta ogni sorta di menzogna e superstizione e restino confusi arrossendo e non avendo nulla di che replicare coloro che le insegnano e praticano. Sempre con la speranza e il vivo desiderio che rientrati in loro stessi riconoscano la verità e siano liberati dalle mani di Satana; e questo alla gloria del nostro Dio che è benedetto in eterno. Amen.

Come in ogni mio scritto confutatorio, anche in questo contro la chiesa cattolica romana, prima ci sarà l’esposizione della dottrina errata a riguardo di questo o quell’altro argomento, e poi seguirà la dimostrazione della falsità di quella dottrina che rappresenta un occasione per esporre il sano insegnamento della Scrittura a riguardo di questa o quell’altra cosa. Nel presente scritto dimostrerò pure alcune delle falsificazioni ed imposture perpetrate dalla chiesa cattolica romana fino ad oggi, confuterò alcune dottrine del movimento carismatico cattolico con cui purtroppo alcuni fratelli si sono messi a collaborare, e l’ecumenismo di cui oggi si sente molto parlare alla chiesa cattolica romana e che purtroppo ha attecchito in molte Chiese.

Per quanto riguarda la parte storica della chiesa cattolica romana, ho voluto esporre maggiormente la storia del papato che si sa è la trave portante del cattolicesimo romano. Questa parte però si trova nel quarto capitolo, dedicato alla confutazione del papato, e non all’inizio del libro. Qui e là nel libro però ci sono diversi altri riferimenti storici che concernono in una maniera o nell’altra la chiesa cattolica romana (storia del purgatorio, della confessione, delle indulgenze, del celibato forzoso, dell’Inquisizione, ecc.), per cui è necessario collegarli alla storia del papato, esposta in quel capitolo, collocandoli nel periodo storico a cui si riferiscono.

Spero vivamente nel Signore e prego Dio che questo scritto contribuisca a vie più fortificare le vostre mani nella lotta che anche voi sostenete in difesa del Vangelo del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, e possa aiutare delle anime tenute schiave da questa organizzazione religiosa - se mai capitasse nelle loro mani - a pervenire alla conoscenza della verità che è in Cristo Gesù, e uscire così dalle tenebre del cattolicesimo.

 

 

 

La grazia sia con voi

 

Butindaro Giacinto


INTRODUZIONE

 

Nello studiare le dottrine della chiesa cattolica romana,[1] ho potuto riscontrare personalmente che questa organizzazione religiosa insegna pure delle dottrine vere. Voglio quindi iniziare col dire che cosa di giusto la chiesa cattolica romana afferma.

-  Dio: ‘Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra’;[2] ‘Creatore significa che Dio ha fatto dal nulla tutte le cose’;[3] ‘Signore significa che Dio è padrone assoluto di tutte le cose’;[4] ‘Dio non ha corpo, ma è purissimo spirito’;[5] ‘Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo; Egli è l’Immenso;[6] ‘Dio è sempre stato e sempre sarà; Egli è l’Eterno;[7] ‘Dio sa tutto, anche i nostri pensieri; Egli è l’Onnisciente;[8]Dio può fare tutto ciò che vuole: Egli è l’Onnipotente’;[9] ‘Dio ha cura e provvidenza delle cose create, e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita’;[10] ‘Dio è uno solo, ma in tre Persone eguali e distinte, che sono la santissima Trinità (...) Le tre Persone della santissima Trinità si chiamano Padre, Figliuolo e Spirito Santo’.[11]

-  Gesù Cristo: ‘Gesù Cristo è la seconda Persona della santissima Trinità, cioè il Figliuolo di Dio fatto uomo’;[12] ‘Sì, Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo’;[13] ‘Il Figliuolo di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo ed un’anima come abbiamo noi, nel seno di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo’;[14] ‘Gesù Cristo nacque a Betlemme..’;[15] ‘Gesù Cristo, nella sua vita terrena, c’insegnò con l’esempio e con la parola a vivere secondo Dio, e confermò coi miracoli la sua dottrina; finalmente, per cancellare il peccato, riconciliarci con Dio e riaprirci il Paradiso, si sacrificò sulla Croce, ‘unico Mediatore tra Dio e gli uomini’;[16] ‘Il suo Corpo fu seppellito (...) Poi Gesù Cristo risuscitò; risuscitò ripigliando il suo medesimo corpo e riunendo al corpo anche l’anima’;[17] ‘Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni; poi salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre onnipotente’;[18] ‘Gesù Cristo tornerà visibilmente su questa terra...’.[19]

-  L’uomo: ‘Il peccato di Adamo spogliò lui e tutti gli uomini della grazia e d’ogni altro dono soprannaturale, rendendoli soggetti al peccato, al demonio, alla morte, all’ignoranza, alle cattive inclinazioni e ad ogni altra miseria, ed escludendoli dal Paradiso’;[20] ‘L’anima dell’uomo non muore col corpo, ma vive in eterno, essendo spirituale’.[21]

-  Paradiso e inferno: ‘E’ certo che esistono il Paradiso e l’In­ferno (...) Il Paradiso e l’Inferno dureranno eternamente’.[22]

-  Risurrezione: ‘Alla fine del mondo ci attende la risurrezione della carne (...) Risurrezione della carne significa che il nostro corpo, per virtù di Dio, si ricomporrà e si riunirà all’anima...’.[23]

Ma assieme a queste dottrine la chiesa cattolica romana insegna tante altre dottrine prive di fondamento scritturale che contra­stano la Parola di Dio e sotto le quali ha sepolto il Vangelo della grazia di Dio; sì, lo ha letteralmente sepolto. Uso que­st’espressione perché ho riscontrato personalmente, non solo leggendo i loro libri di teologia ma anche parlando con tanti Cattolici romani, che benché questa chiesa dica di credere nella divina ispirazione della Scrittura[24] e di predicare l’Evangelo in effetti ha messo il Vangelo sotto un cumulo di immondizie, vale a dire sotto le sue eresie,[25] impedendo così alle persone di essere salvate e di pervenire alla conoscenza della verità. In altre parole, la chiesa cattolica romana ha preso la sua millenaria tradizione e l’ha posta al di sopra dell’Evangelo, cosicché le persone non vedono più il Vangelo della grazia, che è la sola parola che le può salvare, ma solo la sua tradizione che rinnega apertamente e sfacciatamente il messaggio del Vangelo che Cristo prima e poi gli apostoli ci hanno annunziato. E’ appunto contro le sue eresie che mi accingo a scrivere, al fine di dimostrare come in effetti la chiesa cattolica romana con la sua tradizione ha annullato l’Evangelo perché dice che per essere salvati occor­re operare invece di credere, e annunzia un altro Gesù; sì proprio un altro Gesù, diverso da quello che abbiamo conosciuto noi, perché il Gesù di cui essa parla è impotente da solo a salvare gli uomini avendo bisogno dell’assistenza di Maria. Anzi, possiamo dire, facendo un confronto tra come essi presentano Gesù e come presentano Maria, che il Gesù della chiesa cattolica romana è meno potente di Maria. Questo si può ben vedere persino nelle abominevoli immagini e opere scultoree di questa chiesa idolatra; Gesù viene spesso rappresentato bambino nelle braccia di sua madre, quasi che volessero infondere nelle persone la convinzione che Gesù sia rimasto un lattante che ha bisogno di essere tenuto nelle braccia da sua madre, e quindi meno forte di sua madre adulta. E quando Gesù non è presentato bambino, è presentato morto appeso alla croce, o cadavere nelle braccia di sua madre. Quindi la chiesa romana si serve anche delle immagini e delle statue per sminuire Gesù; ma Gesù Cristo è uomo fatto che dopo essere morto risuscitò dai morti e fu assunto in cielo e fatto sedere alla destra di Dio al di sopra di ogni principato e signoria e trono, e davanti a lui si prostrano tutti (anche Maria) e senza di lui nessun uomo può andare a Dio. E’ lui il Gesù di cui parlano le Scritture; ma quello che presenta la chiesa cattolica romana è un Gesù fatto a sua misura, un Gesù rintuzzato, per potere sostenere tutto quel suo profano deposito costituito da tutte le sue eresie e che viene fatto passare per tradizione apostolica.

Nella mia confutazione comincerò a distruggere il baluardo su cui si erge tutta quanta la chiesa cattolica romana, e cioè la dot­trina che afferma che la salvezza si ottiene per opere[26] e non per fede (i teologi papisti si esprimono dicendo ‘anche per opere e non solo per fede’); proseguirò poi col distruggere tutte le altre sue dottrine demoniache che sono in una maniera o nell’altra collega­te ad essa (ed anche quelle che non sono collegate ad essa). Ho ritenuto opportuno partire da questa loro dottrina perché è quella che serve da fondamento al muro che ci separa da loro, e perché è di primaria importanza conoscerla nei suoi particolari per comprendere bene la maggiore parte di tutte le altre sue eresie edificate su di essa e la maniera in cui sono collegate ad essa.


Capitolo 1

 

LA SALVEZZA

 

LA DOTTRINA DEI TEOLOGI PAPISTI IN TERMINI GENERALI

 

La chiesa cattolica romana afferma che ‘il Figliuol di Dio si fece uomo per salvarci, cioè per redimerci dal peccato...’.[27] Quindi, essa insegna il giusto in questo; ma passando a spiegare il come Cristo ci salva essa afferma una eresia perché dice che Cristo ‘ci redense dal peccato originale che cancella in noi col Battesimo, e ci redime dai peccati nostri colla Penitenza che perdonandoceli, ci condona anche l’Inferno per essi meritato, e ci riacquista il diritto al Para­diso’.[28] Che cosa vogliono dire queste parole? Questo, che quando il bambino viene battezzato (cioè - per loro - quando gli viene versata l’acqua benedetta sul capo) viene liberato dalla schiavitù del peccato, viene giustificato dinanzi a Dio, gli viene cancellato il peccato originale, ed ottiene di entrare in paradiso (senza fede quindi); poi quando è cresciuto e compie dei peccati mortali, che sono i soli che secondo la teologia papista lo privano della grazia divina e lo rendono degno di pena o morte eterna all’inferno, allora si deve andare a confessare dal prete, che lo redime da essi, lo giustifica, e glieli rimette, assolvendolo e dandogli delle opere di penitenza da compiere per espiarli appieno perché i meriti di Cristo non bastano: l’uomo deve anche lui dare la sua parte di soddisfazione per i suoi peccati a Dio! Così, tramite la confessione fatta al prete e l’osservanza delle opere prescritte­gli, egli può ricuperare la grazia perduta, e meritarsi il paradiso.[29] In sostanza la salvezza di cui parlano i teologi papisti non si ottiene per fede soltanto (e quindi non per grazia di Dio) il che equivale a dire che Cristo in realtà non è venuto a salvarci ma ad aiutarci affinché ci salvassimo da noi stessi.

Ho voluto fare questa premessa per fare capire, senza entrare per ora nei dettagli di questi due sacramenti essenziali alla salvez­za (questo lo faremo quando parleremo specificatamente di essi), che la teologia papista insegna non la salvezza per (sola) fede, come la insegna la sacra Scrittura, ma una salvezza per mezzo del battesimo quando si è fanciulli (o quando si è adulti) e per mezzo della penitenza (il che implica sempre - si tenga presente questo - il dovere fare qualcosa per espiare i propri peccati) quando si è cresciuti. E’ vero che parlano anche loro di fede, ma (oltre a fare delle strane distinzioni di fede come quella tra la fede teologale e quella di fiducia) fanno capire chiaramente, e ripeto chiaramente, che per la sola fede non si viene salva­ti, per la sola fede non si ottiene la remissione dei peccati, per la sola fede non si viene giustificati, per la sola fede non si ottiene la vita eterna. Il loro messaggio in sostanza è questo: ‘Non basta credere per essere salvati, giustificati, perdonati, ed entrare in paradiso’.

Ora, come ho accennato prima, per la teologia papista c’è una redenzione, una remissione dei peccati, una giustificazione con il relativo diritto di andare in paradiso, che si ottiene senza fede e senza opere con il battesimo per infusione dopo pochi giorni in cui si è nati; e poi c’è un’altra redenzione, un’altra remissione dei peccati, un’altra giustificazione con il diritto di andare in paradiso che si ottiene mediante il sacramento della penitenza quando si è più grandi - dopo avere commesso i cosid­detti peccati mortali - compiendo opere di misericordia e morti­ficazioni. Io in questa prima parte del libro confuterò maggiormente la dottrina che dice che l’affrancamento dal peccato, la giustificazione, la remissione dei peccati, e la vita eterna si ottengono per opere meri­torie, in altre parole la salvezza per opere prescritta agli adulti dalla chiesa papista che possiamo benissimo chiamare autoredenzione. Sì, perché nei fatti la redenzione offerta dal cattolicesimo agli uomini è un autore­denzione perché essa si fonda essenzialmente sui meriti umani che consistono nel cattolicesimo in digiuni, morti­ficazioni, atti di misericordia, elemosine, preghiere e cerimonie cosiddette sacre. Questo è un dato di fatto; ma i teologi papisti san ben mascherare questa autoredenzione parlando di grazia. Ma di una grazia suddivisa in due specie; grazia santificante e grazia sacramentale che vengono conferite all’uomo dai loro sacramenti. Senza entrare nei dettagli mi limito a dire che questa loro grazia conferita dai sacramenti mette in grado l’uomo di meritarsi, e ripeto meritarsi, la salvezza eterna.

Ora, con la grazia di Dio, dimostrerò che non è affatto in virtù di opere che si viene liberati dai peccati, che non è in virtù di opere che si viene giustificati, che non è in virtù di opere che si ottiene la remissione dei peccati, e che non è in virtù di opere che si ottiene la vita eterna,[30] ma solo ed esclusivamente mediante la fede, quindi per la grazia di Dio (gratuitamente). E che perciò ogni merito umano è escluso nella maniera più assoluta; ogni sforzo umano compiuto per guadagnarsi la salvezza è vano ed offensivo nei confronti di Cristo Gesù.

La salvezza è per grazia, totalmente per grazia; l’uomo non deve guadagnarsela, ma deve solo riceverla dalla mano di Dio. Questo è il messaggio che sta alla base del Vangelo; se esso manca, manca l’Evangelo. E nella chiesa cattolica romana manca proprio questo, il Vangelo della grazia di Dio. Adesso lo dimostrerò.

L’AFFRANCAMENTO DALLA SCHIAVITÙ DEL PECCATO

La dottrina dei teologi papisti

 

La redenzione dal peccato si ottiene mediante il battesimo e la penitenza. I meriti di Cristo non bastano per riceverla, bisogna perciò fare delle opere buone per ottenerla.

I teologi papisti - come ho già accennato - sostengono che il battesimo libera dal peccato chi lo riceve (quindi non solo gli infanti ma anche gli adulti che per esempio si convertono dal buddismo al cattolicesimo); ed affermano pure che una volta battezzati se si compiono dei peccati ‘mortali’ si perde la grazia e quindi è necessario andare a confessarsi dal prete per ottenere la liberazione da essi e ricuperare la grazia perduta. Va detto però che quantunque il prete abbia ricevuto da Cristo l’autorità di rimettere i peccati, al penitente dopo la confessione rimane da espiare una parte della colpa meritata. Perché questo? Perché i meriti di Cristo (che il prete pretende di applicare al penitente con la formula assolutoria) sono insufficienti a salvarlo per cui non è sufficiente la fede a salvarlo, cioè per lui non è sufficiente pentirsi e credere che Gesù Cristo è morto anche per i suoi peccati sulla croce ed è risuscitato per la sua giustificazione, ma occorrono pure delle opere buone (chiamate opere di soddisfazione). E come sostengono ciò con le sacre Scritture? Prendono le seguenti parole di Paolo ai Colossesi: “E quel che manca alle afflizioni di Cristo lo compio nella mia carne a pro del corpo di lui che è la Chiesa”,[31] e gli danno questo significa­to: ‘Noi dobbiamo cooperare con Cristo per la nostra salvezza mediante le nostre opere meritorie, quindi con i nostri patimen­ti; e questo perché noi dobbiamo compiere quello che manca alle afflizioni di Cristo’. Quindi quando si sente parlare di redenzione ai Cattolici bisogna tenere presente le seguenti cose; che il battesimo e la penitenza sono reputati indispensabili per essere salvati (questo lo vedremo meglio più avanti), e che nel caso dell’adulto che si va a confessare dopo avere peccato ‘mortalmente’ contro Dio, la fede in Cristo soltanto non lo può in alcun modo redimere perché egli è chiamato a compiere opere di soddisfazione. Ecco perché i teologi papisti ripetono continuamente che la fede soltanto non salva, che non basta soltanto credere per essere salvati: perché secondo loro per essere salvati occorre la fede e le buone opere.[32]

Ma le cose non stanno affatto così, perché se per essere salvati da Cristo oltre la fede sono necessarie delle opere giuste allora la salvezza cessa automaticamente di essere per grazia ossia gratuita.

Confutazione

Si viene liberati dalla legge del peccato e della morte credendo in Gesù e quindi per grazia

 

La sacra Scrittura afferma che tutti hanno peccato, perciò tutti sono schiavi del peccato che commettono secondo che é scritto: “Chi commette il peccato è schiavo del peccato”;[33] ed essa afferma che per essere affrancati dalla schiavitù del peccato bisogna soltanto ravvedersi dai propri peccati e credere nel Signore nostro Gesù Cristo.[34] Quindi, è da escludersi sia che il battesimo (sia per infusione che per immersione) salva dal peccato, perché la fede (che è quella che salva) deve precedere e precede il battesimo; e sia che la confessione al prete redima dal peccato perché, secondo la Scrittura, c’è bisogno solo di pentirsi e di credere col cuore in Cristo Gesù per ottenere la redenzione dal peccato, senza bisogno alcuno di un mediatore terreno.

Le seguenti Scritture attestano in maniera inequivocabile che si viene salvati soltanto mediante la fede, e quindi non mediante il battesimo che segue la fede e neppure tramite delle opere buone.

-  Paolo e Sila, quando il carceriere di Filippi chiese loro: “Signori, che debbo io fare per esser salvato?”,[35] gli risposero: “Credi nel Signor Gesù, e sarai salvato tu e la casa tua”.[36]

Essi non gli dissero: ‘Fatti battezzare e sarai salvato’ e neppure: ‘Fai delle opere buone e sarai salvato’, perché sapevano che l’uomo viene salvato mediante la fede nel Signore Gesù e non mediante il battesimo o delle opere buone. Ma poniamo il caso che questa domanda sia fatta ad un prete, che risponderà egli? Egli risponderà così: devi farti innanzi tutto battezzare, devi credere tutte le cose che Dio ha rivelate alla sua Chiesa e che sono nella Bibbia e nella tradizione e poi devi fare delle opere giuste. Dopo avere fatto tutto ciò però non puoi essere certo di essere salvato perché potresti cadere in qualche peccato mortale e perdere così la grazia ricevuta; in questo caso comunque c’è la confessione che ti salva. Ma per fare una buona confessione occorrono diverse cose e poi che tu faccia le opere prescritte dal confessore. Studiati di ricevere i sacramenti della chiesa e di fare del tuo meglio e spera di essere salvato ma non dire mai che sei salvato: questa è sfacciata presunzione. Ma ditemi: Non è tutto ciò una via molto complicata e del tutto insicura?

-  Cornelio era un uomo pio e temente Dio con tutta la sua casa, e faceva molte elemosine al popolo e pregava Dio del continuo, ma nonostante ciò non era ancora stato salvato dai suoi peccati quando l’angelo di Dio gli apparve in visione dicendogli di mandare a chiamare Simon Pietro. Questo é confermato dal fatto che l’angelo gli disse: “Manda a Ioppe, e fa’ chiamare Simone, soprannominato Pietro; il quale ti parlerà di cose, per le quali sarai salvato tu e tutta la casa tua”.[37] Cornelio fu salvato quando accettò per fede le parole che Pietro disse in casa sua.

Quindi, quest’uomo non fu salvato né dal battesimo (che gli fu ministrato dopo che credette) e neppure dalle sue elemosine ma fu salvato dalla sua fede nel Vangelo che Pietro gli predicò. Certamente se le preghiere e le elemosine che faceva Cornelio fossero state sufficienti per la sua salvezza non ci sarebbe stato bisogno ch’egli udisse l’Evangelo e credesse in esso. Il fatto è però che Cornelio benché temesse Dio, lo pregasse e facesse molte elemosine era ancora perduto e schiavo del peccato. Fu indispensabile anche per lui sentire l’Evangelo e credere in esso per essere salvato perché la salvezza non la conferisce il battesimo e non è il frutto di opere buone ma il dono di Dio che si riceve credendo e non ope­rando.

-  Paolo disse ai Romani: “Sia ringraziato Iddio che eravate bensì servi del peccato, ma avete di cuore ubbidito a quel tenore d’insegnamento che v’è stato trasmesso; ed essendo stati affran­cati dal peccato, siete divenuti servi della giustizia”.[38]

I credenti di Roma furono salvati dai loro peccati ubbidendo al Vangelo, cioè credendo nel Vangelo, e non mediante il battesimo o per avere fatto delle opere buone.

-  Paolo disse ai Romani: “Io non mi vergogno dell’Evangelo; perché esso é potenza di Dio per la salvezza d’ogni credente”;[39] questo significa che è il messaggio della Buona Novella che libera dai peccati tutti coloro che credono in esso. E noi siamo testimoni della salvezza operata dal Vangelo in coloro che erano schiavi di ogni sorta di iniquità: uomini che nel passato erano fornicatori, sodomiti, ladri, ubriachi, avari, stregoni, bugiardi, sono stati liberati dal peccato a cui essi ubbidivano soltanto mediante la loro fede nel Vangelo. Essi non avrebbero mai potuto essere liberati dalla schiavitù delle loro passioni peccaminose mediante il battesimo, o mortificando il loro corpo, o facendo elemosine, visitando gli ammalati, le vedove e gli orfani, o dando da man­giare agli affamati e da bere agli assetati, e questo sempre perché si viene liberati dalla schiavitù del peccato credendo, soltanto credendo, il che precede sempre il battesimo e il buon operare ordinato da Dio ai credenti.

-  Paolo dice agli Efesini: “Poiché gli è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere, affinché niuno si glorî..”.[40]

Noi che abbiamo creduto nel Vangelo della nostra salvezza siamo stati liberati dai nostri peccati mediante la sola fede nel Vangelo; nessuno di noi può dire di essere stato salvato dai suoi peccati mediante il battesimo o per avere fatto delle elemosine, delle visite agli ammalati, alle vedove e agli orfani, o per avere dato da mangiare, da bere e da vestire a coloro che ne avevano bisogno, appunto perché non é in virtù del battesimo in acqua o di opere buone che abbiamo ottenuto questa grande salvez­za, ma soltanto, e lo ripeto soltanto, per avere creduto nel Vangelo della grazia di Dio. Se si potesse essere salvati mediante delle opere buone, Cristo sarebbe morto inutilmente, e sarebbe quindi inutile predicare l’Evangelo a tutti quegli uomini che pensano di pervenire alla salvezza facendo il bene a se stessi ed agli altri. Ma oltre a ciò, bisogna dire che se si potesse essere salvati mediante delle opere buone, gli uomini avrebbero di che gloriarsi nei confronti di Dio, perché potrebbero dire di essersi meritati la salvezza, in altre parole potrebbero dire che essa è stata il frutto delle loro fatiche, e non direbbero mai e poi mai che essa é il frutto del tormento dell’anima di Cristo Gesù. Essi potreb­bero dire che sono stati loro a soffrire per salvarsi, e non più che Cristo, il Giusto, ha sofferto per noi ingiusti per affrancarci dalla schiavitù del peccato. Ma, come diceva Paolo ai Romani, “dov’è dunque il vanto? Esso è escluso. Per qual legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede”,[41] poiché noi riteniamo che l’uomo venga salvato mediante la sua fede in Gesù Cristo. Ecco, perché noi non abbiamo nulla di che vantarci, perché siamo stati salvati mediante la legge della fede, e quindi per grazia. Sì, per la grazia di Dio; perché noi abbiamo dovuto solo credere nel Signore Gesù per essere salvati.

-  Paolo dice ai Tessalonicesi: “Ma noi siamo in obbligo di rende­r del continuo grazie di voi a Dio, fratelli amati dal Signore, perché Iddio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità”.[42]

L’apostolo rendeva grazie a Dio perché a Dio era piaciuto, in base al suo proponimento eterno, di salvare i credenti di Tessa­lonica. Ma come li aveva salvati Dio i Tessalonicesi? Mediante il battesimo o le opere buone forse? No, ma mediante la santificazione dello Spirito e la fede nella verità. Ancora una volta la Scrittura conferma che la salvezza si ottiene non mediante il battesimo e neppure tramite le opere buone, ma mediante la fede nella verità. Dove sono quindi i meriti dell’uomo? Sono esclusi per la legge della fede.

-  Paolo dice ai Corinzi: “Fratelli, io vi rammento l’Evangelo che v’ho annunziato, che voi ancora avete ricevuto, nel quale ancora state saldi, e mediante il quale siete salvati...”,[43] poi dice loro l’Evangelo che gli aveva annunziato, ed infine dice: “Così noi predichiamo, e così voi avete creduto”.[44]

Da questo discorso di Paolo si deduce che i Corinzi erano stati salvati mediante la loro fede nel Vangelo e non mediante il battesimo (che pure essi avevano subito ricevuto dopo avere creduto) o per avere fatto opere buone. Alcuni di loro erano stati adulteri, fornicatori, idola­tri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, rapaci, ubriachi e oltraggiatori; ma erano stati salvati dai loro peccati mediante la sola fede nel Vangelo, che avevano riposto in esso prima di farsi battezzare, senza le opere della legge. Per questo il messaggio di Cristo è chiamato la Buona Novella della pace; perché per ottenere pace con Dio, cioè per essere riconciliati con Dio, i peccatori non devono compiere opere meritorie, ma devono solo ravvedersi e credere nel nome di Gesù Cristo. D’altronde che buona novella sarebbe il messaggio di Cristo se esso dicesse che per essere salvati dal peccato bisogna compiere delle opere buone? Non sarebbe tutto ciò in contraddizione netta con l’es­senza del Vangelo? Certo che lo sarebbe; sarebbe come dire che Gesù è venuto a salvarci gratuitamente, senza richiederci nient’altro che il ravvedimento e la fede in lui, ma noi dobbiamo cooperare con lui (compiere opere giuste) per essere salvati dai peccati!

-  Paolo dice nell’epistola a Tito: “Anche noi eravamo una volta insensati, ribelli, traviati, servi di varie concupiscenze e voluttà, menanti la vita in malizia ed invidia, odiosi e odian­tici gli uni gli altri. Ma quando la benignità di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore verso gli uomini sono stati manifesta­ti, Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatte, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo...”.[45]

Da queste parole di Paolo si apprendono chiaramente due cose: la prima è che noi siamo stati salvati e perciò possiamo affermare di essere salvati, senza il pericolo di peccare di presunzione; la seconda é che questa salvezza l’abbiamo ottenuta non mediante il battesimo e neppure per avere compiuto opere meritorie ma esclusivamente per la misericordia di Dio il quale ci ha fatto rinascere a nuova vita mediante la Parola di Dio piantata in noi (il lavacro della rigenerazione) e mediante il rinnovamento operato in noi dallo Spirito Santo.

-  Paolo dice a Timoteo che Dio “ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non secondo le nostre opere, ma secondo il pro­prio proponimento e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù avanti i secoli, ma che è stata ora manifestata coll’apparizione del Salvator nostro Cristo Gesù...”.[46]

L’apostolo dice per l’ennesima volta che Dio ci ha salvati per grazia senza che noi abbiamo fatto alcun che di buono; ma egli dice anche che Dio ci ha fatto grazia avanti i secoli, cioè avanti la fondazione del mondo. E se ciò non bastasse a fare capire che la nostra salvezza non è dipesa affatto da delle opere buone da noi compiute, ma esclusiva­mente da Dio al quale è piaciuto salvarci senza che meritassimo alcun che, citiamo anche le seguenti parole di Paolo ai Romani su Esaù e Giacobbe: “Prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male, affinché rimanesse fermo il proponi­mento dell’elezione di Dio, che dipende non dalle opere ma dalla volontà di colui che chiama, le fu detto: Il maggiore servirà al minore”,[47] e queste altre: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia”.[48] Dinanzi a tali parole cadono per l’ennesima volta tutti quei ragionamenti dei teologi papisti che attribuiscono la salvezza a delle opere meritorie.

-  Pietro disse a Gerusalemme, dinanzi agli altri apostoli e agli anziani: “Anzi, noi crediamo d’esser salvati per la grazia del Signor Gesù, nello stesso modo che loro”.[49]

Ora, qui Pietro disse che loro che erano Giudei di nascita erano salvati per grazia nella stessa maniera in cui lo erano i Genti­li; e questo quantunque essi fossero circoncisi nella carne e avessero la legge di Mosè con i comandamenti di Dio. Ma perché Pietro non poté dire che loro che erano Giudei erano stati salva­ti per le opere della legge, mentre i Gentili, che non avevano la legge, erano stati salvati per grazia? Perché anche loro Giudei per essere salvati avevano dovuto soltanto credere (e quindi non si erano meritati la salvezza mediante la legge), nella stessa maniera che i Gentili. Le parole di Pietro fanno chiaramente capire che per essere salvati si deve solo credere e non operare, perché la salvezza di Dio è offerta gratuitamente sia ai Giudei che ai Gentili.

-  Gesù nei giorni della sua carne disse queste parole a due donne: “La tua fede t’ha salvata”:[50] le disse alla donna che fu guarita dal suo flusso di sangue, e a quella donna peccatrice che gli rigò di lacrime i suoi piedi e glieli asciugò coi suoi capel­li e glieli unse d’olio. Ad uno di quei dieci lebbrosi che egli guarì, ed a Bartimeo disse le medesime parole, vale a dire: “La tua fede t’ha salvato”.[51]

Anche queste Scritture confermano che é soltanto mediante la fede che si viene salvati e non mediante il battesimo o per opere buone. Perché se Gesù avesse creduto che era il battesimo a salvare non avrebbe potuto dire “la tua fede ti ha salvato” ma avrebbe dovuto dire: ‘Vieni a farti battezzare e sarai salvato’; e se credeva che era la fede più le opere buone avrebbe dovuto dire: ‘Va prima a fare opere degne di ravvedimento e allora conseguirai la salvezza dai tuoi peccati perché solo la fede non basta a salvarti’.

-  Paolo dice ai Romani: “Questa è la parola della fede che noi predichiamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore, e avrai creduto col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti col cuore si crede per ottener la giustizia e con la bocca si fa confessione per esser salvati. Difatti la Scrittura dice: Chiunque crede in lui, non sarà sver­gognato. Poiché non v’è distinzione fra Giudeo e Greco; perché lo stesso Signore è Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano; poiché chiunque avrà invocato il nome del Signore, sarà salvato”.[52]

Come potete vedere per essere salvati non ci vuole il battesimo e non é necessario fare opere buone, ma é necessario confessare con la propria bocca Gesù come Signore, e credere col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti. Non è semplice e chiara la via della salvezza che propone la Scrittura? Certo che lo è. Ma provate a prendere nelle vostre mani un qualsiasi libro di teologia dogmatica e cercatevi il come si ottiene la salvezza per la chiesa papista e vi accorgerete subito dalle prime parole di quanto essa sia estremamente complicata ed incerta pure, tanto da farvi perdere subito la voglia di continuare a leggere.

Per farvi comprendere come noi dalle grandi acque non siamo stati tirati fuori perché ci siamo sottoposti al rito del battesimo o per meriti nostri, ma soltanto perché abbiamo invocato il nome del Signore, vi ricordo un episodio che avvenne sul mare di Tiberiade ai giorni di Gesù.

Gesù, una notte, mentre i suoi discepoli erano nella barca in mezzo al mare, andò alla loro volta camminando sul mare. I suoi discepoli quando lo videro si misero a gridare dalla paura pen­sando di vedere un fantasma, ma Gesù li rassicurò dicendo loro di non temere perché era lui. Quando Pietro sentì dirgli questo, gli disse di comandargli di camminare sulle acque se era lui. Gesù gli disse: “Vieni! E Pietro, smontato dalla barca, camminò sulle acque e andò verso Gesù. Ma vedendo il vento, ebbe paura; e cominciando a sommergersi, gridò: Signore, salvami! E Gesù, stesa subito la mano, lo afferrò e gli disse: O uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.[53] Ricordando la nostra vita passata, vissuta al servizio dell’ini­quità e dell’impurità, dobbiamo dire che noi ci trovavamo in una fossa di perdizione, in un pantano fangoso, dove i nostri piedi non trovavano dove appoggiarsi, ma nell’angoscia del nostro cuore abbiamo invocato il nome del Signore dicendogli: ‘Signore, salvaci’, e lui, nella sua fedeltà, avendo udito il nostro grido, ci ha tirati fuori dalla melma nella quale ci dibattevamo. Ma che abbiamo fatto per uscire fuori da essa? Ci siamo dovuti fatti immergere nell’acqua o abbiamo fatto qualche opera buona forse? No, ma abbiamo soltanto gridato al Signore, come fece Pietro in quella notte sul mare Tiberiade. Tutto ciò a conferma che “chiun­que avrà invocato il nome del Signore, sarà salvato”.[54]

Infine vogliamo dire alcune parole sull’interpretazione papista data alle parole di Paolo ai Colossesi a sostegno della salvezza per opere. Questa loro interpretazione datagli è del tutto arbitraria, perché se fosse così come dicono loro allora dovremmo affermare che Cristo non ha sofferto a sufficienza per liberarci dai nostri peccati, e che ci sono delle sofferenze che l’uomo deve patire per meritarsi la salvezza.

Ma che vanno cianciando i teologi papisti? Le sofferenze di Cristo sono state complete; non rimangono mortificazioni corporali da compiere per l’uomo pecca­tore perché quelle di Cristo sono sufficienti per la sua salvez­za.

Quel “quel che manca alle afflizioni di Cristo”[55] di cui parla Paolo non sono le afflizioni di Cristo mancanti che bisogna compiere per meritarsi la salvezza; perché di queste afflizioni non ce ne sono. Ma esse sono quelle afflizioni che i credenti, che sono già salvati, sono chiamati a patire per Cristo secondo che è scritto: “Poiché a voi è stato dato, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui”;[56] e mediante le quali i credenti vengono reputati degni del regno di Dio secondo che è scritto: “E se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con lui, affinché siamo anche glorificati con lui”.[57]

I riscattati devono compiere opere buone per rendere sicura e ferma la loro vocazione ed elezione

 

La Scrittura dice chiaramente che noi non siamo stati salvati mediante delle opere giuste, ma mediante la fede in Cristo e quindi per la grazia di Dio. Ma la stessa Scrittura dice altresì chiaramente che noi ora che siamo salvati dobbiamo compiere opere buone. Paolo disse infatti agli Efesini che noi siamo “stati creati in Cristo Gesù per le buone opere, le quali Iddio ha innanzi preparate affinché le pratichiamo”;[58] ed a Tito che Gesù Cristo “ha dato se stesso per noi affin di riscattarci da ogni iniquità e di purificarsi un popolo suo proprio, zelante nelle opere buone”.[59] Ma ancora prima di Paolo questo concetto lo aveva spiegato il Signore Gesù Cristo il quale aveva detto ai suoi discepoli di averli scelti affinché praticas­sero le opere buone. Ecco le sue parole: “Non siete voi che avete scelto me, ma son io che ho scelto voi, e v’ho costituiti perché andiate, e portiate frutto, e il vostro frutto sia permanente”.[60] Ma perché dobbiamo essere zelanti nelle opere buone? Perché Gesù ha detto: “In questo è glori­ficato il Padre mio: che portiate molto frutto, e così sarete miei discepoli”,[61] ed anche: “Così risplenda la vostra luce nel co­spetto degli uomini, affinché veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è ne’ cieli”[62] volendo significare che noi compiendo opere buone faremo glorificare il nome di Dio. Oltre a ciò va tenuto presente che noi facendo opere buone ci facciamo un tesoro nel cielo che costituisce il premio che il Signore ci darà in quel giorno (il che per noi è uno stimolo). Gesù infatti quando disse al giovane ricco di vendere tutto quello che aveva e darlo ai poveri gli disse: “ed avrai un tesoro nei cieli”,[63] e Paolo disse a Timoteo di ordinare ai ricchi di essere “ricchi in buone opere, pronti a dare, a far parte dei loro averi, in modo da farsi un tesoro ben fondato per l’avvenire”.[64]

Vi ricordo infine fratelli che le opere buone possono essere presenti nella nostra vita solo se osserviamo i comandamenti di Dio secondo che é scritto: “Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto..”;[65] ma saranno assenti se noi non osserviamo i comandamenti di Dio perché é scritto: “Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi, se non dimorate in me”.[66] Per concludere diciamo questo: noi credenti sappiamo che per la nostra fede siamo stati salvati dal peccato e dal presente secolo malvagio, e che per le fatiche del nostro amore (le nostre opere buone) saremo premiati, cioè riceveremo da Dio il frutto delle opere che abbiamo compiute sulla terra per amore del Signore e degli eletti.

LA GIUSTIFICAZIONE

La dottrina dei teologi papisti

 

La giustificazione si ottiene per fede più le opere.

La teologia papista dice che per ottenere la giustificazione non è sufficiente credere, ossia che per essere dichiarati giusti da Dio non basta solo credere in Gesù Cristo. Ecco infatti come si esprime Bartmann: ‘Per ottenere la giusti­ficazione sono richiesti dall’adulto, oltre la fede, anche altri atti di virtù; la fede sola non giustifica - E’ di fede’.[67]

Questo equivale a dire che la giustificazione non si ottiene per la grazia di Dio ma per meriti propri, infatti se oltre la fede ci vuole qualche atto di virtù da parte dell’uomo ciò vuole dire che la giustificazione non è del tutto gratuita, perché Dio vuole che l’uomo faccia qualcosa di buono per conseguirla.

Ma che cosa deve fare l’uomo per conseguire la giustifica­zione secondo la teologia papista? Innanzi tutto deve farsi bat­tezzare perché il concilio di Trento ha affermato che la giusti­ficazione viene concessa da Dio mediante il battesimo: ‘Causa strumentale è il sacramento del battesimo, che è il sacramento della fede, senza la quale a nessuno, mai, viene concessa la giustificazione’,[68] e poi deve confessarsi al prete per ottenere la remissione dei cosiddetti peccati mortali compiuti dopo il batte­simo e compiere opere buone perché quest’ultime sono giustifican­ti ed espiatorie.

A sostegno di questa giustificazione per opere prendono le seguenti parole di Giacomo: “Abramo, nostro padre, non fu egli giustificato per le opere quando offrì il suo figliuolo Isacco sull’altare? Tu vedi che la fede operava insieme con le opere di lui, e che per le opere la sua fede fu resa compiuta; e così fu adempiuta la Scrittura che dice: E Abramo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia; e fu chiamato amico di Dio. Voi vedete che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto”,[69] e dicono che esse confermano pienamente la loro dottrina secondo la quale per ottenere la giustificazione non basta solo la fede perché Dio richiede altri atti di virtù, e che quindi esse abbattono uno dei princìpi fondamentali del ‘protestantesimo’! In difesa di questa dottrina sulla giustificazione il concilio di Trento ha emesso i seguenti anatemi: ‘Se qualcuno afferma che i sacramenti della nuova legge non sono necessari alla salvezza, ma superflui, e che senza di essi, o senza il desiderio di essi, gli uomini con la sola fede ottengono da Dio la grazia della giustificazione, anche se non sono tutti necessari a ciascuno; sia anatema’:[70] ‘Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, così da intendere che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà; sia anatema’.[71]

Confutazione

Si viene giustificati dai propri peccati mediante la fede in Gesù

 

Ma le cose non stanno affatto così come dicono i teologi papisti perché la Scrittura insegna che si viene giustificati da Dio soltanto mediante la fede. Ora, in questo caso noi non parleremo del perché il battesimo non giustifica (anche se avete già compreso che dato che si viene giustificati soltanto per la fede che precede il battesimo, quest’ultimo non può in niuno modo giustificare), e neppure del perché la confessione al prete non può giustificare (di questi loro sacramenti parleremo più diffusamente in appresso), ma dimostreremo con le Scrit­ture che l’uomo è giustificato solo per fede perché le opere giuste non possono in niuno modo giustificarlo.[72]

Noi tutti eravamo nemici di Dio nelle nostre opere malvagie e nella nostra mente e questo perché noi tutti camminavamo secondo le concupiscenze della carne; ma quando Dio ha manifestato il suo amore verso noi, Egli ci ha giustificati, cioè ci ha resi giusti nel suo cospetto, cancellandoci tutti i nostri peccati. E median­te la giustificazione noi siamo stati riconciliati con Dio e siamo diventati suoi amici secondo che é scritto: “L’amici­zia sua è per gli uomini retti”.[73] E questa giustificazione che noi abbiamo ottenuto l’abbiamo ricevuta per fede, e quindi per grazia e non per opere. Le seguenti Scritture lo attestano in maniera chiara.

-  Paolo dice ai Romani: “Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore...”;[74] e: “Tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la reden­zione che è in Cristo Gesù”,[75] ed ancora: “Ma Iddio mostra la gran­dezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, sarem per mezzo di lui salvati dall’ira”;[76] le parole “giustificati per il suo sangue” significano che noi siamo giustificati mediante la fede nel sangue di Cristo. E sempre ai Romani Paolo dice: “Se per il fallo di quell’uno la morte ha regnato mediante quell’uno, tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia, regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Gesù Cristo”.[77] Notate le parole “il dono della giustizia”; esse mostrano che la giustizia di Dio (la giustificazione) si ottiene gratuitamente da Dio essendo un dono di Dio. Essa si può ottenere appunto credendo nel Figliuolo di Dio: ogni merito personale quindi è escluso. Un altro versetto della lettera ai Romani che attesta che per essere giustificati bisogna solo credere in Cristo è quello che dice che “il termine della legge è Cristo, per esser giustizia ad ognuno che crede”.[78]

-  Paolo dice ai Galati: “Avendo pur nondimeno riconosciuto che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è sol­tanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù affin d’esser giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della legge..”;[79] e: “La legge è stata il nostro pedagogo per condurci a Cristo, affinché fossimo giustifi­cati per fede”;[80] ed ancora: “La Scrittura, prevedendo che Dio giustificherebbe i Gentili per la fede, preannunziò ad Abramo questa buona novella: In te saranno benedette tutte le genti”[81] (questo é avvenuto perché noi siamo stati benedetti da Dio me­diante la fede in Cristo che é la progenie d’Abramo). E sempre ai Galati vi sono queste parole: “Se fosse stata data una legge capace di produrre la vita, allora sì, la giustizia sarebbe venuta dalla legge; ma la Scrittura ha rinchiuso ogni cosa sotto peccato, affinché i beni promessi alla fede in Gesù Cristo fossero dati ai credenti”.[82] E tra questi “beni promessi” vi è pure la giustizia di Dio (quindi la giustificazione); a chi viene data? A chi crede o a chi opera? A chi crede perché essa è stata promessa alla fede in Gesù.

-  “Il giusto vivrà per la sua fede”:[83] queste parole Dio le rivolse al profeta Habacuc, preannunziando in questa maniera che Egli avrebbe giustificato gli uomini per fede (“il circonciso per fede, e l’incirconciso parimente mediante la fede”).[84]

Queste altre Scritture invece attestano che coloro che si basano sulle opere della legge non vengono giustificati e non verranno giustificati nel cospetto di Dio:

-  “Per le opere della legge nessuna carne sarà giustificata”;[85]

-  “L’uomo non è giustificato per le opere della legge”;[86]

-  “Poiché tutti coloro che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica! Or che nessuno sia giustificato per la legge dinanzi a Dio, è manifesto perché il giusto vivrà per fede”;[87]

-  “Per le opere della legge nessuno sarà giustificato al suo cospetto; giacché mediante la legge è data la conoscenza del peccato”.[88]

Per dimostrarvi come non si venga giustificati per opere ma solo per fede vi ricordo l’esempio di Abramo nostro padre. Ora, Abramo, secondo ciò che dice la Scrittura, fu giustificato da Dio mediante la sua fede nella promessa fattagli da Dio,[89] e questa giustificazione la ottenne dopo che egli uscì da Ur dei Caldei[90] e dopo che egli diede la decima del meglio della preda a Melchisedec, sacerdote dell’Iddio altissimo.[91]

Quindi, ribadiamo con forza le seguenti cose:

>Abramo non fu giustificato da Dio perché o quando ubbidì all’or­dine di Dio: “Vattene dal tuo paese e dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò...”.[92] Certo, nell’epistola agli Ebrei è scritto che “per fede Abramo, essendo chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo ch’egli avea da ricevere in eredità..”,[93] ma rimane il fatto che non fu questo atto di ubbidienza di Abramo ad essergli messo in conto di giustizia;

>Abramo non fu giustificato da Dio perché o quando diede la decima a Melchisedec; certo, egli fece qualcosa di buono che Dio gradì (quella sua decima la ricevette in cielo uno di cui si attesta che vive), ma ciò nonostante non fu in virtù di quella opera buona che Abramo fu giustificato da Dio;

>Abramo fu giustificato da Dio perché credette alla promessa di Dio secondo che é scritto: “Or Abramo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia”;[94] per questo anche Abramo non aveva nulla di che gloriarsi nel cospetto di Dio.

Ma vi è un altro esempio di un uomo giustificato da Dio per grazia mediante la sua fede, senza le opere della legge; è quello di quel pubblicano che Gesù disse che era salito nel tempio per pregare assieme ad un Fariseo. Egli “non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii placato verso me peccatore”,[95] e per essersi umiliato davanti a Dio, mediante la sua fede fu giustificato secondo che è scritto: “Io vi dico che questi scese a casa sua giustificato...”.[96] Al con­trario, il Fariseo che ringraziava Iddio di non essere rapace, ingiusto e adultero come gli altri uomini, e faceva notare a Dio che lui pagava la decima sulle sue entrate, che digiunava due volte alla settimana e che non era come quel pubblicano, non fu giustificato. Non è questo una ulteriore conferma che la giusti­ficazione si ottiene soltanto mediante la fede per la grazia di Dio senza le opere? Certo che lo è. Errano grandemente quindi i teologi papisti quando affermano che per essere giustificati da Dio non è sufficiente la fede in Dio.

Ma perché la giustificazione non si può ottenere mediante le opere giuste della legge? Il motivo per cui la giustizia non si può ottenere per mezzo delle opere della legge é perché la legge é stata data per dare agli uomini la conoscenza del peccato[97] e per fare abbon­dare il peccato,[98] e non per rendere giusti gli uomini. Dio, per rendere giusti gli uomini, ha dato il suo Unigenito Figliuolo, infatti é tramite il Figliuolo che é venuta la grazia e che noi siamo stati giustificati.

Ora, abbiamo visto che la Scrittura dice che per le opere della legge l’uomo non può essere giustificato dai suoi peccati, perché la legge non ha il potere di giustificare il peccatore; vediamo quindi da vicino alcune di queste opere della legge che non giustificano chi le compie. Nella legge è detto: “Porterai alla casa dell’Eterno, ch’è il tuo Dio, le primizie de’ primi frutti della terra”;[99] “Se vedi smarriti il bue o la pecora del tuo fra­tello, tu non farai vista di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli al tuo fratello”;[100] “Ogni creditore sospenderà il suo diritto relativamente al prestito fatto al suo prossimo; non esigerà il pagamento dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione in onore dell’Eterno”;[101] “Allorché, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenti­cato qualche manipolo, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova, affinché l’Eter­no, il tuo Dio, ti benedica in tutta l’opera delle tue mani. Quando scoterai i tuoi ulivi, non starai a cercar le ulive rimaste sui rami; saranno per lo straniero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non starai a coglierne i raspolli; saranno per lo straniero, per l’orfano e per la vedova”.[102] Queste non sono che alcune delle opere buone che Dio prescrisse nella legge di Mosè perché ve ne sono molte altre. Esse sono tutte delle opere giuste; eppure per esse non si può essere giustificati dai propri peccati! Non è abbastanza chiara la Scrittura a tale riguardo? Certo che lo è; ma non per la curia romana che non intende rettamente la Parola di Dio; e si illude e fa illudere le persone dicendo che si viene giustifi­cati da Dio mediante i sacramenti e compiendo opere buone: perché i sacramenti (battesimo e penitenza) rendono giusti gli uomini e le opere buone sono giustificanti! Parlando in questa maniera i teologi papisti annullano la grazia e riducono la morte espiatoria compiuta da Cristo meramente ad un gesto d’amore con il quale Dio ha voluto aiutare gli uomini ad autogiustificarsi! La stessa cosa si deve dire della risurrezio­ne di Cristo; essa aiuta a conseguire la giustificazione ma non è sufficiente a giustificare l’uomo, secondo loro! O guide cieche, ma quando rientrerete in voi stessi, e riconoscerete che per essere giustificati è sufficiente la sola fede nel Signore Gesù Cristo?

Abbiamo visto prima che i vertici della chiesa romana oltre ad affermare che è mediante i loro sacramenti che si ottiene la giustifi­cazione, ci dichiarano maledetti perché noi affermiamo che l’uomo viene giustificato soltanto mediante la fede senza i loro sacramenti e senza le opere giuste! Ma costoro periscono per mancanza di conoscenza delle Scritture perché se le conoscessero e le tagliassero rettamente non direbbero tali cose. E’ scritto chiaramente in Isaia che tutta la giustizia dell’uomo è “come un abito lordato”,[103] quindi non importa quante opere giuste fanno gli uomini per essere giustificati davanti a Dio, se essi non si ravvedono e non credo­no nel Vangelo continuano ad essere considerati dei peccatori davanti a Dio e questo perché non con le mani si fa qualcosa per ottenere la giustizia ma “col cuore si crede per ottener la giustizia”,[104] come dice Paolo ai Romani. ‘E’ troppo semplice per essere vero!’, esclamano i Cattolici romani a riguardo della maniera in cui si viene giustificati. Certo che agli occhi loro è troppo semplice e non credono che sia vero; gli viene continuamente detto che si viene giustificati compiendo sacrifici e gli viene tenuta nascosta la parola che dice: “Mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli è messa in conto di giustizia”.[105] (notate quel “a chi non opera” che significa ‘a chi non si appoggia sulle opere giuste per la sua salvezza’) Che cosa ci si può aspettare quindi che dicano?

A voi uomini che ritenete di poter essere giustificati per le opere e rifiutate di essere giustificati gratuitamente da Cristo Gesù dico questo: ‘Sappiate che tenendo una simile condotta voi non fate altro che conservare addosso i vostri abiti sudici (i peccati) e rinunciare alla veste bianca (la giustizia di Dio) di cui vengono rivestiti tutti coloro che cessano di appoggiarsi sulle proprie opere e credono nel Signore Gesù per essere giustificati. Di conseguenza voi continuate ad avere sopra di voi l’ira di Dio perché siete ancora sotto maledizione. Riflettete o uomini e donne; non comprendete che, come dice Paolo, “se la giustizia si ottiene per mezzo della legge, Cristo è dunque morto inutilmente”,[106] e che cercando di essere giustificati per le opere della legge non fate altro che annullare la grazia di Dio e rendere vana la fede per voi stessi? Fate dunque questo; non appoggiatevi più sulle vostre opere per essere giustificati ma soltanto credete che Gesù è il Cristo che è morto per i vostri peccati e risuscitato dai morti il terzo giorno’.

Se è per grazia non è più per opere, e se è per opere non è più per grazia

 

A questo punto voglio dire qualcosa d’altro che ritengo importante: i teologi papisti quando parlano della giustificazione fanno dei discorsi nei quali da un lato affermano che la giustificazione è gratuita (e per fare questo si usano dei passi della Scrittura che attestano chiaramente che l’uomo viene giustificato da Dio per grazia), e dall’altro affermano che la giustificazione dipen­de pure dalle opere che compie l’uomo. Sembrerà strano a molti ma è proprio così; e di questo ci si accorge leggendo i loro libri. E’ chiaro che le loro affermazioni sono contrad­dittorie, (notate per esempio come sono contraddittorie le parole del concilio tridentino secondo cui la grazia della giustificazione non si può ottenere soltanto per fede perché sono richieste altre cose oltre la fede per ottenerla; ma se è una grazia perché mai non basta la fede per conseguirla? Ma che tipo di grazia è allora? Una grazia che si merita? Ma allora non è più grazia perché la grazia si ottiene senza fare nulla ma solo credendo in Dio!) ma nonostante ciò essi cercano di conciliarle in ogni manie­ra, non riuscendoci perché è impossibile conciliare la dottrina che dice che l’uomo viene giustificato da Dio soltanto mediante la fede senza le opere buone, e quella che dice che l’uomo deve cooperare con Dio compiendo opere buone per essere giustificato. Se si accetta la giustificazione per sola fede si deve scartare la giustificazione per opere, e se si accetta la giustificazione per meriti si deve scartare la giustificazione per sola fede. La ragione per cui essi fanno questi discorsi ambigui e contraddittori fra loro è per difendere e sostenere a tutti i costi tutto quel bagaglio di dottrine che hanno accumulato nel corso dei secoli; mi riferisco alla dottrina che dice che la grazia si ottiene mediante i sacramenti, quindi operando e non credendo; e alla dottrina del purgatorio, a quella sulle opere di soddisfa­zione, a quella sulle indulgenze, e tante e tante altre dottrine fondate sul dogma della giustificazione per opere. Loro si rendo­no conto che riconoscere la dottrina della giustificazione per sola fede significherebbe dover rigettare tutte queste dottrine qui sopra citate, perché non ci sarebbe più bisogno di crederle e di professarle; perciò cercano in tutte le maniere di fare crede­re che l’uomo viene giustificato mediante le opere. Ho voluto fare questo discorso per farvi comprendere che se i teologi papisti attaccano con tanto vigore la dottrina della giustificazione per sola fede e cercano di annullarla con ogni sorta di vano ragionamento, è perché devono a tutti costi mante­nere credibili la false dottrine papiste fondate sui meriti, in altre parole perché devono mantenere credibile la chiesa cattolica romana. Questa è la ragione per cui parlando con i Cattolici romani bisogna insistere sulla dottrina della giustificazione per sola fede così come è scritta nella Parola di Dio, per fare loro capire che siccome si viene giustificati per grazia mediante la fede tutte le dottrine sui meriti umani della chiesa romana sono false e non possono essere accettate. Certo, nel fare questo si viene perseguitati dalla curia romana e dai suoi seguaci; perché? Perché predicando che Cristo “ci è stato fatto da Dio sapienza, e giustizia, e santificazione, e redenzione”,[107] e che quindi per essere giustificati e santificati occorre soltanto credere nel Signore Gesù, noi reputiamo un nulla tutti i precetti della chiesa cattolica romana che affermano che per essere giustificati e santificati occorre compiere i suoi riti. Riti cerimoniali, che bisogna dire, per certi versi assomigliano esteriormente a quelli della legge di Mosè, e che come quelli della legge di Mosè (che erano però stati ordinati da Dio) non possono in niuno modo giustificare e santificare le persone che li compiono. Ma perché i riti cerimoniali e non cerimoniali che fanno parte della legge di Mosè, quali la circoncisione della carne, l’osservanza di giorni, mesi, anni, noviluni, l’astensione da certi cibi, le varie abluzioni, le varie aspersioni di sangue e di acqua e tante altre cose non potevano e non possono giusti­ficare l’uomo peccatore e non possono santificarlo quanto alla coscienza? La ragione è perché, la legge avendo un ombra dei futuri beni e non la realtà stesse delle cose, non poteva e non può cancellare i peccati dalla coscienza dell’uomo e santificar­lo.[108] Ma ora che è venuto Cristo Gesù il Sommo Sacerdote dei futuri beni promessi nella legge e nei profeti, e che egli ha sparso il suo sangue per la propiziazione dei nostri peccati, tutti quei riti sono stati portati a compimento perché ora c’è la realtà di quelle cose. Le ombre sono sparite e al loro posto c’è la realtà.

Ma che ha fatto invece la curia romana? Ha tolto la realtà delle cose dinanzi al popolo e l’ha sostituita con delle specie di ombre, se così si possono chiamare, che essa si è abilmente costruite appoggiandosi sulle ombre dell’Antico Patto e facendole credere vere. E così le persone pensano che per essere giustificati bisogna ricevere sul proprio capo l’acqua benedetta del battesimo e compiere tante mortificazioni corporali ed offrire a Dio il sacrificio della messa e così via, ossia osservare i sacramenti della chiesa romana; non è questo sovvertire l’Evangelo di Cri­sto? Sì, certo, costoro hanno sovvertito l’Evangelo di Cristo; guai a loro; ne porteranno la pena.

Noi diciamo quindi ai Cattolici romani che cercano di essere giustifica­ti mediante i loro sacramenti e mediante opere meritorie; ‘Sap­piate che questa dottrina che vi insegnano secondo la quale non potete essere giustificati se non compiete i riti prescritti dalle leggi papali non viene da Colui che vi chiama al ravvedi­mento ma dal diavolo che ha sedotto i papi e tutta la curia romana’.

Spiegazione delle parole di Giacomo sul valore delle opere buone

 

Giacomo, il fratello del Signore, ha detto: “Abramo, nostro padre, non fu egli giustificato per le opere quando offrì il suo figliuolo Isacco sull’altare? Tu vedi che la fede operava insieme con le opere di lui, e che per le opere la sua fede fu resa compiuta; e così fu adempiuta la Scrit­tura che dice: E Abramo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia; e fu chiamato amico di Dio. Voi vedete che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto”.[109] Vediamo adesso di spiegare queste sue parole. Innanzi tutto diciamo che Giacomo scrisse queste parole a dei credenti e non a degli increduli infatti poco prima dice: “Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signor Gesù Cristo, il Signor della gloria, sia scevra da riguardi persona­li....”;[110] dico questo per farvi comprendere che coloro a cui queste parole furono dirette avevano la fede e perciò erano stati di già giustificati secondo che è scritto: “Avendo pur nondimeno riconosciuto che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù”.[111] Ma perché Giacomo parlò loro in questa maniera? Perché alcuni credenti pur avendo la fede rifiutavano di compiere le opere buone pensando che anche senza le opere la loro fede sarebbe stata sufficiente a salvarli dall’ira di Dio, illudendo così loro stessi.[112] E allora lui prima li rimproverò dicendo: “Che giova, fratelli miei, se uno dice d’aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”,[113] ed ancora: “Ma vuoi tu, o uomo vano, conoscere che la fede senza le opere non ha valore?”[114] facendogli capire che la sola fede nulla gli avrebbe valso, e poi facendogli l’esempio di Abramo e di Raab a conferma che le opere devono accompagnare la fede affinché questa abbia valore. Il discorso di Giacomo è imperniato sul fatto che se uno dice di avere fede, cioè di avere creduto in Cristo Gesù, ma non ha le opere la sua fede è senza valore, o, come dice in un altro luogo é morta. Sono parole dure quelle di Giaco­mo, ma esse ci fanno comprendere quanto siano importanti le opere buone per noi credenti; badate che Giacomo non ha detto affatto che la giustizia si ottiene mediante le opere della legge o che l’uomo pecca­tore viene perdonato o riceve la vita eterna in virtù delle sue opere buone; attribuire questo significato alle sue parole signi­ficherebbe dire che Giacomo aveva sovvertito l’Evangelo perché costringeva i Gentili a giudaizzare dicendo loro che si viene giustificati per le opere della legge. Il suo discorso invece ha come fine quello di scoraggiare qualsiasi credente dal pensare che dopo avere creduto anche se rifiuta di compiere opere buone sarà gradito lo stesso agli occhi di Dio e sarà salvato lo stesso. Quindi, se la fede in Dio senza le opere non ha valore come non ha valore il fatto che anche i demoni credono che v’é un Dio solo, bisogna concludere che la fede che ha valore è quella che ha le opere buone, e difatti questo è confermato dall’apostolo Paolo che dice ai Galati: “Quel che vale è la fede operante per mezzo dell’amore”,[115] ed ai Corinzi: “L’osservanza de’ comandamenti di Dio è tutto”.[116] Il paragone fatto da Giacomo è veramente appropriato; perché se uno ci riflette bene anche i demoni credono che c’é un Dio solo come lo crediamo noi; e se è per questo essi, quando Gesù era sulla terra, dimostrarono pure di sapere che Gesù era il Figliuolo di Dio, il Santo di Dio ed il Cristo infatti dissero a Gesù: “Tu sei il Figliuol di Dio!”,[117] ed ancora: “Io so chi tu sei: il Santo di Dio”,[118] e Luca dice che essi “sapevano ch’egli era il Cristo”.[119] Ma non perché i demoni credono che v’é un Dio solo, o perché sanno che Gesù é il Cristo ed il Figlio di Dio, questo significa che essi saranno salvati dal fuoco eterno; affatto, perché noi sappiamo pure che essi sanno che un giorno saranno gettati nel fuoco eterno per esservi tormentati per l’eternità perché dissero a Gesù: “Sei tu venuto qua prima del tempo per tormentarci?”;[120] questa è la sorte che gli è riservata. Così non perché uno ha creduto in Cristo si può permettere di rifiutare di compiere opere buone, perché in tale caso nulla gli gioverebbe avere un giorno creduto.

Torniamo alle opere buone; esse servono a rendere e a mantenere viva la nostra fede nel Signore difatti se un credente cessa o rifiuta di compiere opere buone per certo la sua fede morirà e sarà come una lampada spenta che non può dare luce. Giacomo lo ha detto chiaramente: “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”;[121] a che serve un corpo senza lo spirito in esso? A nulla, perché non può parlare, non può muoversi, non può aiutare nessuno. A che serve la fede senza le opere? A nulla, perché non opera nulla a pro di coloro che sono nel bisogno; essa è morta. Anche Paolo ha parlato in una maniera simile a Giacomo quando disse ai Romani: “Se vivete secondo la carne, voi morrete”;[122] quindi le suddette parole di Giacomo trovano una conferma anche negli scritti di Paolo. Se un credente difatti comincia a cammi­nare secondo la carne (rifiutando così di compiere opere buone) muore spiritualmente, benché dica di avere fede, di credere in Dio, di credere che Gesù è il Figlio di Dio, ecc.

Giacomo ha fatto l’esempio di Abramo per spiegare come il pa­triarca fu giustificato per le sue opere e non per la sua fede soltanto. Ora, per evitare malintesi cominciamo col dire che Abramo, secondo ciò che dice la Scrittura, quando credette alla promessa fattagli da Dio la sua fede gli fu messa in conto di giustizia secondo che è scritto: “Ed egli credette all’Eterno, che gli contò questo come giustizia”,[123] quindi lui ricevette il perdono dei suoi peccati mediante la sua fede, per grazia. Non fece nessuna opera meritoria od opera buona per ottenere la giustizia, perché pure lui fu giustificato da Dio mediante la fede. Difatti Paolo dice che “se Abramo è stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che gloriarsi; ma dinanzi a Dio egli non ha di che gloriarsi”[124] perché la Scrittura dice che egli credette a Dio e questa sua fede gli fu messa in conto di giustizia. Quindi, Abramo ebbe fede in Dio, ma il patriarca dimostrò di avere fede in Dio sia quando credette con il suo cuore nella promessa che Dio gli aveva fatto e sia quando offrì il suo fi­gliuolo Isacco sull’altare come gli aveva ordinato di fare Dio. Voi sapete infatti che dopo diversi anni da che Abramo aveva creduto, Dio mise alla prova Abramo ordinandogli di andare su un monte e offrire in olocausto il suo figliuolo Isacco. E Abramo ubbidì a Dio, ritenendo che Dio lo avrebbe risuscitato dai morti per adempiere a suo riguardo la promessa che aveva fatto.[125] Quindi egli credette che avrebbe ricuperato il suo figliuolo mediante una risurrezione, e che non lo avrebbe perduto perché Dio doveva mantenere le promesse fattegli. E per questa sua fede egli piacque a Dio infatti quando egli stava per scannare Isacco l’angelo di Dio gli disse: “Non metter la mano addosso al ragaz­zo, e non gli fare alcun male; poiché ora so che tu temi Iddio”[126] e gli giurò pure per se stesso che lo avrebbe benedetto e gli avrebbe moltiplicato la progenie come le stelle del cielo. Giacomo dice che Abramo fu giustificato per opere quando offrì il suo figliuolo e questo è vero perché Abramo mediante quell’opera che compì dimostrò di temere Dio e di credere fermamente nella sua promessa. Quindi possiamo dire che Abramo dimostrò con i fatti la fede che egli aveva in Dio; e per questo fu chiamato amico di Dio. Come Abramo pure noi che abbiamo creduto saremo chiamati amici di Cristo se facciamo ciò che egli ci comanda di fare secondo che é scritto: “Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando”;[127] ma se noi diciamo di credere in Cristo Gesù e poi rifiutiamo di osservare le sue parole come potremo dimo­strare di credere in lui e pretendere di essere chiamati amici di Cristo e di Dio? Ci metteremmo allo stesso livello di tante persone del mondo che si dicono Cristiani, dicono di crede­re in Gesù, ma essendo incapaci di compiere qualsiasi opera buona dimostrano di non credere in lui. Come la fede di Abramo fu resa compiuta mediante le sue opere, così anche la nostra fede sarà resa compiuta dalle nostre opere buone. L’apostolo Pietro spiega questo concetto nella sua seconda epistola in questa maniera: “Facendo queste cose, non inciamperete giammai, poiché così vi sarà largamente provveduta l’entrata nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo”.[128] Quali cose? Quelle di cui lui ha parlato poco prima: cioè aggiungendo alla fede la virtù, la conoscenza, la continenza, la pazienza, la pietà, l’amore fraterno e la carità.[129] Quindi anche Pietro credeva che aggiungendo alla nostra fede le opere buone (difatti la pietà, l’amore fraterno e la carità come si manifestano nella pratica se non facendo opere buone nei confronti di quelli di dentro prima e poi di quelli di fuori?) ci sarà provveduta l’entrata nel regno di Dio, o detto in un altra maniera renderemo sicura la nostra vocazione ed elezio­ne. Riflettiamo: perché dopo avere creduto si sente la necessità di compiere opere buone? Sì, si è sicuri di essere stati perdonati dal Signore, sì, si é sicuri di essere dei figliuoli di Dio, di avere la vita eterna; ma nonostante ciò in noi è sorto il grande desiderio di darci da fare per rendere sicura la nostra elezione, perché sentiamo che dicendo solo di credere senza fare nulla a pro dei santi alla gloria di Dio, non renderemmo ferma la nostra elezione. E poi va sempre tenuto presente che le opere buone spingono il prossimo, che ce le vede compiere, a glorificare Iddio infatti Gesù disse: “Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini, affinché veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è ne’ cieli”;[130] e quindi costituiscono una maniera per onorare Dio e la sua dottrina. Al contrario il rifiutare di compiere opere buone porta il nostro prossimo a biasimare il nome di Dio e la sua dottrina secondo che è scritto: “Per cagione vostra il nome di Dio è bestemmiato fra i Gentili”.[131]

Per concludere diciamo questo: la fede ha bisogno delle opere buone per essere compiuta, ma questo non significa che la fede non è sufficiente per essere giustificati perché la Scrittura afferma che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù”.[132] Lungi da noi perciò il metterci a fare come fecero i credenti della Galazia che dopo avere cominciato con lo Spirito volevano raggiungere la perfezione con la carne, dopo avere accettato Cristo vi avevano rinunciato perché volevano essere giustificati per la legge,[133] il che fece indignare e preoccupare Paolo che li ammonì severamente e disse loro che era di nuovo in doglie per loro finché Cristo fosse formato in loro.[134] Fratelli, badate a voi stessi, e tenete sempre presente che cercare di volere essere giustificati per le opere è un offesa nei confronti di Cristo perché si annulla la sua opera espiatoria. Siate zelanti nelle opere buone ma non pensate che esse possano aggiungere alcunché ai meriti di Cristo come purtroppo fanno i Cattolici romani.

Le parole di Giacomo non confermano la dottrina papista sulla giustificazione

 

Se Abramo fosse stato giustificato, ossia se al patriarca Dio avesse imputato la giustizia, mediante la fede e le opere che seguirono, egli avrebbe avuto di che gloriarsi davanti a Dio perché avrebbe potuto dire che la giustizia gli era stata imputata da Dio non solo per fede ma anche per le sue opere (e quindi non interamente per grazia ma anche per i suoi meriti personali), ma Abramo non poteva dire nulla di ciò perché Paolo dice che egli “credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia”;[135] quel “ciò” si riferisce esclusivamente al suo atto di fede e non all’atto di fede più delle opere. Abramo credette alla promessa che Dio gli aveva fatto, e cioè che Egli avrebbe reso la sua progenie simile alle stelle del cielo che non si possono contare, e in virtù di ciò fu giustificato in quell’istante in cui credette con il suo cuore in quelle parole di Dio. Non è forse scritto che “col cuore si crede per ottener la giustizia”?[136] che c’è dunque di strano se Abramo per avere soltanto creduto col suo cuore in quella promessa di Dio fu da lui giustificato?

Ma c’è qualcos’altro da dire: Paolo ai Romani afferma che “la promessa d’esser erede del mondo non fu fatta ad Abramo o alla sua progenie in base alla legge, ma in base alla giustizia che vien dalla fede”;[137] questo significa che l’eredità fu da Dio data ad Abramo in base alla giustizia che viene dalla fede e non in base alla giustizia che viene dalle opere. In altre parole Abramo divenne erede del mondo per mezzo della fede e non per mezzo di opere giuste compiute. E questo perché egli credette alla promessa che Dio gli avrebbe dato così tanti figliuoli (l’eredità che viene da Dio) come le stelle del cielo. Se infatti egli non avesse creduto come avrebbe potuto vedere l’adempimento di quella promessa divina di diventare padre di una moltitudine? Non sta forse scritto che per fede i profeti “ottennero adempimento di promesse”?[138] Che dire allora a proposito della promessa che Dio fece ad Abrahamo dopo che vide che il patriarca non gli aveva rifiutato il suo unico figliuolo? Diremo che quando Abramo ubbidì a Dio e andò sul monte Moriah ad offrire il suo figliuolo Isacco, dopo che Dio lo fermò gli confermò quella promessa che anni prima gli aveva fatto, infatti gli giurò: “Siccome tu hai fatto questo e non m’hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo, io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo”.[139] Gliela confermò significa che Abramo già aveva la promessa di Dio, infatti essa gli fu fatta quando ancora Isacco non era neppure nato, e quindi non fu per meriti che egli divenne padre di molte nazioni, ma solo per la sua fede avuta da lui in Dio prima di essere circonciso e prima di offrire Isacco sul monte Moriah. Per questo Paolo dice ai Galati che “se l’eredità viene dalla legge, essa non viene più dalla promessa; ora ad Abramo Dio l’ha donata per via di promessa”,[140] ed ai Romani che “se quelli che son della legge sono eredi, la fede è resa vana, e la promessa è annullata”,[141] per attestare che come Abramo fu costituito erede del mondo per la sua fede, così anche noi siamo stati costituiti eredi del Regno di Dio per fede senza le opere; perché se l’eredità fosse per fede più le opere allora la promessa sarebbe annullata.

Adesso veniamo a delle conseguenze pratiche a cui porterebbero le parole di Giacomo se volessero dire quello che gli fanno dire i teologi papisti. Se è la fede più le opere che giustifica, e non solo la fede, occorrerebbe stabilire quante opere e di che genere ci vogliono dopo avere creduto per essere giustificati (Abramo offrì in sacrificio il suo figliuolo, Rahab praticò l’ospitalità verso degli stranieri, ma che dovrebbe fare l’uomo per ottenere questa giustificazione dopo avere creduto?), ed allora sorgerebbero le seguenti domande: Come si farebbe a stabilire la quantità di opere da compiere per conseguire questa giustificazione, quale criterio bisognerebbe adottare? Come potrebbe chi ha creduto essere sicuro di essere giustificato in qualsiasi momento della sua vita vivendo con il dubbio di non avere fatto forse abbastanza? Non è forse vero che un uomo non potrebbe mai essere sicuro di essere stato giustificato interamente da Dio se seguisse la teologia papista? Certo che sarebbe così; ma questo è proprio quello che vogliono i papi; tenere le persone continuamente nel dubbio della loro giustificazione per indurli a fare opere dopo opere. E così le anime rimangono schiave del papato.

Inoltre, se la giustificazione si ottenesse per fede più le opere, come potrebbe uno che si trova in fin di vita ottenerla? Essa gli sarebbe preclusa perché impossibilitato a compiere opere buone.[142] In sostanza, se un morente chiedesse che cosa deve fare per essere salvato perché vuole essere salvato, gli si dovrebbe dire che la fede solo non basta, ci vogliono anche le opere: non significherebbe questo farlo piombare nella più profonda disperazione invece che essergli di consolazione? E che notizia gli annunceremmo? Certamente non la Buona Notizia della pace.

Ed ancora, se oltre la fede ci vogliono le opere per essere dichiarati giusti da Dio ciò significa che nel momento in cui uno crede in Cristo non gli viene imputata tutta la giustizia di Dio che viene dalla fede come dice la Scrittura ma solo una parte perché rimarrebbe al credente il dovere di fare qualche cosa per assicurarsi la parte mancante di giustizia. Ma tutto questo non si concilia in nessuna maniera con questi passi della Scrittura: “Il termine della legge è Cristo, per esser giustizia ad ognuno che crede”;[143] “E a lui voi dovete d’essere in Cristo Gesù, il quale ci è stato fatto da Dio sapienza, e giustizia, e santificazione, e redenzione...”.[144] Quindi l’interpretazione che gli danno i Cattolici a quelle parole di Giacomo non può che essere falsa perché essa non attribuisce più interamente alla fede il potere di fare giustificare l’uomo, ma lo divide tra la fede e le opere.

Ma veniamo ora ai fatti per vedere se Giacomo ha voluto dire quello che dicono i Cattolici romani. I Cattolici dicono che la fede più le opere giustifica e che la fede solo non giustifica; di conseguenza essi dovrebbero essere sicuri di essere giustificati perché hanno la fede e le opere. Ma i fatti dimostrano che essi non sono per nulla sicuri di essere giustificati. Com’è possibile ciò? E’ possibile perché loro in realtà non hanno creduto col cuore per ottenere il dono della giustizia; se infatti avessero veramente creduto avrebbero ottenuto questo dono e non sarebbero più nel dubbio. Il fatto quindi che loro non ardiscono affermare di essere stati giustificati una volta per sempre, quantunque dicono di credere, perché stanno ancora compiendo le opere necessarie a conseguire la giustificazione, significa che essi non hanno creduto affatto. E che sia così, cioè che non hanno veramente creduto in Cristo Gesù, è confermato dal fatto che non sono sicuri di essere perdonati, di avere la vita eterna e così via. Non ha forse detto Pietro che chiunque crede in Gesù riceve la remissione dei peccati mediante il suo nome?[145] Come mai dunque essi che dicono di credere non hanno la certezza di avere tutti i loro peccati rimessi, ma devono del continuo andare dal prete e compiere opere di soddisfazione? Non disse forse Gesù che “chi crede ha vita eterna”?[146] Come mai dunque essi dicono di credere ma non hanno la vita eterna?

Allora questo fatto di dire che oltre la fede ci vogliono le opere per essere giustificati non è altro che un abile sofisma per mascherare la propria incertezza ma anche il proprio orgoglio perché chi parla così ritiene che Cristo non ha fatto abbastanza per giustificarlo. Egli dimostra la propria insolenza perché in questa maniera fa passare Dio per uno che non può giustificare del tutto un uomo in virtù della sola sua fede, facendo così passare Dio per bugiardo. Ecco quello che avviene nella chiesa cattolica romana, si fa passare Dio per bugiardo. O uomini e donne abbiate piena fiducia nelle parole veraci di Dio anziché in quelle false dei vostri teologi ed otterrete all’istante la giustificazione. Credete che Cristo sulla croce morendo ha espiato tutti i vostri debiti e vi ha acquistato il dono della giustizia e che basta la fede per ottenere l’espiazione dei vostri debiti e ricevere il dono della sua giustizia; e vedrete come all’istante vi sentirete lavati con il sangue di Cristo e giustificati nel suo cospetto per la vostra fede, e quindi per grazia di Dio. Fatelo, prima che sia troppo tardi, non date retta ai sofismi papisti, il Signore è pronto a giustificarvi.

LA REMISSIONE DEI PECCATI

La dottrina dei teologi papisti

 

La remissione dei peccati si ottiene con la fede e le opere e nessuno può essere sicuro di possederla.

Il concilio di Trento, il 13 Gennaio del 1547, decretò quanto segue: ‘Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici[147] e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà’;[148] ed anche: ‘Chi afferma che per conseguire la remissione dei peccati è necessario che ogni uomo creda con certezza e senza alcuna esitazione della propria infermità e indisposizione, che i peccati gli sono rimessi: sia anatema’.[149] In altre parole per la chiesa cattolica romana la remissione dei peccati non è qualcosa che si può ottenere soltanto mediante la fede e di cui si può essere sicuri di possedere. Anche qui oltre la fede ci vogliono le opere buone che secondo loro hanno il potere di rimettere i peccati. E per confermare questo potere di rimettere (o espiare) i peccati che avrebbero le opere buone i teologi papisti citano due passi dai libri apocrifi; il primo è quello di Tobia che dice: ‘L’elemosina libera dalla morte e purifica da ogni peccato’,[150] il secondo è quello dell’Ecclesiastico che dice: ‘L’acqua spegne il fuoco che divampa, così l’elemosina espia i peccati’,[151] e questo passo dal Vangelo scritto da Luca: “Le sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha molto amato...”.[152] Secondo loro Gesù rimise a quella donna i suoi peccati perché ella gli aveva rigato i piedi di lagrime, glieli aveva asciugati con i suoi capelli, glieli aveva baciati e unti di profumo; quindi egli le rimise i suoi peccati in base alle sue opere.

Confutazione

La remissione dei peccati si ottiene credendo in Gesù

 

La Scrittura dice in maniera inequivo­cabile: “In lui noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione de’ peccati, secondo le ricchezze della sua grazia”;[153] ed anche: “Figliuoletti, io vi scrivo perché i vostri peccati vi sono rimessi per il suo nome”[154] ed ancora che “la sua potenza divina ci ha donate tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà mediante la conoscenza di Colui che ci ha chiamati mercé la propria gloria e virtù..”.[155] Noi dunque, per la misericordia di Dio, abbiamo il perdono dei nostri peccati, ne siamo certi senza ombra di dubbio; e perciò noi abbiamo la certezza che quando moriremo andremo ad abitare con il Signore Gesù nel cielo perché le nostre vesti sono state lavate ed imbiancate con il suo prezioso sangue. Ma in che maniera abbiamo ottenuto la remissione dei nostri peccati? A noi credenti sono stati rimessi tutti i nostri vecchi peccati mediante la sola fede in Cristo Gesù; sì, per avere soltanto creduto nel nome del Figliuolo di Dio. Non siamo affatto dei presuntuosi nel fare questa affermazione perché il Signore Gesù stesso ha attestato che la remissione dei peccati si ottiene credendo in lui quando disse a Saulo: “Ai quali (ai Gentili) io ti mando per aprir loro gli occhi, onde si converta­no dalle tenebre alla luce e dalla potestà di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, la remissione dei peccati e la loro parte d’eredità fra i santificati”.[156] Ed oltre a Gesù lo ha attestato in maniera inequivocabile anche l’apostolo Pietro quando disse a casa di Cornelio: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome”.[157]

Può l’uomo ricevere la remissione dei peccati mediante il batte­simo per infusione della chiesa romana o andandosi a confessare dal prete o compiendo delle opere meritorie come invece dice la chiesa cattolica romana? Assolutamente no. L’uomo peccatore che é pieno di debiti nei confronti di Dio può ricevere la remissione di tutti i suoi debiti solamente credendo nel nome del Figliuol di Dio, e in nessun altra maniera; egli non potrà ricevere la remissione dei suoi peccati facendosi versare sul capo dell’acqua chiamata benedetta o andandosi a confessare dal prete o facendo qualche opera buona. Perché? Perché il battesimo per infusione della chiesa romana non rimette i peccati (come d’altronde neppure quello per immersione perché è mediante la fede che lo deve precedere che si ottiene la remissione dei peccati), il prete non ha il potere di rimettere i peccati perché non è Dio, e nelle opere buone non c’é il potere di purificare la coscienza dell’uo­mo dalle opere morte. Quindi tutti coloro che pensano di avere ricevuto la remissione dei loro peccati mediante il loro battesi­mo ricevuto da bambini (o da adulti) o perché si vanno a confes­sare dal prete o che cercano di guadagnarsi il perdono di Dio con le opere buone continuano ad essere dei peccatori davanti a Dio. Lo sappiano bene i Cattolici romani! Ma il perché il battesimo non rimette i peccati e perché la confessione non rimette i peccati lo vedremo molto meglio più avanti quando parleremo del battesimo e della confessione.

Passiamo ora alla confutazione del discorso che i teologi papisti, appoggiandosi ai suddetti passi presi dai libri apocrifi e dal Vangelo scritto da Luca, fanno a sostegno del potere espiatorio delle opere.

In risposta ai passi apocrifi diciamo che la Scrittura insegna che non è affatto mediante delle opere di penitenza che la coscienza del credente viene purificata dai peccati ma per grazia, mediante la fede nel sangue di Cristo secondo che é scritto: “Se il sangue di becchi e di tori e la cenere d’una giovenca sparsa su quelli che son contaminati santificano in modo da dar la purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire all’Iddio vivente?”,[158] ed ancora: “Il sangue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato”.[159] Queste parole dato che sono state scritte a dei credenti fanno capire che la remissione dei peccati commessi dopo avere creduto si ottiene mediante il sangue di Gesù Cristo (confessando i nostri falli a Dio) e non compiendo opere buone. La stessa cosa comunque si deve dire per la remissione dei peccati commessi prima di credere, e cioè che è soltanto per mezzo della fede nel sangue di Cristo che la si è ottenuta senza fare alcunché di buono. Pietro questo lo ha confermato quando parlando all’assemblea di Gerusalemme disse che Dio non fece alcuna differenza fra loro Giudei e i Gentili “purificando i cuori loro (dei Gentili) mediante la fede”.[160] E ricordatevi che qui egli fece riferimento alla purifica­zione dei peccati ottenuta per fede anche da Cornelio che faceva molte elemosine al popolo; dal che si deduce che non furono le elemosine di Cornelio a purificare Cornelio dai suoi peccati ma la grazia di Dio mediante la sua fede nel sacrificio di Gesù. (Questo conferma che i due libri apocrifi da cui sono citati quei passi non sono ispira­ti da Dio perché vanno contro la dottrina del Signore).

In risposta all’interpretazione data alle parole che Gesù, in casa di Simone, rivolse a quella donna che le aveva rigato i piedi con le sue lacrime e glieli aveva asciugati con i suoi capelli e baciati e unti di profumo diciamo questo: non neghiamo che le cose che quella donna fece nei confronti di Gesù furono una manifestazione d’amore verso Gesù, ma è bene tenere presente che le lagrime di quella donna erano lacrime di penti­mento quindi ella si pentì dei suoi peccati; e poi che Gesù alla fine le disse: “La tua fede t’ha salvata; vattene in pace”.[161] Perciò anche nel caso di quella donna si deve dire ch’ella ottenne la remissione dei peccati per avere creduto in Gesù; ossia mediante la sua sola fede senza le sue opere buone. Come avrebbero potuto quelle sue opere buone verso Gesù espiare tutti i suoi peccati? In nessuna maniera; perciò Gesù le disse che la sua fede l’aveva salvata, e non che le sue opere buone le avevano espiato i suoi peccati. Certamente se fossero state le sue opere buone a salvarla Gesù glielo avrebbe detto; ed anche se erano state la sua fede assieme alle sue opere a salvarla Gesù glielo avrebbe detto. Ma come potete vedere Gesù le disse che la sua fede l’aveva salvata.

Abbiamo quindi dimostrato che la chiesa cattolica romana insegna il falso a riguardo della remissione dei peccati. Perciò o Cattolici romani che vi basate sulle opere per ottenere la remissione dei vostri peccati vi dico: ‘Rigettate questa dottrina di demoni che vi insegnano i vostri teologi e accettate quella vera annunciata dall’apostolo Pietro in questi termini: “Di lui attestano tutti i profeti che chiun­que crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome”.[162] Fatelo, per il bene dell’anima vostra affinché essa scampi alle fiamme dell’inferno quando morirete.

LA VITA ETERNA

La dottrina dei teologi papisti

 

La vita eterna ce la si deve guadagnare.

Quando si parla della salvezza anche con i Cattolici romani si parla molto della salvezza dall’inferno, ma su di essa - come ben sapete - non ci si trova per nulla d’accordo con loro. Noi infatti diciamo loro che per la grazia di Dio abbiamo (o possediamo) la vita eterna e che perciò quando moriremo andremo subito in paradiso con Gesù, mentre loro ci rispondono dicendo che non sono sicuri di andare in paradiso ma che stanno facendo del loro meglio per guadagnarse­lo.[163] E difatti essi si esprimono quasi sempre in questi termini: ‘La vita eterna ce la si deve guadagnare!’. Ma perché parlano in questa maniera? Semplice, perché i loro preti gli insegnano che il paradiso se lo devono guadagnare. Vediamo da vicino alcuni di questi insegnamenti che vengono loro rivolti: ‘Dio dà il Paradiso ai buoni (...) Coll’essere buoni noi, colle sole nostre forze naturali, non potremmo meritare il Paradiso; lo meritiamo colla grazia che Dio ci ha conferito nel Battesimo, per la quale le nostre buone opere acquistano merito pel Paradiso (....) Ognuno attende con tanti sacrifici e lavori a farsi un buon stato quaggiù, a guadagnare beni incerti, che poi si possono perdere da un giorno all’altro, che non possono mai rendere felice nessuno poiché non appagano il cuore, e che, in ogni modo, bisogna abbandonare presto per la morte. Pensate invece, prima di tutto, a guadagnarvi il Paradiso’;[164] ‘Perciò in grazia della speranza noi aspettiamo dal Signore la vita eterna e tutte le grazie necessarie per meritarla quaggiù; ma per meritarla in qual modo? Con le buone opere’;[165] ‘Speriamo di salvarci perché Dio ci vuole salvi, e noi vogliamo, da parte nostra, fare ciò che é necessario per salvarci, e cioè, come diciamo nell’atto di speranza, speriamo da Dio ‘la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare’;[166] ‘Le opere buone sono assolutamente necessarie per conseguire la salute eterna; in altre parole, non basta la fede, non basta credere per salvarsi’;[167] ‘Ma non bastano a salvarci i meriti infiniti di Gesù Cristo? Non bastano, non perché essi non abbiano valore sufficiente, ma perché Gesù Cristo stesso ha voluto il concorso e la cooperazione delle nostre opere buone, perché per applicarcene il merito, vuole che noi sentiamo e vogliamo in unione a Lui, perché ha voluto che noi praticassimo il Vangelo e vivessimo la vita cristiana’.[168] Questi insegnamenti sono in pieno accordo con il seguente decreto del concilio di Trento: ‘Perciò a quelli che operano bene fino alla fine e sperano in Dio deve proporsi la vita eterna, sia come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio, per i meriti del Cristo Gesù, sia come ricompensa da darsi fedelmente, per la promessa di Dio stesso, alle loro opere buone e ai loro meriti’.[169]

A proposito del valore del merito delle opere buone i teologi papisti fanno una distinzione tra azione meritoria di premio per convenienza, cioè de congruo; e azione meritoria per giustizia, cioè de condigno. Facciamo un esempio per spiegare questa loro particolare distinzione; un uomo salva da morte certa un suo consimile, in questo caso egli è meritorio di una medaglia, cioè di un premio, de congruo; un operaio lavora presso qualcuno per un mese e alla fine del mese va a riscuotere il salario, in questo caso egli riceve la mercede per giustizia, cioè de condi­gno. Con questo discorso essi vogliono fare capire come la vita eterna è dovuta da Dio per giustizia, cioè de condigno a colui che fa opere buone. Perciò, per loro, le preghiere, le elemosine, i digiuni, sono meritevoli, mediante la grazia, della vita eter­na. Il cardinale Bellarmino affermò per esempio: ‘Con le divine Scritture si prova, che le opere dei giusti son meritorie della vita eterna... Il primo argomento adunque si ricava da quei luoghi, ove la vita eterna è detta mercede; poiché, se è mercede, le opere buone, a cui essa si dà, certo sono meriti. Le opere buone dei giusti son meritorie ex condigno, non solo in ragione del patto, ma anche in ragione delle opere... Poiché Iddio rimunera le opere buone per mera liberalità ex condigno, ciò affermano tutti i teologi, come si rileva da S. Tommaso, S. Bonaventura, Scoto, Durando ed altri, in 4 sent. dist. 46’.[170]

Confutazione

La vita eterna é il dono di Dio che si ottiene credendo in Gesù

 

Questa dottrina cattolica romana che attribuisce alle opere il potere di fare meritare la vita eterna agli uomini e di salvare gli uomini dall’inferno è una dottrina di demoni che fino adesso ha menato all’inferno centinaia di milioni di persone; sì, ci sono centinaia di milioni di persone a soffrire nelle fiamme dell’inferno proprio perché in vita si erano appoggiati su questa dottrina sulla salvezza inse­gnatagli dai loro preti. Ora la confuteremo.

Secondo quello che dice la Scrittura, la vita eterna non é la mercede che Dio dona all’uomo che si sforza di guadagnarsela, ma essa é il dono che Dio dona all’uomo che si ravvede dei suoi peccati e crede nel nome del Figliuol di Dio. Paolo dice infatti: “Il dono di Dio é la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”,[171] quindi la vita eterna, essendo il dono di Dio, l’uomo non la può né meritare e neppure guadagnare operando il bene, altrimenti il dono non é più dono. Di conseguenza va rigettato in blocco il loro discorso sul merito de condigno! E poi, se Dio desse la vita eterna come mercede a coloro che operano, ciò significherebbe che Egli è debitore verso di essi perché Paolo dice che “a chi opera, la mercede non è messa in conto di grazia, ma di debito”;[172] e questo non può essere perché lo stesso apostolo dice anche: “Chi gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato?”.[173]

E poi ancora, se le opere buone sono meritorie di vita eterna, allora perché mai il Figlio di Dio sarebbe venuto a soffrire in questo mondo? Poteva rimanere presso Dio Padre senza venire in questo mondo! Ma egli venne proprio per questo, per acquistarci con il suo sangue la vita eterna e fare sì che tutti gli uomini, Giudei e Gentili, potessero riceverla per grazia mediante la fede in Lui. Egli sapeva che gli uomini non possono meritarsi la vita eterna perché tutti sono sotto la condanna e meritano la punizio­ne eterna, e perciò venne a morire per noi affinché per i suoi meriti, e ripeto per i suoi meriti, noi potessimo ottenere gra­tuitamente la vita eterna da Dio.

E ancora, ma come si può affermare che le opere buone sono meri­torie di vita eterna quando messe tutte assieme non possono in niuno modo raggiungere il valore che ha la vita eterna? Come si può fare tale affermazione quando Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Quand’avrete fatto tutto ciò che v’è comandato, dite: Noi siamo servi inutili; abbiam fatto quel ch’eravamo in obbligo di fare”?[174] Bisogna essere veramente arroganti per affermare che Dio debba dare la vita eterna per giustizia a coloro che fanno opere meritorie! Per queste ragioni va rigettata la dottrina che afferma che la vita eterna viene data da Dio come mercede.

Ho detto innanzi che la vita eterna si ottiene mediante la sola fede, e questo é confermato dalle seguenti Scritture.

-  Gesù disse: “Chi crede ha vita eterna”,[175] e: “Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contem­pla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”,[176] ed ancora: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.[177] Vediamo quale fu la ragione per cui Mosè innalzò il serpente di rame nel deserto. Quando gli Israeliti nel deserto mormorarono contro Dio e contro Mosè “l’Eterno mandò fra il popolo de’ ser­penti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israe­liti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente arden­te, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava”.[178]

Ora, Gesù ha paragonato il suo innalzamento a quello del serpente di rame fatto nel deserto, ed il paragone è veramente appropriato perché come gl’Israeliti morsi dai serpenti per scampare alla morte dovevano solo guardare al serpente di rame innalzato da Mosè (notate infatti che quelli che venivano morsicati, per non morire, dovevano solo guardare il serpente di rame e non compiere qualche rito o qualche opera buona scritta nella legge), così gli uomini morti nei loro falli per essere vivificati ed ottenere la vita eterna da Dio devono solamente contemplare il Figliuolo di Dio e credere in lui. In lui che prima fu appeso al legno della croce e poi dopo essere risuscitato dai morti fu assunto alla destra di Dio. Sì, è proprio così che si ottiene la vita eterna da Dio, (soltanto) credendo in Cristo Gesù; e non compiendo opere buone o sforzandosi di essere buoni come invece proclamano i teologi papisti morti nei loro falli che parlano in questa maniera perché loro stessi ancora non hanno contemplato il Figliuolo e non hanno creduto in lui. Sono come i Farisei al tempo di Gesù i quali investigavano le Scritture che rendevano testimonianza di Gesù perché pensavano di avere la vita eterna per mezzo di esse ma non volevano andare a Lui per ottenere la vita.

-  Giovanni il Battista disse: “Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna”.[179]

-  Paolo disse a Timoteo: “Ma per questo mi è stata fatta miseri­cordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me per il primo tutta la sua longanimità, e io servissi d’esempio a quelli che per l’avvenire crederebbero in lui per aver la vita eterna”.[180]

Ora, noi che abbiamo creduto nel Signore abbiamo, per la grazia di Dio, la vita eterna perché Giovanni disse: “Io v’ho scritto queste cose affinché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figliuol di Dio”.[181] Egli non disse: ‘Affinché speriate di ottenere la vita eterna voi che credete nel nome del Figliuol di Dio’, come se noi credenti non possedessimo di già la vita eterna in noi stessi, ma disse di averci scritto quelle cose per farci sapere che noi abbiamo di già la vita eterna. Lo stesso apostolo dice anche: “Chi crede nel Figliuol di Dio ha quella testimonianza in sé... E la testimonianza è questa: Iddio ci ha data la vita eterna, e questa vita è nel suo Figliuolo. Chi ha il Figliuolo ha la vita; chi non ha il Figliuolo di Dio, non ha la vita”.[182] Queste parole confermano pienamente che noi che crediamo abbiamo la vita eterna; come facciamo a dirlo con certezza di fede? A cagione della testimonianza che lo Spirito Santo ci rende all’in­terno. Lo Spirito è verità e perciò non può mentire; noi crediamo in ciò che lo Spirito ci attesta in noi, che conferma pienamente quello che dice la Scrittura. E poi, riflettendo ulteriormente sulle parole di Giovanni, come possono i Cattolici romani affermare che un credente che ha ricevuto Cristo nel suo cuore non può dire con certezza di fede di avere la vita eterna, quando Gesù Cristo è “la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata”[183] e “chi ha il Figliuolo ha la vita”?[184] Quando parlano così è come se dicessero che un cittadino italiano non può dire di avere la cittadinanza italiana perché questo è orgo­glio! Per loro: ‘Presumere di salvarsi senza merito è superbia che offende la giustizia di Dio e, quasi, se ne burla, come se Egli ci debba il Paradiso, o ci debba premiare del bene che non abbiamo voluto fare’[185] Così dicendo essi ci accusano di essere dei presuntuosi perché noi diciamo di essere stati salvati per la grazia di Dio, ma sappiate che i presuntuo­si non siamo noi che diciamo loro che siamo certi di avere la vita eterna per la grazia di Dio perché abbiamo creduto e crediamo, ma sono loro che dicono che si viene salvati nel regno celeste compiendo opere buone. Quindi, per concludere: l’accusa di essere dei presuntuosi e degli orgogliosi che ci viene mossa dai Cattolici romani perché diciamo che abbiamo la vita eterna, non é altro che una calunnia. Ma d’altronde é inevitabile che coloro che cercano di guadagnarsi la vita eterna con le loro opere vedano di malocchio quelli che dicono che l’hanno ottenuta credendo, gratuitamente, senza fare alcuna opera buona.

Il cristiano è certo che quando morirà andrà in paradiso con Gesù

 

Noi credenti siccome che per la grazia di Dio abbiamo la vita eterna dimorante in noi, siamo certi che quando moriremo, a condizione naturalmente che conserviamo la fede sino a quel giorno, andremo in cielo ad abitare con Gesù perché Gesù ha detto: “Io son la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muoia, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai”,[186] ed anche: “Se uno mi serve, mi segua; e là dove son io, quivi sarà anche il mio servitore”.[187] E “siccome abbiam lo stesso spirito di fede, ch’è in quella parola della Scrittura: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo, e perciò anche parliamo”,[188] dicendo come gli apostoli: “Siamo pieni di fiducia e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e d’abitare col Signore”.[189] Sì, abbiamo a tale riguardo in noi lo stesso sentimento che era in Paolo il quale aveva il desiderio di partire e d’essere con Cristo, e questo perché essere con Cristo in cielo è cosa di gran lunga migliore del rimanere sulla terra.

Tutto ciò per i teologi papisti è sfacciata presunzione; perché secondo loro, prima di andare in paradiso tutti coloro che muoio­no nella grazia devono andare in purgatorio ad espiare la pena dei loro peccati! E guai a chi non accetta questa loro dottrina perché il concilio di Trento ha detto: ‘Se qualcuno afferma che, dopo avere ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli; sia anatema’.[190] Ma non è affatto così come dicono loro, perché la Scrittura insegna che quando Dio rimette i peccati ad un uomo gli rimette di conseguenza anche la pena eterna. L’esempio del ladrone penti­tosi sulla croce in punto di morte ne è un esempio, perché Gesù gli rimise tutti i suoi peccati con i relativi debiti di pena eterna infatti gli disse: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso”.[191] Gesù non gli disse che prima doveva andare a sostare nel purgatorio qualche tempo per purgarsi di una parte della pena eterna dei suoi peccati e poi sarebbe potuto andare in paradiso, ma gli disse che in quello stesso giorno lui sarebbe andato in paradiso! Riflettete; ma non è assurdo credere che Dio rimetta tutti i debiti all’uomo che si pente e poi, quando muore, lo manda in un luogo di tormenti come il purgatorio ad espiare parte di essi prima di farlo entrare nel regno dei cieli? Eppure questo è quello che credono i Cattolici romani! Con tutto ciò non vogliamo dire che noi credenti siamo giunti alla perfezione o che siamo senza peccato; lungi da noi questo, perché noi riconosciamo di essere delle persone con dei difetti che abbiamo bisogno di essere perfezionati e di perfezionarci, e che talvolta facciamo quello che odiamo e abbiamo bisogno perciò di confessare i nostri falli al Signore per ottenerne la remis­sione. Ma vogliamo dire solamente che in virtù della misericordia di Dio per la quale Egli ci ha fatti rinascere e diventare figli di Dio e ci ha dato la vita eterna, siamo sicuri di essere stati perdonati appieno dal Signore, di avere ricevuto il purgamento di tutti i nostri peccati e perciò se moriamo con Gesù con lui andremo a vivere in cielo subito dopo essere morti. La chiamino pure presunzione questa nostra fiducia i teologi papisti; conti­nuino a lanciare i loro anatemi i concili contro chi, secondo loro, ostenterà questa certezza di remissione di peccati e di vita eterna; noi continueremo a gloriarci nel Signore per avere ottenuto il purgamento dei nostri peccati con il sangue di Gesù, continueremo a glorificare il suo nome per questo, e continueremo a predicare agli uomini che in Cristo c’è la certezza di remis­sione dei peccati, che in lui c’è la certezza di avere la vita eterna; ma nella teologia papista c’è ambiguità, falsità, incer­tezza; cose che generano nelle persone che l’accettano nient’altro che dubbi, angosce e incertezze. O uomini e donne che giacete nella paura della morte e non sapete dove state andando (o meglio sapete che andrete in un purgatorio che però non esi­ste) perché avete dato retta ai falsi insegnamenti dei preti, vi supplichiamo nel nome di Cristo a pentirvi e a credere in Cristo per ottenere la remissione dei peccati e la vita eterna!

Concludendo; sia la salvezza dal peccato, sia la giustificazione, sia la remissione dei peccati e sia la vita eterna si ottengono soltanto mediante la fede, quindi senza il concorso di nessuna opera buona; la santificazione invece, che noi abbiamo per frutto (ossia quella progressiva), si ottiene osservando i comandamenti di Dio ossia mediante le opere buone. In altre parole, le opere buone sono i frutti che scaturiscono dalla nostra salvezza e dalla nostra giustificazione ottenute per fede, ma non sono la fonte della salvezza e della nostra giustificazio­ne e non possono concorrere in nessuna maniera a salvare e a giustificare l’uomo, perché “il giusto vivrà per la sua fede”[192] e non a cagione di opere meritorie.

Il cristiano è certo che sarà salvato dall’ira a venire

 

I Cattolici affermano: ‘Speriamo di salvarci’, volendo dire con queste parole: ‘Non siamo sicuri che saremo salvati perché nessu­no può esserlo, ma non fa niente, perché forse Dio che è così misericordioso avrà pietà di noi e ci salverà’. Queste loro parole stanno a dimostrare che essi non sono certi che saranno salvati dall’ira a venire, come noi non siamo certi del tempo che farà domani perché diciamo: ‘Speriamo che il cielo sia sereno’, o: ‘Speriamo che piova’, e così via. Ma questo modo di parlare riguardo alla salvezza è caratteristico di tutti coloro che ancora non sono passati dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce; per questo non ce ne meravigliamo.

La sacra Scrittura ci insegna che il credente è stato strap­pato dalla potestà delle tenebre e trasportato nel regno di Dio ed è certo che sarà salvato dall’ira a venire; ecco alcune Scritture che attestano ciò.

-  “Ma Iddio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo san­gue, sarem per mezzo di lui salvati dall’ira. Perché, se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figliuolo, tanto più ora, essendo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”;[193]

-  “Poiché Iddio non ci ha destinati ad ira, ma ad ottener sal­vezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo”;[194]

-  “Vi siete convertiti dagl’idoli a Dio per servire all’Iddio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il suo Figliuolo, il quale Egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira a venire”.[195]

Quindi, non è presunzione affermare che noi saremo salvati dall’ira a venire. Ma come può essere definita presuntuosa una persona che ha fede in Dio quando è scritto che “la fede è cer­tezza di cose che si sperano”?[196]

Ma vi sono anche degli esempi nella Scrittura che ci insegnano come il credente è certo di scampare all’ira di Dio; essi sono quelli di Noè, di Lot e del popolo d’Israele.

Noè per esempio quando entrò dentro l’arca e il Signore lo chiuse dentro era certo di scampare al giudizio che Dio avrebbe mandato di lì a poco sul mondo degli empi e questo perché Dio gli aveva detto: “Tutto quello ch’è sopra la terra, morrà. Ma io stabilirò il mio patto con te; e tu entrerai nell’arca: tu e i tuoi fi­gliuoli, la tua moglie e le mogli de’ tuoi figliuoli con te. E di tutto ciò che vive, d’ogni carne, fanne entrare nell’arca due d’ogni specie, per conservarli in vita con te”.[197]

Anche Lot, dopo che Dio lo trasse fuori da Sodoma, era certo che rifugiandosi nella città di Tsoar non sarebbe perito nel castigo di Sodoma e questo perché quando lui disse ad uno degli angeli di Dio: “Ecco, questa città è vicina da potermici rifugiare, ed è piccola. Deh, lascia ch’io scampi quivi - non è essa piccola? - e vivrà l’anima mia!”,[198] quegli gli rispose: “Ecco, anche questa grazia io ti concedo: di non distruggere la città, della quale hai parlato. Affrèttati, scampa colà, poiché io non posso far nulla finché tu vi sia giunto”.[199]

E veniamo agl’Israeliti in Egitto: non è forse vero che essi erano certi che in quella notte il distruttore non sarebbe entra­to nelle loro case? Ma perché ne erano certi? Perché Dio aveva detto loro: “L’Eterno passerà per colpire gli Egiziani; e quando vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti, l’Eterno passerà oltre la porta, e non permetterà al distruttore d’entrare nelle vostre case per colpirvi”.[200] Loro credettero nelle parole di Dio, fecero lo spruzzamento del sangue come Dio aveva ordinato loro, e perciò erano sicuri che quando l’angelo dell’Eterno in quella notte avrebbe visto quel sangue sarebbe passato oltre le loro case. Pure noi che siamo stati cosparsi con il sangue di Gesù Cristo siamo sicuri che il Signore ci salverà dall’ira a venire; lui ce l’ha promesso e noi crediamo fermamente nelle sue parole. Pos­siamo dire sin da ora che per fede noi non periremo coi figliuoli di disubbidienza.

A Dio, nostro Salvatore e Benefattore, sia la gloria ora e in eterno in Cristo Gesù. Amen.

CONCLUSIONE

 

Ecco dunque dimostrato con le Scritture che l’affrancamento dal peccato, la giustificazione, la remissione dei peccati e la vita eterna si ricevono da Dio per mezzo della sola fede nel Cristo di Dio, morto e risorto il terzo giorno. E’ quindi falso che il battesimo, sia che esso venga ministrato a dei neonati o a degli adulti, conferisce l’affrancamento dal peccato, la giustificazione, la remissione dei peccati e la vita eterna; e questo perché per quanto riguarda il neonato egli non ha ancora la fede, mentre l’adulto che veramente ha creduto nel Signore ancora prima di ricevere il battesimo è stato liberato dal peccato, giustificato, perdonato ed ha ricevuto la vita eterna, e questo appunto perché egli ha già la fede, egli ha creduto che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione.

Per quanto riguarda poi il dopo battesimo, siccome si possiede la fede, si è certi di essere salvati dal peccato, giustificati e perdonati e di avere la vita eterna. Nessun dubbio a riguardo; lo Spirito Santo nel cuore del credente gli attesta in maniera chiara ed inequivocabile ch’egli è un figlio di Dio lavato nel sangue dell’Agnello e perciò erede del Regno di Dio con tutti gli altri riscattati. Che dire allora dei peccati commessi dopo il battesimo? Essi devono essere confessati a Dio che nella sua fedeltà e giustizia ce li rimetterà; egli ci purificherà da essi con il sangue del suo Figliuolo. Nessun mediatore terreno è necessario per ottenerne la remissione, perché ne abbiamo uno in cielo che ci difende nel cospetto di Dio; il suo nome è Gesù Cristo, egli è il nostro avvocato, ed in virtù della sua intercessione noi sappiamo di avere i nostri peccati perdonati appieno. In virtù di questa sua opera intercessoria noi credenti continuiamo ad avere mediante la fede la certezza della salvezza. Ma oltre a non esserci affatto il bisogno di un uomo come il prete che pretende in nome di Dio di rimettere i peccati commessi dopo il battesimo, non c’è neppure il bisogno delle opere di soddisfazione per ottenere l’espiazione dei peccati commessi dopo il battesimo perché il prezzo per la loro remissione è stato già pagato appieno da Cristo sulla croce. Le opere buone non aggiungono nulla all’opera di Cristo; le opere buone non possono meritarci il perdono dei peccati; esse vanno sì praticate in ogni tempo, ma per esse non si può pensare di pagare a Dio parte del prezzo dovuto per i nostri falli perché questo costituirebbe un offesa nei confronti di Cristo. Anche il perdono dei peccati dopo il battesimo è totalmente gratuito. Occorre chiederlo con pentimento e per certo esso non ci verrà rifiutato da Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figliuolo ma l’ha dato per tutti noi mentre eravamo ancora dei peccatori, senza forza, lontani da Dio e suoi nemici. E’ sempre quindi mediante la fede che si continua ad essere perdonati appieno dal Signore. Stando così le cose, il credente è sicuro che quando morirà il Signore lo riceverà in gloria; non dovrà passare per nessun purgatorio. Se Cristo alla sua destra intercede per noi per quale motivo dovremmo andare in un purgatorio? Se Lui ci purifica da ogni peccato in virtù della fede che noi continuiamo a rimettere nel suo sangue prezioso, perché mai ci dovrebbe mandare dopo morti a penare in un luogo di tormento? No, Lui è fedele e i suoi angeli ci scorteranno nella casa del Padre suo quando moriremo perché il suo sangue è su di noi. La dottrina di Dio riguardo alla salvezza è chiara, ed è di grande consolazione per coloro che hanno creduto nel Signore; ma avete notato quanto oscura sia quella papista e come non è di nessun conforto per coloro che l’accettano perché li continua a mantenere nel dubbio, nell’incertezza più grande? E perché questo? Perché la salvezza ‘papista’ si fonda su dell’acqua cosiddetta benedetta che viene detto ha il potere di cancellare ogni peccato, anziché sul sangue prezioso di Cristo; e sulle opere di soddisfazione che l’uomo deve compiere anziché sull’opera di soddisfazione perfetta e fatta una volta per sempre da Gesù Cristo per la remissione dei nostri peccati, in altre parole sui meriti dell’uomo anziché su quelli di Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Papi, cardinali, vescovi, preti e semplici Cattolici, parlano sempre di opere da compiere come se la salvezza fosse da meritare; ma mai gli si sente dire che l’opera di Cristo compiuta sulla croce è perfetta di nulla mancante e che chi crede in lui viene appieno salvato. Si basano sui loro meriti anziché su quelli di Cristo; per questo il Vangelo è loro velato, per questo non hanno la certezza della salvezza. Che fare dunque nei loro confronti? Scongiurarli nel nome del Signore a pentirsi e a credere in Gesù Cristo, a rinunciare alla loro giustizia che è un panno lordato davanti a Dio, per ricevere quella di Dio basata sulla fede che è una veste bianca, più bianca che neve davanti a Dio. Loro ci diranno: ‘Ma perché non andate a predicare ai pagani che si trovano nella giungla o in altre parti remote della terra? Noi siamo già dei Cristiani, non abbiamo bisogno della vostra evangelizzazione’. No, non è così, perché il loro non è cristianesimo ma paganesimo camuffato da cristianesimo; e loro non sono dei Cristiani, ma dei pagani che non conoscono Dio. Avanti quindi coll’evangelizzare i Cattolici romani; strappiamoli dal fuoco.


Capitolo 2

I SACRAMENTI

 

La dottrina dei teologi papisti

 

I sacramenti sono segni efficaci della grazia istituiti da Cristo, sono sette e conferiscono la grazia che rappresentano.

Secondo i teologi papisti ‘i Sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificar­ci’.[201] Ma qual’è il significato di queste parole? Questo: ‘I Sacramenti sono segni della grazia, perché con la parte sensibile che hanno, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono; e ne sono segni efficaci, perché significando la grazia realmente la conferiscono’.[202]

Ma quali sono per la chiesa romana questi sacramenti istituiti da Gesù Cristo? Questi: Il battesimo, la confermazione, l’euca­restia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimo­nio, quindi sono sette.[203]

E per chi non li accetta tutti e ne nega l’efficacia ci sono i seguenti anatemi: ‘Se qualcuno afferma che i sacramenti della nuova legge non sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo, nostro signore, o che sono più o meno di sette, e cioè: il battesimo, la confermazione, l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimonio, o anche che qualcuno di questi sette non è veramente e propriamente un sacramento; sia anatema’;[204] ‘Se qualcuno afferma che i sacramenti della nuova legge non contengono la grazia che significano, o che non conferiscono la stessa grazia a quelli che non frappongono ostacolo, quasi che essi siano solo segni esteriori della grazia o della giustizia già ricevuta mediante la fede, o note distintive della fede cristiana, per cui si distinguono nel mondo i fedeli dagli infedeli; sia anatema’.[205]

Confutazione

Cristo ha istituito due ordinamenti che non conferiscono la grazia

 

Cristo non ha istituito sette sacramenti ma solo due ordinamenti che sono il battesimo e la cena del Signore. E questi ordinamenti non sono la sorgente della grazia[206] perché la grazia procede da Dio e da Cristo Gesù infatti l’apostolo Paolo quando salutava le chiese all’inizio delle sue epistole diceva: “Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo”,[207] il che mostra che lui credeva che la grazia scaturiva da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo e non dagli ordinamenti dati da Cristo. Notate che assieme alla grazia è menzionata pure la pace, quindi come non si può dire che la pace scaturisce dagli ordinamenti così non si può dire che la grazia scaturisca dagli ordinamenti. Anche Giovanni ha confermato che la grazia si riceve da Dio per mezzo di Cristo e non per mezzo degli ordinamenti quando dice: “E’ della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo”.[208]

Come potete vedere, da ciò che insegna la Scrittura si deduce che è errato pensare che la grazia di Dio sia conferita dai sacramenti della chiesa romana. E i fatti confermano ciò, perché tanti nostri fratelli che prima erano Cattolici romani quantunque avevano ricevuto il battesimo cattolico, la cresima, la comunione, e si erano confessati al prete per anni, hanno ricevuto la grazia che procede da Dio quando si sono ravveduti ed hanno creduto nel Vangelo. Per essa sono stati salvati dai loro peccati, per essa sono stati perdonati appieno e purgati da ogni loro peccato. L’hanno dunque ricevuta senza compiere riti di nessun genere ma solo credendo in Cristo; direttamente da Dio per mezzo di Cristo. Si tenga però ben presente a proposito di quanto appena detto che sia il ravvedimento che si è prodotto in essi e la fede mediante cui essi sono stati perdonati e salvati da Dio, sono tutte cose che vengono concesse da Dio secondo il beneplacito della sua volontà a coloro che lui vuole, per cui il fatto che essi hanno potuto pentirsi e credere nel Signore Gesù Cristo sono una manifestazione della grazia di Dio verso di loro. In altre parole si deve dire che essi si sono ravveduti e hanno creduto per la grazia che Dio aveva innanzi i secoli deciso di manifestare verso di loro e che nella pienezza dei tempi ha manifestato dandogli il ravvedimento e la fede indispensabili per essere salvati. Cosicché si deve riconoscere che se è vero che per la sola fede in Cristo abbiamo ricevuto grazia sopra grazia da Dio, è altresì vero che la fede che abbiamo, essendo un dono di Dio e non qualcosa che viene da noi, è essa stessa una grazia, un favore di Dio da lui datoci nella sua grande misericordia perché così Egli aveva deciso a nostra insaputa senza che noi meritassimo alcunché da lui, altrimenti grazia non sarebbe più grazia. Ecco perché dobbiamo dire che non abbiamo nulla, quindi neppure la fede, che non abbiamo ricevuto da Dio nella sua grande misericordia; e perché non abbiamo nulla di che gloriarci davanti a Dio, perché la salvezza ricevuta è stata un opera interamente compiuta da lui in noi senza che noi sapessimo nulla di questo suo glorioso piano verso di noi e indipendentemente dalla nostra volontà. Come ben dice Paolo: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia”.[209]

Ho voluto fare questo discorso per dimostrare che se è vero che per mezzo di Cristo “abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia”,[210] come dice Paolo, è altresì vero che abbiamo avuto accesso a questa grazia per la grazia di Dio perché la fede ce l’ha donata Dio. A Dio sia la lode e la gloria. Amen.

Quanto detto qui sopra quindi annulla tutta la dottrina cattolica sull’efficacia dei sacramenti; potremmo perciò fermarci qui, senza proseguire a confutare uno per uno i loro sacramenti. Ma vogliamo lo stesso farlo per dimostrare a tutti con le Scritture come, quantunque i teologi papisti prendono le sacre Scritture per sostenere che i loro sette sacramenti conferiscono la grazia, questi loro sacramenti non conferiscono nessuna grazia. Vogliamo così rendere giustizia alla Parola di Dio da loro male interpretata a danno di tante anime nel mondo.

IL BATTESIMO

La dottrina dei teologi papisti

 

Il battesimo rimette i peccati, fa nascere di nuovo chi lo riceve che diventa così un cristiano. Esso è assolutamente necessario alla salvezza. I neonati quindi lo devono ricevere al più presto perché senza il battesimo, in caso di morte, non possono andare in paradiso, ma vanno nel limbo. Il battesimo lo amministra il sacerdote versando l’acqua benedetta sul capo del battezzando.

‘Il Battesimo è il sacramento della remissione dei peccati e della rigenerazio­ne. E’ di fede (...) Per disposizione divina, il Battesimo è assolu­tamente necessario a tutti gli uomini per la salvezza. E’ di fede’.[211]

In altre parole, il battesimo per i teologi papisti rimette i peccati all’uomo e a sostegno di ciò essi prendono le parole che Pietro disse ai Giudei il giorno della Pentecoste; “Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati”,[212] e lo fa rinascere e diventare un figlio di Dio e per sostenere questo prendono le seguenti parole di Gesù: “In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio”,[213] e le seguenti parole di Paolo: “Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatte, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione...”.[214] Questo potere di rigenerare, il battesimo lo possiede perché l’acqua usata nel ministrarlo è un’acqua del tutto speciale infatti viene ‘consacrata mediante una preghiera di Epiclesi (sia al momento stesso, sia nella notte di Pasqua). La Chiesa chiede a Dio che, per mezzo del suo Figlio, la potenza dello Spirito Santo discenda su quest’acqua, in modo che quanti vi saranno battezzati ‘nascano dall’acqua e dallo Spirito’...’.[215]

Essendo il battesimo indispensabile alla salvezza, i genitori devono portare il proprio bambino al battesimo non più tardi di otto o dieci giorni; per ‘assicurargli subito la grazia e la felicità eterna, potendo egli molto facilmente morire’.[216]

Esso è amministrato dal sacerdote cattolico ‘versando l’acqua sul capo del battezzando e dicendo nello stesso tempo le parole della forma[217] che sono: Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuo­lo e dello Spirito Santo.[218] Nella cerimonia del battesimo, il bambino, siccome non può parlare e rispondere alle domande che fa’ il prete, viene rappresentato dai padrini. Il catechismo dice di costoro: ‘I padrini nel Battesimo sono quelli che presentano alla Chiesa il battezzando, rispondono in suo nome se è bambino, assumendosi, quali padri spirituali, la cura della sua educazione cristiana, se vi mancassero i genitori, e perciò debbono essere buoni cri­stiani’.[219] Perciò, quando il bambino diviene adulto ha il dovere di ‘mantenere le promesse fatte a suo nome dai padrini.[220] Per sostenere il battesimo dei neonati i teologi papisti prendono le parole di Gesù di lasciare che i piccoli fanciulli vadano a lui,[221] poi le parole di Luca che dice che Lidia e il carceriere di Filippi furono battezzati con le rispettive famiglie,[222] e la circoncisione dei neonati da farsi all’età di otto giorni secondo il comando di Dio.[223]

Che succede nel caso il bambino muore senz’avere ricevuto il battesimo? Se egli muore non battezzato andrà nel limbo. Il catechismo infatti dice: ‘I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non é premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio’.[224]

Quantunque i teologi papisti dicano che il battesimo con acqua è assolutamente necessario per conseguire la salvezza, pure vi sono alcuni casi in cui per necessità, cioè per la ragione che la persona è impossibilitata a farsi battezzare, esso può essere sostituito da due altri battesimi: quello di sangue e quello di desiderio.

Per quanto riguarda il battesimo di sangue essi dicono: ‘Il battesi­mo di sangue (baptisma sanguinis) dona la giustificazione come quello di acqua, ma non il carattere indelebile e quindi l’incor­porazione nella chiesa e la capacità di ricevere gli altri sacra­menti. Sono compresi come battesimo di sangue; la morte violenta o la tortura, che dovrebbe portare alla morte; il martirio per causa di Cristo (per la fede cristiana o per una virtù cristiana); la sopportazione fino in fondo di questi tormenti per amore di Cristo; almeno un dolore imperfetto per i propri peccati e la volontà di ricevere, alla prima occasione, il battesimo di acqua’.[225] Per confermare il battesimo di sangue i teologi papisti prendono le parole che Gesù rivolse a Giacomo e Giovanni: “Voi certo berrete il calice ch’io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato...”.[226]

Per quanto riguarda il battesimo di desiderio essi affermano: ‘Se è moralmente o fisicamente impossibi­le la ricezione del battesimo di acqua, il battesimo di desiderio può conferire gli effetti della grazia del primo. Gli elementi costitutivi del battesimo di desiderio sono: il desiderio sincero del battesimo, il dolore perfetto dei propri peccati e la ferma volontà di ricevere alla prima occasione il sacramento del batte­simo di acqua. Esso è efficace quando a motivo di un fatto ester­no (morte) non si è più in grado di ricevere il battesimo di acqua. Esso produce la giustificazione, ma non l’incorporazione nella chiesa visibile’.[227]

Contro chi non accetta il battesimo della chiesa cattolica romana ci sono i seguenti anatemi lanciati dal concilio di Trento: ‘Se qualcuno afferma che nella chiesa romana (che è madre e maestra di tutte le chiese) non vi è la vera dottrina del battesimo: sia anatema’;[228] ‘Chi nega che per la grazia del signore nostro Gesù Cristo, conferita nel battesimo, sia rimesso il peccato originale (...) sia anate­ma’;[229] ‘Chi nega che i fanciulli, appena nati debbano essere bat­tezzati (....) sia anatema’;[230] ‘Se qualcuno afferma che i bambini, poiché non hanno la capacità di credere, ricevuto il battesimo non devono essere considerati cristiani e quindi divenuti adulti, devono essere ribattezzati; o che è meglio omettere il loro battesimo, piuttosto che battezzarli nella fede della chiesa, senza un loro atto di fede; sia anatema’.[231]

Confutazione

Il battesimo dev’essere ministrato a persone che hanno creduto e per immersione

 

Questa dottrina della chiesa romana sul battesimo é falsa perché innanzi tutto secondo la Scrittura il battesimo dev’essere ministrato a persone che si sono ravvedute dai loro peccati ed hanno creduto nel Signore Gesù Cristo, e perciò non può essere ministrato a degli infanti che ancora non discernono il bene dal male e che ancora non possono credere col cuore nel Signore. Le seguenti Scritture confermano che coloro che devono essere battezzati devono prima ravvedersi e credere nel Vangelo che viene loro annunziato, e perciò non possono essere battezzati dei neonati.

-  “Or essi, udite queste cose, furon compunti nel cuore, e dissero a Pietro e agli altri apostoli: Fratelli, che dobbiam fare? E Pietro a loro: Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battez­zato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri pecca­ti.... Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati....”;[232]

-  “Ma quand’ebbero creduto a Filippo che annunziava loro la buona novella relativa al regno di Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne”;[233]

-  “E molti dei Corinzî, udendo Paolo, credevano, ed eran battez­zati”.[234]

Come potete ben vedere in questi tre passi le espressioni: “accettarono la sua parola”, “quando ebbero creduto”, e “credeva­no” precedono l’atto del battesimo, e attestano in maniera chiara che anticamente per ricevere il battesimo la persona doveva prima credere nel Vangelo.

Tutto questo è in perfetta armonia con le parole di Gesù: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”.[235] Il battesimo dunque è lecito che lo riceva solo chi ha creduto. Ma per potere credere la persona deve prima ascoltare la parola di Cristo perché Paolo dice che la fede viene dall’udire e l’udi­re si ha per mezzo della parola di Cristo, ed anche: “Come crede­ranno in colui del quale non hanno udito parlare?”,[236] e perciò ci deve essere chi predica il Cristo perché sempre Paolo dice: “Come udiranno, se non v’è chi predichi?”.[237] E questo è in perfetta armonia con le seguenti parole di Gesù: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”;[238] e: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzando­li...”.[239] Notate infatti che la predicazione e l’ammaestramento precedono l’atto del battesimo perché gli apostoli prima dovevano predicare la Parola, e dopo dovevano battezzare coloro che avevano creduto in essa. Questo è l’ordine che gli apostoli seguirono, difatti il giorno della Pentecoste prima Pietro predicò, poi gli uditori accettarono la sua parola e gli apostoli li battezzarono secondo che è scritto: “Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati”.[240] E questo è quello che avvenne anche a Filippi nel caso della famiglia di Lidia secondo che è scritto prima: “E postici a sedere, parlavamo alle donne ch’eran quivi radunate”,[241] poi dopo che il Signore le aprì il cuore per renderla attenta alle cose dette da Paolo “fu battezzata con quei di casa”;[242] ed anche nel caso della famiglia del carceriere secondo che è scrit­to, prima: “Poi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua”,[243] e poi, che “fu battezzato lui con tutti i suoi”;[244] ed a Corinto dove molti sentendo parlare Paolo credevano ed erano battezzati.[245] E siccome che la predicazione del Vangelo non poteva essere rivolta a dei neonati (e da quest’ultimi accettata) perché essi quantunque potevano sentire non potevano però discernere quello che veniva detto e in loro non poteva dunque venire la fede, deduciamo che essi non venivano battezzati. Abbiamo dunque visto che anticamente il battesimo veniva, in obbedienza al comando di Cristo, ministrato solo a coloro che credevano, il che esclude che venissero battezzati anche dei neonati che non potevano ancora credere.

Oltre a ciò bisogna dire che il battesimo citato in queste Scrit­ture consisteva nell’immergere nell’acqua chi aveva creduto, e non in un versamento di acqua sulla sua testa. D’altronde la stessa parola greca baptizo significa ‘immergere’, ‘tuffare’, e non versare o aspergere. Le seguenti Scritture attestano che il battesimo con acqua è per immersione e non per infusione.

-  Giovanni il Battista battezzava per immersione (quantunque il suo battesimo fosse solo un battesimo di ravvedimento) secondo che é scritto: “Allora Gerusalemme e tutta la Giudea e tutto il paese d’intorno al Giordano presero ad accorrere a lui; ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”,[246] ed anche: “Or anche Giovanni stava battezzando a Enon, presso Salim, perché c’era là molt’acqua; e la gente veniva a farsi battezzare”;[247]

-  Gesù fu battezzato all’età di circa trenta anni; quando fu battezzato da Giovanni nel Giordano, fu immerso nell’acqua, secondo che é scritto in Mat­teo: “E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuor dell’acqua...”;[248] ed anche in Marco: “Fu battezzato da Giovanni nel Giordano. E ad un tratto, com’egli saliva fuori dell’acqua, vide fendersi i cieli, e lo Spirito scendere su di lui...”;[249]

-  l’eunuco fu battezzato da Filippo per immersione secondo che é scritto: “E discesero ambedue nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. E quando furon saliti fuori dell’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo..”.[250]

Che dire allora di quei ragionamenti papisti quali: ‘Il giorno della Pentecoste furono battezzate circa tremila persone e noi sappiamo che a Gerusalemme non c’è nessun fiume che permettesse un battesimo di immersione’, e: ‘Il carceriere fu battezzato con tutta la sua famiglia nel carcere e qui non c’era un fiume o una piscina per fare un battesimo per immersione; quindi in questi casi il battesimo fu ministrato per infusione’? Diremo che essi sono solo delle ciance che servono solo a gettare polvere negli occhi dei Cattolici che non conoscono le Scritture. Dio non era obbligato a fare trascrivere ogni volta dove e come venivano battezzati tutti coloro che accettavano il Vangelo. Una cosa è certa, in quei casi in cui Egli non ha voluto che fosse trascritto dove e come venne ministrato il battesimo ai credenti non è perché quel battesimo fu loro ministrato per infusione!

E poi, seguendo questo modo di ragionare si dovrebbe anche dire che in quei casi dove non c’è scritto che dei credenti ricevettero il battesimo essi non furono per nulla battezzati come nel caso di quelle migliaia di persone che dopo che Pietro guarì lo zoppo a Gerusalemme credettero, dei Tessalonicesi, o di coloro che credettero ad Atene; per cui il battesimo non era necessario! Ma questo evidentemente significherebbe fare dire alla Parola ciò che essa non dice e costituirebbe una contraddizione.

Abbiamo quindi provato che il battesimo istituito da Cristo dev’essere ministrato a persone che si sono ravvedute ed hanno credu­to ed anche che esso è per immersione e non per infusione. Quando dunque un Cattolico romano si ravvede e crede con il suo cuore nel Vangelo della grazia deve essere battezzato; non ribattezzato perché in realtà quello che lui ha ricevuto da fanciullo (o magari da adulto) nella chiesa cattolica romana non è affatto un battesimo ma un qualche cosa che ha solo il nome di battesimo.

Per quanto riguarda poi le parole da usare nel battesimo bisogna dire al battezzando: ‘Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo’ perché Gesù così ha comandato: “...battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo”.[251] Nel nome del Padre perché è Lui che lo ha attirato al suo Figliuolo,[252] nel nome del Figliuolo perché Lui lo ha accolto e gli ha rivelato il Padre,[253] e nel nome dello Spirito Santo perché è Lui che lo ha convinto quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.[254]

Il battesimo non rigenera l’uomo

 

Le parole di Gesù[255] e di Paolo[256] che i teologi papisti prendono per sostenere il potere di rigenerare del battesimo hanno un altro significato.

Gesù quando disse che bisogna nascere d’acqua intese dire che bisogna essere rigenerati dalla Parola di Dio perché l’acqua rappresenta la Parola di Dio.[257] Di certo Egli non intese dire che l’ac­qua del battesimo rigenera o ha il potere di rigenerare il pecca­tore perché questo non corrisponde a verità, perché il potere di rigenerare il peccatore ce l’ha la Parola di Dio.[258] E poi, se fosse così come dicono i Cattolici il ladrone convertitosi sulla croce in punto di morte non avrebbe potuto andare nel regno di Dio perché non nato d’acqua, cioè perché non battezzato. Ma allora come mai Gesù gli disse che in quel giorno sarebbe stato con lui in paradiso? Non è forse perché quell’uomo prima di morire speri­mentò la nuova nascita, ovvero nacque d’acqua e di Spirito? Certo che è così, e non può essere altrimenti.

Per quanto riguarda le parole di Paolo a Tito, per lavacro della rigenerazione l’apostolo non intese dire la rigenerazione compiu­ta dal battesimo. E questo perché lui per lavacro non intendeva l’immersione nell’acqua di chi aveva creduto, ma la purificazione compiuta in lui dalla Parola di Dio difatti agli Efesi­ni dice che “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola..”.[259] A conferma che Cristo ci ha lavati e nettati mediante la sua parola, e non mediante il batte­simo in acqua che abbiamo ricevuto nel suo nome, citiamo le parole che Gesù disse ai suoi discepoli la notte in cui fu tradi­to: “Voi siete già mondi a motivo della parola che v’ho annunzia­ta”.[260] Egli non disse loro che erano mondi a motivo del battesimo, ma a motivo della sua parola, che era la Parola di Dio secondo che egli disse: “La parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato”.[261] E se ciò non bastasse a dimostrare che Paolo dicendo che siamo stati salvati mediante il lavacro della rigenerazione non intese affatto dire che il battesimo in acqua ci ha rigenerati aggiungiamo anche la prova dei fatti. I Cattolici romani dicono di avere ricevuto il lavacro della rigenerazione ma non possono dire di essere stati salvati. Ora, noi diciamo: ‘Se i Cattolici avessero ricevuto il lavacro della rigenerazione di cui parla Paolo quando sono stati battezzati allora potrebbero dire di conseguenza anche loro: “Siamo stati salvati”, ma questo non lo possono dire e non lo dicono. Come mai?’ Non è forse perché quel “lavacro della rigenerazione” non si riferisce affatto al battesimo (sia che esso sia stato erratamente ministrato per infusione o giustamente per immersione) ma al lavaggio operato dalla Parola di Dio nel cuore di colui che l’ha accettata per fede e loro questo lavaggio non l’hanno ancora sperimentato? Certo che è così.

Ecco perché tutti coloro che dicono di essere dei Cristiani solo per il fatto che da piccoli sono stati battez­zati nella chiesa cattolica romana non sono certi di essere salvati, e sono ancora morti nei loro falli; perché il loro battesimo non li ha rigenerati affatto quando essi lo hanno ricevuto da piccoli. Possiamo dire che essi sono stati ingannati mediante quel ‘batte­simo’, ma non rigenerati ed incorporati mediante di esso nel corpo di Cristo.

I passi presi per sostenere il battesimo dei bambini non hanno il significato che gli danno i teologi papisti

 

Nella sacra Scrittura non ci sono a riguardo del battesimo in acqua dei passi che attestano che ai tempi di Gesù e ai tempi degli apostoli venivano battezzati anche i bambini. Nonostante ciò, come avete potuto vedere, i teologi papisti sostengono il battesimo degli infanti mediante dei passi delle Scritture. Vediamo dunque di dimostrare che i passi della Scrittura da loro citati non confermano affatto il battesimo degli infanti.

-  In Matteo è scritto: “Allora gli furono presentati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli sgrida­rono coloro che glieli presentavano. Gesù però disse: Lasciate i piccoli fanciulli e non vietate loro di venire a me, perché di tali è il regno de’ cieli. E imposte loro le mani, si partì di là”.[262] I sostenitori del battesimo degli infanti (pedobattesimo) dicono che quel “non vietate loro di venire a me” significa che non si può negare il battesimo ai fanciulli, quantunque essi non siano consapevoli dell’atto a cui vengono sottoposti, perché Gesù ha detto di non impedirglielo.

Questa interpretazione data alle suddette parole di Gesù è arbi­traria per queste ragioni: coloro che presentavano i bambini a Gesù non glieli presentavano affinché lui li battezzasse per infusione o per immersione, ma, come dice Marco “perché li toc­casse”,[263] quindi vedere il battesimo degli infanti in quelle parole di Gesù vuole dire sforzarsi di vederci quello che non c’è. Gesù quando i bambini andarono a lui li prese in braccio “ed imposte loro le mani, li benediceva”,[264] il che esclude che lui li abbia battezzati.

-  “E una certa donna, di nome Lidia, negoziante di porpora, della città di Tiatiri, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare; e il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. E dopo che fu battezzata con quei di casa, ci pregò dicen­do: Se mi avete giudicata fedele al Signore, entrate in casa mia, e dimoratevi. E ci fece forza”;[265] “Poi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua. Ed egli, presili in quell’istessa ora della notte, lavò loro le piaghe; e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. E menatili su in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e giubilava con tutta la sua casa, perché avea creduto in Dio”.[266] Ora, siccome che sia nel caso di Lidia, e sia nel caso del carce­riere di Filippi è detto che essi furono battezzati con tutti quelli di casa loro, i teologi papisti deducono che anche i loro bambini furono battezzati dagli apostoli.

Per confutare questo loro discorso diciamo solamente che le Scritture qui sopra esposte non dicono che c’erano dei neonati o dei piccoli bambini in quelle famiglie.

-  “All’età d’otto giorni, ogni maschio sarà circonciso fra voi, di generazione in generazione”.[267] Per i teologi papisti, come il neonato entrava a fare parte inconsapevolmente del popolo d’Israele mediante quell’atto che gli veniva compiuto nella carne, così sotto il Nuovo Patto il bambino entra inconsapevolmente a fare parte del popolo di Dio quando gli viene ministrato il battesimo.

Questo paragone non regge per i seguenti motivi: 1) sotto l’Antico Patto fu Dio a comandare di circoncidere l’ottavo giorno i bambini mentre sotto il Nuovo Patto non ha comandato affatto di battezzare i bambini, cosa che non avrebbe mancato di fare se egli avesse voluto che così si facesse; 2) la circoncisione sotto l’Antico Patto era ombra della vera circoncisione che doveva compiere Cristo nel cuore di molti uomini e di molte donne: e questa egli la compie in coloro che si ravvedono e credono in lui togliendogli il vecchio cuore di pietra e mettendogliene uno nuovo di carne, togliendogli i peccati.

I peccati vengono cancellati e si diventa figliuoli di Dio quando si crede in Gesù Cristo e non quando si viene battezzati

 

Ora, prescindendo dal fatto che il battesimo dei bambini ammini­strato in seno alla chiesa romana è nullo per le ragioni appena esposte, spieghiamo con la Scrittura perché il battesimo in acqua non cancella i peccati all’uomo e non lo fa diventare un figlio di Dio.

Pietro dice nella sua prima epistola che il battesimo non é “il nettamento delle sozzure della carne...”;[268] dove per sozzure della carne si intendono le opere morte della carne (i peccati) di cui l’uomo senza Dio è contaminato.[269] Quindi non è mediante di esso che vengono cancellati i peccati e si diventa figliuoli di Dio. Ma allora come vengono cancellati i peccati e come si diventa figliuoli di Dio?

-  I peccati vengono cancellati mediante la fede, e non mediante il battesimo in acqua, secondo che é scritto: “Chiunque crede è giustificato di tutte le cose”,[270] ed anche: “Chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome”.[271] Ed a conferma di quello che stiamo dicendo citiamo le parole di Pietro all’assemblea di Gerusa­lemme a proposito della purificazione di quei Gentili che udirono il Vangelo dalla sua bocca: “E non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede”.[272] Come potete vedere Pietro non disse che quei Gentili erano stati purificati dai loro peccati mediante il battesimo, che essi ricevettero per ordine suo dopo che lo Spirito Santo scese su loro, ma mediante la loro fede che aveva preceduto il battesimo in acqua. Che dire allora delle parole di Pietro il giorno della Pentecoste che i teologi papisti prendono per dire che il battesimo rimette i peccati? Non confermano forse esse che il battesimo rimette i peccati? No, non lo confermano affatto perché Pietro non disse loro: ‘Siate battezzati per la remissione dei vostri peccati’, il che avrebbe sì significato che per ottenere la remissione dei peccati era indispensabile per loro farsi battezzare; ma egli disse loro prima di ravvedersi e poi di farsi battezzare, e siccome che quando ci si ravvede si cambia modo di pensare e si crede nell’Evangelo nel quale non si è mai creduto prima, bisogna dire ancora una volta che il battesimo non lava il peccatore dai suoi peccati perché ciò che gli rimette i peccati è il nome di Cristo nel quale egli crede quando si ravvede. E che i peccati non vengono cancellati dal battesimo ma mediante la fede in Cristo è confermato anche dalle seguen­ti parole che sempre lo stesso Pietro rivolse ai Giudei dopo la guarigione dello zoppo alla porta del tempio detta ‘Bella’: “Ravvedetevi dunque e convertitevi, onde i vostri peccati siano cancellati...”.[273] Notate infatti che qui Pietro dice ai Giudei che per ottenere la cancellazione dei loro peccati si devono solo ravvedere e conver­tire. Non gli dice: ‘Ravvedetevi e siate battezzati’, ma solo: “Ravvedetevi dunque e convertitevi”; del battesimo non gliene parla, ma annunzia loro lo stesso la cancellazione dei peccati.

-  Si diventa figliuoli di Dio sempre mediante la fede e non mediante il battesimo secondo che é scritto: “A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome”,[274] ed anche: “Siete tutti figliuoli di Dio, per la fede in Cristo Gesù”.[275]

Prendiamo per esempio ancora Cornelio ed i suoi; essi ricevettero lo Spirito Santo ancora prima di essere battezzati in acqua. Ora, noi sappiamo che lo Spirito Santo lo possono ricevere solo coloro che hanno creduto perché è scritto: “Or disse questo dello Spiri­to, che doveano ricevere quelli che crederebbero in lui”,[276] perciò essi avevano creduto e di conseguenza erano dei figliuoli di Dio. Inoltre la Scrittura dice: “Avete ricevuto lo spirito d’adozione, per il quale gridiamo: Abba! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio”,[277] quindi Cornelio ed i suoi potevano dire di essere dei figliuoli di Dio ancora prima di essere battezzati perché lo Spirito Santo glielo attestava con il loro spirito.[278] Come potete vedere tutto questo annulla la dottrina che il battesimo fa diventare figli di Dio.

Ma prendiamo un altro esempio per confermare che non è mediante il battesimo che si diventa figliuoli di Dio; quello dei circa dodici discepoli di Efeso. Luca dice che Paolo quando giunse ad Efeso “trovati quivi alcuni discepoli, disse loro: Avete voi ricevuto lo Spirito Santo, dopo che avete creduto”.[279] E siccome che essi gli risposero che non avevano neppure sentito parlare dell’esistenza dello Spirito Santo, Paolo si informò da loro di quale battesimo erano stati battezzati. Essi gli risposero che erano stati battezzati del battesimo di Giovanni; al che Paolo li battezzò nel nome del Signore Gesù. Ora, la domanda che faccio è questa: ‘La Scrittura dice che questi circa dodici uomini erano dei discepoli ancora prima che fossero battezzati in acqua nel nome del Signore Gesù, quindi costoro avevano creduto nel Signore perché ogni qual volta nel libro degli Atti degli apostoli è menzionata la parola discepoli essa si riferisce a dei credenti, a dei figliuoli di Dio; ma allora come si spiega che essi, benché ancora non fossero stati battezzati nel nome del Signore Gesù, sono chiamati discepoli?’ Non è forse perché non è il battesimo nel nome del Signore Gesù che ci rende discepoli del Signore, ma la nostra fede in Cristo Gesù? Non bisogna forse arrivare ancora alla conclusione che il battesimo non fa gli uomini figli di Dio, perché figli di Dio si diventa credendo nel nome del Figliuol di Dio?

Con questi nostri discorsi non vogliamo dire affatto che il battesimo sia inutile o non necessario, e questo perché esso è stato ordinato dal Signore con queste parole: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo”[280] ed anche: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”,[281] ma solo che Gesù ha detto che “chi non avrà creduto sarà condannato” e non che colui che non sarà battezzato andrà all’inferno, come per esempio un uomo che crede in fin di vita senza avere punto il tempo di essere battezzato in acqua. Quindi il fine di questi discorsi è solo quello di dimostrare che non è l’acqua del battesimo che cancella i peccati ma il sangue di Cristo, e che non è il battesimo che fa diventare gli uomini figli di Dio ma la loro fede. Fermo restando che il battesimo ha valore, e che coloro che credono devono essere subito battezzati in ubbidienza all’ordine del Signore.

Che cosa è, e cosa fa il battesimo secondo la Scrittura

 

Dopo avere detto cosa il battesimo non è, e cosa il battesimo non fa vediamo che cosa è il battesimo e cosa esso fa.

L’apostolo Pietro dice che il battesimo è “la richiesta di una buona coscienza fatta a Dio”[282] (questa è un ulteriore conferma che il battesimo non può essere amministrato a bambini perché i bambini appena nati non possono fare a Dio questa richiesta di buona coscienza che é il battesimo); quindi siccome che per mezzo del battesimo chi crede in Dio richiede di avere una buona co­scienza nel suo cospetto, esso è necessario (d’altronde come avrebbe potuto Gesù istituire una cosa non necessaria per coloro che avrebbero creduto in lui?). E ciascuno di noi ha sperimentato le parole di Pietro perché dopo che abbiamo creduto nel Signore abbiamo sentito la necessità del battesimo perché sentivamo in noi per lo Spirito, che pur essendo dei figliuoli di Dio purificati con il sangue di Gesù Cristo, per avere una buona coscienza davanti a Dio dovevamo ubbidire all’or­dine del battesimo. Certo, eravamo certi di essere salvati, di essere stati perdonati, ma nonostante ciò sentivamo che in ubbi­dienza a Cristo, il nostro Salvatore, dovevamo farci battezzare in acqua. Quindi, secondo la Scrittura, mediante il battesimo noi abbiamo ottenuto una buona coscienza davanti a Dio.

Oltre a questo noi, mediante il battesimo, siamo stati sepolti con Cristo secondo che è scritto: “O ignorate voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siam dunque stati con lui seppelliti me­diante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita”.[283] E dato che vengono seppelliti i morti e non coloro che ancora sono vivi, noi possiamo dire che quando siamo stati seppelliti mediante il battesimo nella morte di Cristo eravamo già morti al peccato essendo che ci eravamo ravveduti ed avevamo creduto nel Vangelo. In altre parole che noi prima di essere battez­zati in acqua eravamo nati di nuovo, perciò morti al peccato; e mediante il battesimo il nostro vecchio uomo è stato seppellito con Cristo. Come Cristo quando fu seppellito era già morto al peccato (“il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre”,[284] dice Paolo), così anche noi quando siamo stati seppelli­ti con lui eravamo già morti al peccato mediante il corpo di Cristo. Possiamo anche esprimere questo concetto così: noi siamo stati salvati dai nostri peccati mediante la fede, e quindi ancora prima di essere battezzati in acqua eravamo salvati (perché l’atto del credere precede l’atto dell’essere immersi nell’acqua). Il nostro battesimo quindi si può definire un atto di ubbidienza a Dio che ha suggellato la giustificazione da noi ottenuta per fede prima del battesimo. Un po’ come il segno della circoncisione che Abramo ricevette “qual suggello della giustizia ottenuta per la fede che avea quand’era incirconciso”.[285] Perché anche Abramo era stato giustificato da Dio per fede prima di essere circonciso, e non fu quindi la circoncisione ad essergli messa in conto di giustizia ma la sua fede secondo che è scritto: “Noi diciamo che la fede fu ad Abramo messa in conto di giustizia”.[286] Nello stesso modo anche a noi non è stato il battesimo ad esserci messo in conto di giustizia (il che avrebbe significato che mediante il battesimo si ottiene la giustificazione) ma la nostra fede che abbiamo riposto in Cristo prima di essere battezzati in acqua.

Mediante il battesimo noi abbiamo anche testimoniato al diavolo e ai suoi ministri (come anche alle persone del mondo che erano presenti o che hanno udito del nostro battesimo) di essere diventati dei discepoli di Cristo Gesù, di non volere vivere più per noi stessi ma per Colui che è morto e risuscitato per noi, e perciò di avere rinunciato a noi stessi ed ai piaceri del peccato che ci offre il diavolo tramite questo mondo malvagio. Non si deve mai dimenticare infatti che quando noi siamo nati di nuovo siamo stati strappati da questo presente secolo malvagio che giace nel maligno e trasportati nel regno del Figliuolo di Dio; che prima della nuova nascita servivamo il peccato ma dopo abbiamo cominciato a servire la giustizia. E’ un atto dunque il battesimo con il quale noi abbiamo dichiarato di essere morti al peccato e al mondo. Come con la cena del Signore noi annunziamo periodicamente la morte del Signore al peccato una volta per sempre, così con il battesimo, che si riceve una volta sola nella vita, noi abbiamo annunziato la nostra morte al peccato, al mondo. E si tenga presente che come la cena del Signore non è la ripetizione della morte del Signore al peccato, il battesimo non è nemmeno esso l’atto con il quale noi moriamo al peccato perché la nostra morte al peccato è avvenuta prima del battesimo che ne è stato invece l’annuncio. Si tenga presente che il battesimo nel nome di Cristo in alcuni posti della terra rappresenta un pronunciare su se stessi la condanna a morte dei propri connazionali, e difatti molti di questi nostri fratelli battezzati in queste nazioni sono stati poi uccisi per avere manifestato pubblicamente con il battesimo la loro decisione di seguire Cristo. Questo a dimostrazione che per coloro che si sono sentiti traditi questo atto dell’immersione che subisce un credente (che per loro è un traditore) significa che quello che prima era della loro stessa religione ha deciso di rinunciare alla sua vecchia religione per abbracciarne un altra totalmente diversa per cui egli merita la morte come traditore.

Il battesimo è un atto con il quale noi abbiamo dichiarato di non vergognarci di Cristo ma di essere disposti a portare il suo vituperio in questo mondo di tenebre. Il fatto dunque che molti credenti hanno subito una forte opposizione dai loro familiari increduli prima di essere battezzati è dovuto al fatto che il diavolo cercò tramite alcuni che erano sotto la sua potestà di indurre in questa maniera il neoconvertito a vergognarsi del suo Salvatore. L’avversario infatti sa che Gesù ha affermato: “Se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figliuol dell’uomo si vergognerà di lui...”.[287]

Dopo avere detto ciò qualcuno dirà: “Ma allora, se non è tramite il battesimo che si viene salvati (perché è mediante la fede che si viene salvati), perché Pietro dice del battesimo: “Il quale ora salva anche voi, mediante la risurrezio­ne di Gesù Cristo”?[288] Perché è così, ma Pietro non ha voluto dire con queste parole che il battesimo ci ha salvati. Perché non è il battesimo in acqua che salva l’uomo dalla schiavitù del peccato ma la sua fede in Cristo Gesù. Non è il battesimo in acqua che salva l’uomo dall’inferno ma la sua fede, e di ciò ne abbiamo una conferma nell’episodio della conversione di uno dei ladroni che furono crocifissi con Cristo al quale Gesù disse: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso”.[289] Come potete vedere quell’uo­mo non poté ricevere il battesimo eppure andò in paradiso. A conferma di quanto detto sopra vi faccio notare che Pietro non ha detto che ‘il battesimo ci ha salvati pure a noi mediante la risurrezione di Gesù Cristo’ perché se avesse detto così questo avrebbe significato che Pietro credeva che si nasce di nuovo quando si viene battezzati e non quando ci si ravvede e si crede nel Figliuolo di Dio. Ma egli ha detto che il battesimo “salva ancora noi, per la risurrezione di Gesù Cristo”,[290] cioè che il battesimo nella sua morte ci salva dall’ira a venire; ma in che maniera? Con la fede nella risurrezione di Gesù Cristo perché Gesù ha detto: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”,[291] e non senza. Ma questo non significa affatto che è stato mediante il battesimo che siamo stati rigene­rati; tanto è vero che lo stesso apostolo Pietro all’inizio della sua prima epistola dice: “Benedetto sia l’Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua gran misericordia ci ha fatti rinascere, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti...”;[292] lo vedete? Pietro non dice che Dio ci ha fatti rinascere mediante il battesimo (come dice la chiesa cattolica romana) ma mediante la risurrezione di Gesù Cristo ossia mediante la fede nella risurrezione di Gesù Cristo, il che è differente. Anche l’apostolo Paolo conferma che è mediante la fede nella risurrezione di Cristo che noi siamo stati rigenerati e non mediante il battesimo quando dice ai Colossesi: “Essendo stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risu­scitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti”.[293] Notate l’espressione “mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti” che messa in quel contesto in cui si parla del battesimo dimostra chiaramente che è la fede nella risurrezione di Cristo che ci ha rigenerati e non il battesimo. E difatti Paolo predicava alle persone del mondo la fede in Cristo come mezzo per rinascere e non il battesimo; perché egli sapeva che era soltanto mediante la fede che esse potevano essere rigenerate. Ecco perché ai Corinzi l’apostolo disse: “Cristo non mi ha mandato a battezzare ma ad evangelizzare...”,[294] perché agli occhi del Signore l’evangelizzare era ed è più importante del battezzare, cosa che Gesù stesso nei giorni della sua carne lo dimostrò evangelizzando ma non battezzando alcuno.

Quindi, riassumendo, mediante la fede nella risurrezione di Gesù Cristo siamo stati salvati, rigenerati, e purificati dai nostri peccati; mediante il battesimo siamo stati seppelliti; ed esso ci salva mediante la risurrezione di Gesù Cristo, ossia se conser­viamo la fede nella risurrezione di Cristo. In altre parole, noi saremo salvati dall’ira a venire a condi­zione che riteniamo ferma fino alla fine la fede che abbiamo riposto in Dio al principio; nel caso contrario il battesimo in acqua ricevuto dopo avere creduto non ci servirà proprio a nulla. Vi spiego questo facendovi degli esempi. Se Noè, o qualcuno dei suoi che erano nell’arca, avesse deciso mentre pioveva a dirotto sulla terra di gettarsi dalla finestra che Dio aveva ordinato a Noè di costruire nell’arca, di certo non sarebbe scampato al diluvio ma sarebbe perito pure lui assieme ai ribelli. Se un Israelita che aveva appena finito di passare il mare a piedi asciutti avesse deciso di tornare sui suoi passi (prima che Dio dicesse a Mosè di stendere la sua mano sul mare affinché le acque ritornassero sugli Egiziani), certamente egli sarebbe perito con gli Egiziani. Così anche noi che siamo in Cristo mediante la fede, dobbiamo studiarci di rimanere in Cristo se vogliamo essere salvati dall’ira a venire. Quindi dobbiamo continuare a credere in lui e guardarci dal gettare via la nostra franchezza, perché questo costituirebbe una specie di suicidio spirituale.

Infine ci tengo a sottolineare che l’apostolo Pietro e l’apostolo Paolo (cito loro perché ho citato le loro parole a riguardo del battesimo) battezzavano subito coloro che credevano; questo ve lo ricordo per farvi capire come per loro il battesimo doveva seguire immediatamente la fede e non doveva avvenire settimane o mesi o anni dopo. A dimostrazione che per loro, quantunque non fosse il battesimo che rigenerasse, esso era un atto importante perché comandato da Cristo da fare subito. Purtroppo però il loro esempio oggi non è seguito in mezzo alla maggior parte delle chiese per tanti motivi che non trovano nessun appoggio nella Scrittura (il numero consistente, la stagione calda, ecc.). E questo non può non rattristare. Io dico che se i preti comandano ai genitori di fare ‘battezzare’ i loro neonati pochi giorni dopo la loro nascita naturale perché pensano che con quell’acqua versata sul loro capo essi rinasceranno e diventeranno figli di Dio, i ministri del Vangelo devono comandare che i neonati spirituali siano battezzati subito sapendo che il battesimo è una richiesta di buona coscienza fatta a Dio e non il mezzo tramite cui si rinasce e si diventa figli di Dio. Perché un morto con Cristo deve aspettare giorni, settimane o mesi prima di essere seppellito? Che impedisce che venga seppellito subito? Non è forse vero che Cristo quando morì fu seppellito subito? Perché dunque quando uno muore con Cristo non deve essere seppellito subito? Se nel campo naturale appena uno muore si pensa subito a seppellirlo, perché mai nel campo spirituale appena uno muore al peccato perché ha accettato Cristo non deve essere seppellito subito? Perciò o ministri del Vangelo non indugiate a battezzare coloro che hanno veramente creduto nel Vangelo.

Voglio pure cogliere l’occasione per esortare coloro che hanno sì creduto ma ancora indugiano a farsi battezzare. A costoro dico: ‘Che aspettate? perché indugiate? Levatevi e siate battezzati’. Badate a non vergognarvi del battesimo perché è un atto prescritto da Cristo Gesù, un comandamento a cui dovete ubbidire. Non fatevi ingannare dal diavolo che con la sua astuzia cerca di tenervi lontani dal battesimo. Resistetegli mediante lo scudo della fede e sottomettevi a Cristo.

Il limbo non esiste

 

Di questo luogo chiamato ‘limbo’ nel quale andrebbero i bambini morti senza battesimo la Scrittura non ne parla. Essa parla del seno d’Abramo, ma esso era un luogo dove andavano i giusti che morivano prima della risurrezione di Cristo e adesso non esiste più perché i giusti che vi erano sono stati menati in cielo da Cristo.[295] E’ quindi inutile credere sia nell’esistenza del limbo e sia che i bambini morti senza battesimo vadano a dimorar­vi.

Il battesimo di sangue e quello di desiderio non esistono

 

Il battesimo di sangue e quello di desiderio sono scaturiti dalla errata dottrina che il battesimo con acqua conferisce la giustificazione ed è quindi indispensabile per la salvezza; infatti tutte e due donano la giustificazione a chi o a motivo del martirio e di altra causa non ha potuto farsi battezzare con l’acqua.

Quindi per confutare questi due battesimi basta ribadire che è per la sola fede in Cristo che si viene giustificati e non per il battesimo con acqua; il battesimo con acqua quantunque sia importante non giustifica chi si fa battezzare perché egli, dato che ha già creduto, è già giustificato dai suoi peccati secondo che è scrit­to: “Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio...”,[296] ed anche: “Il giusto vivrà per fede”.[297] Di conseguenza, dato che il battesimo non giustifica, chi ha creduto e muore senza ricevere il battesimo in acqua o per morte naturale improvvisa o a motivo del martirio, muore giustificato da Dio e se ne va in paradiso. Come il ladrone pentitosi sulla croce prima di morire per esem­pio; egli non fu giustificato e salvato perché desiderò essere battezzato, ma solo perché si pentì e credette in Cristo.

Non c’è proprio bisogno di nominare il battesimo di sangue o quello di desiderio perché essi sono dei battesimi inesistenti che i teologi papisti hanno fatto spuntare fuori per rimpiazzare in una certa misura il loro indispensabile battesimo con acqua nei casi in cui esso non può essere ricevuto. Insomma per la chiesa romana senza uno dei suoi battesimi non si può essere salvati; non è più senza la fede che non si può essere salvati ma senza uno di questi battesimi, ossia battesimo con acqua per infusione, battesimo di sangue e battesimo di desiderio.

Ancora una volta emerge in maniera chiara come la salvezza mediante la sola fede in Cristo è stata annullata dai sofismi dei teologi papisti. E come la negazione della dottrina della giustificazione per sola fede produce ogni sorta di strane dottrine.

Che dire allora delle parole di Gesù da loro citate per confermare il battesimo di sangue? Diciamo solamente questo: Gesù parlò di questo battesimo nella morte a dei suoi apostoli già perdonati e già battezzati in acqua, quindi ad esso non gli si può dare per nulla il significato datogli dalla curia romana.

LA CRESIMA (O CONFERMAZIONE)

La dottrina dei teologi papisti

 

La cresima fa ricevere lo Spirito Santo in una misura abbondante. Viene ministrata dal vescovo con l’imposizione delle mani sui cresimandi, e con l’unzione fatta con il sacro crisma sulla fronte dei cresimandi. I bambini la devono ricevere quando giungono all’età della discrezione.

‘La Cresima o Confermazione è il Sacramento che ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo, e ce ne imprime il carattere’.[298] Detto in altre parole la cresima per i Cattolici romani è il sacramento che completa e rende perfetta l’inserzione del cri­stiano nel corpo mistico di Cristo operata dal battesimo perché il cresimato riceve l’abbondanza dello Spirito Santo che lo fortifica interiormente e gli dà la grazia di testimoniare nel mondo il Vangelo di Cristo. Secondo loro infatti mediante la cresima avviene l’effusione dello Spirito Santo sui cresimandi come il giorno della Pentecoste avvenne sui discepoli del Signore. Rino Fisichella ha affermato: ‘Risulta dalla celebrazione che l’effetto del sacramento della Confermazione è la piena effusione dello Spirito Santo, come già fu concessa agli Apostoli il giorno di Pentecoste’.[299]

Questo loro sacramento viene ministrato dal vescovo (per gravi motivi il vescovo può concedere la facoltà di amministrare la cresima a dei sacerdoti), il quale, stese le mani sopra i cresimandi, invoca lo Spirito Santo, poi col sacro Crisma[300] (olio d’oliva mischiato con balsamo, consacrato dal vescovo il giovedì santo) unge in forma di croce la fronte di ciascuno, pronunziando le parole della forma (che sono per l’occasione: ‘Ricevi il sigillo del dono dello Spirito Santo’) e alla fine benedice solennemente tutti i cresimati. Per sostenere biblicamente l’imposizione delle mani del vescovo i teologi papisti prendono i passi della Scrittura che si riferiscono all’imposizione delle mani che gli apostoli facevano sui credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo. In particolare essi prendono questi versetti degli Atti degli apostoli: “Allora imposero loro le mani, ed essi ricevette­ro lo Spirito Santo”;[301] “E dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro...”.[302] L’età più conveniente per ricevere la cresima, secondo il cate­chismo cattolico, è quella di sette anni circa.

Il concilio di Trento, ritenuto infallibile dalla teologia roma­na, ha decretato quanto segue in difesa della cresima: ‘Se qual­cuno afferma che la confermazione dei battezzati è una vana cerimonia, e non, invece, un vero e proprio sacramento (....) sia anatema’.[303]

Confutazione

La cresima non fa ricevere al cresimando lo Spirito Santo perché non ha nulla a che fare con il battesimo con lo Spirito Santo promesso da Gesù Cristo, e con l’imposizione delle mani compiuta dagli apostoli sui credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo

 

Come abbiamo visto i teologi papisti sostengono che la cresima è il battesimo con lo Spirito Santo perché paragonano gli effetti della cresima a quelli verificatesi sui discepoli il giorno della Pentecoste quando essi furono battezzati con lo Spirito Santo. Ma questo è falso e lo dimostreremo subito parlando della dottrina del battesimo con lo Spirito Santo dato che l’effusione dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste è il battesimo con lo Spirito Santo che Gesù aveva promesso ai suoi prima di andare in cielo dicendo: “Voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni”.[304]

Secondo questa specifica dottrina di Dio quando il credente viene battezzato con lo Spirito Santo (o riceve lo Spirito Santo), come lo furono gli apostoli e i discepoli il giorno di Pentecoste e molti altri in seguito, viene rivestito di potenza per testimoniare di Cristo, riceve una misura maggiore di Spirito Santo perché viene riempito di esso (possiamo dire anche che egli viene confermato dal Signore mediante il battesimo con lo Spirito Santo); e nel momento in cui viene riempito di Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito Santo gli dà di esprimer­si. Le seguenti Scritture confermano questi aspetti che caratterizza­no il battesimo con lo Spirito Santo.

-  Rivestimento di potenza.

Gesù disse ai suoi discepoli: “Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza”,[305] ed ancora: “Voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusa­lemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra”.[306]

-  Riempimento dello Spirito Santo.

“E tutti furon ripieni dello Spirito Santo...”[307] (è da tenere presente in questo caso che i discepoli prima di essere riempiti di Spirito Santo in quel giorno avevano una misura di Spirito Santo perché Gesù quando era apparso loro aveva detto loro: “Ricevete lo Spirito Santo”[308]); “Fratello Saulo, il Signore, cioè Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale tu venivi, mi ha mandato perché tu ricuperi la vista e sii ripieno dello Spirito Santo”.[309]

-  Il mettersi a parlare in altre lingue quando si viene riempiti di Spirito Santo.

“E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi”;[310] “Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio”;[311] “E dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro, e parlavano in altre lingue, e profetizzavano”.[312]

Per ciò che riguarda la maniera in cui i credenti ricevevano lo Spirito Santo ai giorni degli apostoli, la Scrittura ci insegna che il giorno della Pentecoste i discepoli raunati ricevettero lo Spirito Santo senza l’imposizione delle mani di nessuno, e così lo ricevettero anche Cornelio e quelli di casa sua mentre Pietro annunziava loro l’Evangelo; ma essa ci insegna anche che lo Spirito Santo veniva comunicato ai credenti mediante l’imposizio­ne delle mani degli apostoli che avevano questo dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, e di ciò abbiamo un esempio in quello che avvenne a Samaria dove Pietro e Giovanni imposero le mani ai Samaritani che avevano creduto “ed essi ricevettero lo Spirito Santo”,[313] e in quello che avvenne ad Efeso, dove, dopo che Paolo ebbe imposto le mani a quei circa dodici discepoli “lo Spirito Santo scese su loro”.[314] Ancora oggi in mezzo al popolo di Dio lo Spirito Santo taluni lo ricevono senza l’imposizione delle mani di altri fratelli; mentre altri lo ricevono mediante l’imposizione delle mani di fratelli che hanno lo specifico dono di imporre le mani ai credenti affinché riceva­no lo Spirito Santo.

Come abbiamo anche visto, l’imposizione delle mani che il vescovo cattolico compie sui cresimandi viene sostenuta con l’imposizione delle mani degli apostoli sui credenti per fargli ricevere lo Spirito Santo, in altre parole essa corrisponderebbe all’imposizione delle mani fatta dagli apostoli sui credenti. Ma anche in questo caso si deve dire che ciò che essi affermano è falso: i motivi sono i seguenti. Gli apostoli non ungevano i credenti con nessun olio santo (‘il crisma’) quando gl’imponevano le mani affinché ricevessero lo Spirito Santo, come fa invece il vescovo cattolico sui cresimandi; gli apostoli avevano questo dono da Dio di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, infatti i credenti lo ricevevano quando essi gli imponevano le mani, ma i vescovi cattolici romani non ce l’hanno questo dono, difatti coloro a cui loro impongono le mani invocando lo Spirito Santo su di loro non ricevono il dono dello Spirito Santo come invece lo ricevevano quei credenti. E poi bisogna sempre tenere presente che gli apostoli imponevano le mani a persone che avevano creduto ed erano state battezzate, e non a bambini quando questi raggiungevano l’età di sette anni circa come invece fa il vescovo cattolico. In altri termini gli apostoli non seguivano la regola di imporre le mani a dei bambini di circa sette anni perché loro imponevano le mani su coloro che avevano creduto ed avevano ricevuto il battesimo. Ed anche qui occorre dire che essi questo atto lo facevano poco tempo dopo che le persone erano state battezzate.

In conclusione; noi non accettiamo la cresima della chiesa cattolica romana per queste ragioni.

-  Perché non è stata istituita da Gesù Cristo come non è stato istituito da Cristo il battesimo degli infanti. E dato che con il battesimo per infusione il neonato non diventa un figlio di Dio e non riceve una certa misura di Spirito Santo, come avviene invece quando una persona cosciente si pente dei suoi peccati e crede in Gesù Cristo, l’imposizione delle mani fattagli all’età di circa sette anni non viene fatta su un figlio di Dio al fine di fargli ricevere la pienezza dello Spirito Santo, come invece avviene quando l’imposizione delle mani in vista della ricezione del dono dello Spirito Santo viene fatta da un ministro del Vangelo su una persona che ha creduto ed è stata battezzata.

-  Perché il vescovo cattolico non essendo neppure un credente ma solo un idolatra che corre dietro agli idoli muti, non può avere il dono di imporre le mani sulle persone affinché ricevano lo Spirito Santo.

-  Perché siccome che lo Spirito Santo si riceve mediante la fede, non è possibile che delle persone senza fede (mi riferisco sia ai bambini che agli adulti ‘battezzati’ dal prete) che si sottopongono a questo rito ricevano lo Spirito Santo perché Gesù ha detto che il mondo non può riceverlo.

-  Perché i fatti confermano che i cresimati non ricevono lo Spirito Santo.

Se tutti coloro che vengono cresimati ricevessero veramente lo Spirito Santo dovrebbero essere sicuri di essere dei figliuoli di Dio secondo che é scritto: “Avete ricevuto lo spirito d’adozione, per il quale gridiamo: Abba! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio; e se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo”;[315] e perciò sarebbero pure sicuri di avere la vita eterna. Ma parlando con i cresimati ci si accorge che essi non sono dei figliuoli di Dio perché non sono ancora nati da Dio e non sono perciò sicuri di essere salvati e di avere la vita eterna.

Se i cresimati ricevessero lo Spirito Santo si metterebbero a parlare in altre lingue perché quando si riceve lo Spirito Santo si comincia a parlare in altre lingue, e coloro a cui il vescovo cattolico impone le mani affinché ricevano lo Spirito Santo non cominciano a parlare in altre lingue. Le lingue sono il segno esteriore che attesta che il credente ha ricevuto lo Spirito Santo perciò in sua assenza non si può affermare che egli ha ricevuto la pienezza dello Spirito Santo. E di conseguenza, egli, non avendo ricevuto ancora la pienezza dello Spirito, non ha ancora ricevuto potenza dall’alto.

Se i cresimati ricevessero lo Spirito Santo con la cresima per certo si vedrebbe il frutto dello Spirito Santo nella loro vita,[316] ma esso rimane assente del tutto in loro appunto perché in loro rimane assente lo Spirito di Dio.

Essi dicono che con la cresima si diventa soldati di Gesù Cristo in grado di testimoniare al mondo del Vangelo: ma dobbiamo dire che tutto questo non è manifesto nei cresimati. Un soldato di Gesù Cristo rivestito della potenza dello Spirito Santo è una lampada ardente e splendente in questo mondo di tenebre; é un uomo che combatte il buon combattimento della fede, é un uomo che si leva in difesa del Vangelo e che testimonia di ciò che Cristo ha compiuto per lui secondo che disse Gesù ai suoi: “Ma voi rice­verete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni..”.[317] Dov’é tutto questo nei Cattolici romani cresimati? Non ardono per Cristo Gesù ma per Maria; difatti li si sente parlare molto più di Maria, delle sue cosiddette apparizioni, dei suoi cosiddetti miracoli e delle sue cosiddette grazie che del Signore Gesù Cristo, della sua espiazione, della sua vita e delle sue parole, e di tutto ciò che lo concerne! Anzi a taluni cresi­mati non li si sente mai parlare di Gesù Cristo, ma solo di sua madre!

Ma quali soldati di Cristo sono che combattono loro stessi contro il Vangelo e non per il Vangelo, contro la fede e non per la fede? Ma quali soldati di Cristo sono che molti di loro quando ci sentono parlare di Cristo Gesù si stancano, si arrabbiano, non ci prendono nessun piacere quasi che stessimo parlando di un Gesù diverso da quello del Vangelo, o di un impostore, e ci calunniano pure definendoci dei fanatici perché parliamo sempre di Gesù esaltandolo e celebrandolo? E di chi altro dovremmo parlare? Noi siamo dei Cristiani lavati con il sangue di Cristo Gesù; lui ci ha amati e ha dato se stesso per noi, che eravamo dei peccatori, affrancandoci dai nostri peccati e dandoci la vita eterna.

Noi lo abbiamo conosciuto e l’amore di Cristo ci costringe a parlare di lui e di ciò che ha fatto per ciascuno di noi. La ragione per cui essi ci definiscono dei fanatici per Gesù? Gesù per loro non è ancora quello che è per noi perché non lo hanno conosciuto.

O Cattolici, se conosceste Gesù Cristo non parlereste di Maria come ancora fate, non la preghereste e non l’adorereste perché vorre­ste parlare solo di lui; allora sì che combattereste per Cristo! I fatti dunque parlano chiaro e dimostrano quanto sia inutile questo loro sacramento della cresima amministrato da peccatori ad altri peccatori.

L’EUCARESTIA (LA MESSA)

La dottrina dei teologi papisti

 

La cena del Signore è chiamata eucarestia; quando il prete consacra il pane e il vino avviene un mutamento di sostanza degli elementi per cui il pane e il vino diventano il vero corpo e sangue di Cristo. Il pane quindi va adorato con il culto di latria. L’eucarestia va servita al popolo solo sotto la specie del pane. I comunicanti devono prendere l’eucarestia a digiuno. L’eucarestia è anche la messa ossia la ripetizione del sacrificio di Cristo; sacrificio che viene offerto per i vivi e per i morti per la propiziazione dei loro peccati. La messa va offerta anche in onore dei santi. L’eucarestia rimette i peccati veniali e preserva da quelli mortali.

I Cattolici romani chiamano la cena del Signore eucarestia, che viene dal greco eucharistia che significa ‘ringraziamento’, a ricordo del rin­graziamento fatto da Gesù Cristo prima di rompere il pane e di distribuire il calice nella notte in cui fu tradito.[318] I teologi papisti a proposito di questo sacramento affermano: ‘L’Eucarestia è il Sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signore Gesù Cristo per nutrimento delle anime’,[319] e questo perché secondo la teologia romana l’ostia che viene usata nella comunione, nelle mani del prete, diventa il corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo (questa dottrina è chiamata transustanziazione). Voglio a tale proposito citare le parole del Perardi, per farvi comprendere che cosa viene insegnato ai Cattolici romani riguardo all’eucarestia: ‘Ministro dell’Euca­restia è il sacerdote; egli pronunciando, nella Messa le parole di Gesù Cristo, cioè della consacrazione, sul pane e sul vino, applicando cioè la forma alla materia, cambia il pane nel Corpo e il vino nel Sangue di Gesù Cristo’;[320] ‘Dopo la consacrazione, l’ostia non è più pane; il pane è mutato nel vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo. (...) L’ostia sembra pane, o meglio sembra ostia; ma dell’ostia-pane non vi è più la sostanza ma solo le specie, le apparenze esterne; in realtà essa è il corpo di Gesù Cristo, vivo e vero. Nel calice prima della consacrazione si contiene vino con alcune gocce d’acqua (...) Dopo la consacrazione, nel calice non vi è più vino; invece, sotto le specie del vino, vi è il vero e reale Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Il vino si è convertito nel Sangue di Gesù Cristo (...) Perciò come al pronunziarsi della divina parola, nella creazione, le cose che prima non erano, furono; così al pronunziarsi delle parole della consacrazione, quello che era pane, diviene Corpo di Nostro Signore, e quello che era vino, suo Sangue’.[321] Il dogma della transustanziazione (termine che significa ‘cambiamento di sostanza’) fu proclamato dal concilio Laterano IV nel 1215 sotto il papato di Innocenzo III, e il concilio di Trento ha lanciato il seguente anatema contro chi non l’accetta: ‘Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucarestia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema’.[322] A sostegno di questo dogma i teologi papisti prendono le parole di Gesù: “Questo è il mio corpo”[323]e: “Questo è il mio sangue”[324] da lui pronunciate dopo avere reso grazie per il pane e il calice nella notte in cui fu tradito.

Va tenuto presente però che, quantunque nell’eucarestia vengano consacrati sia il pane che il vino, l’eucarestia viene servita al popolo solo sotto la specie del pane perché la curia romana vieta il calice a quelli chiamati laici (i preti possono invece comunicarsi sia con il calice che con l’ostia) rifacendosi alla decisione di vietarlo presa dal concilio di Costanza nel 1415, confermata dal seguente decreto del concilio di Trento: ‘Poiché, anche se Cristo signore, nell’ultima cena istituì e diede agli apostoli questo sacramento sotto le specie del pane e del vino, non è detto, però, che quella istituzione e quella consegna voglia significare che tutti i fedeli per istituzione del Signore siano obbligati a ricevere l’una e l’altra specie’.[325] E per difendere questa soppressione essa ha lanciato l’ennesimo anatema contro chi dirà che tutti i fedeli devono prendere il calice con le seguenti parole: ‘Se qualcuno dirà che tutti e singoli i fedeli cristiani devono ricevere l’una e l’altra specie del santissimo sacramento dell’eucarestia per divino precetto (....) sia anatema’.[326] Ma quali sono le giustificazioni addotte dalla curia romana a questa mutilazione? Le seguenti: 1) Gesù diede il calice solo agli apostoli; 2) quando negli Atti degli apostoli è detto che i discepoli rompevano il pane non è detto che si beveva il vino; 3) il calice è inutile perché il sangue di Cristo si prende già nel pane eucaristico.

Va poi fatto notare che l’eucarestia deve essere presa a digiuno perché nel 1415 il concilio di Costanza decretò quanto segue: ‘...sebbene Cristo abbia istituito questo venerando sacramento dopo la cena e lo abbia distribuito ai suoi apostoli sotto entrambe le specie del pane e del vino, ciò non ostante, la lodevole autorità dei sacri canoni e la consuetudine autorevole della chiesa ha ritenu­to e ritiene che questo sacramento non debba celebrarsi dopo la cena né essere ricevuto da fedeli non digiuni, eccetto il caso di infermità o di altra necessità, concesso o approvato dal diritto o dalla chiesa’.[327] Questo digiuno imposto ai comunicanti è chiamato eucaristico e secondo il Codice di diritto canonico consiste nell’astensione da qualsiasi cibo o bevanda eccetto l’acqua naturale per almeno un’ora prima di prendere l’eucarestia.

Secondo il catechismo cattolico ‘l’Eucarestia non è solo un Sacramento, ma è anche il sacrificio permanente del Nuovo Testa­mento, e come tale si chiama la santa Messa.[328] In altre parole, l’eucarestia, chiamata dai Cattolici anche santa messa, é la ripetizione del sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce, infatti il catechismo cattolico dice a proposito della messa: ‘La santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull’altare, in memoria e rinnova­zione del sacrificio della Croce’.[329] Secondo la teologia romana quindi il sacerdote che ha ricevuto l’ordine, sotto le specie del pane e del vino, offre a Dio sull’altare il sacrificio del corpo di Cristo. Questa è la ragione per cui essi affermano che ‘durante la Messa l’altare è come il Calvario’![330] E sempre questa è la ragione per cui è stato dato il nome di ostia a quella cosa che il prete consacra perché hostia è una parola latina che significa ‘vittima’. Qualcuno dirà: ‘Ma questo sacrifi­cio è anche propiziatorio per la teologia romana?’ Certo; infatti il concilio di Trento ha decretato quanto segue: ‘Il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso - se di vero cuore e con retta fede, con timore e riverenza ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti - noi possia­mo ottenere misericordia e trovare grazia in un aiuto propizio. Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe anche gravi’.[331] I passi che i teologi papisti prendono per sostenere questa dot­trina sul sacrificio espiatorio della messa offerto dai sacerdoti cattolici a Dio sono i seguenti: “Poiché ogni sommo sacerdote, preso di fra gli uomini, é costituito a pro degli uomini, nelle cose concernenti Dio, affinché offra doni e sacrificî per i peccati”;[332] e: “Poiché dal sol levante fino al ponente grande é il mio nome fra le nazioni, e in ogni luogo s’offrono al mio nome profumo e oblazioni pure..”.[333] Secondo la loro interpretazione data a questi passi i loro sacerdoti sono stati presi fra gli uomini per offrire il sacrificio della messa a Dio per i peccati del popolo e così facendo essi offrono a Dio un oblazione pura che è quella che, secondo loro, il profeta Malachia dice che si offre a Dio in ogni luogo. Contro coloro che non riconosceranno nella messa la ripetizione del sacrificio di Cristo il concilio di Trento ha lanciato i suoi anatemi infat­ti ha detto: ‘Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema’;[334] ed anche: ‘Se qualcuno dirà che col sacrificio della messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema’.[335]

La messa, secondo la teologia romana, fa parte del cosiddetto suffragio che i viventi devono compiere a pro delle anime che sono nel purgatorio infatti nel catechismo romano troviamo scrit­to: ‘I mezzi principali con cui possiamo sollevare le anime del Purgatorio sono quelli che il Catechismo ci ha ricordati: cioè; Le preghiere, le Indulgenze, le elemosine, le opere buone e soprattutto la santa Messa. Il frutto di queste opere, applicato alle anime del Purgatorio, prende il nome di suffragio, perché suffraga, cioè allevia le pene delle anime del Purgatorio e ne affretta la liberazione’.[336] Mediante questo loro suffragio, essi ottengono come contraccambio le preghiere e le intercessioni delle anime che secondo loro sono nel purgatorio! E per sostenere tutto ciò, i teologi papisti si rifanno al fatto descritto nel libro dei Maccabei, secondo il quale Giuda il Maccabeo fece raccogliere del denaro e lo mandò a Gerusalemme affinché venisse offerto un sacrificio per i peccati di alcuni caduti in guerra.[337]

La messa viene offerta pure in onore ai santi. A tale riguardo così si espresse il concilio di Trento: ‘E quantunque la chiesa usi talvolta offrire messe in onore e in memoria dei santi, essa, tuttavia, insegna che non ad essi viene offerto il sacrificio, ma solo a Dio, che li ha coronati. Per cui, il sacerdote non è solito dire: Offro a te il sacrificio, Pietro e Paolo; ma, ringrazio Dio per le loro vittorie, chiede il loro aiuto; perché vogliano intercedere per noi in cielo, coloro di cui celebriamo la memoria qui, sulla terra’,[338] e: ‘Chi dirà che celebrare messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un impostura, sia anatema’.[339]

La dottrina della transustanziazione ha dato luogo all’introdu­zione della dottrina che dice che l’ostia é degna di essere adorata. L’adorazione dell’ostia fu introdotta da Onorio III nel 1220, e fu confermata dal concilio di Trento nel 1551 con queste parole: ‘Non vi è, dunque, alcun dubbio che tutti i fedeli cristiani secondo l’uso sempre ritenuto nella chiesa cattolica, debbano rendere a questo santissimo sacramento nella loro venerazione il culto di latria, dovuto al vero Dio’,[340] e così i teologi cattolici insegnano al popolo che l’Eucarestia si conserva nei luoghi di culto[341] della chiesa cattolica perché i fedeli l’adorino. Le conseguenze? Ci sono milioni di persone nel mondo che si inginocchiano davanti all’ostia e l’adorano credendo che essa sia Gesù Cristo stesso e perciò Dio. Anche per difendere il dogma dell’adorazione dell’ostia il concilio di Trento ha lanciato il suo ennesimo anatema contro coloro che non l’ac­cettano. Eccolo: ‘Se qualcuno dirà che nel santo sacramento dell’eucarestia Cristo, unigenito figlio di Dio, non debba essere adorato con culto di latria, anche esterno; e, quindi, che non debba neppure essere venerato con qualche particolare festività; ed essere portato solennemente nelle processioni, secondo il lodevole ed universale rito e consuetudine della santa chiesa; o che non debba essere esposto alla pubblica venerazione del popo­lo, perché sia adorato; e che i suoi adoratori sono degli idola­tri, sia anatema’.[342]

Per ciò che riguarda gli effetti della eucarestia su coloro che la prendono degnamente leggiamo quanto segue: ‘L’Euca­restia, in chi la riceve degnamente, conserva e accresce la grazia, che è la vita dell’anima, come fa il cibo per la vita del corpo; rimette i peccati veniali e preserva dai mortali; dà spirituale consolazione e conforto, accrescendo la carità e la speranza della vita eterna di cui è pegno’.[343]

Ora, nella chiesa romana il sacramento dell’eucarestia non viene reputato assolutamente necessario alla salvezza infatti il Bar­tmann afferma: ‘Quantunque gli adulti siano strettamente obbliga­ti per legge divina e precetto ecclesiastico a ricevere l’Eucare­stia, tuttavia essa non è indispensabile per la salvezza. - E’ di fede’.[344] E questo perché secondo la teologia romana i sacramenti necessari alla salvezza sono il battesimo e la penitenza per chi è caduto in peccati ‘mortali’ dopo il battesimo.

Occorre dire però che nella chiesa romana il sacramento dell’eu­carestia un tempo era reputato indispensabile alla salvezza infatti sia Innocenzo I (401-417) che Gelasio I (492-496) insegna­vano che i bambini non potevano salvarsi senza questo sacramento. Anche Agostino affermava l’assoluta necessità del sacramento dell’eucarestia per la salvezza infatti disse: ‘Se tante e così importanti testimonianze concordano, nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore può sperare la salvezza e la vita eter­na, invano, senza questi sacramenti, la vita eterna è promessa ai bambini’.[345] Questa assoluta necessità del sacramento dell’eucare­stia per la salvezza dei bambini è stata poi condannata dal concilio di Trento in questi termini: ‘Se qualcuno dirà che la comunione eucaristica è necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l’età di ragione, sia anatema’.[346] Ora, benché, secondo quello che il concilio di Trento ha decretato, questo sacramento non è indispensabile alla salvezza, Giuseppe Perardi nel Nuovo Manuale del Catechista ne parla in maniera da attribuirgli il potere di salvare infatti afferma: ‘Dovendo l’infermo in pericolo di morte, fare la comunione, anche i paren­ti, i congiunti, hanno dovere e ben grave di avvertirlo del suo stato e di aiutarlo a provvedere per tempo al suo dovere e al suo bisogno; hanno anzi responsabilità dell’anima sua. Da loro può dipendere che si salvi o si perda, secondo che riceve o no i Sacramenti’[347] (comunione ed estrema unzione); e parlando di quelli che per vani pretesti non fanno la comunione dice: ‘Verrà l’ora della pena, della tentazione, della morte; avrebbero bisogno della comunione per conforto, per aiuto, per salvezza; ma o non la faranno, o, generalmente, non la faranno bene. Infelici in vita coloro che non frequentano la comunione; più infelici nell’eternità!’.[348] E sempre questo teologo per sostenere che prendere la comunione significa ricevere la vita eterna in se stessi perché si riceve la carne ed il sangue di Cristo cita le seguenti parole di Gesù: “In verità, in verità io vi dico che se non mangiate la carne del Figliuol dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui. Come il vivente Padre mi ha mandato e io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a cagion di me... chi mangia di questo pane vivrà in eterno”;[349] e le commenta dicendo: ‘Gesù promette la risurrezione finale e la vita eterna a chi mangia la sua carne e minaccia la privazione della vita eterna a chi non mangia la sua carne..’,[350] ed anche: ‘Gli Ebrei mangiarono la manna e morirono; chi mangia l’eucarestia vivrà eternamente’.[351] Badate che queste parole del Vangelo scritto da Giovanni erano prese anche da Innocenzo I, Gelasio I e Agostino per sostenere l’assoluta necessità del sacramento dell’eucarestia per la sal­vezza.

Confutazione

La cena del Signore va ministrata a tutti i credenti sia con il pane che con il calice

 

La decisione che ha soppresso la distribuzione del calice ai Cattolici va apertamente contro la Parola di Dio che dice: “Il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane; e dopo aver rese grazie, lo ruppe e disse: Questo é il mio corpo che é dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimente, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice é il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berre­te, in memoria di me”.[352] Come si può ben vedere Gesù istituì la santa cena con del pane e del vino e non solamente con del pane, quindi assieme al pane dev’essere distribuito a tutti i fedeli anche il calice del Signore contenente il frutto della vigna secondo che è scritto in un altro luogo: “Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti...”.[353]

Ora dimostriamo la falsità delle ragioni addotte dai papisti alla soppressione del calice. In risposta alla prima ragione diciamo: è vero che Gesù diede il calice solo ai suoi apostoli, ma questo perché egli volle mangiare la Pasqua solo assieme a loro e non assieme a tutti i suoi discepoli. E non perché aveva classificato i suoi discepoli in due classi. E poi è altresì vero che anche il pane Gesù lo diede solo ai suoi apostoli; come mai dunque i preti lo danno anche ai ‘laici’? In risposta alla seconda diciamo: il fatto che negli Atti degli apostoli è scritto che i discepoli rompevano il pane ma non bevevano il calice non significa che essi non bevevano il calice del Signore, anzi siamo sicuri che assieme al pane essi bevevano il vino, in ubbidienza all’ordine di Cristo dato ai suoi aposto­li. Gli apostoli insegnavano tutte le cose che Gesù aveva loro ordinato di insegnare, tra cui anche il bere il calice assieme al mangiare il pane. E poi, ai Corinzi, Paolo parlando ai santi dice: “Or provi l’uomo se stesso, e così mangi del pane e beva del calice”;[354] il che conferma che tutti i credenti, dopo essersi esaminati, possono bere del calice, e non solo una parte di essi. Infine, in risposta alla terza asserzione che dice che il sangue è contenuto già nel pane, diciamo: Ma allora se è così perché i preti bevono anche il calice oltre che mangiare il pane? Che fanno dunque? Si comunicano con il sangue di Cristo due volte e non una sola? Ed ancora: ‘Non può essere come dicono i teologi papisti perché altrimenti Gesù avrebbe dato solo il pane ai suoi discepoli e non anche il vino’.

Ecco dimostrata la falsità delle giustificazioni papiste fatte per giustificare la soppressione del calice. Poi, oltre a tutto ciò, bisogna dire che non é vero che nel momento in cui i fedeli mangiano il pane e bevono del calice del Signore mangiano il vero corpo del Signore e il vero sangue del Signore, e questo perché, sia dalle parole di Gesù che da quelle di Paolo sulla cena emerge che essi sono dei simboli che rappre­sentano il pane ed il sangue del Signore.

Quindi, per concludere questa parte, la cena del Signore deve essere ministrata ai credenti sotto le due specie del pane e del vino, come fece Gesù.

Quando si benedicono il pane e il calice del Signore non avviene nessun cambiamento di sostanza degli elementi

 

Noi credenti rigettiamo la transustanziazione; le ragioni di questo nostro rifiuto sono le seguenti che proviamo con le Scritture.

-  Gesù ha detto circa la santa cena da lui istituita: “Fate questo in memoria di me”;[355] quindi Egli non può essere presente realmente e sostanzialmente nel pane e nel vino con il suo corpo, il suo sangue assieme alla sua anima e alla Divinità perché altrimenti si sarebbe contraddetto.

-  Noi mangiando il pane e bevendo il vino alla santa cena annun­ziamo la morte del Signore “finch’egli venga”;[356] quindi egli ha da venire e non viene a dimorare nel pane e nel vino dopo che viene fatta la benedizione.

-  Quando Gesù prese il calice rese grazie e poi lo diede ai suoi discepoli, affinché ne bevessero, disse loro: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue....”,[357] e subito dopo disse loro: “Io vi dico che d’ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.[358] Quindi la sostanza del vino rimase intatta ed esso non fu transunstanziato in sangue come dicono i teologi cattolici, perché Gesù dopo avere benedetto il calice lo chiamò “frutto della vigna”.

-  Quando si benedice il calice della benedizione contenente il frutto della vigna la sostanza del vino non cambia per nulla; non avviene un miracolo mediante il quale il vino viene cangiato in sangue. Un miracolo di mutamento di sostanza avvenne in Egitto quando le acque d’Egitto furono cangiate in sangue;[359] allora sì che l’acqua per diversi giorni fu vero sangue. Un altro miracolo di sostanza avvenne in Cana di Galilea quando Gesù mutò l’acqua in vino.[360] Ma di certo non possiamo dire che una cosa del genere avvenga al vino contenuto nel calice del Signore.

-  Luca, a proposito dell’istituzione della santa Cena operata da Gesù Cristo, dice che Gesù “dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi”;[361] quindi egli chiamò quel calice il Nuovo Patto. Ora, noi sappiamo che il Nuovo Patto è un alleanza che Dio ha fatto con noi mediante il sangue del Cristo e non un calice, perciò con quelle parole Gesù volle dire che quel calice raffigu­rava il Nuovo Patto nel suo sangue. La stessa cosa quindi va detta delle parole di Gesù: “Questo è il mio sangue”,[362] in riferimento al vino del calice. Gesù non intese dire che quel vino era il suo vero sangue, che peraltro non aveva ancora sparso, ma un simbolo del suo sangue. In conclusione, il vino nel calice rappresenta sia il Nuovo Patto che il sangue di Cri­sto.

-  Paolo dice ai Corinzi: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cri­sto?”;[363] quindi noi, quando beviamo il calice del Signore abbiamo comunione col sangue di Cristo, e quando mangiamo il pane abbiamo comunione col corpo di Cristo. Questo esclude che il vino ed il pane possano essere il vero sangue di Cristo ed il vero corpo di Cristo, come dicono i teologi cattolici romani. Questo lo si può dedurre anche dal paragone che più avanti fa l’apostolo. Paolo dice: “Guardate l’Israele secondo la carne; quelli che mangiano i sacrificî non hanno essi comunione con l’altare?;[364] il che significa che gli Israeliti mangiando i sacri­fici offerti sull’altare avevano comunione con l’altare che era santissimo. Ma non per questo affermiamo che i sacrifici che essi mangiavano erano l’altare, perché questo sarebbe assurdo. Quindi anche nel caso del pane e del vino che sono gli elementi che vengono benedetti alla cena del Signore, non si può affermare che a motivo del fatto che coloro che li ingeriscono hanno comunione con il corpo ed il sangue di Cristo essi siano veramente e sostanzialmente la carne ed il sangue di Cristo. Essi quando vengono benedetti non mutano sostanza, ma rimangono tali e quali erano prima che fosse­ro benedetti, e coloro che li assimilano si mettono in comunione col corpo di Cristo. Ma ditemi: Se quegli elementi cambiassero sostanza e diventassero il vero corpo e sangue di Cristo come potrebbero continuare ad essere ancora soggetti alla decomposizione? Come potrebbe il pane ancora ammuffirsi e fare i vermi, e il vino diventare aceto?

-  Pietro disse che il cielo deve tenere accolto Gesù “fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose”;[365] quindi Cristo è in cielo. Ma il prete pretende con la messa di farlo scendere dal cielo nell’ostia; questa è follia!

-  Gesù disse ai suoi: “I poveri li avete sempre con voi; ma me non mi avete sempre”;[366] quindi è irragionevole che Cristo sia presente corporalmente nell’ostia consacrata perché questo signi­ficherebbe che Cristo sarebbe sempre corporalmente con noi. A conferma del fatto che Cristo non può essere sostanzialmente, realmente e corporalmente nel pane che si spezza alla cena del Signore citiamo le parole di Paolo che disse ai Corinzi: “Sappia­mo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore”,[367] e quelle che disse ai Filippesi: “Ho il desiderio di partire e d’esser con Cristo”.[368] Quindi pure Paolo quando mangiava il pane e beveva del calice del Signore sapeva di essere assente dal Signo­re, e che il Signore era assente corporalmente; infatti lui desiderava di dipartirsi dal corpo per andare con Cristo in cielo. I teologi cattolici invece insegnano che quel medesimo Gesù che è ora glorioso in cielo che nacque da Maria e che morì sulla croce è nell’eucarestia, e difatti asseriscono che in essa ‘vi è Gesù in persona’. E così fanno credere alle persone che Gesù si trova corporalmente nell’ostia conservata nel tabernacolo del loro luogo di culto, e le invitano ad andarlo a visitare infatti così si esprime il Perardi: ‘Visitate spesso Gesù nell’Eucarestia’.[369] Ecco quali menzogne ha partorito la dottrina della transustanzia­zione! e la gente ci crede.

-  Gesù ha detto: “Dovunque due o tre son raunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro”,[370] ed ancora: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”.[371] Quindi Gesù Cristo è in mezzo ai credenti e coi credenti dovunque essi si riuniscono nel suo nome ed anche quando non sono riuniti per rompere il pane per annunziare la sua morte. Queste parole di Gesù annullano la presuntuosa dottrina dei teologi papisti perché ci fanno compren­dere quanto falsa essa sia e quanto inutile sia credere alla dottrina della transustanziazione e alle dottrine ad essa colle­gate, infatti vi domando: ‘Se Gesù è sempre e dovunque con noi che bisogno c’é di credere nella transustanziazione?’ Che bisogno c’é di credere che Gesù si trovi in persona nel pane della comu­nione? Può forse il pane consolarci come fa il Consolatore manda­to da Cristo? Può forse il pane essere sempre vicino a noi? Che assistenza può darci il pane che noi rompiamo? Eppure, sembrerà incredibile questo, ai Cattolici l’ostia del prete viene fatta passare per Gesù stesso!

-  Il fatto che Gesù quando istituì la santa cena disse del pane: “Questo è il mio corpo”, e del vino: “Questo è il mio sangue” non deve trarre in inganno nessuno. Il verbo essere in questo caso vuole dire ‘significa’ o ‘rappresenta’ il mio corpo e il mio sangue. Abbiamo alcuni esempi nella Scrittura che confermano ciò: Quando Daniele interpretò al re il sogno che lui aveva fatto gli disse: “La testa d’oro sei tu..”,[372] intendendo con questo che la testa d’oro di quella statua rappresentava il regno di Babilonia che era nelle mani di Nebucadnetsar. Quando Giuseppe interpretò i sogni al coppiere e al panettiere di Faraone disse loro: “I tre tralci sono tre giorni... I tre canestri sono tre giorni”;[373] anche in questo caso quel “sono” sta per ‘significano’. Il pane e il vino quindi quantunque siano chiamati il corpo ed il sangue di Cristo simboleggiano il corpo ed il sangue di Cristo, e perciò sono solo dei simboli. Questo comunque non deve portare nessuno a sprezzare questi simboli, perché chi li sprezza viene giudicato da Dio secondo che é scritto nella epistola di Paolo ai Corinzi: “Chiun­que mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore”.[374] Mangiare del pane e bere del calice indegnamente significa non discernere in quegli elementi il corpo ed il sangue del Signore secondo che é scritto: “Chi mangia e beve, mangia e beve un giudicio su se stesso, se non discerne il corpo del Signore”.[375]

Per concludere diciamo quindi che la transustanziazione è una delle tante menzogne presenti nella chiesa cattolica romana che i teologi cattolici romani cercano di fare apparire vera interpre­tando a loro capriccio le Scritture.

Spiegazione delle parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna”

 

Ora, queste parole del Signore devono essere intese spiritualmen­te e non letteralmente perché Gesù poco dopo disse pure: “Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita”,[376] quindi esse non significano che se uno prende la comunione ha la vita eterna mentre se non la prende andrà in perdizione. Le seguenti rifles­sioni e considerazioni, fatte servendoci di altre Scritture, con­fermano che le suddette parole che Gesù rivolse nella sinagoga di Capernaum hanno un significato puramente spirituale.

-  Confrontando queste parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ulti­mo giorno”,[377] con queste altre: “Poiché questa é la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”,[378] si intende che mangiare la carne di Gesù e bere il suo sangue signi­fica contemplarlo e credere in lui, perciò per ricevere la vita eterna si deve credere.

-  Confrontando queste parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui”,[379] con queste parole di Giovanni: “E questo é il suo comandamento: che crediamo nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri, com’Egli ce ne ha dato il comandamento. E chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui, ed Egli in esso”[380] é evidente che chi mangia la carne di Gesù e beve il suo sangue é chi crede nel suo nome ed osserva i suoi comandamenti.

-  Se per ricevere la vita eterna bisognasse mangiare il pane e bere il calice del Signore, la vita eterna non sarebbe più il dono di Dio, ma bensì qualcosa che la si può ricevere in cambio di una opera buona quale il mangiare la cena del Signore. In questo caso sarebbe annullata la grazia e sarebbe resa vana la promessa della vita eterna basata sulla fede. Se fosse così non ci sarebbe bisogno di esortare i peccatori a ravvedersi e a credere nel nome del Signore Gesù, perché baste­rebbe dargli il pane ed il vino che secondo alcuni sono veramente la carne ed il sangue di Gesù. Ma non si può accettare una simile dottrina perché non é confermata dalla Scrittura e neppure dai fatti. Quali fatti? Questi. In seno alla chiesa romana i peccatori, gli adulteri, i ladri, gli avari, gli idolatri mangiano l’ostia ed alcuni bevono anche il calice e non hanno la vita eterna in loro stessi, infatti essi dicono che non ce l’hanno. Ma non solo, essi ci accusano di presunzione perché noi diciamo di avere la vita eterna per la grazia di Dio. Nel mezzo delle chiese di Dio alcuni conduttori che non hanno abbastanza discernimento fanno prendere la cena del Signore pure a persone che non sono ancora nate di nuovo, ma esse, siccome che non si sono ancora ravvedute e non hanno ancora creduto con il loro cuore nel Vangelo, senza vita sono prima di mangiare la cena e senza vita sono dopo avere mangiato il pane e bevuto del calice del Signore; a dimostrazione questo, che il mangiare e bere questi elementi non conferisce la vita eterna a coloro che la prendono.

-  Il Signore quando in quella notte disse ai suoi: “Bevetene tutti, perché questo é il mio sangue, il sangue del patto, il quale é sparso per molti per la remissione dei peccati”,[381] non era ancora stato crocifisso sulla croce, e perciò ancora non aveva sparso il suo sangue, eppure chiamò il frutto della vigna il suo sangue. Di conseguenza le parole di Gesù erano spirituali. Certo, noi riconosciamo che vi sono diverse cose attorno alla cena del Signore che sono imperscrutabili e perciò incomprensi­bili, tra cui appunto il fatto che Gesù chiamò il frutto della vigna il suo sangue ed il pane il suo corpo, e che quando noi mangiamo del pane e beviamo del calice del Signore abbiamo comu­nione con il corpo ed il sangue del Signore, ma è necessario vegliare per non cadere nell’errore nel quale sono caduti i teologi cattolici romani in seguito ad arbitrarie interpretazioni scritturali.

-  Gesù spesso parlò in similitudini infatti disse di lui: “Io son la porta delle pecore... Io son la porta; se uno entra per me, sarà salvato..”,[382] e: “Io son la via...”;[383] e dopo essere risorto, quando apparve a Giovanni gli disse: “Io son la radice e la progenie di Davide, la lucente stella mattutina”.[384] Quindi non c’é da meravigliarsi se nei giorni della sua carne il Figlio di Dio disse: “La mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda”,[385] e: “Se non mangiate la carne del Figliuol dell’uo­mo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi”.[386] Certo, questo parlare é duro ma noi l’accettiamo, e non vogliamo essere come quei suoi discepoli che dissero: “Questo parlare é duro; chi lo può ascoltare?”,[387] e rimasero scandalizzati dalle sue parole. “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me”,[388] disse Gesù, quindi non scandalizziamoci delle suddette parole del Signore perché esse sono verità, ma ricordatevi che esse sono da intende­re spiritualmente secondo che disse Gesù: “Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita”.[389]

Gli effetti del mangiare il pane e del bere del calice del Signore secondo la Scrittura

 

Come abbiamo visto il catechismo cattolico afferma che l’eucarestia in chi la riceve degnamente opera delle cose miracolose, infatti accre­sce e conserva la grazia, rimette i peccati veniali e preserva dai mortali, consola e conforta e accresce la carità e la speran­za della vita eterna. Era inevitabile, dobbiamo dire, che dando quell’errato significato alla cena del Signore, i teologi catto­lici tirassero fuori pure tutti questi effetti straordinari. Ma che dice la Scrittura? La Scrittura non dice che la cena del Signore conserva e accresce la grazia, che rimette certi peccati e preserva da altri, e non dice neppure che dà conforto e accre­sce la carità e la speranza della vita eterna. Tutto quello che essa dice è che ogniqualvolta mangiamo quel pane e beviamo quel vino noi annunziamo la morte del Signore finché egli venga secon­do che è scritto: “Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga”;[390] e che noi abbiamo comunione con il corpo ed il sangue di Cristo secondo che è scritto: “Il calice della benedi­zione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo?”.[391] Qualcuno dirà: Tutto qui? Sì, tutto qui. Naturalmente è superfluo dire che si prova gioia nel partecipare alla cena del Signore, appunto perché si ricorda la morte del Signore e quindi il suo grande amore verso di noi, e si ha comu­nione con il suo corpo ed il suo sangue.

L’adorazione dell’ostia è idolatria

 

La Scrittura non insegna affatto che noi dobbiamo adorare il pane che rompiamo alla cena del Signore; esso è pane e quindi non è degno di essere adorato. Gesù disse: “Iddio é spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in ispirito e verità”.[392] Anche Gesù è degno di essere adorato perché Dio dice: “Tutti gli angeli di Dio l’adorino”[393] ma anche Lui va adorato in ispirito e verità come il Padre suo. Che cosa costituisce quindi l’adorazione dell’ostia? L’adorazione dell’ostia non è altro che una delle tante forme di idolatria che é presente in questa pseudochiesa e che la curia romana ordina di perpetrare a danno di milioni di anime nel mondo.

 

Il digiuno imposto ai comunicanti va contro la Parola di Dio

 

L’ordine di prendere l’eucarestia a digiuno è contrario alla Parola di Dio perché Gesù distribuì il pane e il calice ai suoi discepoli mentre essi mangiavano; difat­ti Marco dice: “E mentre mangiavano, Gesù prese del pane; e fatta la benedizione, lo ruppe e lo diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. E disse loro: Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti..”;[394] e Luca afferma che Gesù distribuì ancora il calice dopo la cena dicendo: “Parimente ancora, dopo aver cenato, dette loro il calice dicen­do: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi”.[395]

Ancora una volta constatiamo chiaramente come alla curia romana della Parola di Dio non importa proprio nulla; quello che gli importa è la tradizione e nient’altro.

L’eucarestia non è affatto la ripetizione del sacrificio di Cristo e neppure un’offerta propiziatoria che il sacerdote cattolico offre a Dio per i peccati

 

Ora dimostreremo mediante le Scritture che Gesù Cristo non ha affatto istituito la messa, che i preti non sono affatto dei sacerdoti ordinati da Dio e che la messa che essi offrono non è il rinnovamento del sacrificio di Cristo.

-  Se come dicono loro la messa è la ripetizione del sacri­ficio di Cristo ed è stata istituita da Cristo, che ripetizione di quale sacrificio era l’eucarestia istituita da Cristo dato che Cristo ancora non aveva offerto se stesso sulla croce? Non è forse questa una chiara contraddizione che annulla la messa come ripetizione del sacrificio di Cristo? Certamente che lo è perché seguendo la logica dei teologi papisti Gesù affinché la cena fosse dichiarata una ripetizione del suo sacrificio, avrebbe dovuto istituirla dopo la sua morte e non prima. E’ da escludersi quindi che la cena del Signore sia stata istituita da Cristo quale ripetizione del suo sacrificio perché Gesù Cristo, in quella notte, istituì la santa cena e disse ai suoi di com­pierla in sua memoria, quindi per ricordare il suo sacrificio che di lì a poco avrebbe compiuto una volta per sempre. Cosa che per altro i teologi non negano infatti affermano che Gesù istituì l’eucarestia anche a perpetuo ricordo della sua passione e morte; quindi non solo quale sacrificio permanente del Nuovo Testamento. Ma anche qui non possiamo non dire che si contraddi­cono di nuovo, perché non è ammissibile che la cena del Signore sia contemporaneamente l’annunzio della morte di Cristo e la morte stessa di Cristo. Sarebbe come dire che facendo una deter­minata cosa per ricordare un fatto compiuto da una persona, nello stesso tempo si ripete quel fatto compiuto da quella persona molto tempo prima!

-  Gesù disse sia quando diede il pane e sia quando diede il calice ai suoi discepoli: “Fate questo in memoria di me”;[396] e Paolo dice: “Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga”;[397] quindi la celebrazione della cena del Signore é la ricordanza del sacrificio espiatorio di Cristo perché con essa viene annunziata la sua morte, e non è la ripetizione del sacrificio di Cristo perché esso é stato fatto una volta per sempre e non può essere ripetuto in nessuna maniera. Per comprendere come la cena del Signore è un atto fatto per ricordare il sacrificio di Cristo e non è il rinnovamento di esso è necessario ricordarsi della Pasqua giudaica. Ora la Pasqua venne istituita da Mosè per ordine di Dio mentre il popolo d’Israele era in Egitto; in essa i Giudei dovevano immolare un agnello senza difetto, arrostirlo al fuoco e mangiarlo con pane senza lievito e con delle erbe amare; e tutto ciò ogni anno. Ma perché dovevano annualmente fare questo rito? Per ricordare il giorno in cui Dio li aveva tratti fuori dall’Egitto dopo una schiavitù secolare, infatti Dio disse: “Quel giorno sarà per voi un giorno di ricordanza... E in quel giorno tu spiegherai la cosa al tuo figliuolo, dicendo: Si fa così, a motivo di quello che l’Eterno fece per me quand’uscii dall’Egit­to”.[398] Ora, è chiaro che nessuno può dire che ogni qual volta i Giudei celebravano la Pasqua si rinnovava per loro la liberazione dall’Egitto perché essa era avvenuta tempo addietro in Egitto e non poteva essere in nessuna maniera rinnovata. Nella stessa maniera anche la cena del Signore fu istituita da Cristo per ordine di Dio per ricordare la sua morte, avvenuta una volta per sempre alla fine dei secoli, mediante la quale noi siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato. Ed anche qui bisogna dire che siccome che la cena del Signore si fa in ricordanza del sacrificio di Cristo e quindi anche in ricordanza della libera­zione dal peccato da noi ricevuta mediante l’offerta del suo corpo e del suo sangue, essa non può essere la ripeti­zione del sacrificio di Cristo e di conseguenza non può essere neppure la ripetizione della nostra liberazione.

-  Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre perché la Scrittura dice: “Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”,[399] ed anche che egli è entrato “nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi; e non per offrir se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; ché, in questo caso, avrebbe dovuto soffrir più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine de’ secoli, é stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio”.[400] La messa che fa il prete quindi é un atto di presunzione in abominio a Dio e che inganna tutti coloro che ci credono, perché il prete pretende con la messa di rinnovare il sacrificio di Cristo, mentre la Scrittura insegna che Cristo Gesù nella pienez­za dei tempi ha offerto se stesso per i nostri peccati una volta per sempre. Certo, il clero romano ammette che il sacrificio della messa è un sacrificio incruento in cui Cristo non versa il suo sangue, ma questo non giustifica affatto la messa. Cristo non l’ha comandata quindi non va fatta e basta. E’ un sacrificio incruento senza spargimento di sangue? Per noi non è né un sacrificio e neppure incruento; ma solo un rito in abominio a Dio. Ma dato che i teologi papisti parlano in questa maniera a riguardo della messa e dicono nello stesso tempo che essa viene offerta per placare Dio e dargli soddisfazione dei nostri peccati, e dato che la Scrittura dice che “senza spargimento di sangue non c’è remissione”,[401] noi domandiamo loro: ‘Ma non vi rendete conto che vi contraddite da voi stessi? Dite: ‘Nel sacrificio della Messa Gesù placa per noi l’Eterno Padre, offrendogli se stesso, affinché dopo il peccato non ci punisca come avremmo meritato (...) e offre a soddisfazione per i nostri peccati’,[402] e nello stesso tempo dite che la messa è un sacrificio senza spargimento di sangue, quindi senza il potere di rimettervi i vostri peccati! E poi, ancora: ‘Ma come fate a dire che la vostra messa è il sacrificio di Cristo e poi nello stesso tempo dire che non avviene nessun spargimento di sangue quando la Scrittura insegna che quando Gesù offrì se stesso a Dio vi fu lo spargimento del suo sangue? Ma è o non è un sacrificio? Quante contraddizioni si notano nelle parole dei teologi papisti anche quando parlano della messa!

-  I sacerdoti che furono presi da Dio di fra gli uomini per offrire sacrifici per i peccati del popolo erano Leviti, e preci­samente dell’ordine di Aaronne. Oltre a ciò il loro sacerdozio era trasmissibile, infatti quando essi morivano passava ai loro figli. Cristo Gesù invece è stato sì anche lui preso di fra gli uomini, ma egli é stato costituito Sommo Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec, che è un ordine superiore a quello di Aaronne perché Melchisedec è superiore ad Aaronne. Egli, quale Sommo Sacerdote dei futuri beni, dopo avere offerto se stesso per i nostri peccati è risuscitato dai morti e non muore più. Per questa ragione, a differenza del sacerdozio levitico, il suo sacerdozio non é trasmissibile secondo che é scritto: “Quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché per la morte erano impediti di durare; ma questi, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette”;[403] quindi possiamo dire che Egli sia stato l’ultimo Sacerdote legittimato da Dio ad offrire un sacrificio per il popolo. Con il sacerdozio di Cristo è stato annullato il sacerdozio levitico appunto perché ora non c’é più bisogno che essi offrano sacrifici d’espiazione per gli uomini. I sacerdoti cattolici quindi sono degli impostori che però rie­scono a farsi passare come sacerdoti istituiti da Dio a offrire il sacrifico della messa. Come se Dio avesse rinnegato la sua Parola per compiacere a questa razza di gente che si crede pura ma non é ancora lavata dalla sua sozzura! Questi seduttori hanno abilmente mischiato il sacerdozio levitico, i sacrifici espiatori della legge e l’altare dell’Antico Patto con il sacrificio di Cristo e la cena del Signore da fare con il pane e il vino e ne hanno fatto la messa. Che dire? Bisogna riconoscere che Satana é riuscito a sedurre moltitudini di perso­ne facendo leva sulla Parola di Dio!

-  I sacrifici espiatori che i sacerdoti secondo l’ordine di Aaronne dovevano offrire erano l’ombra del perfetto ed unico sacrificio espiatorio che Cristo avrebbe offerto nella pienezza dei tempi. Quindi essi erano imperfetti e difatti é scritto: “S’offron doni e sacrificî che non possono, quanto alla coscien­za, render perfetto colui che offre il culto, poiché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo della riforma”,[404] ed anche: “La legge, avendo un’ombra dei futuri beni, non la realtà stessa delle cose, non può mai con quegli stessi sacrificî, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, rendere perfetti quelli che s’accostano a Dio”,[405] e: “Ogni sacerdote è in piè ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte gli stessi sacrificî che non possono mai togliere i peccati”.[406]

Ma ora che Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre per i nostri peccati, noi non abbiamo più bisogno di qualche sacerdote che sulla terra offra un sacrificio per i nostri peccati (la messa), perché Gesù ha adempiuto ogni cosa concernente l’espia­zione dei peccati morendo sulla croce. I Cattolici quindi con la loro messa dimostrano di non considerare il sacrificio di Cristo perfetto e fatto una volta per sempre per i nostri peccati. Ma anche qui bisogna dire che i teologi cattolici romani cadono in un ennesima contraddizione perché da un lato affermano che il sacrificio di Cristo è stato sufficiente per compiere l’espiazio­ne dei peccati e dall’altro affermano che la messa dato che è una ripetizione del sacrificio di Cristo soddisfa i peccati degli uomini! Insomma è come se qualcuno vi dicesse: ‘Qualcuno ha estinto i miei debiti che avevo con Tizio, perché ha pagato a Tizio tutta la somma che io gli dovevo; ma io voglio finire di pagargli tutti i miei debiti!’ Giudicate da voi stessi fratelli quello che dico.

-  La messa che essi dicono essere un’oblazione pura offerta a Dio è invece un profumo in abominio a Dio perché essi mediante questo loro sacrificio sull’altare pretendono di fare morire Cristo e di offrirlo a Dio per i peccati del popolo. Il teologo Perardi infatti dice: ‘Il sacrificio della Messa è lo stesso sacrificio della Croce’.[407] E qui c’è bisogno di dire questo: secondo il catechismo cattolico il prete quale sacerdote di Dio offre sull’altare la vittima che è Gesù, quindi il prete come sacrificatore risulta superiore alla vittima che egli offre cioè a Gesù. Inoltre il prete, secondo l’aberrante teologia papista, ha potestà sul corpo di Cristo, difatti lo prende e lo porta dove vuole, lo dà a mangiare a chi vuole, lo chiude dove vuole; ma tutto questo è inaccettabile perché rappresenta un dispregio verso Colui che è al di sopra di tutti; tutto questo è veramente esecrabile, ripugnante. O Cattolici, rientrate in voi stessi; fino a quando andrete dietro alla vanità ed alla menzogna? Investigate le Scritture!

-  Sotto la grazia tutti i credenti in Cristo Gesù, cioè tutti i membri della Chiesa di Dio, sono dei sacerdoti secondo che è scritto: “Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdo­zio..”,[408] ed ancora: “Tu sei degno di prendere il libro e d’aprirne i suggelli, perché sei stato immolato e hai comprato a Dio, col tuo sangue, gente d’ogni tribù e lingua e popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e de’ sacerdoti; e regneran­no sulla terra”.[409] E siccome sono sacerdoti devono anche loro offrire a Dio dei sacrifici come li offrivano i sacerdoti leviti, ma essi non sono costituiti da vittime di animali da offrire su qualche altare in qualche santuario terreno, ma dalla lode, dalla preghiera e dalle offerte. Le seguenti Scritture attestano ciò:

>“Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacer­dozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo”;[410]

>“La mia preghiera stia nel tuo cospetto come l’incenso..”,[411] e: “I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi”;[412]

>“Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacri­ficio di lode; cioè, il frutto di labbra confessanti il suo nome! E non dimenticate di esercitar la beneficenza e di far parte agli altri de’ vostri beni; perché è di tali sacrificî che Dio si compiace”.[413]

Il passo di Malachia si riferisce appunto ai sacrifici spirituali che un giorno noi Gentili in Cristo Gesù avremmo offerto al nome del Signore, e non al sacrificio della messa che i sacerdoti cattolici avrebbero offerto a Dio dai quattro canti della terra!

Le messe per i morti sono funzioni vane

 

Abbiamo visto che i teologi papisti per confermare che sia lecito offrire la messa per coloro che sono morti e sono nel purgatorio prendono il gesto compiuto da Giuda Maccabeo che fece offrire un sacrificio per il peccato di quei Giudei caduti in battaglia.

Ma noi riteniamo che questo fatto non conferma affatto la messa in favore dei defunti, ma conferma che Giuda il Maccabeo ha compiuto qualcosa di antiscritturale perché nella legge di Mosè non sta scritto da nessuna parte che Dio ordinò agli Israeliti di offrire sacrifici espiatori per i morti, ma solo per i vivi. Quindi a prescindere dal fatto che il purgatorio non esiste, e che la messa non è un sacrificio, dinanzi alla Parola di Dio crolla anche il sostegno su cui si poggia la messa per i morti.

Ma la messa, benché sia un rito inutile e sacrilego, rimane ancora in piedi nella chiesa romana con tutta la sua pompa; essa rappresenta il momento più solenne del culto cattolico romano, a cui il clero romano è molto attaccato. E i teologi papisti la difendono strenuamente facendo acrobazie esegetiche di ogni genere e discorsi vani di ogni genere che si vanno ad infrangere contro la Parola di Dio e cadono a terra. Ma perché la messa è difesa strenuamente dalla chiesa romana e rappresenta qualcosa di irrinunciabile per la chiesa romana? Perché se venisse a mancare verrebbe a mancare una delle princi­pali miniere di denaro da cui il clero romano attinge i suoi capitali. Le messe hanno un prezzo (attenzione però, perché i Cattolici si difendono dicendo che le messe non sono in vendita; a parole questo, ma non nei fatti). Messa è sinonimo di soldi per i preti e per il papato; e nello stesso tempo rappresenta una consolazione per i Cattolici: le cose messe assieme riescono ancora dopo secoli a reggersi in piedi.

Le messe in onore dei santi sono funzione vane

 

Come abbiamo visto coloro che si riunirono a Trento in quel concilio con un abile gioco di parole hanno cercato di fare passare le messe che essi offrono nella realtà ai santi (prendia­mo per esempio i santi apostoli Paolo e Pietro) come dei sacrifici rivolti a Dio e non ai santi, per evitare l’accusa di idolatria.

Perché dico gioco di parole? Perché non si capisce affatto cosa significa offrire a Dio un sacrificio in onore di terzi. In altre parole viene di domandarsi, ma allora l’onore a chi lo rivolgono? A Dio o ai santi? Ma come fanno a dire che offrono un sacrificio in onore a Dio e nello stesso tempo in onore di creature morte da tempo che sono nel cielo con lui? Ma allora vogliono dire che onorando il padrone onorano anche i suoi servi che sono in cielo? Ma non è qualcosa di illogico tutto ciò? Eppure questo è l’insegnamento che viene rivolto a milioni di anime sparse per il mondo! O uomini che siete stati ingannati da questi precetti d’uomini privati della verità, rientrate in voi stessi e uscite da questa falsa chiesa!

La Scrittura ci insegna che noi credenti dobbiamo offrire dei sacrifici spirituali (da cui è esclusa la messa) ma questi sacrifici li dobbiamo offrire a Dio, solo a lui e non ai santi apostoli che sono in cielo. Ecco le Scritture che lo confermano: “Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevo­le a Dio; il che è il vostro culto spirituale”;[414] “Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo”;[415] “Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode”.[416]

LA PENITENZA (O CONFESSIONE)

La dottrina dei teologi papisti

 

Mediante la penitenza vengono rimessi dal prete, che ne è il ministro, i peccati mortali commessi dopo il battesimo perché il prete ha ricevuto da Cristo il potere di rimettere i peccati. Questo sacramento è assolutamente necessario alla salvezza. Chi commette i peccati mortali e non si confessa va all’inferno. La confessione va fatta almeno una volta all’anno; e tra le altre cose vanno specificati al prete le specie e le circostanze dei peccati mortali. Il penitente però dopo avere ricevuto l’assoluzione deve fare delle opere di penitenza per ottenere piena assoluzione dei suoi misfatti. Ed inoltre egli deve lucrare le indulgenze per ottenere la remissione della pena temporanea dovuta per i suoi misfatti.

La Penitenza o Confessione è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo’.[417] Per ciò che concerne il tempo nel quale la penitenza fu istituita da Cristo, il Perardi, sempre nel suo catechismo, afferma: ‘Il Sacramento della Penitenza fu istituito da Gesù Cristo quando disse agli Apostoli, e in essi ai loro successori: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi e saranno ritenuti a chi li riterrete’.[418] Oltre a queste parole di Gesù i teologi papisti prendono altri passi della Scrittura per confermare la penitenza; quello che dice che Dio aveva posto la parola della riconciliazione in Paolo e negli altri apostoli che erano con lui,[419] quello che dice che le turbe andavano da Giovanni ed erano battezzate nel fiume Giordano confessando i loro peccati,[420] quello che dice che ad Efeso molti di coloro che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte,[421] quello che dice di confessare i falli gli uni agli altri,[422] e le parole che Gesù pronunciò dopo avere risuscitato Lazzaro: “Scioglietelo, e lasciatelo andare”.[423]

La ragione per cui questo sacramento è chiamato penitenza è ‘perché per ottenere il perdono dei peccati è necessario pentir­sene e fare la penitenza che ingiunge il confessore’;[424] è chiamato confessione invece ‘perché è necessario confessare al sacerdote tutti i propri peccati mortali’.[425] E’ bene tenere presente che, secondo la teologia romana, la peni­tenza concerne soprattutto la confessione dei cosiddetti peccati mortali, perché per quelli cosiddetti veniali i Cattolici possono essere assolti anche senza di essa; e che l’assoluzione, ossia ‘la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimet­te i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia) è considerato un vero atto giuridico pronunziato da un giudice con il quale il peccatore viene assolto. E per chi non lo reputa tale c’è questo anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che l’assoluzione sacramentale del sacerdote non è un atto giudiziario (...) sia anatema’.[426]

Secondo quello che insegna il catechismo cattolico i Cattolici devono andare dal prete a fare la confessione dei loro peccati per averne l’assoluzione almeno una volta all’anno. Questo lo devono fare in base al seguente decreto del concilio Laterano IV del 1215: ‘Qualsiasi fedele dell’uno o dell’altro sesso, giunto all’età di ragione, confessi fedelmente, da solo, tutti i suoi peccati, al proprio parroco almeno una volta l’anno...’.[427] E dato che abbiamo menzionato questo concilio, ricordiamo che fu proprio questo concilio ad introdurre il dogma della penitenza obbligatoria da farsi al prete nella chiesa romana; prima di quell’anno infatti, essa non era reputata obbligatoria.[428]

Il catechismo romano afferma che: ‘Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose: 1) l’esame di coscienza; 2) il dolore dei peccati; 3) il proponimen­to di non commetterne più: 4) la confessione; 5) la soddisfazione o penitenza’.[429] Voglio ora soffermarmi brevemente su questi ultimi due aspetti di questo sacramento. Secondo la teologia romana chi va a confessarsi dal prete deve manifestare al sacerdote la specie dei peccati, il loro numero e le circostanze su ogni peccato commesso, infatti il concilio di Trento a tale proposito decretò: ‘E’ chiaro infatti, che i sacer­doti non avrebbero potuto esercitare questo giudizio senza cono­scere la causa né imporre le penitenze con equità, se i penitenti avessero dichiarato i loro peccati solo genericamente, e non invece, nella loro specie ed uno per uno. Si conclude da ciò che è necessario che i penitenti manifestino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se essi sono del tutto nascosti e sono stati commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (...) Si deduce, inoltre, che nella confessione debbano manifestarsi anche quelle circostanze che mutano la specie del peccato; senza di esse, infatti, né il penitente espone completamente gli stessi peccati, né questi potrebbero venire conosciuti dai giudici e sarebbe impossibile ad essi percepire esattamente la gravità delle colpe ed imporre per essa ai penitenti la pena dovuta’.[430] Il Perardi nel suo manuale conferma ciò dicendo: ‘Dobbiamo accusare i peccati mortali pienamente, senza farci vincere da una falsa vergogna a tacerne alcuno, dichiarandone la specie, il numero e anche le circostanze che aggiunsero una nuova grave malizia’.[431]

Per quanto riguarda la specie, i Cattolici devono confessare di che genere è il peccato; se è un furto, una percossa, una menzo­gna ecc. Per quanto riguarda il numero essi sono obbligati a confessarli tutti, senza celarne alcuno; per esempio se saltano la messa per tre volte devono dire di non essere andati a messa per tre volte ecc. Se nascondessero un solo peccato essi commetterebbero un sacrilegio e non farebbero una buona confessione! Per quanto riguarda infine le circostanze, secondo quello che scrisse Tommaso d’Aquino (un dottore della chiesa romana) sono queste: Chi, Che cosa, Dove, Con quali aiuti, Perché, Come, Quando. Per spiegarle ci serviremo d’un esempio. Un uomo che si é reso colpevole di un furto e va a confessarlo al prete deve specificargli le seguenti cose affinché il prete sappia ben giudicare e dare la sentenza.

1) Chi ha commesso il furto: se ricco, o povero; se padre di fami­glia, o figlio; se secolare o prete.

2) Che cosa ha rubato: se denaro, e quanto; o oggetti da vestire, o viveri, o oggetti sacri, come calici ecc..

3) Dove ha commesso il furto: se in campagna, in città o in altro luogo.

4) Con quali aiuti: se ha avuto compagni, se ha scalato muri..

5) Perché ha rubato: se spinto dalla necessità, o per vendetta, o per altro qualsiasi motivo, come per esempio, per andare a diver­tirsi.

6) Come: se ha fatto violenza, o se si è introdotto di nascosto, e non sia stato veduto da nessuno.

7) Quando ha commesso il furto: se di giorno o di notte, ecc.

Quindi i teologi papisti insegnano ai Cattolici romani non solo che il prete ha il potere di assolverli, ma anche che per essere assolti devono confessargli la specie, il numero e le circostanze dei peccati.

Dopo che il Cattolico confessa al prete tutti questi particolari sui suoi peccati mortali il catechismo romano dice che il prete prima gli dà l’assolu­zione dei peccati e poi gli dà la soddi­sfazione o penitenza sacramentale che ‘è l’opera buona imposta dal confessore a castigo e a correzione del peccato, e a sconto della pena temporanea meritata peccando’.[432] Perché questo? Perché ‘il Sacramento della Penitenza, applicando all’anima i meriti di Gesù Cristo, rimette la pena eterna, ma ne lascia ordinariamente una temporanea da scontare o in questa vita o nell’altra. Dio vuole che diamo anche noi una soddisfazione; non è giusto che Gesù Cristo solo debba espiare tutta la pena dei peccati del cristiano’.[433] Ma anche dopo avere fatto la penitenza sacramentale, che Perardi dice che se il prete non ha fissato quando farla, è da preferirsi fare ‘prima di uscire di chiesa o almeno il più presto che pote­te’,[434] rimane ancora qualcosa da fare per espiare la pena difatti Perardi dice: ‘La penitenza sacramentale non basta, d’ordinario, a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato, e perciò conviene supplire con altre opere di penitenza e di pietà e con indulgenze’.[435] In sostanza, secondo questa dottrina sulla soddisfazio­ne, i peccati l’uomo li può espiare in parte affidandosi ai meriti di Cristo ed in parte compiendo appunto queste opere. Quindi ai Cattolici vengono insegnate diverse cose a riguar­do dei peccati che commettono; la prima é che andandosi a confes­sare dal prete questi glieli rimetta con l’autorità divina, la seconda è che siccome la penitenza rimette la pena eterna ma ne lascia una temporanea da dover scontare - perché per ottenere subito la remissione di tutta la pena meritata per il peccato occorrerebbe una contrizione perfettissima - si deve dare a Dio la soddisfazione della pena temporanea. Questa si compie prima con la penitenza sacramentale, e poi con le opere di penitenza e di pietà, che secondo il Nuovo Manuale del Catechista sono: ‘I digiuni, le mortificazioni, gli atti di misericordia spirituale e corpora­le, le preghiere, e l’uso pio di quelle cose benedette e di quelle cerimonie sacre che si chiamano sacramentali, come l’acqua santa e le varie benedizioni’.[436] E anche per chi rigetta le opere di penitenza il concilio Tridentino ha lanciato l’ennesimo anate­ma: ‘Se qualcuno dirà che le soddisfazioni, con cui i penitenti per mezzo di Gesù Cristo cercano di riparare i peccati, non sono culto di Dio, ma tradizioni umane, che oscurano la dottrina della grazia e il vero culto di Dio e lo stesso beneficio della morte del Signore, sia anatema’.[437]

Ma alle opere di penitenza e di pietà, come abbiamo visto prima, vi si devono aggiungere pure le indulgenze. Che cosa è l’indulgenza? ‘E’ una remissione di pena temporanea dovuta per i peccati; che la Chiesa concede sotto certe condizioni a chi è in grazia, (appli­candogli i meriti e le soddisfazioni sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi, le quali costituiscono il tesoro della Chiesa’).[438] Essa può essere plenaria quando per mezzo di essa è rimessa tutta la pena temporanea dovuta per i peccati; parziale quando è solo una remissione parziale della suddetta pena. Ma perché la curia romana ha introdotto la pratica delle indul­genze? La ragione è questa: spiegata in questi termini: ‘Il fine che l’Autorità ecclesiastica si propone nella elargizione delle indulgenze, è non solo di aiutare i fedeli a scontare le pene del peccato, ma anche di spingere gli stessi a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità, specialmente quelle che giovano all’incremento della fede e al bene comune’.[439] Ed anche per coloro che non accettano le indulgenze c’è il relativo anatema tridentino che è il seguente: ‘La potestà di elargire indulgenze è stata concessa alla chiesa da Cristo ed essa ha usato di questo potere, ad essa divinamente concesso, fin dai tempi più antichi. Per questo il santo sinodo insegna e comanda di mantenere nella chiesa quest’uso, utilissimo al popolo cristiano e approvato dall’autorità dei sacri concili e colpisce di anatema quelli che asseriscono che esse sono inutili o che la chiesa non ha potere di concederle’.[440]

Ora, le indulgenze possono essere acquistate dai Cattolici facen­do delle opere; vediamo ora quali sono alcune di queste opere di fatica che fanno lucrare l’indulgenza plenaria della chie­sa, tenendo presente che secondo la norma sei della Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina l’indulgenza plenaria si può acquistare una sola volta al giorno.

- L’adorazione del SS.mo Sacramento per almeno mezz’ora;

-  la pia lettura della S. Scrittura per almeno mezzora;

-  il pio esercizio della Via Crucis;[441]

-  la recita del Rosario mariano in chiesa o pubblico oratorio, oppure in famiglia, in una Comunità religiosa, in una pia Asso­ciazione.[442]

Tra le indulgenze plenarie c’è anche quella chiamata Giubileo.

L’indulgenza parziale invece la può lucrare:

- chi recita la giaculatoria ‘Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono ecc..’;

-  chi recita l’Angelus Domini, le Litanie, la Salve, Regina;[443]

-  il fedele che devotamente usa un oggetto di pietà (crocifisso, croce, corona, scapolare, medaglia), benedetto da un sacerdote qualsiasi.[444]

Ci sono altre opere o cerimonie sacramentali mediante le quali i Cattolici possono acquistare sia indulgenze plenarie che indul­genze parziali, ma mi fermo qui con le indulgenze.[445]

A questo punto ci si domanderà: ‘Ma il Cattolico allora dopo essersi confessato in maniera regolare, e fatto le opere di penitenza per espiare i suoi peccati, e dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, è sicuro di andare in paradiso?’ In teoria sì, dovrebbe esserne perfettamente sicuro, ma nella pratica non lo è, e non può esserlo affatto, perché dice Perardi: ‘Potremmo sperare di trovarci, in punto di morte, così puri, così santi da meritare subito il Paradiso?’[446]

D’altronde - dicono loro - nessuno è perfetto, qualche imperfezione ce l’hanno tutti, qualche peccato veniale lo si contrae anche dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, e perciò, chi può dire di andare subito in paradiso! Quindi, prima di andare in paradiso bisogna andare a sostare per qualche tempo in purgatorio per purgarsi del residuo di colpa che rimane, mediante delle pene molto severe; allora e solo allora si potrà andare in paradiso, perché si sarà santi e puri. Nessuno dunque si permetta di dire che quando morirà andrà subito in cielo perché questa è presunzione che offende la giustizia di Dio!

Per quanto riguarda la necessità di questo sacramento, secondo la teologia romana, esso è indispensabile per ottenere la salvezza, nella stessa maniera in cui è indispensabile il battesimo per essere rigenerati: ‘Il sacramento della Penitenza è assolutamente necessario alla salvezza per tutti coloro che hanno peccato gravemente dopo il Battesimo. - E’ di fede’.[447] Ciò significa che se per esempio un Cattolico muore senz’avere confessato i suoi cosiddetti peccati mortali al prete, viene dichiarato essere andato all’inferno.

Per la chiesa romana quindi la confessione è un sacramento molto importante e per coloro che non l’accettano c’è il seguente anatema del concilio di Trento: ‘Se qualcuno dirà che nella chiesa cattolica la penitenza non è un vero e proprio sacramento istituito dal signore nostro Gesù Cristo, per riconciliare i fedeli con Dio, ogni volta che cadono nei peccati dopo il batte­simo, sia anatema’.[448]

Confutazione

La Scrittura non conferma la confessione fatta al prete

 

Ora, i teologi papisti asseriscono che i preti hanno ricevuto il potere di rimettere i peccati da Cristo perché é scritto che Gesù ha detto agli apostoli: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti”![449] Ma stanno le cose proprio così? Affatto. Innanzi tutto dobbiamo dire che se Cristo con quelle parole avesse istituito questo sacramento della con­fessione così come lo possiede la chiesa cattolica romana dovreb­bero esserci a tale proposito delle conferme ben precise sia negli Atti degli apostoli che nelle epistole degli apostoli tenendo presente anche il fatto che esso è reputato indispensabi­le per conseguire la salvezza perché tramite esso vengono rimessi i peccati ‘mortali’ commessi dopo il battesimo. Ma dobbiamo dire che in tutti questi scritti del Nuovo Testamento non c’è nessuna traccia di questo cosid­detto sacramento amministrato dagli apostoli ai credenti. Difatti non una volta, dico nemmeno una volta, si trova che gli apostoli richiesero che i credenti si andassero a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati. Una chiara conferma che gli apostoli non richiedevano ai credenti di andarsi a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati e quindi che essi non avevano quell’autorità di riconciliare i credenti con Dio (che invece pretendono avere i preti) l’abbiamo nel caso di Simone, negli Atti degli apostoli. Luca dice che “Simone credette anch’egli; ed essendo stato battezzato, stava sempre con Filippo...”,[450] quindi era diventato anche lui un credente. Ma quando gli apostoli Pietro e Giovanni vennero a Samaria a pregare per i credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo avvenne che egli “vedendo che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo, offerse loro del danaro, dicendo: Date anche a me questa potestà, che colui al quale io imponga le mani riceva lo Spirito Santo”.[451] Ecco dunque un credente che dopo il battesimo cade in un peccato (secondo la teologia romana un peccato ‘morta­le’ perché simonia[452]e quindi egli aveva l’obbligo di confessarsi agli apostoli per ottenerne la remissione), quindi, dato che Pietro e Giovanni erano là, quello che ci si aspetterebbe è che essi gli dicano di pentirsi e di venire a confessarsi da loro. Ma non avviene nulla di tutto ciò perché Pietro gli dice: “Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se é possibile, ti sia perdonato il pensiero del tuo cuore..”.[453] Notate che Pietro in questo caso disse a Simone (che aveva anch’egli creduto) di ravvedersi e di pregare il Signore affinché gli fosse perdonato il suo peccato. L’apostolo non gli disse: ‘Ravvediti e poi vieni a confessarti da noi, perché abbiamo il potere di rimettere i peccati da parte di Dio’, ma gli disse di ravvedersi e di pregare direttamente il Signore affinché lui gli perdonasse il suo peccato. Come potete vedere, da questo episodio citato da Luca si apprende in maniera inequivocabile che i credenti dopo il battesimo per ottenere la remissione dei loro falli dovevano con­fessarli direttamente a Dio senza la mediazione di nessun uomo sulla terra. Che la confessione dei peccati i credenti la dovevano fare diret­tamente a Dio ai giorni degli apostoli mentre loro erano in vita lo si deduce chiaramente anche dall’epistola di Giovanni, uno degli apostoli a cui Gesù disse: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”.[454] Nella sua prima epistola egli afferma: “Se confes­siamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità”.[455] Ma a chi li dovevano confessare quei peccati? A Dio certamente, perché egli dice che se essi - quindi lui si includeva - li confessavano a Dio egli nella sua fedeltà e giustizia glieli avrebbe rimessi e li avrebbe purificati da ogni iniquità. Non può essere altrimenti perché Giovanni sapeva che Gesù aveva loro detto che quando pregavano dovevano dire: “Padre nostro che sei nei cieli... rimettici i nostri debi­ti”[456] e quindi si dovevano rivolgere direttamente a Dio. Più avanti Giovanni afferma: “Figliuoletti miei, io vi scrivo queste cose affinché non pecchiate; e se alcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo, il giusto; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati...”:[457] notate che egli non disse: ‘Se qualcuno ha peccato avete gli apostoli del Signore, o gli anziani delegati da loro a rimettere i pecca­ti’; no, ma “noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo”. Questo significa che Giovanni credeva che quand’anche un credente avesse peccato egli avrebbe trovato perdono presso Dio Padre andando direttamente a lui nel nome del suo Figliuolo.

Veniamo a Giacomo, il fratello del Signore: egli scrisse una lettera alle dodici tribù della dispersione nella quale disse le seguenti cose: “Donde vengon le guerre e le contese fra voi? Non è egli da questo: cioè dalle vostre voluttà che guerreg­giano nelle vostre membra? Voi bramate e non avete; voi uccidete ed invidiate e non potete ottenere; voi contendete e guerreggia­te... O gente adultera, non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio....”.[458] Ora, secondo la teologia romana quei credenti dopo il battesimo s’erano resi colpevoli di peccati ‘mortali’, uccidevano, invidiavano, erano diventati amici del mondo e nemici di Dio. Ci si aspetterebbe dunque che Giacomo dicesse loro di andarsi a confessare dagli apostoli o dagli anziani della Chiesa. Ma ancora una volta di questa confessione non c’è il minimo accenno, infatti l’apostolo scrive subito dopo: “Appressa­tevi a Dio, ed Egli si appresserà a voi. Nettate le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti e fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso conver­tito in lutto, e la vostra allegrezza in mestizia! Umiliatevi nel cospetto del Signore, ed Egli vi innalzerà”.[459] Ecco ancora una volta una esortazione a rivolgersi direttamente a Dio, ad andare a confessare i propri peccati a Dio direttamente e non a un ministro di Dio.

Tutti questi esempi appena visti attestano in maniera chiara che Cristo non diede agli apostoli la potestà di rimettere i peccati agli uomi­ni, infatti essi non richiesero mai che i credenti caduti nel peccato si andassero a confessare da loro. Anche allora i creden­ti quando peccavano erano esortati a confessare i loro peccati a Dio per ottenerne la remissione. D’altronde c’erano anche le Scritture dell’Antico Patto che confermavano loro che questa confessione essi la dovevano fare a Dio e non a degli uomini, quantunque uomini santi che erano stati con Gesù. Citiamo per esempio queste eloquenti parole di Davide: “Io t’ho dichiarato il mio peccato, non ho coperta la mia iniquità. Io ho detto: Confesserò le mie trasgressioni all’Eterno; e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato”.[460] Non erano anche per loro una chiara prova che essi dovevano confessarsi a Dio solo? Ma domandiamoci: ‘Ma non sarebbero stati confusi gli stessi apostoli se avessero ordinato ai credenti di andare a dichiarare i loro peccati a loro e non direttamente a Dio, quando le Scritture dell’Antico Patto ordinavano di andare a confessarsi a Dio direttamente. Ma come avrebbero potuto gli apostoli affermare di avere il potere di rimettere i peccati che i credenti commettevano contro Dio senza essere ripresi per la loro arroganza?

Infine, per confermare ulteriormente che la confessione delle proprie iniquità, secondo la Scrittura, va fatta a Dio e non a dei presunti intermediari quali i preti cattolici, citiamo due confessioni trascritte nell’Antico Testamento, quella di Esdra e quella di Daniele.

Nel libro di Esdra è scritto: “E al momento dell’oblazione della sera, m’alzai dalla mia umiliazione, colle vesti e col mantello stracciati; caddi in ginocchio; stesi le mani verso l’Eterno, il mio Dio, e dissi: ‘O mio Dio, io son confuso; e mi vergogno, o mio Dio, d’alzare a te la mia faccia; poiché le nostre iniquità si son moltiplicate fino al di sopra del nostro capo, e la nostra colpa è sì grande che arriva al cielo. Dal tempo de’ nostri padri fino al dì d’oggi siamo stati grandemente colpevoli...”.[461]

Nel libro di Daniele è scritto: “E feci la mia preghiera e la mia confessione all’Eterno, al mio Dio, dicendo: ‘O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e continui la benignità a quelli che t’amano e osservano i tuoi comandamenti! Noi abbiamo peccato, ci siam condotti iniquamente, abbiamo operato malvagia­mente, ci siamo ribellati, e ci siamo allontanati dai tuoi coman­damenti e dalle tue prescrizioni, non abbiam dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri, e a tutto il popolo del paese...”.[462]

Ecco dunque dei membri del popolo di Dio sotto l’Antico Patto che si confessarono direttamente a Dio per ottenere il suo perdono. Per riassumere: nella Scrittura non c’è la benché minima menzione di una confessione da farsi ad un sacerdote per ottenere il perdono dei peccati; non c’è nell’Antico Patto e non c’è neppure nel Nuovo Patto perché gli apostoli nelle loro epistole non ne parlano.

Forse qualcuno penserà che gli apostoli in virtù di quelle parole che Gesù disse loro cioè: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti”,[463] richiedessero che i peccatori andassero da loro a dichiarare i loro peccati per ottenere la remissione di essi. Ma anche qui si deve dire che di una simile confessione non esiste la benché minima traccia nella Scrittura. Perché questo? Perché gli apostoli avevano ricevuto l’ordine di predicare la remissione dei peccati secondo che aveva loro detto Gesù: “Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risuscite­rebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si prediche­rebbe ravvedimento e remission dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme”[464] e non la potestà di assolvere i peccatori penitenti perché questa la possiede solo Dio, il giusto Giudice. Questo é confermato dai seguenti episodi trascritti nel libro degli Atti degli apostoli.

-  A Gerusalemme il giorno della Pentecoste, quando i Giudei che udirono la predicazione di Pietro, dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Fratelli, che dobbiam fare?”,[465] Pietro rispose loro dicendo: “Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati...”.[466] Notate che cosa Pietro disse di fare a quei Giudei per ottenere la remissione dei loro peccati; egli disse loro di ravvedersi e di farsi battezzare. Pietro assieme agli altri apostoli non dissero loro: ‘Venite a confessarvi da noi e noi vi rimetteremo i vostri peccati perché abbiamo ricevuto da Cristo il potere di farlo’. Questa é una chiara dimostrazione di come gli apostoli non inte­sero malamente le parole del Signore Gesù come invece hanno fatto i teologi cattolici romani.

-  A casa di Cornelio, Pietro predicò la remissione dei peccati nel nome di Cristo infatti disse: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati me­diante il suo nome”.[467] Anche in questo caso Pietro non pretese che Cornelio ed i suoi andassero da lui a confessargli i loro peccati appunto perché l’apostolo non aveva il potere di rimettere a nessuno i peccati da parte di Dio ma quello di predicare la remissione dei peccati il che è differente.

-  Sempre a casa di Cornelio, Pietro disse: “Ed egli ci ha comanda­to di predicare al popolo e di testimoniare ch’egli è quello che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti”;[468] quindi è Cristo, essendo il Giudice di tutti, ad avere il potere di assol­vere e non degli uomini costituiti da lui. I peccatori quindi per ottenere misericordia da Dio devono confessare le loro iniquità a Cristo che è il Giudice che può assolvere o condannare (e non a degli uomini). Gesù stesso ha confermato che il peccatore per essere assolto è sufficiente che si confessi direttamente a Dio quando disse in una parabola che un pubblicano, salito al tempio per pregare, “non ardiva neppure alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii placato verso me peccatore!”;[469] questo pubblicano non andò a confessarsi dai sacer­doti che erano nel tempio ma direttamente da Dio, ed ottenne la remissione dei suoi peccati secondo che Gesù disse: “Io vi dico che questi scese a casa sua giustificato”.[470]

-  Quando gli apostoli comparvero davanti al Sinedrio, Pietro e gli altri dissero: “L’Iddio de’ nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo al legno. Esso ha Iddio esaltato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e remission dei peccati”.[471] Anche in questo caso gli apostoli non si attribuirono affatto il potere di rimettere i peccati agli uomini perché fecero capire chiaramente con le loro parole che è Dio colui che dà la remissione dei peccati come anche il ravvedimento. Ora, noi sappiamo che il ravvedimento è Dio a darlo agli uomini perché è scritto che quelli della circoncisione dopo che Pietro raccontò loro come Dio lo aveva mandato dai Gentili a predicare il Vangelo e come essi avevano ricevuto lo Spirito Santo, dissero: “Iddio dunque ha dato il ravvedimento anche ai Gentili affinché abbiano vita”;[472] quindi come gli apostoli non avevano il potere di dare il ravvedimento a nessuno, ma solo l’ordine di predicare il ravve­dimento a tutti, così essi non avevano neppure il potere di dare la remissione dei peccati a nessuno perché quella la dava direttamente Dio al peccatore penitente; essi anche in questo caso avevano l’ordine di predicare la remissione dei peccati.[473]

Come potete vedere gli apostoli non confessavano i peccatori ma li esortavano a ravvedersi e a credere in Gesù Cristo per ottene­re la remissione dei loro peccati; a lui dovevano confessare i loro peccati e non a loro. La penitenza cattolica romana che l’uomo deve fare al sacerdote quindi non ha nessun passo scrittu­rale che la sostenga. E questo lo ha riconosciuto pure Bartmann che ha detto che nella Scrittura ‘non si trova alcun passo in cui si esiga esplicitamente che il peccatore confessi i suoi peccati gravi a un sacerdote per ottenerne il perdono’.[474] Ma allora, qualcuno dirà, come mai dinanzi all’evidenza i teologi difendono il dogma della penitenza? La ragione è perché devono compiacere al papa in ogni cosa e non possono permettersi di dissentire da lui se non vogliono incorrere in qualche provvedimento disciplinare. Nella chiesa romana funziona così: il papa detta la legge e i teologi devono ubbidirgli anche se la sua legge contrasta la verità e non può quindi essere sostenuta con la Parola di Dio.

Per concludere, tutte le suddette Scritture da noi citate confer­mano che la confessione dei propri peccati l’uomo, sia il pecca­tore che vuole essere salvato, che il credente che è già salvato, la deve fare al Signore affinché i suoi peccati gli vengano rimessi perché solo Dio ha il potere di perdonare i peccati all’uomo secondo che é scritto nei Salmi: “Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità”.[475]

Spiegazione dei passi presi per sostenere il sacramento della penitenza

 

Innanzi tutto vogliamo spiegare le parole di Gesù: “A chi rimet­terete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti”.[476] Noi abbiamo il potere di rimettere i peccati a tutti coloro che peccano contro di noi infatti nella preghiera che Gesù insegnò ai suoi discepoli vi sono queste parole: “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debito­ri”.[477] Come potete vedere noi possiamo rimettere i debiti ai nostri debitori, cioè a quelli che sono in debito verso noi. Ma noi non abbiamo il potere di rimettere i debiti che un uomo ha nei confronti di Dio, perché quello ce lo ha solo Dio.[478] Pure gli scribi lo sapevano questo infatti quando sentirono che Gesù disse a quel paralitico: “Figliuolo, sta’ di buon animo, i tuoi peccati ti sono rimessi”,[479] dissero: “Perché parla costui in questa manie­ra? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati, se non un solo, cioè Dio?”.[480] Essi però non riconoscendo in Gesù Cristo l’Iddio d’Israele, sbagliarono nell’affermare che egli bestemmiava. Ma Gesù dimostrò loro di avere il potere di rimettere i peccati, e perciò di essere Dio, dicendo al paralitico di alzarsi, di pren­dere il suo lettuccio e di andarsene a casa sua.[481] I suoi discepoli però, quantunque lo videro e lo sentirono rimettere i peccati agli uomini, dopo che lui fu assunto in cielo non se ne andarono in giro a farsi confessare i peccati dai peccatori ed a rimetter­glieli, e neppure a farsi confessare i peccati dai credenti per rimetterglieli, e questo perché non avevano inteso le parole che Gesù aveva loro rivolto nella maniera errata in cui hanno inteso alcuni in seguito. Abbiamo infatti dimostrato poco fa come non ci sono esempi o passi nel Nuovo Testamento che attestino una simile procedura.

La confessione auricolare fatta al prete è chiamata anche il sacramento della riconciliazione perché secondo il catechismo cattolico il prete mediante la sua assoluzione riconcilia l’uomo con Dio. Ma questa affermazione è falsa perché l’uomo può ricon­ciliarsi con Dio direttamente mediante Cristo Gesù senza il bisogno di nessun mediatore terreno. I teologi papisti per soste­nere che i preti hanno in loro la parola della riconciliazione per riconciliare gli uomini con Dio come l’avevano prima di loro gli apostoli prendono le seguenti parole di Paolo ai Corinzi: “Iddio... ha posta in noi la parola della riconciliazione”;[482] ma noi facciamo notare che questa parola della riconciliazione che avevano gli apostoli non si riferisce affatto alla formula asso­lutoria dei preti: ‘Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo’, che essi rivolgono ai confessanti dopo avere udito la loro confessione, perché gli apostoli non confessavano e non assolvevano né i peccatori e neppure i credenti quando essi si rendevano colpevoli ma li esortavano a ravvedersi e a fare pace con Dio. L’apostolo Paolo spiega in che consisteva questa parola della riconciliazione quando dice: “Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: Siate riconciliati con Dio”.[483] Gli apostoli quindi non obbligavano gli uomini a confessarsi a loro, come fanno i preti, ma li esortavano a riconciliarsi con Dio, il che è tutt’altra cosa! Loro facevano la loro ambasciata; mentre Colui che li aveva mandati assolveva coloro che accettavano le loro parole. Ma non è forse questa una ulteriore prova che la confessione auricolare al prete non ha fondamento scritturale e che per sostenerla i teolo­gi cattolici romani fanno ricorso ad arbitrarie interpretazioni scritturali?

Veniamo ora agli altri passi del Nuovo Patto che a dire dei teologi catto­lici romani confermano la confessione al prete; quello di Marco che dice: “Ed erano da lui battezzati nel fiume Giorda­no, confessando i loro peccati”;[484] quello scritto negli Atti degli apostoli che dice: “E molti di coloro che aveano creduto, venivano a confessare e a dichiarare le cose che aveano fatte”;[485] quello di Giacomo che dice: “Confessate dunque i falli gli uni agli altri”;[486] e quello che dice che dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro Gesù disse: “Scioglietelo, e lasciatelo andare”.[487] Ora, ma noi domandiamo ai teologi papisti: ‘Ma dov’è qui la con­fessione fatta all’uomo per ricevere l’assoluzione? Noi non la vediamo. Ma non la vediamo non perché abbiamo gli occhi chiusi, ma perché essa non c’è. Vediamo quindi ora di dimostrare come i suddetti passi non hanno nulla a che fare con la confessione al prete.

Nel caso del battesimo di Giovanni gli uomini si pentivano dei loro peccati e li confessavano a Dio e non a Giovanni. E poi, per rispondere come si conviene ai teologi papisti, diciamo anche che Giovanni non era un apostolo, e quella confessione quei Giudei la fecero prima di essere battezzati (mentre la confessione cattoli­ca si deve fare dopo il battesimo), ed ancora prima che Gesù dicesse ai suoi discepoli; “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”,[488] e la fecero pubblicamente e non privatamente come invece viene fatta la confessione al prete; tutte cose queste che annullano nella maniera più evidente la loro stessa interpreta­zione data a questo passo.

Nel caso di quei credenti che ad Efeso confessarono le cose che avevano fatte essi non le vennero a confessare agli apostoli per ottenere la remissione dei loro peccati, perché dato che avevano già creduto avevano già ottenuto la remissione di tutti i loro pecca­ti mediante il nome di Gesù Cristo secondo che è scritto: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome”.[489] Essi vennero per raccontare le cose malvagie che avevano fatte prima di credere nel Signo­re, per fare comprendere quanta misericordia Dio aveva usata verso di loro perdonandogli tutti quei loro peccati. Questo è quello che ancora oggi viene fatto in mezzo a noi da coloro che hanno creduto. Come potete vedere in questi suddetti passi non v’è la minima prova in favore della confessione privata fatta al prete e della sua obbligatorietà.

Per ciò che concerne le parole di Giacomo: “Confessate dunque i falli gli uni agli altri”,[490] esse sono in perfetta armonia con gli insegnamenti del nostro Signore, e non sono per nulla a favore della confessione al prete come invece sostengono molti teologi cattolici romani (non tutti perché c’è qualcuno che ha capito che le parole di Giacomo non si riferiscono alla confes­sione al prete), e questo perché Giacomo non ha detto ai fedeli di andarsi a confessare ad una casta sacerdotale per ottenere l’assoluzione divina; ma ha detto loro di confessare a vicenda i loro propri peccati infatti dice “gli uni agli altri”. Le parole di Giacomo sono in armonia con le seguenti parole di Gesù: “Badate a voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e ti dice: Mi pento, perdona­gli”;[491] quindi é giusto che un fratello che pecca contro un altro fratello vada a confessare il proprio fallo al fratello a cui ha fatto torto chiedendogli il perdono perché questo ha fondamento scritturale. E’ giusto pure, secondo le parole di Giacomo, nel cospetto di altri fedeli riconoscere i propri falli per umiliarsi nel cospet­to di Dio e davanti agli stessi fedeli. Infine occorre dire che talvolta un credente che vuole ricevere una parola di consolazione o di incoraggiamento dal proprio pastore può andargli a confessare un suo peccato; ma questo, lo ribadiamo, egli non lo fa perché pensa che il pastore ha il potere di assolverlo da parte di Dio, ma solo per aprire il suo cuore nel cospetto di un fratello maturo dal punto di vista spirituale che può dargli dei retti consigli e pregare assieme a lui.

Ed infine veniamo alle parole che Gesù rivolse ai Giudei dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro avendo i piedi e le mani legati da fasce e il viso coperto d’uno asciugatoio. Secondo i teologi papisti dopo che gli uomini risorgono dalla morte spirituale mediante il battesimo hanno bisogno di essere sciolti e slegati dai peccati che commettono. E questa potestà di sciogliere i loro peccati la possiede il prete in virtù delle parole che Gesù rivolse ai suoi discepoli: “Tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo..”![492] Ci limitiamo a dire che in quelle parole di Gesù noi non vediamo affatto il potere che hanno i sacerdoti cattolici di assolvere i peccatori dai loro peccati. Vederci la loro confessione sarebbe come vedere il papato nelle parole di Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..”.[493] L’inter­pretazione che i teologi papisti danno a quel passo per sostenere il potere di rimettere i peccati che hanno i sacerdoti è falsa perché Colui che ha il potere di rimettere i peccati a coloro che sono risuscitati con Cristo è solo Dio.

 

La confessione della specie, del numero e delle circostanze dei peccati è inutile

 

Secondo la Scrittura per otte­nere la remissione dei peccati da Dio non è affatto necessario specificare a Dio la specie, il numero e le circostanze dei peccati e di questo ne abbiamo una conferma nell’invocazione che il pubblicano fece nel tempio a Dio; egli disse solo: “O Dio, sii placato verso me peccatore”;[494] e Dio lo perdonò perché egli scese a casa sua giustificato.

Anche la parabola del figliuol prodigo conferma che la confessio­ne a Dio non ha bisogno della specificazione della specie, del numero esatto o approssimativo di essi, e delle circostanze dei peccati: il figliuol prodigo quando tornò dal padre gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno d’esser chiamato tuo figliuolo”,[495] e il padre lo perdonò perché disse ai suoi servitori di rivestirlo con la veste più bella, di mettergli un anello al dito, di calzarlo e di menare fuori il vitello ingrassato e di ammazzarlo per mangiarlo. Nessu­na confessione della specie e del numero e delle circostanze dei suoi peccati fu richiesta dal padre; eppure quel giovane aveva vissuto per molto tempo dissolutamente, aveva speso la sua so­stanza con le meretrici, e ne aveva di peccati e di particolari da raccontare. Non ci fu bisogno di manifestarli; così anche il peccatore che si accosta a Dio non ha bisogno di confessare a Dio tutte le circostanze di ogni suo peccato, perché Dio non glielo richiede. Che egli lasci i suoi iniqui pensieri, che egli creda con il suo cuore nel Vangelo; e allora egli otterrà misericordia da Dio il quale gli cancellerà tutti i suoi peccati e non si ricorderà più di essi!

Nel Vangelo troviamo anche che Gesù rimise i peccati a dei pecca­tori senza che loro gli avessero fatto la lista di tutti i pecca­ti che avevano commesso e le circostanze che li riguardavano, anzi, senza neppure che essi glieli avessero confessati. Alla donna colta in adulterio che i Farisei gli avevano menata Gesù disse: “Neppure io ti condanno; và e non peccar più”;[496] alla donna peccatrice che era in casa del Fariseo di nome Simone egli disse: “I tuoi peccati ti sono rimessi”,[497] perché questa si umiliò davanti al Signore anche piangendo; all’uomo paralitico che gli portarono gli disse: “O uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi”[498] senza che questo gli enumerasse tutti i suoi peccati e tutte le circostanze che li accompagnavano.

Infine Gesù ci ha detto, a noi suoi discepoli, di dire al Padre: “Rimettici i nostri debiti”,[499] senza specificare uno per uno i peccati e tutte le cose che concernono i nostri peccati, perché quello che Dio richiede da noi è che noi ci pentiamo sinceramente davanti a lui e gli chiediamo perdono.

 

Noi ci siamo confessati a Dio ottenendo il perdono dei peccati

 

Davide, quando il profeta Nathan andò da lui per riprenderlo e annunziargli la punizione di Dio contro di lui, disse a Nathan: “Ho peccato contro l’Eterno”,[500] ma non gli confessò di avere pecca­to per essere da lui perdonato, ma perché riconobbe di avere fatto ciò che é male agli occhi di Dio. Davide fece la confessio­ne delle sue iniquità a Dio, infatti leggiamo nel cinquantunesimo salmo che egli invocò Dio dicendogli: “Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua benignità; secondo la moltitudine delle tue com­passioni, cancella i miei misfatti. Lavami del tutto della mia iniquità e nettami del mio peccato! Poiché io conosco i miei misfatti, e il mio peccato é del continuo davanti a me. Io ho peccato contro te, contro te solo, e ho fatto ciò ch’é male agli occhi tuoi; lo confesso, affinché tu sia riconosciuto giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi”.[501] Davide fu esau­dito da Dio infatti Nathan gli disse: “E l’Eterno ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai”,[502] ma badate che non fu Nathan il profeta a rimettergli il suo peccato usando qualche formula ma fu Dio. Il profeta disse a Davide la parola che egli aveva rice­vuto da Dio. Anche noi un giorno, come Davide, abbiamo confessato le nostre iniquità a Dio, e lui, nella sua fedeltà, ci ha perdonati purifi­candoci la nostra coscienza da tutte quelle opere morte di cui essa era contaminata. Questo lo diciamo per esperienza diretta; non ci fu bisogno di qualche mediatore terreno per ottenere la remissione dei nostri peccati, perché la ottenemmo direttamente da Dio mediante il Signore nostro Gesù Cristo che siede alla sua destra.

Coloro che invece vanno a confessare i loro peccati al prete, reputato da loro colui che fa il tramite tra Dio e loro, ricevono sì l’assoluzione che, secondo il catechismo cattolico ‘è la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, Così sia)’,[503] ma sta di fatto che i loro peccati non spariscono mai dalla loro coscienza; perché? Perché essi non li confessano a Dio ma ad un uomo che non può fare nulla per toglierglieli. Se molti Cattolici romani che osservano queste pratiche religiose nella loro ignoranza ma anche con sincerità d’animo mostrassero in Dio la stessa fiducia che mostrano nei preti allora sì che otterreb­bero la remissione dei loro peccati e nuova vita dal Signore, e uscirebbero da questa organizzazione per unirsi ai riscattati, ma purtroppo essi, accecati da questa religione, vanno a confessarsi a chi non può fare nulla per loro.

O uomini e donne che giacete nelle tenebre e che venite guidati da gente che cammina nelle tenebre, rientrate in voi stessi, accostatevi al Signore confessandogli i vostri peccati e lui si avvicinerà a voi e vi purificherà la vostra coscienza dalle opere morte mediante il sangue dell’Agnello. Allora sì che sarete giustificati dalle vostre iniquità, e otterrete pace con Dio; allora sì che non vi sentirete più spinti ad andare a confessarvi dal prete!

La via per ottenere il perdono dei peccati da Dio sia per gli increduli che per i credenti

 

Come abbiamo potuto vedere quantunque venga detto che il sacramento della penitenza è di istituzione divina, pure l’uomo che lo riceve non potrà mai essere sicuro di essere perdonato, lavato appieno dai suoi peccati, e perciò non potrà giammai essere sicuro di andare in paradiso alla sua morte. Che religione vana è quella cattolica; dice ai suoi seguaci, credi queste verità rivelate da Dio e fai tutte queste cose che ti sono ordinate perché esse sono prescritte da Dio per il perdono dei tuoi peccati, e poi lancia l’anatema contro chi, dopo avergli ubbidito, ostenterà certezza di remissione dei suoi peccati, e ardirà dire di essere sicuro di essere salvato!! Non dovrebbe farvi seriamente riflettere o Cattolici romani tutto questo sull’opportunità di continuare ad andare a confessarvi dal prete e di appoggiarvi sulle opere di penitenza e sulle indulgenze? Ma quando è che rientrerete in voi stessi e capirete che questa via prescrittavi dai vostri preti per farvi riconciliare con Dio è vana perché non vi assicura la certezza assoluta del perdono di tutti i vostri peccati con la relativa certezza di andare in paradiso subito dopo morti, ma vi continua a lasciare nel buio più cupo?

La via per ottenere il perdono prescritta da Dio in Cristo Gesù è questa. Per i peccatori è sufficiente che si ravvedono e credano nel nome di Cristo. Gesù prima di morire disse: “E’ compiuto”;[504] quindi il prezzo del riscatto è stato da lui pagato appieno; al peccatore non rimane quindi nessuna opera di penitenza da fare per ottenere la remissione dei suoi peccati. Gli rimane solo di ravvedersi e di credere nel sacrificio di Cristo; questo è quello che gli rimane di fare. Egli non deve fare la Via Crucis, o visite a basiliche in giorni stabiliti, egli non deve recitare il rosario, egli non deve salire in ginocchio la cosiddetta scala santa di Roma, o fare qualche altra cosiddetta opera di penitenza perché codeste cose non giovano a nulla; servono solo a fargli perdere tempo e dena­ro! La pena per i nostri peccati l’ha scontata Cristo Gesù sulla croce del Calvario quando morì carico delle nostre iniquità perciò l’uomo se vuole ricevere il perdono dei suoi peccati deve soltanto chiederlo a Dio con un cuore rotto e lo otterrà. Come fece quel pubblicano nel tempio che si batteva il petto e diceva: “O Dio, sii placato verso me peccatore!”[505] e scese a casa sua giustificato. Quindi il perdono dei peccati è gratuito, totalmente gratuito in ragione della sovrabbondante grazia di Dio secondo che é scritto: “Tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio, e son giustifi­cati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù; il quale Iddio ha prestabilito come propizia­zione mediante la fede nel sangue d’esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo Egli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato..”.[506] Non c’é niente da pagare perché non c’é niente da guadagnarsi; non c’é niente che si possa meritare perché altri­menti “grazia non é più grazia”.[507] Ma la chiesa romana con la que­stione sulle penitenze e sulle indulgenze riesce a fare credere alle persone che i propri peccati possano essere espiati facendo delle opere; questo è grave perché così le persone credono che il sacrificio espiatorio di Cristo non sia sufficiente per ottenere la remissione dei propri peccati. Ah! Hanno annullato la grazia di Dio, hanno calpestato i meriti di Cristo; e perciò il Vangelo non è più la buona novella della pace in cui basta credere per essere riconciliati con Dio, ma un messaggio privato del suo potere salvifico, perché per ottenere la remissione dei peccati non è più sufficiente credere in esso, ma bisogna fare tante e tante cose; bisogna seguire insomma la via delle opere e non quella della fede.

Anche per coloro che invece sono stati già perdonati, se cadono in qualche fallo, è sufficiente che li confessino direttamente a Dio. Questo perché Cristo mediante la sua morte ha espiato già tutti i nostri peccati. Il prezzo lo ha già pagato appieno lui.

Adesso vogliamo citare alcune Scritture che attestano che il sacrificio di Cristo è perfetto e che non rimane nulla da espia­re, nulla da soddisfare per coloro che hanno creduto in Lui.

-  Paolo dice ai Colossesi: “E voi, che eravate morti ne’ falli e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Egli ha vivificati con lui, avendoci perdonato tutti i falli..”;[508] ed ai Corinzi: “E tutto questo vien da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo”.[509]

-  Lo scrittore agli Ebrei dice: “Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”,[510] ed anche: “Con un’unica offerta egli ha per sempre resi perfetti quelli che son santificati”.[511]

Qualcuno dirà: Ma queste parole si riferiscono ai peccati commes­si prima di credere in Cristo che ci sono stati rimessi mediante la sola fede in lui!’. E’ vero, ma rimane il fatto che è sempre in virtù del perdono acquistatoci da Cristo sulla croce che i peccati commessi dopo la nostra conversione ci vengono rimessi senza compiere nessuna soddisfazione sacramentale, ma solo con­fessandoli a Dio secondo che è scritto: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purifi­carci da ogni iniquità”.[512] Al bando dunque la penitenza della chiesa cattolica romana; al bando dunque questa sua diavoleria, abilmente travestita da sacramento di Cristo, che non fa altro che fare passare il sacri­ficio di Cristo per inutile, per insufficiente. E poi parlano di fede, e poi parlano di grazia; ma noi diciamo: Ma dov’è la fede e la grazia in questa religione del fare, in questa religione che dice in sostanza fai da te tutto il possibile per salvarti e vedrai che Dio ti verrà incontro perché sarà costretto e obbligato a perdonarti? Avete compreso allora perché quando i teologi cattolici parlano di fede e di grazia, ne parlano sempre in maniera molto complicata, ambigua, e distorta, facendo capire che rimane sempre e ripeto sempre da fare qualcosa all’uomo? Perché essi alla fin fine devono sempre fare uscire da qualche parte le opere di penitenza, le indulgen­ze, ed il tesoro della Chiesa da cui appunto tira fuori queste infami indulgenze. A proposito di questo tesoro: avete notato che esso è formato oltre che dai meriti di Cristo anche dai meriti di Maria e dei santi? Ma ditemi: non è forse questa l’ulteriore prova che per loro i meriti acquistati da Cristo a caro prezzo sulla croce non sono sufficienti a salvarci? Non è abbastanza chiaro che per loro le sofferenze di Cristo non sono per nulla sufficienti da sole a rimettere i peccati agli uomini con tutta la loro pena eterna?

Diffidate dunque di tutti i discorsi sulla fede e sulla grazia e sui meriti di Cristo tenuti dai teologi papisti; perché dietro di essi si nasconde un altro Vangelo, non quello della grazia. Essi predicano un altro Vangelo impotente a salvare; essi predicano una remissione dei peccati vana e illusoria. Perciò l’anatema lanciato dal santo apostolo Paolo: “Se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema”[513] è diretto pure contro loro.

Il Giubileo e la Via Crucis sono invenzioni umane

 

Quando ho parlato delle indulgenze ho accennato al Giubileo e alla Via Crucis. E dato che di esse si sente sovente parlare (soprattutto del Giubileo in questi tempi) voglio brevemente spiegare in che cosa consistono e confutarle.

Il Giubileo cattolico romano, chiamato anche Anno Santo, è una solenne indulgenza plenaria che viene concessa dal papa. Esso fu inventato da Bonifacio VIII (1294-1303) nel 1300. Con una sua bolla decretò che ogni cento anni chi avesse visitato ‘la basilica di San Pietro e quella di San Paolo in Roma’, e fosse in grazia, cioè assolto dai peccati, avrebbe guadagnato il condono di tutta la pena che avrebbe dovuto soffrire in purgatorio per i peccati commessi.[514] Clemente VI (1342-1352) ridusse il Giubileo ad ogni cinquanta anni, e così il secondo Giubileo fu celebrato nel 1350. Urbano VI (1378-1389) lo ridusse ulteriormente a trentatré anni in memoria degli anni che Gesù visse in terra. Infine Paolo II (1464-1471) ordinò che il Giubileo si celebrasse ogni venti­cinque anni e tale è rimasto da quel tempo l’intervallo di tempo tra un Giubileo e l’altro. Secondo quello che dice l’Enciclopedia Cattolica le condizioni solite ad apporsi per l’acquisto del Giubileo ordinario sono la confessione, la comunione, la visita a determinati luoghi di culto della chiesa cattolica e la recita di alcune preghiere. Dal 1950 non è più indispensabile venire a Roma per lucrare questa indulgenza. Nel Dizionario storico del papato si legge infatti che in quell’anno la costituzione apostolica Par annum sacrum proclamò il carattere universale dell’indulgenza giubilare per cui ‘non fu più indispensabile compiere il viaggio a Roma, essendo gli ordinari autorizzati a designare in ciascuna città episcopale, per le visite prescritte, la cattedrale e due altre chiese od oratori in cui il culto si celebrava regolarmente’.[515]

Per quanto riguarda il Giubileo occorre dire che benché nella legge di Mosè si parli di un giubileo ordinato da Dio, quello cattolico non ha nulla a che fare con esso. Ricordiamo in che cosa consisteva il giubileo giudaico. Dio disse a Mosè: “Santifi­cherete il cinquantesimo anno, e proclamerete l’affrancamento nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognun di voi tornerà nella sua proprietà, e ognun di voi tornerà nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne non potate”.[516] In quell’anno quindi, secondo la legge, chi a motivo della sua povertà aveva negli anni precedenti venduto una sua proprietà, ritornava in possesso della sua proprietà; e parimente anche chi a motivo della povertà si era venduto come schiavo a uno dei suoi fratelli in quell’anno tornavo libero. Questo giubileo era l’ombra di ciò che doveva avvenire quando sarebbe venuto Cristo; perché come al giubileo lo schiavo tornava in libertà così con la venuta di Cristo coloro che erano venduti schiavi al peccato sarebbero stati affrancati dal peccato median­te l’Evangelo della pace. Ma i papi che sapevano come sfruttare le ombre della legge per arricchirsi, ecco che hanno preso il giubileo giudaico e ne hanno fatto un giubileo che da un lato libera il Cattolico da tutta la cosiddetta pena che deve scontare in purga­torio e dall’altro fa affluire nelle casse del papato ingentissi­me somme di denaro. Che inganno!

La devozione della Via Crucis fu inventata dai frati Francescani nel quindicesimo secolo, e divenne d’uso generale nel diciottesi­mo secolo quando i papi la permisero a tutte le chiese. La devo­zione consiste nel soffermarsi da soli o in processione davanti a quattordici quadri (chiamati stazioni e che sono appesi ai muri) uno dopo l’altro recitando certe preghiere stabilite. Le quattor­dici stazioni rievocano degli eventi accaduti a Gesù lungo la strada per il Calvario e la sua morte e sono così divise: 1) Processo e condanna a morte; 2) Gesù prende la croce; 3) Prima caduta; 4) Incontro con la Madre; 5) Simone di Cirene; 6) Incon­tro con la Veronica; 7) Seconda caduta; 8) Incontro con le pie donne; 9) Terza caduta; 10) Gesù è spogliato; 11) Crocifissione; 12) Morte di Gesù; 13) Deposizione dalla Croce; 14) Nel sepolcro. A riguardo di questo ‘pio’ esercizio si legge nel libro L’Aggiornamento delle Indulgenze: ‘Resta quindi valido e vivamente raccomandato il pio esercizio della Via Crucis. Fatto bene, produce frutti copiosi di fervore e di santità. Esso rinno­va la memoria delle sofferenze che Cristo Signore ha sopportato, portando la Croce, lungo la via che dal pretorio di Pilato porta al monte Calvario, dove egli ha offerto la sua vita per la nostra redenzione. (...) Due sole cose sono obbligatorie per il pio esercizio: 1) passare da una ‘stazione’ all’altra; 2) meditare o considerare la Passione del Signore. Tutto il resto è lasciato alla pietà e devozione di ciascuno (...) L’aggiunta di qualche preghiera vocale, benché non sia prescritta, viene quasi spontanea ed è molto utile per preparare e per accompagnare la meditazione, in modo simile a quanto si fa nel S. Rosario. Chi fa il pio esercizio della Via Crucis può acquistare l’indulgenza plenaria. S’intende che, come per ogni altra indulgenza plenaria, deve anche adempiere le tre condizio­ni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice’[517] E’ scritturale questa devozione? Affatto, perché nella Scrittura non troviamo in verun luogo che i discepoli erano dati ad una simile pratica. E poi occorre dire che alcuni degli episodi rievocati in queste ‘stazioni’ che concernono la passione di Gesù e che i Cattolici quindi hanno impressi nella loro mente non sono scritti nella Parola di Dio e ci riferiamo ai numeri 3, 4, 6, 7, 9.

La confessione fatta al prete è una scuola di perversione

 

Tutti coloro che dopo avere fatto i preti nella chiesa cattolica romana sono usciti da essa perché Dio ha dato loro il ravvedimento e la remissione dei peccati, attestano in svariate maniere che la confessione è un pantano fangoso nel quale i preti si trastullano senza poterne uscire fuori; ma anche che essa fomenta ogni sorta di malvagità e di impurità sia nella vita dei preti che nella vita di coloro che vanno a confessarsi da loro, in special modo nelle penitenti sia esse nubili che sposate.

Vediamo di esaminare le ragioni per cui la confessione al prete è dannosa sia al prete che a coloro che vanno a confessarsi da lui.

Il prete è celibe ed ha fatto il voto di castità prima di entrare nell’ordine sacerdotale; gli è stato detto che deve mantenersi puro e immacolato e che non può sposarsi perché la relazione carnale con una donna, quantunque sia la propria moglie, non s’addice ad una persona santa come è il sacerdote che fa da intermediario fra Dio e gli uomini che sono sulla terra!

Ma che succede al prete una volta che egli si mette nel confes­sionale? Succede che egli secondo quello che gli viene ordinato dalla teologia romana deve domandare alle donne delle cose di cui non si deve parlare secondo che è scritto: “Ma come si conviene a dei santi, né fornicazione, né alcuna impurità, né avarizia, sia neppur nominata fra voi....”,[518] e per lui diventa impossibile mantenersi puro perché comincia a sentire tante cose turpi che suscitano in lui le più violente passioni. Ma perché egli deve fare loro tutte quelle domande impertinenti? Perché gli è stato detto che per dare l’assoluzione egli deve conoscere la specie, il numero e le circostanze dei peccati commessi dalla penitente! E quali sono perciò le funeste conseguenze di tutto ciò? Che i preti si abbandonano alla fornicazione e all’adulterio; fomentan­do scandali nelle loro parrocchie. Il tempo verrebbe meno se dovessimo parlare di tutti gli scandali che i preti, sotto la spinta della confessione, fomentano! Ci limitiamo a dire che molte giovani e molte donne sposate che andavano a confes­sarsi dai preti hanno subito delle violenze carnali proprio in seguito alle domande perverse che faceva loro il prete e a cui essi dovevano rispondere per fare, come prescrive il catechismo romano, una buona e completa confessione. Ma qui è bene precisare che quello che succede ai preti succede­rebbe anche a qualsiasi ministro del Vangelo sposato se comin­ciasse a sentirsi dire da delle donne le stesse cose che sentono i preti dalle loro penitenti. Perché? Perché la carne è debole, e all’udire certe cose viene eccitata a peccare. Sì, è vero che ai preti viene ordinato di essere prudenti e di venire incontro alle penitenti quando devono domandargli certe cose; ma in questi casi la prudenza, non importa quanto grande sia, non serve a nulla. Possiamo dire che queste raccomandazioni ecclesiastiche date a questi schiavi della chiesa romana possono essere paragonate alle raccomandazioni a non sporcarsi che una persona fa all’altra dopo averla gettata in un pantano fangoso!

Inoltre che dire del grande imbarazzo nel quale si trovano le donne nel dover rispondere a certe domande del prete? E’ naturale che sia così perché l’uomo o la donna non gradisce affatto che gli vengano fatte certe domande. Ma esse si trovano ad un bivio: o rispondere e rivelare impurità ad un uomo celibe, o rifiutarsi di rispondere e venire così privati dell’assoluzione sacerdotale con la certezza di andare all’inferno in caso di morte! Solita­mente esse optano per la prima decisione e aprono il loro cuore a questi uomini corrotti che non aspettano altro di entrare nel confessionale per pascersi di queste turpitudini che le loro penitenti gli vanno a dire! E ne mietono i frutti amari pure loro dopo; perché la loro confessione si rivela un peso gravoso e una grande vergogna per loro. Una cosa veramente deprimente! Si contaminano loro stesse, e contaminano la mente ed il corpo del loro interlocutore, che non essendo sposato comincia ad ardere ancora maggiormente nel sentirle parlare e cade in tentazione.

Ma la confessione fatta al prete è anche una forma di spionaggio che la chiesa romana esercita sui suoi membri. In questa maniera il prete viene a conoscere i segreti delle famiglie, perché con le sue domande riesce a sapere quello che molti non verrebbero mai a sapere su Tizio o su Caio. E’ come se il prete fosse del continuo dietro alla porta di casa a guardare dal buco della serratura; come se sentisse tutto quello che i loro penitenti dicono in casa loro per mezzo di microfoni spia, o come se vedesse tutto quello che fanno in privato per mezzo di una tele­camera accesa giorno e notte!

Ma il prete nel confessionale oltre a dovere fare la spia per conto del Vaticano, deve pure dare dei suggerimenti alle persone che vanno da lui a confessarsi per fare sì che essi seguitino i precetti della chiesa romana senza sviarsene né a destra e né a sinistra. E così suggerirà alle giovani o ai giovani, in una maniera molto astuta e abile, di entrare negli ordini religiosi o in qualche istituto religioso della chiesa romana; ad altri suggerirà di sposarsi Tizio al posto di Caio; ad altri ancora dirà di votare quel politico anziché l’altro. Sì perché il con­fessionale è anche un luogo dove i preti fanno politica, cioè la politica del papa; la politica che conviene al papato per conti­nuare a governare incontrastato su centinaia di milioni di persone.

Ed infine il confessionale serve alla curia romana per tenere lontane le persone dalla verità; è risaputo infatti che i preti, nei confessionali, mettono in guardia i loro penitenti da coloro che hanno conosciuto la verità, cioè da noi. ‘Sono una setta’, dicono loro; ‘Guardatevi dal frequentarli per non ritrovarvi all’inferno per l’eternità con loro’, proseguono. E così i Cattolici romani vengono tenuti lontani dalla verità!

Ecco che cosa è la confessione al prete; non un sacramento ma un inganno camuffato da sacramento! O Cattolici romani uscite dalle segrete; uscite dal mezzo di questa meretrice che si prostituisce coi popoli della terra; andate ai piedi del Signore e chiedetegli con un cuore rotto di perdonarvi e lui lo farà perché egli è pronto a perdonare. Sappiate che non potrete mai trovare la pace andandovi a confes­sare al prete; il riposo dell’anima è lungi da coloro che vanno dal prete a confessarsi. Gesù ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo”;[519] quindi è a lui che dovete venire se volete trovare il vero riposo alle anime vostre e a nessun altro. Chi ha orecchi da udire oda.

L’ESTREMA UNZIONE

La dottrina dei teologi papisti

 

L’estrema unzione è il sacramento per i malati gravi, con esso il malato riceve piena remissione di tutti i suoi peccati e viene guarito se questo rientra nel volere di Dio. Lo amministra il sacerdote con l’olio santo.

‘L’Estrema Unzione è un vero e proprio sacramento istituito da Cristo. - E’ di fede’.[520] Per quale motivo è stato istituito da Cristo? I teologi papisti affermano che ‘l’Estrema Unzione, detta pure Olio santo, è il Sacramento istituito a sollievo spirituale e anche corporale dei cristiani gravemente infermi’.[521] Secondo loro infatti mediante questo sacramento il malato che versa in gravi condizioni di salute riceve le grazie necessarie al suo stato, in modo partico­lare sollievo e conforto, la forza per vincere le insidie e gli assalti del diavolo, remissione completa di tutti i suoi peccati, la grazia di morire santamente e talora, se é nei disegni di Dio, anche la salute del corpo. Citiamo le parole del Perardi a propo­sito degli effetti di questo loro sacramento: ‘L’Estrema Unzione accresce la grazia santificante; cancella i peccati veniali e anche i mortali che l’infermo, attrito, non potesse confessare; dà forza per sopportare pazientemente il male, resistere alla tentazione e morire santamente e aiuta anche a recuperare la sanità, se è bene per l’anima[522] E per sostenere questo sacramento e i suoi effetti i teologi papisti s’appoggiano sulle seguenti parole di Marco: “E partiti, predicavano che la gente si ravvedesse; cacciavano molti demonî, ungevano d’olio molti infermi e li guarivano”[523] e su quelle di Giacomo: “C’é qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa, e preghino essi su lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore; e la preghiera della fede salverà il malato, e il Signore lo ristabilirà; e s’egli ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi”.[524]

Colui che amministra questo loro sacramento è il sacerdote il quale unge in forma di croce, con l’olio benedetto dal vescovo (e quindi l’olio ha un certo potere), gli organi dei sensi dell’infermo e dice: Per questa unzione santa e per la sua pietosissima misericordia, il Signore ti perdoni ogni colpa commessa con la vista, con l’udito, ecc. Così sia’. Questo sacramento può essere ministrato solo a persone gravemente malate ed in certi casi anche a persone prive di sensi.

E per difendere questo sacramento il concilio di Trento ha lan­ciato il seguente anatema contro chi non l’accetta: ‘Se qualcuno dirà che il rito e l’uso dell’estrema unzione, così come lo pratica la chiesa cattolica, è in contrasto con quanto afferma san Giacomo apostolo e che, quindi, deve essere cambiato e che può essere tranquillamente disprezzato dai cristiani, sia anate­ma’.[525]

Confutazione

L’estrema unzione non corrisponde all’unzione dell’olio di cui parla il Nuovo Testamento

 

Cominciamo col dire che noi non possiamo affermare che l’unzione dell’olio sia un ordinamento istituito da Cristo Gesù al pari del battesimo e della santa cena. Certo, gli apostoli quando Cristo li mandò a predicare il regno “ungevano d’olio molti infermi e li guarivano”,[526] ma questo non ci porta a considerare l’unzione dell’olio che facevano gli apostoli sugli infermi un ordinamento istituito da Cristo durante la sua vita perché non ne abbiamo le prove. Vogliamo dire con questo che non c’è scritto che Gesù comandò ai suoi apostoli di guarire gli infermi ungendoli d’olio. Lui stesso non unse mai d’olio nessun infermo per guarirlo, ma solo imponeva loro le mani secondo che è scritto: “Egli li guari­va, imponendo le mani a ciascuno”.[527] E talvolta non impose neppure le mani sugli infermi per guarirli, come nel caso dei dieci lebbrosi, e di altri malati. Ma quand’anche gli apostoli unsero gli ammalati per ordine di Gesù, il che non possiamo escludere, l’unzione dell’olio fatta dagli apostoli sugli infermi era fatta esclusivamente per la loro guarigione fisica e non per recargli qualche sollievo spirituale o per la remissione dei loro peccati, o per sopportare paziente­mente il male resistere alla tentazione e morire santamente, mentre per il catechismo cattolico l’unzione viene data princi­palmente per queste ultime ragioni, infatti la guarigione fisica è relegata all’ultimo posto negli effetti di questo loro sacra­mento; e non solo questo, gli apostoli non ungevano d’olio solo i malati molto gravi che erano in pericolo di morte ma tutti gli infermi non importa che malattia avessero, mentre ‘l’estrema unzione’ della chiesa cattolica romana viene data solo ai malati gravi, perché gli altri ne sono esclusi. Quindi non si può per nulla dire che questo loro sacramento sia stato istituito da Cristo Gesù in quell’occasione quando mandò i suoi apostoli a predicare e a guarire gli infermi. E Bartmann in questo si mostra d’accordo e spiega che in quelle parole di Marco sopra citate dove si dice che gli apostoli ungevano d’olio molti infermi e li guarivano ‘il Concilio di Trento (....) ravvisa una insinuazione, non l’istituzione del sacramento’; ma subito dopo dice ‘Senza dubbio Cristo l’ha istituito per lo meno durante i quaranta giorni precedenti l’Ascensione’.[528] Noi invece diciamo che non si può fare risalire l’istituzione di questo sacramento cattolico neppure a quei quaranta giorni, perché esso non è per nulla in armonia con la dottrina di Cristo e perciò non può essere proceduto da Cristo. Le parole di questo teologo mostrano l’imbarazzo dinanzi all’evidenza che Matteo, Marco, Luca e Giovanni, non parlano dell’istituzione dell’estrema unzio­ne da parte di Cristo; ma dimostrano anche che egli, per l’enne­sima volta, non si è arreso dinanzi all’evidenza ma è voluto ricorrere ad un espediente pure di fare risalire a tutti i costi questo sacramento a Cristo; si tratta dell’espediente dei quaran­ta giorni prima dell’ascensione di Cristo. Espediente a cui tanti nel corso del tempo hanno ricorso per fare risalire a Cristo pratiche e parole contrarie alle sue stesse parole.

Ma veniamo ora alle parole di Giacomo prima citate perché è su di esse che i teologi si appoggiano maggiormente. Per ciò che concerne le parole di Giacomo bisogna dire che all’ammalato viene comandato di chiamare gli anziani della Chiesa di cui lui é membro, e perciò dato che i sacerdoti cattolici non sono degli anziani costituiti dallo Spirito Santo sul gregge di Dio, ma degli uomini morti nei loro falli che conducono altri morti in perdizione, queste parole di Giacomo non si riferiscono affatto a loro. Il Bartmann nel suo libro Teologia Dogmatica cerca invece di dimostrare che gli anziani di cui parla Giacomo sono i sacerdoti della chiesa cattolica romana; ma non ci riesce perché il testo greco parla di presbiteri e non di sacerdoti.[529] In altre parole qui Giacomo non fa riferimento a persone di una casta sacerdotale ma solo agli anziani della Chiesa che sono, paragona­ti ai sacerdoti Cattolici, dei laici. Ma esaminando accuratamente queste parole di Giacomo e confron­tandole con altre Scritture emerge che é inconcepibile che un uomo peccatore che versa in fin di vita possa ottenere la remis­sione dei suoi peccati mediante l’unzione dell’olio e la preghie­ra di un prete, e questo perché la remissione dei peccati il peccatore, anche se sta per morire, la può ottenere solo credendo con il suo cuore nel Figliuolo di Dio secondo che é scritto: “Chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome”,[530] e in nessun’altra maniera. Bisogna riconoscere che i Cattolici romani prendendo questo passo per sostenere questa loro dottrina riescono a fare dire alla Scrittura quello che essi vogliono. Vi diciamo, o uomini, che se dal fondo del soggiorno dei morti potessero tornare sulla terra tutti quei Cattolici romani che prima di morire hanno ricevuta l’estrema unzione, essi testimo­nierebbero con grande franchezza che le parole di Giacomo non hanno per nulla il significato che gli dà la chiesa romana. E poi, lo ripeto questo, è bene che si sappia che secondo i teologi cattolici romani questo sacramento non può riceverlo qualsiasi malato, infatti il Perardi nel suo Manuale dice: ‘Il Sacramento è istituito solo per gli ammalati gravi; e che perciò un sano, anche se condannato a morte, o un ammalato che non è in istato grave, non può ricevere questo Sacramento’;[531] il che è in contrasto con le stesse parole di Giacomo (che essi prendono per sostenere questo sacramento) perché Giacomo non ha detto: ‘C’è fra voi qualcuno gravemente infermo? Chiami gli anziani...’, ma: “C’è qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa...”.[532] Perciò, può chiamare gli anziani della Chiesa, affinché essi preghino su lui ungendolo d’olio nel nome del Signore, anche chi ha la febbre, un male di gola, un male di denti, per citare solo alcune delle infermità non gravi. Come potete vedere i Cattolici per sostenere mediante la Scrittura il loro errato dogma dell’estrema unzione cadono in aperta contraddizione con la Scrittura stessa che non menziona nessuna estrema unzione ma solo l’unzione dell’olio per tutti gli ammalati.

Ora, per farvi comprendere come all’impenitente peccatore malato che versa in fine di vita l’estrema unzione non gli può conferire nessun sollievo e non può rimettergli i suoi peccati, vi ricordo queste parole di Elihu: “Se gli uomini son talora stretti da catene se son presi nei legami dell’afflizione, Dio fa lor conoscere la loro condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti; egli apre così i loro orecchi ai suoi ammoni­menti, e li esorta ad abbandonare il male. Se l’ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia; ma, se non l’ascoltano, periscono trafitti dai suoi dardi, muoiono per mancanza d’intendimento... così muoiono nel fior degli anni, e la lor vita finisce come quella dei dissoluti”.[533] Quindi, il peccatore che si trova malato gravemente ed é vicino alla fossa può essere guarito da Dio ed ottenere la remissione dei suoi peccati, o solamente la remissione dei pecca­ti, solo se lui si ravvede dei suoi peccati e si umilia davanti a Dio; nel caso contrario, cioè se lui non si sottomette a Dio, non può ottenere né guarigione e neppure remissione dei suoi peccati, ma perirà trafitto dai dardi di Dio. Sì, perché noi crediamo che Dio punisce i peccatori impenitenti facendoli morire anche nel fiore dei loro anni. Se essi non implorano Dio nella loro di­stretta, né l’estrema unzione e neppure qualche altro rito potrà scamparli dalla fossa, e più ancora dalle fiamme eterne: se fosse così come dicono i teologi cattolici romani che il peccatore ottiene la remissione dei suoi peccati prima di morire allora la Scrittura sarebbe annullata, perché al peccatore non sarebbe imposto né di ravvedersi e neppure di credere per essere perdona­to, ma solo di essere unto con dell’olio ‘santo’ nel nome di Gesù.

E poi, noi diciamo, come mai quantunque l’estrema unzione pretenda di rimettere sia i peccati veniali che quelli mortali, chi muore ricevendola deve pur sempre andarsene in purgatorio ad espiare le sue colpe? Non è forse questa la prova che essa non ha il potere che gli attribuiscono i papisti? Ah!.. quanti inganni la chiesa romana ha perpetrato e continua a perpetrare a danno della gente che ignora la verità. In verità, oggi, come allora, vi é una classe di guide cieche a capo di questa organizzazione mondiale (papa, cardinali, vescovi, preti, ecc.) che si può paragonare a quella che sedeva sulla cattedra di Mosè ai giorni di Gesù cioè agli scribi ed ai Farisei. Sì, il paragone è appropriato perché come gli scribi ed i Farisei serra­vano il regno dei cieli davanti alla gente, così anche costoro impediscono ai loro seguaci di entrare nel Regno di Dio.

E poi costoro dicono che Gesù diede le chiavi del regno dei cieli a Pietro, volendo fare capire, che si entra nel regno dei cieli passando da loro perché loro hanno il successore di Pietro con le chiavi del regno dei cieli! Ma noi vi diciamo che né costui e né coloro che sono sotto la sua scia hanno le chiavi del regno dei cieli nelle loro mani; essi hanno il nome di guide, ma nella realtà invece di guidare le persone le traviano perché distruggo­no il sentiero retto per il quale le persone devono passare per essere salvate dai loro peccati. Sono delle guide cieche come lo erano gli scribi e i Farisei al tempo di Gesù, guide cieche che conducono altri ciechi in perdizione. Oggi ancora, a noi che abbiamo conosciuto la verità viene detto dalla Scrittura: “Salvateli, strappandoli dal fuoco”.[534]

Sì, fratel­li, avvertiamo i Cattolici romani annunziandogli il ravvedimento e la remissione dei peccati nel nome del Signore Gesù, pregando Dio affinché dia loro il ravvedimento per ottenere la vita e scampare così alle fiamme del fuoco eterno.

Noi accettiamo l’unzione dell’olio così come ci è insegnata dalla Scrittura

 

Noi crediamo nell’unzione dell’olio ammi­nistrata ai malati che ne fanno richiesta, e crediamo che ungen­doli d’olio nel nome di Cristo Gesù e pregando su loro nel suo nome, essi vengono guariti dalla loro infermità. Innanzi tutto questa unzione va amministrata da parte degli anziani a tutti i malati che ne fanno richiesta; questo significa che non è solo il malato in grave condizioni o in fin di vita ad avere il dovere di chiamare gli anziani della Chiesa, ma qualsia­si malato, anche chi ha un semplice mal di testa, per fare un esempio. Per ciò che riguarda l’olio che si usa nell’amministrare l’unzio­ne agli infermi esso è semplice olio d’oliva, che noi non chia­miamo santo perché la Scrittura non ci autorizza a chiamarlo in questa maniera, e non è stato portato ad essere benedetto da nessun ministro di Dio perché di tale benedizione da dare all’olio dell’unzione dei malati la Scrittura non ne parla. L’olio rappresenta lo Spirito Santo e in esso non c’è nessun potere di guarire l’infermo, infatti non è l’olio che guarisce l’infermo ma il Signore (come non c’è nell’acqua nella quale viene immerso il credente al battesimo il potere di cancellare i peccati).

A conferma di ciò ricordiamo che è scritto che è la preghiera della fede che salverà il malato, ossia la preghiera fatta con fede dagli anziani a Dio; e che è il Signore che lo ristabilirà. Ricordiamo a tale proposito che affinché la guarigione possa verificarsi è necessaria anche la fede del malato; il malato non deve punto dubitare per ricevere la guarigione divina. Diciamo questo perché talvolta si dimentica che non devono credere solo gli anziani che pregano sull’infermo, ma anche l’infermo stesso. Per questo si deve aspettare che sia l’infermo a chiamare gli anziani, e non viceversa; perché è solo quando l’infermo di sua spontanea volontà chiede agli anziani che si preghi su lui che si vede una sicura manifestazione di fede da parte sua. Anche le parole: “E s’egli ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi”,[535] sono vere perché oltre alla malattia il Signore fa scomparire dall’infermo anche quei peccati che possono essere la causa della malattia; ma esse, lo ripeto, sono indirizzate a dei credenti e non a degli increduli.

E poi occorre dire che non è l’unzione che rimette i peccati, ma il Signore; e che questa remissione dei peccati è sempre legata al pentimento e alla confessione dei peccati dell’ammalato perché è scritto: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetter­ci i peccati e purificarci da ogni iniquità”.[536] Vogliamo dire con questo che il credente malato che chiede agli anziani di ungerlo d’olio, se ha commesso dei peccati, deve accostarsi a Dio con un cuore pentito per i suoi peccati per ottenere la remissione di essi, altrimenti quei peccati gli saranno ritenuti anziché rimes­si.

Abbiamo fatto questo discorso per fare capire che l’unzione degli infermi non è un atto che possiede in sé il potere di guarire e di rimettere i peccati, ed è legato, affinché porti i frutti spiegati da Giacomo, alla fede del malato, degli anzia­ni, e ad un sincero pentimento del malato se questi ha peccato. Nel caso poi un credente si trovi sul letto di infermità e Dio ha deciso di prenderlo con sé in gloria perché è giunta la sua ora, egli per certo sarà consolato dal Signore perché Egli è “l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizio­ne”;[537] sarà sempre il Signore che gli darà la forza per sopportare le sofferenze e lo guarderà dal maligno secondo che è scritto: “Ma il Signore è fedele, ed egli vi renderà saldi e vi guarderà dal maligno”.[538] Per certo un credente non si appoggia sull’unzione dell’olio per affrontare le ultime ore della sua vita e resistere al diavolo, ma egli si appoggerà sulla sua fede sapendo che è solo mediante lo scudo della fede che egli potrà spegnere tutti i dardi infuocati del diavolo.[539]

Per concludere; noi accettiamo l’unzione dell’olio ordinata dall’apostolo Giacomo, ma non come ordinamento istituito da Cristo perché la Scrittura non ci conferma che Cristo abbia detto di farla per ricordare o per significare qualche cosa già avvenuta (a differenza del battesimo e della santa cena); se dovessimo accettarla come ordinamento istituito da Cristo solo perché Giacomo ne parla, dovremmo pure accettare come sacramenti anche il pregare e il salmeggiare perché poco prima lo stesso Giacomo dice: “C’è fra voi qual­cuno che soffre? Preghi. C’è qualcuno d’animo lieto? Sal­meggi”.[540]

L’ORDINE

La dottrina dei teologi papisti

 

L’ordine è il sacramento con cui il prete riceve la potestà di ministrare l’eucarestia e di rimettere i peccati. Il prete che lo riceve non può sposarsi. Ci sono otto ordini nella Chiesa; quattro minori e quattro maggiori. Poi ci sono i cardinali, ed infine il papa; questa è la gerarchia ecclesiastica istituita da Cristo nella sua Chiesa.

L’Ordine è il Sacramento che dà la potestà di compiere le azioni sacre riguardanti l’Eucarestia e la salute delle anime, e imprime il carattere di ministri di Dio’.[541] Il significato di queste parole è che questo sacramento conferisce, a chi lo riceve, la potestà di ‘celebrare la S. Messa, di rimettere i pecca­ti, ecc.’.[542] ‘Ministro dell’Ordine è il Vescovo, che dà lo Spirito Santo e la potestà sacra coll’imporre le mani e consegnare gli oggetti sacri propri dell’Ordine, dicendo le parole della forma prescritta’;[543] ‘Amministrando l’Ordine, il Vescovo impone le mani all’ordinando per esprimere che diviene cosa di Dio, e gli consegna gli oggetti sacri propri dell’Ordine, che pel prete sono il calice col vino e la patena coll’ostia, dicendo le parole della forma prescritta che pel prete sono: ‘Ricevi la potestà di offrire a Dio il Sacrificio pei vivi e pei morti.. Ricevi lo Spirito Santo; saranno perdonati i peccati a chi tu li perdonerai; e saranno ritenuti a chi tu li riterrai’.[544]Per sostenere il sacramento dell’ordine Bartmann afferma questo: ‘Cristo ha trasmesso agli Apostoli il potere di offrire il sacri­ficio e di perdonare i peccati e gli Apostoli l’hanno esercitato subito fin dall’inizio. Tuttavia non si può dimostrare che Cristo si sia servito di un rito esteriore per trasmettere tali poteri. Ciò d’altra parte non era necessario, perché Cristo non è legato ai suoi sacramenti; egli poteva produrne l’effetto con un sempli­ce atto di volontà. Ha però prescritto un rito per questa tra­smissione ai discepoli; lo prova il fatto che essi hanno subito adoperato tale rito - la preghiera e l’imposizione delle mani - il cui effetto era la comunicazione della grazia’,[545] e poi cita gli esempi dei sette diaconi i quali furono presentati agli apostoli i quali dopo avere pregato imposero loro le mani, l’esempio di Barnaba e Saulo ad Antiochia che ricevettero l’imposizione delle mani, degli anziani fatti eleggere da Paolo e Barnaba, dopo avere pregato e digiunato, al ritorno del loro viaggio missionario, e quello di Timoteo che aveva ricevuto il dono di Dio per l’imposi­zione delle mani di Paolo, e un dono quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani.

Anche qui il concilio tridentino ha lanciato i suoi anatemi contro chi non accetta questo rito; tre di questi dicono: ‘Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati (....) sia anatema’,[546] ‘Se qualcuno dirà che l’ordine, cioè la sacra ordinazione, non è un sacramento in senso vero e proprio, istituito da Cristo signore (...) sia anatema’,[547] ‘Se qualcuno dirà che con la sacra ordinazione non viene dato lo Spirito santo, e che quindi, inutilmente il vescovo dice: Ricevi lo Spirito santo, o che con essa non si imprime il carattere o che chi sia stato una volta sacerdote possa di nuovo diventare laico, sia anatema’.[548] Quindi, per riassumere, i vescovi cattolici in virtù della suc­cessione apostolica, sono i successori degli apostoli, ed hanno quindi l’autorità di ordinare dei preti e dei diaconi e così via, e la loro ordinazione conferisce il carattere indelebile di ministro di Dio.

Ai preti e ai diaconi è imposto il celibato. Vediamo innanzi tutto come il celibato forzoso è stato introdotto nella Chiesa e poi qual’è la dottrina vigente sul celibato nella chiesa romana. Nella Chiesa primitiva non era affatto imposto il celibato né ai vescovi e neppure ai diaconi; anzi bisogna dire che uno dei requisiti che dovevano avere coloro che volevano essere assunti in questi uffici sacri era appunto quello di essere mariti di una sola moglie e di governare bene la propria famiglia. Ma pian piano in mezzo alla Chiesa facendosi strada la dottrina che la cena del Signore era pure il rinnovamento del sacrificio di Cristo, e che i presbiteri quando celebravano l’eucaristia offrivano a Dio la vittima immolata (il corpo di Cristo) per i loro stessi pecca­ti e per quelli del popolo, si fece strada anche l’idea che i presbiteri sposati prima di celebrare l’eucarestia dovevano astenersi dai rapporti coniugali con le loro mogli per presentar­si puri all’eucaristia. Questa idea era sostenuta mediante l’esempio dei sacerdoti leviti sotto l’Antico Testamento, i quali, secondo la legge di Mosè, non potevano accostarsi alle cose sante in stato d’impurità, pena la morte, secondo che è scritto: “Qualunque uomo della vostra stirpe che nelle vostre future generazioni, trovandosi in stato d’impurità, s’accosterà alle cose sante che i figliuoli d’Israele consacrano all’Eterno, sarà sterminato dal mio cospetto”,[549] perché così facendo avrebbero profanato le cose sante. Essi dopo avere avuto rapporti coniugali con le loro mogli (e quindi dopo essersi resi impuri) potevano mangiare delle cose sante solo dopo essersi lavati nell’acqua, e dopo il tramonto del sole secondo che è scritto: “La persona che avrà avuto di tali contatti sarà impura fino alla sera, e non mange­rà delle cose sante prima d’essersi lavato il corpo nell’acqua; dopo il tramonto del sole sarà pura, e potrà poi mangiare delle cose sante, perché sono il suo pane”.[550] E’ chiaro che quando l’eucaristia cominciò ad essere celebrata dai preti ogni giorno si finì coll’imporre l’astensione totale dai rapporti carnali con le mogli a coloro che erano già sposati. Questo risulta dai seguenti canoni del concilio di Elvira (= Granada) del 306: ‘Ai vescovi, ai preti e ai diaconi che vengono trovati colpevoli di incontinenza durante il periodo del loro ministerio non si deve nemmeno permettere di ricevere la comunio­ne prima della morte, dato lo scandalo di una colpa così palese’;[551] ‘I vescovi, i preti e in generale tutti i chierici che devono compiere un servizio all’altare devono astenersi dai rapporti coniugali con le loro mogli e non è loro permesso generare dei figli. Se contravvengono a quanto detto essi perdono il diritto alla loro posizione gerarchica’.[552] Tutto ciò portò di conseguenza a questo; che coloro che erano sposati venivano ammessi all’ordinazione con il consenso della moglie che si distaccava dal marito, e che si cominciarono a cercare giovani disposti a farsi sacerdoti rimanendo celibi. Gregorio VII impose il celibato nel sinodo Romano del 1073. La legge del celibato fu ripetuta dal concilio Lateranense I del 1123 in questi termini: ‘Noi interdiciamo assolutamente ai preti, ai diaconi, ai suddiaconi e ai monaci di avere delle concubine o di contrarre matrimonio...’,[553] e confermata poi dal Lateranense II nell’anno 1139. Questi concili dichiararono nulli i matrimoni contratti dai chierici in sacris, creando così il cosiddetto impedimento dirimente dell’ordine sacro. Anche il concilio di Trento (1545-1563) ha confermato ulterior­mente il celibato forzoso; e lo ha fatto lanciando il seguente anatema: ‘Se qualcuno dirà che i chierici costituiti negli ordini sacri o i religiosi che hanno emesso solennemente il voto di castità, possono contrarre matrimonio, e che questo, una volta contratto, sia valido, non ostante la legge ecclesiastica o il voto, e che sostenere l’opposto non sia altro che condannare il matrimonio; e che tutti quelli che sentono di non avere il dono della castità (anche se ne hanno fatto il voto) possono contrarre matrimonio, sia anatema. Dio, infatti, non nega questo dono a chi lo prega con retta intenzione e non permette che noi siamo tenta­ti al di sopra di quello che possiamo’.[554] L’imposizione del celibato ai chierici è stata confermata da Paolo VI nell’enciclica Sacerdotalis coelibatus del Giugno 1967, e dopo di lui anche da Giovanni Paolo II nelle sue cateche­si alle udienze generali. La dottrina cattolica sul celibato dei preti e dei diaconi è esposta dal Codice di diritto canonico in questi termini: ‘Il promuovendo al diaconato permanente, che non sia sposato, e così pure il promuovendo al presbiterato, non siano ammessi all’ordine del diaconato se non hanno assunto, mediante il rito prescritto pubblicamente davanti a Dio e alla Chiesa, l’obbligo del celibato oppure non hanno emesso i voti perpetui in un isti­tuto religioso’;[555] ‘I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò, sono vincolati al celibato, ché è un dono particolare di Dio...’.[556] Quindi riassumendo, il matrimonio, nella chiesa cattolica di rito latino, dopo l’ordinazione è vietato contrarlo sia ai preti che ai diaconi. Nelle chiese di rito orientale, invece, c’è una differenza infatti, pur rimanendo l’obbligo per i preti e i diaconi celibi di non sposarsi dopo la loro ordinazione; in esse ha valore il matrimo­nio contratto sia dai preti che dai diaconi prima della loro ordinazione. Quando però un prete sposato diventa vescovo allora il matrimonio deve terminare e la moglie entrare in convento.

Secondo il catechismo cattolico nella Chiesa c’é una gerarchia ecclesiastica costituita da tutti i gradi dei sacri ministri tra loro debitamente subordinati sino al supremo che è il papa.[557] Essi dicono che come in uno Stato vi sono diversi gradi di autorità così anche nella Chiesa vi sono vari gradi che sono uno subordi­nato all’altro. Vediamo ora quali sono questi gradi gerarchici secondo la teolo­gia romana:

1) Gli ordini minori:

a) ostiariato,

b) lettorato,

c) esorcistato

d) accolitato.

Si dicono minori perché inferiori e perché dispongono più remota­mente al sacerdozio; i loro uffici sono ora in gran parte eserci­tati da sacrestani e dai chierichetti.

2) Gli ordini maggiori: Il suddiaconato e il diaconato che prepa­rano prossimamente al sacerdozio, il presbiterato e l’episcopato.

a) Il suddiacono si vincola alla chiesa coll’obbligo che assume di recitare il divino ufficio e..canta l’epistola nella messa solen­ne.

b) Il diacono riceve il potere di assistere immediatamente il sacerdote che offre il santo sacrificio, di predicare, comunica­re, e nella messa solenne canta il vangelo, ecc. Secondo il Codice di diritto canonico può aspirare al diaconato permanente anche un uomo sposato, ma solo dopo avere compiuto i 35 anni di età e con il consenso della moglie.[558]

c) Il presbiterato o sacerdozio, che dà le due facoltà essenziali; consacrare l’eucarestia e rimettere i peccati. I sacerdoti vengo­no consacrati dal vescovo.

d) L’episcopato o vescovato, che è la pienezza del sacerdozio, che dà la potestà di conferire gli ordini sacri, di consacrare il crisma e l’olio dell’estrema unzione, di ammaestrare e governare. ‘Per l’ordinazione legittima di un vescovo, oggi è richiesto un intervento speciale del Vescovo di Roma, per il fatto che egli è il supremo vincolo visibile della comunione delle Chiese partico­lari nell’unica Chiesa e il garante della loro libertà’.[559] Ogni 5 anni il vescovo diocesano deve presentare al papa una relazione sullo stato della diocesi.

Questi qua sopra sono gli otto ordini; occorre dire però che i primi quattro ordini assieme al suddiaconato non sono riconosciu­ti dalla maggiore parte dei teologi cattolici romani come ordini sacramentali. Difat­ti, ‘nella loro amministrazione manca l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito Santo in una preghiera sacramentale’,[560] e ‘sono stati e sono ancora conferiti, in forza di una delegazio­ne papale, da ministri non vescovi’.[561]

Questi sono i gradi gerarchici fino al vescovo. E per chi non li riconosce il concilio tridentino ha detto: ‘Se qualcuno dice che nella chiesa cattolica non vi è una gerarchia istituita per disposizione divina, e formata di vescovi, sacerdoti e ministri, sia anatema’.[562]

Dato che siamo in tema di gerarchia ricordiamo anche che oltre a costoro vi sono pure i cardinali che sono creati dal papa, i quali sono i suoi più alti collaboratori e suoi consi­glieri. Il loro numero era stato fissato da Sisto V a settanta, ma Paolo VI lo ha ampliato portandolo a oltre cento. Il papa viene scelto appunto tra il numero dei cardinali[563] e dai cardinali stessi (riuniti in conclave; termine che deriva dal latino cum clave che significa ‘chiuso a chiave’ e designa l’ambiente chiuso in cui si riuniscono i cardinali per l’elezione del nuovo papa)[564] perché il Codice di diritto canonico dice: ‘I Cardinali di Santa Romana Chiesa costituiscono un Collegio peculiare cui spetta provvedere all’elezione del Romano Pontefice, a norma del diritto peculiare..’.[565] Ed infine vi è il papa, che è il grado più alto della gerarchia.

Ecco quali sono i gradi gerarchici esistenti in seno alla chiesa romana!

Confutazione

Spiegazione delle Scritture prese a sostegno del sacramento dell’ordine

 

La sacra Scrittura insegna che Gesù fra tutti i suoi discepoli elesse dodici apostoli; è scritto infatti: “E quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli, e ne elesse dodici, ai quali dette anche il nome di apostoli”.[566] Quando poi Giuda Iscariot abbandonò il suo ufficio per andarsene al suo luogo, dopo che Gesù fu assunto in cielo, al suo posto ne fu scelto un altro; la sorte cadde su Mattia che fu così associato agli undici. Ma non è che di apostoli esistessero solo quei dodici, perché Dio ne costituì degli altri nella sua Chiesa; come per esempio Paolo e Barnaba,[567] Sila e Timoteo,[568] Andronico e Giunio.[569]

E’ bene precisare però che gli apostoli, sia quelli che furono costituiti mentre Cristo era sulla terra che quelli costituiti da Dio dopo l’assun­zione di Gesù in cielo, non ricevettero mai da Cristo né la pote­stà di offrire il sacrificio della messa e neppure la potestà di rimettere i peccati agli uomini (così come la intende la teologia romana).[570] Gli apostoli che Cristo scelse furono mandati a predicare l’Evangelo, a cacciare i demoni, a guarire gli infermi; e non per offrire il sacrificio della messa o a rimettere i peccati. Anche gli apostoli, che non erano nel novero dei dodici, cioè Paolo, Barnaba ed altri non ricevettero la pote­stà di offrire la messa o di rimettere i peccati; per quanto riguarda Paolo e Barnaba, furono mandati a predicare con l’auto­rità di guarire gli infermi, ma non a rimettere i peccati o ad offrire il sacrificio della messa. E’ falso dunque quello che dice Bartmann a riguardo degli aposto­li quando dice che Cristo dette loro il potere di offrire il sacrificio e di rimettere i peccati.

Veniamo adesso all’ordinazione degli anziani che Bartmann dice essere l’ordinazione dei preti. La Scrittura ci dice che gli apostoli Paolo e Barnaba fecero eleggere degli anziani per le chiese secondo che é scritto: “E fatti eleggere per ciascuna chiesa degli anziani, dopo aver pregato e digiunato, raccomandarono i fratelli al Signore, nel quale aveano creduto”.[571] Questo è vero, ma si deve tenere presente che essi non erano dei sacerdoti, come invece dicono i Cattolici, con la potestà di celebrare la messa e di rimettere i peccati, ma semplici credenti che avevano i requisiti necessari per assumere quell’ufficio di anziano. A questo proposito, cioè a proposito dell’elezione fatta dalla Chiesa, si potrebbe citare pure l’esempio dei sette a Gerusalemme i quali non furono scelti dagli apostoli ma dalla moltitudine dei credenti infatti gli apostoli dissero: “Perciò, fratelli, cercate di trovar fra voi sette uomini, de’ quali si abbia buona testi­monianza, pieni di Spirito e di sapienza, e che noi incaricheremo di quest’opera... E questo ragionamento piacque a tutta la molti­tudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.[572] Notate che fu la moltitudine che scelse i sette in base ai requisiti stabiliti dagli apostoli, mentre gli apostoli li approvarono in quella opera pregando e imponendogli le mani. Quindi, nella Chiesa primitiva gli anziani (o vescovi) e i diaco­ni venivano eletti dalla Chiesa, e poi gli apostoli pregavano su di loro imponendogli le mani per raccomandarli alla grazia del Signore. Viene fatto questo nella chiesa cattolica? No, perché i preti vengono scelti non dal popolo, ma dai vescovi e da loro ordinati. Quindi i teologi cattolici vengono smentiti dagli stessi passi della Scrittura che essi prendono per sostenere questo loro sacramento dell’ordine.

Parliamo adesso dell’imposizione delle mani fatta dai profeti e dai dottori di Antiochia su Barnaba e Saulo dopo che parlò loro lo Spirito Santo. E’ scritto: “Or nella chiesa d’Antiochia v’eran dei profeti e dei dottori: Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene, Manaen, fratello di latte di Erode il tetrarca, e Saulo. E mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani, e li accomiatarono”.[573] Innanzi tutto Barnaba e Saulo erano già dei ministri di Dio perché sono annoverati tra i profeti e i dottori che c’erano ad Antiochia. Quello che va dunque detto è che in quell’occasione per mezzo di quella rivelazione dello Spirito Santo essi furono appartati dagli altri per una particolare opera, cioè per quella opera di apostolato di cui Luca poi parla. Infatti da allora in poi sono chiamati apostoli. Lo Spirito Santo ordinò che si appar­tassero; e sempre lui li mandò perché subito dopo è scritto: “Essi dunque, mandati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia...”.[574] Gli altri ministri invece pregarono per loro e imposero loro le mani ma non perché vedevano in quel rito un sacramento che avesse in se stesso il potere di conferire un carattere indelebile di apostolo, ma solo per raccomandarli in questa maniera al Signore per l’opera alla quale erano stati consacrati da Dio stesso. Vogliamo dire con questo che non fu mediante quell’imposizione di mani e quella preghiera che Barnaba e Saulo ricevettero la capa­cità di adempiere il ministerio di apostolo, perché quello di apostolo fu un ministerio che essi ricevettero per rivelazione. Ed anche in questo caso non si può scorgere questo sacramento dell’ordine.

Occupiamoci adesso dell’imposizione delle mani ricevuta da Timo­teo. E’ scritto: “Non trascurare il dono che è in te, il quale ti fu dato per profezia quando ti furono imposte le mani dal colle­gio degli anziani”,[575] ed altrove: “Per questa ragione ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per la imposizione delle mie mani”.[576] Ora, per quanto riguarda il primo dono ricevuto da Timoteo occorre dire che esso gli fu dato per profezia, quindi in seguito ad un parlare dello Spirito Santo per bocca di qualcuno; l’occa­sione fu quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani. Ma non è che quello che accadde a Timoteo escluda che si possano ricevere doni da Dio senza l’imposizione delle mani di un collegio di anziani; tanto è vero che nella Scrittura ci sono esempi di uomini che hanno ricevuto dei doni di ministerio e dello Spirito Santo senza l’imposizione delle mani di nessuno (come per esempio Samuele, Eliseo, Isaia, Ezechiele, i dodici apostoli e Paolo). Rimane il fatto però che in qualsiasi caso, cioè sia che ci sia un’imposizione delle mani o sia che non ci sia; il dono lo si riceve da Dio in maniera soprannaturale. I doni di ministerio - che ricordiamo sono quello di apostolo, profeta, evangelista, pastore e dottore - si hanno in virtù di una vocazione celeste; e non in virtù di una vocazione umana. Essi sono conferiti dal Signore a chi vuole lui e nella maniera in cui vuole lui. Per esempio nel conferire i doni di ministerio il Signore si usa alcune volte di visioni, altre volte di sogni, altre volte ancora del dono di profezia. In alcuni casi poi il Signore opera potentemente nel credente in maniera da fargli sentire interiormente mediante il suo Spirito di averlo chiamato ad adempiere un particolare ministerio confermandolo poi in quel ministerio nel corso del tempo sia facendogli vedere il suo favore e concedendo a lui o ad altri delle rivelazioni a tale riguardo. Sia chiaro, comunque, che in qualsiasi maniera avvenga il conferimento di un ministero, sarà manifesto a tutti che quel credente ha ricevuto quel particolare ministerio perché Dio è con lui in quello che fa. Per quanto riguarda i doni dello Spirito Santo - che sono dono di parola di sapienza, di parola di conoscenza, di fede, doni di guarigioni, potenza d’operare miracoli, profezia, il discernimento degli spiriti, diversità delle lingue, interpretazione delle lingue - sono distribuiti dallo Spirito Santo a ciascuno in particolare come Egli vuole. Può avvenire anche in questo caso sia con l’imposizione delle mani (come avvenne ad Efeso a quei circa dodici discepoli) sia senza in virtù di una rivelazione di Dio o di una visitazione improvvisa da parte di Dio. Spiego questa ultima manifestazione; può succedere per esempio che mentre uno prega, all’improvviso lo Spirito Santo lo investe e lo fa cominciare a parlare in diverse lingue (mentre prima poteva pregare solo in una altra lingua), o a profetizzare, o gli comincia a fare vedere delle cose in visione che avverranno o che sono avvenute, o degli spiriti maligni che tormentano taluni. O si mette a pregare sugli ammalati spinto dalla potenza di Dio ed essi guariscono. Questo quando non c’è l’imposizione delle mani di nessuno e la distribuzione del dono o dei doni non è da Dio preannunziata né tramite visione né tramite un sogno.

Per quanto riguarda il dono di Dio che Timoteo ricevette in seguito all’imposizione delle mani di Paolo, crediamo che esso si tratti dello Spirito Santo. Paolo aveva infatti il dono di impor­re le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo; abbiamo un esempio nel caso di quei circa dodici discepoli di Efeso su cui scese lo Spirito Santo dopo che lui gli impose le mani.[577] Anche in questo caso però non si vede nessun sacramento dell’ordine, come invece lo vedono i teologi cattolici. Non ci meravigliamo comunque che essi in questi passi qua sopra citati ci vedano il sacramento dell’ordine quando esso non c’è: di cose che non esistono ne vedono tante nella Bibbia!

I preti non possono essere i presbiteri di cui parla la Scrittura

 

Ma torniamo al cosiddetto presbiterato cattolico; i teologi papisti asseriscono che i preti sono dei presbiteri del Signore costituiti per pascere la Chiesa come lo erano anche coloro che furono fatti costituire dagli apostoli Paolo e Barnaba, ma questo non può corrispondere al vero innanzi tutto perché i preti sono delle persone morte nei loro falli mentre gli anziani fatti eleg­gere dagli apostoli erano dei credenti. Parlare con loro infatti o parlare con le prostitute o gli omicidi è la stessa cosa; perduti sono loro e perduti gli altri. Hanno dunque bisogno anche loro di nascere di nuovo. E che sia così lo confermano tutti quei nostri fratelli che prima di convertirsi erano dei preti; le loro testimonianze sono chiare a riguardo; ‘Ero perduto’, ‘Fossi morto da prete sarei andato diritto diritto all’inferno’, ‘Ero nel buio e nelle tenebre’ e così via. Potremmo fermarci qui nella nostra confutazione ma vogliamo proseguire al fine di dimostrare ulteriormente - se mai ce ne fosse il bisogno - quanto falsa sia l’affermazione che li defini­sce dei presbiteri. Gli anziani (presbiteri) che gli apostoli facevano eleggere per ciascuna Chiesa avevano delle caratteristiche che i preti non hanno. Gli anziani (o vescovi) secondo quello che dice Paolo, per essere costituiti sulla Chiesa dovevano essere irreprensibi­li, e tra le altre cose mariti di una sola moglie, dovevano governare bene le loro famiglie, ed oltre a ciò dovevano essere santi, giusti, ed attaccati alla fedel Parola. E queste erano le caratteristiche di quei vescovi fatti eleggere dagli apostoli nelle Chiese. Come possono quindi i teologi papisti affermare che i sacerdoti della chiesa romana sono i presbiteri che sono stati costituiti dal Signore nella sua Chiesa quando essi non sono né sposati, né santi né giusti e neppure attaccati alla Parola di Dio? Infatti sono forzatamente celibi (con le sue nefaste conse­guenze), schiavi dei vizi e attaccati alla tradizione anziché alla Parola di Dio, come lo erano i Farisei e gli scribi del tempo di Gesù alla tradizione giudaica. Qualcuno dirà: ‘Ma guarda che oggi i preti parlano di più della Bibbia’. Sarà vero forse che alcuni di loro leggono di più la Bibbia, ma rimane il fatto che essi insegnano ancora oggi che la salvezza si ottiene compiendo opere buone, perché incoraggiano a guadagnarsi il paradiso come ci si guadagna il pane quotidiano; insegnano che i peccati sono cancel­lati dal battesimo, incoraggiano a pregare ed adorare Maria e i santi ed a prostrarsi davanti alle loro statue; essi pretendono di assolvere il peccatore che va da loro a confessargli i suoi peccati cosiddetti mortali perché credono di essere i rappresen­tati di Dio sulla terra; pretendono, quando fanno la messa, di ripetere il sacrificio di Cristo sulla croce; per citare solo alcune delle cose storte principali che dicono e fanno. Non basta forse tutto questo per comprendere che tra i preti papisti e i presbiteri fatti eleggere dagli apostoli c’è la differenza che passa tra il nero e il bianco?

I preti, quantunque siano chiamati sacerdoti, non sono dei veri sacerdoti cioè i sacerdoti di cui parla il Nuovo Testamento perché non sono ancora nati di nuovo e anche ciò lo dimostriamo mediante la Scrittura. Pietro scrisse ai fedeli rinati mediante la fede nella risurrezione di Cristo: “Ma voi siete una genera­zione eletta, un real sacerdozio... come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo”;[578] e vi ricordo che tra coloro a cui Pietro scrisse queste parole vi erano pure le donne perché più avanti rivolge una esortazione alle mogli secondo che è scritto: “Mogli, siate soggette ai vostri mariti...”,[579] gli anziani, ossia i vescovi, che erano stati preposti dal Signore a pascere le sue pecore secondo che egli dice: “Io esorto dunque gli anziani che sono fra voi....”,[580] e i giovani secondo che è scritto: “Voi più giovani, siate soggetti agli anziani...”.[581] Dalle parole di Pietro quindi deduciamo in maniera chiara che, primo, sotto la grazia per diventare sacerdoti di Dio e di Cristo bisogna solo nascere di nuovo e non fare seminari teologici per dopo essere ordinati sacerdoti da qualcuno di grado superiore; secondo, che quindi tutti i credenti, dagli anziani, o vescovi, che devono pascere il gregge di Dio, alle donne e ai giovani, sono un real sacerdozio nel cospetto di Dio. Cambiano i compiti da adempiere perché ognuno è stato collocato nel corpo di Cristo nel posto voluto da Dio, ma non la posizione spirituale nel cospetto di Dio e degli altri credenti. E’ chiaro che i credenti per essere chiamati tutti quanti sacerdoti di Dio devono avere qualcosa da offrire, altrimenti questo nome non avrebbe ragione di essere loro dato dalla Scrittura; ebbene, i sacrifici che essi devono offrire sono la preghiera, la lode, le azioni di grazie, e le opere buone. Qualcuno dirà: Nessuno deve dunque offrire la messa, neppure i presbiteri? No, nessuno deve offrire la messa, neppure gli anziani; perché essa non è un sacrificio spirituale gradito a Dio, ma solo un’impostura che porta il nome di sacrificio.

Conclusione; tra il popolo di Dio non esiste una casta sacerdota­le particolare che debba offrire a Dio la messa, perché tutti sono dei veri sacerdoti essendo stati fatti rinascere a nuova vita ed appartati per adempiere un sacerdozio spirituale. Dio, sotto il Nuovo Patto, non ha istituito nessuna casta sacerdotale privilegiata in seno alla Chiesa; questo è quello che ci insegna la Scrittura. Cristo Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Ma voi non vi fate chiamar ‘Maestro’; perché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che é nei cieli. E non vi fate chiamar guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo”;[582] facendo chiaramente capire loro che tra di loro non c’erano credenti privilegiati ed appartati che potevano farsi chiamare ‘Maestro’ o ‘Guide’ o ‘Padre’, mentre da quello che insegna il catechismo cattolico emerge chiaramente che Dio avrebbe costituito una casta sacerdotale a fare le sue veci in mezzo al suo popolo. Il che è un’eresia, un’impostura, generata dal diavolo per tenere milioni di persone incatenate ai sacramen­ti della chiesa cattolica la cui amministrazione (parlo del battesimo, della penitenza, dell’estrema unzione, ma soprattutto dell’eucarestia) è affidata ai preti, dai quali nella pratica dipende la salvezza dei loro fedeli seguaci. Quindi il sacerdozio cattolico è strettamente legato ai sacramenti, e per questo costituisce uno dei fondamenti su cui si fonda la religione cattolica romana. Se voi considerate bene il potere spirituale che i preti hanno agli occhi dei loro parrocchiani vi renderete conto il perché di questo attaccamento a loro; ma anche vi rende­rete conto il perché il prete è temuto e rispettato da tanti quasi che fosse Dio sulla terra. Attenzione però ai sofismi teologici di cui fanno uso i difensori del papismo: essi non negano che tutti i membri della chiesa siano sacerdoti, ma di­stinguono le qualità sacerdotali. Ecco le loro parole: ‘Occorre distinguere accuratamente nella partecipazione dei membri della Chiesa al sacerdozio di Cristo una duplice qualità sacerdotale: quella conferita dal carattere sacramentale dell’ordine, da una parte; quella conferita dai caratteri sacramentali del battesimo o della cresima, dall’altra..’.[583] Ciance, solo ciance; non esiste questa duplice qualità sacerdotale sotto la grazia; tutti i credenti sono sacerdoti, non esiste un ministerio sacerdotale come quello conferito dall’ordine.

Ora, per farvi comprendere come per i Cattolici i loro sacerdoti sono una vera casta sacerdotale privilegiata e separata dal popolo sottopongo alla vostra attenzione queste parole del loro catechismo: ‘La dignità del Sacerdozio è grandissima per la sua potestà sul Corpo reale di Gesù Cristo che rende presente nell’Eucarestia, e sul Corpo mistico di Lui, la Chiesa che gover­na, con la sua missione sublime di condurre gli uomini alla santità e alla vita beata (...) Qual venerazione merita dunque il Sacerdozio! Non per i meriti che il sacerdote abbia come uomo, ma perché ministro di Gesù Cristo e dispensatore dei suoi misteri. Ricordate e pensate che i più grandi favori spirituali li avete ricevuti e li ricevete per mano del sacerdote. Egli vi ha battez­zati e fatti cristiani; egli vi indirizza per la via del cielo, vi perdona quando avete peccato, vi dà Gesù stesso nella santa Comunione. Egli dovrà assistervi e confortarvi in morte, e bene­dire alla vostra salma portata al cimitero’.[584] Ecco quali sono le menzogne che vengono insegnate ai Cattolici sul conto dei loro sacerdoti! Quindi, la curia romana contorcendo con la sua abituale astuzia il significato delle Scritture ha creato nel suo seno una casta sacerdotale appartata dal popolo. Essa, come sapete, per soste­nerla prende come esempio i sacerdoti Leviti i quali erano stati appartati da Dio di mezzo al popolo d’Israele per offrire sacrifici al suo nome a pro del popolo, per offrire il profumo sull’altare e per ammaestrare gli Israeliti. Ma nei fatti i sacerdoti cattolici romani, secondo il catechismo romano, sono superiori ai sacerdoti leviti perché essi sono stati investiti ‘di tutti i poteri divini’[585] e fanno le veci di Dio sulla terra! Questa è la ragione per cui questa casta sacerdotale possiede questa alta stima in mezzo ai membri di questa organizzazione fino al punto che le persone li chiamano ‘Padre’, perché viene fatta passare come la casta sacerdotale istituita da Dio per offrire i sacrifici (le messe) per i peccati del popolo. Perardi ardisce persino dire che ‘senza prete un paese è moral­mente morto’![586] Ma i fatti dimostrano che i paesi qui in Italia anche con i preti sono moralmente e spiritualmente morti; e questo perché essi stessi sono morti spiritualmente: i loro discorsi sono discorsi vuoti che non conferiscono grazia a chi li ascolta, le loro pompose funzioni sono opere morte, vi si può odorare l’odore dell’incenso ma non l’odore della vita; vi si può odorare il fetore che emanano le loro eresie ma non il profumo della conoscenza di Dio! Andiamo alla loro vita privata: essi hanno una condotta scandalosa essendo intemperanti ed insubordi­nati, molti di loro sono infatti sodomiti, fornicatori; ed hanno un parlare fuori dal loro luogo di culto che assomiglia a quello della gente più volgare che esiste; taluni bestemmiano Dio e insultano pure Maria con ogni sorta di male parole (e poi ci vengono a dire che noi disprezziamo Maria!), e raccontano facezie scurrili; è vero che non tutti tra loro raggiungono gli stessi eccessi di dissolutezza, ma bisogna dire che comunque tutti sono schiavi dell’iniquità perché ancora non hanno ubbidito al Vange­lo. Parlando con loro ci si rende conto di come essi siano lonta­ni da Dio, senza Cristo, morti nei loro falli e nelle loro tras­gressioni; parlando con loro ci si rende conto come essi siano stati sedotti dai loro superiori. Povere anime! Devono diventare dei Cristiani ma pretendono di fare diventare gli altri dei Cristiani; sono sulla via della perdizio­ne e quelli che si lasciano guidare da loro vanno in perdizione, ma pretendono di indirizzare le anime per la via del cielo; hanno bisogno di ravvedersi e di confessare le loro iniquità al Signore e pretendono di rimettere i peccati al popolo! Sono stati sedotti e seducono, ma d’altronde l’apostolo lo dice chiaramente: “I malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti”.[587] O preti cattolici, rientrate in voi stessi; pentitevi dei vostri peccati, e invocate Cristo Gesù affinché vi cancelli tutti i vostri peccati, e troverete riposo alle anime vostre. E uscitevene subito dalla chiesa cattolica romana per non essere partecipi dei suoi peccati.

La testimonianza di un ex-prete

 

Ecco come il fratello Fumagalli che ha fatto il prete cattolico per diversi anni, e quindi aveva ricevuto l’ordinazione da parte del vescovo in base al sacramento dell’ordine, parla del suo passato nella chiesa cattolica e cosa dice a proposito della maniera in cui ha conosciuto il Signore.[588]

Il Signore ‘ha operato una grande, una grande cosa nella mia vita, mi ha salvato, mi ha fatto un suo figlio, e mi ha riempito la vita, il mio cuore di gioia, di pace, quello che non avevo mai avuto nella mia vita. Io ho fatto il prete cattolico per quindici anni, quindi ho imparato, ho studiato tutte le dottrine cattoliche, non solo, ma poi da prete ero stato mandato in seminario per due anni, io ho fatto professore di seminario per cinque anni, ho fatto direttore spirituale di seminario per due anni, ho aperto un collegio teologico a Londra, ma la mia vita era nel buio e nelle tenebre e brancolavo nel buio. Ricordo che dopo essere stato ordinato prete avevo guardato quei libri sui quali avevo studiato per lunghi anni, tutti libri, grossi libri, scritti in latino di teologia, di dogmatica, di morale e sentivo come dentro di me una voce che mi diceva: ‘Ma non ti rendi conto che tante cose che sono scritte in quei libri non possono essere vere?’ Il Signore stava già parlando al mio cuore anche se ero cieco, anche se ero stato indottrinato in tante cose che non avevano niente a che fare con la verità della Parola di Dio. E ricordo che presi tutti quei libri e li andai a buttare nella carta straccia. Però c’era in me un vuoto, la verità non la conoscevo. Avevo la Bibbia ma ero cieco e non la potevo intendere; non la potevo intendere perché mi era stato insegnato che per intendere la Bibbia dovevo fondarmi sul magistero della chiesa cattolica. Ora, la Bibbia è l’unico libro al mondo che non si può avvicinare con la ragione, con l’intelletto e meno che meno con la filosofia e la teologia. La Bibbia è l’unico libro che ha come autore suo lo Spirito Santo, Dio stesso, gloria a Gesù. Ora, la Bibbia dice anche che l’unico modo per intenderlo si può solo fare questo quando lo Spirito di Dio apre la mente a intendere queste cose. Gloria al Signore. Ora, ricordo che dopo avere qui in Italia passato sette anni come professore di seminario, come direttore di seminario chiesi ai miei superiori di mandarmi in Africa nelle missioni. Credevo forse di trovarmi più realizzato in terra di missione, lavorando in un ambiente totalmente estraneo, diverso da quello qui in Italia. Ma i miei superiori mi proposero di andare negli Stati Uniti per altri studi. Io accettai la proposta, e così, dopo avere passato alcuni mesi in Inghilterra, Londra, dove ero stato mandato per aprire un collegio teologico, varcai l’oceano nel gennaio del 1969, e nel settembre dello stesso anno, sempre come prete, iniziai a studiare all’università statale di New York, a Buffalo. Iniziai a studiare antropologia, una disciplina complessa che studia l’uomo dalle sue origini fino ai problemi di maggiore attualità del giorno d’oggi. E così iniziai a studiare anche l’uomo come è presentato dalla cosiddetta scienza, che l’uomo deriva dalla scimmia, è evoluto dalla scimmia e da forme ancora inferiori a questa. Ora, come prete cattolico, io non avevo nessun problema di coscienza a studiare queste cose perché la dottrina cattolica dice questo, nella enciclica Humani Generis di Pio XII scritta nel 1950, che noi possiamo accettare, cioè la chiesa cattolica, che l’uomo è venuto da forme inferiori; per cui anche se avevo delle riserve nella mia mente mi trovai un giorno a credere l’evoluzione in modo completo. Non solo, ma arrivai anche ad insegnarla all’università. Io credevo, siccome mi ero reso conto di non avere trovato la risposta a tanti problemi nella mia mente nella dottrina cattolica, credevo di trovarla nella scienza, studiando, ricercando, investigando, ma mi rendevo conto che quanto più ricercavo, quanto più la verità si allontanava da me, quanto più mi vedevo come sprofondare in un pantano o nelle sabbie mobili, non avevo alcun posto in cui mettere i miei piedi al sicuro. E siccome non trovavo niente che mi appagasse, allora iniziai a ricercare e a studiare anche nell’occulto, nella parapsicologia, in altre religioni, nelle religioni orientali, studiare e investigare sugli ufo, praticavo yoga, leggevo e mi interessavo di astrologia, tutte queste cose, e non sapevo che tutti questi campi sono campi che appartengono a Satana. Ero cieco, non conoscevo la Parola di Dio; strano, ho fatto il prete quindici anni ma non conoscevo la Parola di Dio. Per cui non potevo ovviamente né insegnarla e meno che meno praticarla. Per cui continuai a ricercare; poi andai in Africa. In Africa sarei dovuto andare per compiere una ricerca. Però prima di andare in Africa, ricordo che passai da Roma e richiesi ai miei superiori di darmi un po’ di tempo libero per riflettere, per decidere sul futuro della mia vita, perché onestamente non mi sentivo più di fare il prete. Mi ero reso conto che troppe cose non potevano essere vere, erano storte, nella chiesa cattolica, ma i miei superiori mi invitarono a tramandare la mia decisione ultima, a riflettere di nuovo. In questo stato d’animo andai in Africa, in Kenya, e qui mi fermai per diciassette mesi. Compii questa ricerca in mezzo ad una popolazione di pastori nomadi nel Kenya settentrionale, e credo proprio che il Signore mi dava l’opportunità in questo ambiente, un ambiente al di fuori di tutte le pressioni nelle quali ero vissuto fino allora, perché di lavoro me ne facevano fare, e quanto più ne facevo, quanto più me ne davano da fare. Ma non avevo tempo neppure per riflettere alle cose più importanti, diciamo che riguardavano la mia vita. E qui ricordo, alla sera, anche se lavorai seriamente per questa ricerca, avevo tempo, tempo per riflettere, per pensare, soprattutto per dare ascolto a tutte quelle onde tumultuose della mia anima che affioravano e che mi facevano vedere che la mia vita era un vita da ipocrita, una vita da disonesto, perché oramai avevo visto, avevo realizzato, mi ero reso conto che troppe cose nella chiesa cattolica erano storte e io ero ancora dentro. Per cui riconobbi e mi resi conto che potevo fare un unica scelta onesta, ed era quella di lasciare la chiesa cattolica, di lasciare di fare il prete, sapevo che mi sarei messo contro i miei superiori, i miei colleghi, i miei parenti, i miei amici, un po’ tutti, ma onestamente a questo punto più non mi interessava e decisi; decisi che me ne sarei andato. E a questo punto accadde una cosa strana, ma meravigliosa nella mia vita. Fino ad allora, da quando ero entrato in seminario, m’avevano detto: ‘Se tu lasci la chiesa cattolica, se tu non diventi prete, mi dicevano allora, Dio non può che maledire la tua vita. Certo, questo è un modo molto... è ... io ero entrato in seminario a nove anni, sono cose tristi, ma la verità bisogna dirla perché oggi troppe ipocrisie sono predicate un po’ da tutti i pulpiti e anche dai mezzi, diciamo, i mass media. Ma la verità è l’unica che può liberare l’uomo, e la verità è una persona, è Gesù Cristo, gloria al suo santo nome, alleluia. Ora, decisi, anche se m’avevano detto che il Signore m’avrebbe maledetto, che non sarei più potuto vivere in pace, io quando decisi di uscirmene dalla chiesa cattolica provai una pace così profonda e così grande che non avevo mai conosciuto prima. Non solo, ma mi sentii liberato in quel momento, liberato da un oppressione, da catene che gravavano sopra di me e ora intendo il significato di tutto questo. Io credo che per la prima volta in vita avevo dato ascolto alla voce di Dio che mi diceva: ‘Esci, esci da dove sei’. E avevo per la prima volta ubbidito alla voce di Dio senza guardare né a destra né a sinistra, senza guardare a quello che avrebbero potuto dire colleghi, superiori, parenti o amici, gloria al Signore, ed ero stato liberato anche in quel momento da uno dei più grandi gioghi, il giogo della religione organizzata, nel caso mio della religione cattolica romana. Terminata la mia ricerca in Africa tornai negli Stati Uniti, in America, e qui mi trovai da solo, però tutto questo non mi scoraggiava perché mi sentivo perlomeno libero da questo giogo. Mi adattai a fare un po’ di tutto, poi ottenni un posto d’insegnamento part-time all’università. E così decisi che avrei perseguito nel mondo una carriera come professore di università. Terminai i miei studi, ottenni il grado accademico più alto che danno le università americane, e credevo in questo modo di farmi una carriera nel mondo, di farmi un nome, ma grazie al Signore che egli aveva un piano molto più grande per me. Divenni agnostico, non credevo quasi più a niente, buttai a mare quasi tutto quello in cui credevo prima. Però c’era un vuoto in me, e soprattutto certi momenti, anche quando avevo cercato di trovare nei piaceri o in altro, soddisfazione, io sentivo come un vuoto, un vuoto che mi schiacciava, un vuoto che mi opprimeva (...) finché un giorno comprai un libro, un libro che è stato tradotto anche in italiano, dal titolo Addio terra, ultimo pianeta, di Hal Lindsey. Iniziai a leggere questo libro con senso molto critico, questo era all’inizio del 1979, ma poi mi dovetti fermare. Mi trovavo di fronte per la prima volta in vita a un qualche cosa che la mia ragione non poteva spiegare e cioè delle profezie che scritte 2500, 2600 anni fa si avveravano ora sotto i mie occhi e con la mia ragione non potevo spiegare queste cose. Io conoscevo dalla scienza che neppure il più grande scienziato del mondo può prevedere con certezza quello che può accadere all’indomani. Sapevo quindi che nessun uomo al mondo poteva fare questo, per cui in quel momento il Signore mi mise come con le spalle al muro, io dovetti ammettere in quel momento che la Bibbia doveva per forza di cose essere vera e che poteva venire solo da Dio. I preti non credono alla Bibbia, io non credevo alla Bibbia, perché mi avevano indottrinato a mettere la tradizione cattolica, i dogmi cattolici, le dottrine cattoliche, teoricamente, si dice, alla pari della Bibbia, ma praticamente e di fatto sono al di sopra della Bibbia. E questo lo so perché ho fatto il prete quindici anni. E’ una cosa molto triste questa. Ecco perché Satana è riuscito a tenere incatenate tante anime nelle tenebre, nella menzogna, perché la verità è vietata loro. E anche quando si accostano alla Bibbia si accostano sempre indottrinati da filosofie e dottrine umane. Ora, in quello stesso momento il Signore ebbe misericordia di me, e aprì la mia mente e toccò il mio cuore e in quel momento io mi vidi quello che ero, ero un peccatore ed ero perduto, per me non ci sarebbe, non c’era speranza di salvezza, anche se volevo fare del mio meglio per contribuire nel mondo della ricerca, dell’insegnamento e pubblicazione, a migliorare situazioni di popoli, soprattutto di popolazioni del terzo mondo. Lo Spirito Santo mi convinse di peccato, di giustizia e di giudizio, ero perduto, e c’era un’unica possibilità di salvezza per me, Gesù Cristo che era andato a morire alla croce per i miei peccati. E in quel momento intesi che dovevo fare una scelta, o gridare a Gesù o andare in perdizione. E in quel momento uscì dal mio cuore una preghiera: ‘Gesù, perdona tutti i miei peccati ed entra nel mio cuore come mio Signore e Salvatore’. E in quel momento sperimentai veramente una cosa meravigliosa, in quel momento mi sentii pulito da ogni peccato, mi sentii lavato da tutte quelle colpe, peccati che gravavano su di me, che pesavano su di me. Li avevo confessati tante volte, ma erano sempre con me; avevo fatto confessioni generali tante volte, ma quei peccati nessuno me li aveva tolti perché solo uno può togliere i nostri peccati, è Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, gloria al suo santo nome, Alleluia Gesù, alleluia. E in quel momento io mi sentii nascere di nuovo. In me entrò una gioia così grande che dovetti inginocchiarmi e piangendo di gioia, veramente assaporare l’opera grande che Gesù aveva compiuto in me in quel momento, mi aveva salvato, per grazia, per quella fede che avevo posto in lui, egli mi aveva salvato e in me entrò la certezza che ero stato salvato in quel momento. Da prete io mi domandavo: ‘La salvezza che cosa è? Non lo sapevo. E io sono andato da tanti preti dopo che il Signore mi ha salvato a parlare di Gesù, della salvezza, della necessità della nuova nascita, e i preti non lo sanno, non sanno, non sanno cosa significa salvezza, non sanno cosa significa nuova nascita. Questo è triste (...) io vi confesso che detesto il sistema della religione cattolica romana perché porta in perdizione tante anime (...). Sì, in quel momento io ebbi la certezza che ero salvato e ricordo che la prima cosa che dissi a me quando tornai al mio tavolo di studio, io mi dissi: ‘La salvezza è così semplice, come mai nessuno mi ha mai parlato di queste cose prima?’ Gloria al Signore, alleluia (...) da quel giorno che accettai Gesù nel mio cuore lo Spirito di Dio è entrato in me ed egli mi ha aperto gli occhi e sapevo ora con certezza che la verità era la Bibbia, la Parola di Dio. Per cui iniziai a studiare la Parola di Dio, e ora intendevo, la capivo, quello che prima invece non intendevo (...) poi richiesi il battesimo in acqua; dopo due mesi circa che il Signore mi aveva salvato il Signore mi battezzò di Spirito Santo (...) Il Signore presto tornerà; ma sei tu pronto? Questo, sei tu pronto? Io non ero pronto. Ho fatto quindici anni il prete, avevo studiato tanto, fossi morto da prete sarei andato diritto in perdizione, diritto, perché non c’è il purgatorio. Il purgatorio è un’invenzione dei preti, sono stati ingannati loro, ingannano gli altri. La Scrittura dice chiaramente è stato stabilito che gli uomini muoiano una volta sola e poi viene il giudizio; ora, se uno ha accettato Gesù Cristo come suo personale Signore e Salvatore Gesù lo lava dai suoi peccati, se lo lava dai suoi peccati quale pena c’è da pagare? Ha già pagato tutto lui; alla croce, il Signore ha fatto l’opera completa, prima di morire ha detto: ‘E’ compiuto!’ E’ compiuto!’ E’ compiuto!’ Gloria al Signore, alleluia! (...) Il Signore è stato buono con me ...’.

La gerarchia ecclesiastica romana a confronto con la Scrittura

 

Che dice la Scrittura? Conferma o smentisce questa gerarchia ecclesiastica esistente in seno alla chiesa romana? Innanzi tutto essa dice che in seno alla Chiesa non c’é nessuna casta dominante suddivisa in gradi gerarchici come c’é tra i Cattolici e le religioni orientali, perché tutti i credenti, benché abbiano dei doni differenti secondo la grazia che Dio ha dato loro, hanno uguale importanza davanti a Dio. Nessuno infat­ti può dire di essere tenuto da Dio in maggiore considerazione di un altro. A conferma di ciò vi ricordo che Paolo ai Galati, parlando di coloro che godevano di particolare considerazione fra la Chiesa (cioè Giacomo, Cefa e Giovanni), dice: “Quali già siano stati a me non importa; Iddio non ha riguardi personali”.[589] Come ho detto prima i credenti hanno dei doni differenti, e questo perché “il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra”[590] che hanno delle funzioni diverse a secondo della misura del dono largito da Cristo.

Vediamo quindi quali siano gli uffici stabiliti da Dio nella sua Chiesa: Paolo dice ai Corinzi: “Dio ha costituito nella Chiesa primieramente degli apostoli; in secondo luogo dei profeti; in terzo luogo de’ dottori; poi, i miracoli; poi i doni di guarigio­ne, le assistenze, i doni di governo, la diversità delle lingue”,[591] ed agli Efesini: “Ed é lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo”.[592]

Gli apostoli sono coloro che vengono mandati dallo Spirito Santo a predicare in altre nazioni,[593] essi fondano delle chiese e fanno eleggere per ciascuna Chiesa degli anziani.

I profeti sono coloro che hanno ricevuto il dono di profezia e dei doni di rivelazione (che sono: dono di parola di sapienza, dono di parola di conoscen­za, e dono del discernimento degli spiriti).

I dottori sono coloro che inse­gnano accuratamente le dottrine contenute nella Scrittura.

Gli evangelisti[594] sono coloro che vanno di città in città ad annunziare l’Evangelo con i doni di guarigioni, e cacciano i demoni nel nome di Gesù.

I pastori sono coloro che devono pascere il gregge di Dio, assie­me agli anziani (che vengono chiamati in greco presbyteros e corrispondono ai vescovi);[595] essi si prendono cura delle pecore e le ammaestrano.

I diaconi,[596] sono preposti a svolgere servizi assi­stenziali di vario genere a pro dei pastori e degli anziani e dei poveri e delle vedove. Essi non devono avere la capacità di insegnare per ricoprire questo ufficio, e perciò questo ufficio può essere ricoperto anche da delle donne.

Come potete vedere non sono menzionati né l’ostiariato, né il lettorato, né l’esorcistato, né l’accolitato, e neppure il sud­diaconato, e neppure il cardinalato, e meno che meno il papa.

Per quanto riguarda poi il presbiterato cattolico occorre dire che esso non è quello della Scrittura, perché oltre alle ragioni sopra esposte, la Scrittura non fa distinzione tra presbiteri e vescovi; infatti i vescovi sono i presbiteri, e i presbiteri sono i vescovi. Quindi anche questi termini, quando usati dai teologi cattolici, non si riferiscono all’ufficio di cui parla la Scrit­tura. Per quanto riguarda il diaconato bisogna dire una cosa simile; il nome dell’ufficio è scritturale, ma, oltre a dire che i loro diaconi sono increduli come i loro preti, i diaconi catto­lici non adempiono affatto le funzioni che deve esercitare un vero diacono. Basta ricordare che devono servire il sacerdote nella messa solenne per rendersi conto che divario esista tra il diaconato biblico e quello del cattolicesimo.

Le accuse rivolteci confutate

 

Vediamo ora di confutare le accuse che ci lanciano i Cattolici.

La prima accusa che i Cattolici romani ci lanciano è questa: ‘I Protestanti non hanno veri vescovi anche se ne portano il nome e quindi neppure veri sacerdoti’. Così dicendo essi mostrano di non conoscere le Scritture.

Ora, le Chiese di Dio hanno degli anziani a pascerle i quali vengono anche chiamati vescovi; questo è quello che si deduce dal fatto che Paolo quando vennero a lui gli anziani della Chiesa di Efeso che lui aveva mandato a chiamare da Mileto, li chiamò vescovi secondo che é scritto: “Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio...”.[597] Quindi l’anziano ricopre l’ufficio di vescovo. Ma oltre a ciò biso­gna dire che colui che ambisce all’ufficio di vescovo nella Chiesa deve avere dei particolari requisiti senza i quali non può ricoprire quest’ufficio. Paolo spiega questo a Timoteo quando gli dice: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, assennato, costumato, ospitale, atto ad insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non amante del danaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figliuoli in sottomissione e in tutta riveren­za (che se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia novizio, affinché, divenuto gonfio d’orgoglio, non cada nella condanna del diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, affinché non cada in vituperio e nel laccio del diavolo”.[598] Quindi non ha nessun fondamento l’accusa rivoltaci, appunto perché quei credenti che sono stati eletti dalla Chiesa anziani perché possedenti tutte le caratteristiche enumerate da Paolo sono dei vescovi che sono stati costituiti tali dallo Spirito Santo. Essi portano il nome di vescovi perché lo sono secondo l’insegnamento della Scrittura.

Un’altra calunnia lanciataci dai Cattolici è che noi non abbiamo veri sacerdoti. Essa si fonda sul significato errato che essi danno alla parola sacerdote sotto il Nuovo Patto. Per loro un sacerdote è uno che offre sacrifici per i peccati del popolo come facevano i sacerdoti Giudei (perciò chi ministra la messa) e che possiede ‘il potere di rimettere i peccati’. Ma noi non abbiamo di questi sacerdoti e neppure ne vogliamo perché sappiamo che non ce n’è affatto bisogno nella Chiesa di Dio dato che il sacrificio di Cristo è stato offerto una volta per sempre per i nostri peccati e che nessuno ha il potere di rimetterci i peccati che commettiamo all’infuori di Dio stesso. Si tengano i loro sacerdo­ti; quanto a noi riconosciamo come sacerdoti tutti i figliuoli di Dio lavati con il sangue dell’Agnello perché essi lo sono perché offrono sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo (badate che questi sacrifici non vengono offerti né per espiazione e neppure per meritarsi il perdono di Dio, ma come segno di riconoscenza in verso Dio essendo il frutto portato dalla Parola di Dio piantata in noi).

Per concludere: la chiesa romana possiede una gerarchia cosiddet­ta sacra che appare maestosa ed affascinante a tutti coloro che non conoscono la verità; bisogna riconoscere che essa riesce a colpire le persone con tutti quei riti di iniziazione che la concernono e con tutti i suoi abiti sacerdotali, ma nonostante tutto ciò bisogna dire che essa non trova riscontro nella Parola di Dio.

Lo so, sembra tutto vero nella chiesa romana, anche la gerarchia di cui essa è composta a prima vista sembra ordinata da Dio, ma questa è solo una vana apparenza perché essa non è stata istituita da Cristo Gesù. I teologi papisti cercano pure di spie­gare il tutto con le Scritture ma i loro ragionamenti non vengono affatto confermati dalle Scritture ma vengono smentiti da esse.

Quindi, noi non riconosciamo il papa quale successore di Pietro, non riconosciamo il cardinalato come istituzione divina, non riconosciamo i vescovi cattolici come veri vescovi, non ricono­sciamo i preti come veri presbiteri, non riconosciamo i loro diaconi come veri diaconi, e non riconosciamo neppure gli altri loro ordini come il suddiaconato, l’ostiariato, il lettorato, l’esorcistato, e l’accolitato. In altre parole non riconosciamo la gerarchia cattolica come una gerarchia voluta e ordinata da Dio per il suo popolo.

L’imposizione del celibato ai chierici è una dottrina di demoni

 

Vediamo ora di confutare mediante le Scritture la dottrina del celibato forzoso. Paolo disse a Timoteo: “Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî per via della ipocrisia di uomini che proferiranno menzogna, segnati di un marchio nella loro propria coscienza; i quali vieteranno il matrimonio....”.[599] Quindi la dottrina che vieta il matrimonio ai preti e ai diaconi è diabolica! Ma perché il dogma che nega ai preti e ai diaconi di sposarsi é una dottrina di demoni che contrasta la verità? Perché quello di non sposarsi, ossia il celibato, é un dono che procede da Dio e non qualcosa che degli uomini hanno il diritto di imporre ad altri, infatti Gesù ha detto che “non tutti son capaci di prati­care questa parola” (quella di non prendere moglie) “ma quelli soltanto ai quali é dato”,[600] e Paolo ha detto: “Io vorrei che tutti gli uomini fossero come son io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l’uno in un modo, l’altro in un altro”.[601]

Qual’è il risultato che porta l’imposizione del celibato ai preti? Questo; che i preti si abbandonano all’impurità ed alla fornicazione scandalizzando così le persone; ma d’altronde Paolo lo ha detto chiaramente perché l’uomo deve sposarsi: “Per evitar le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie...”.[602] Non c’é dunque da meravigliarsi se poi coloro a cui viene imposto il celibato si abbandonano all’impurità ed alla fornicazione. Noi siamo giunti alla conclusione che siccome Paolo dice ai celibi: “Ma se non si contengono, sposino; perché è meglio sposarsi che ardere”,[603] la chiesa romana con il suo dogma sul celibato non fa altro che affermare che per i preti è meglio ardere che spo­sarsi.[604] Per l’ennesima volta la curia romana ha voltato le spalle alla verità! Ma quello che riscontriamo ancora una volta nel parlare della curia romana sul celibato è l’ennesimo parlare contraddittorio. Perché? Perché da un lato essa afferma che il celibato è un dono che viene da Dio (lo chiamano dono di castità) e dall’altro afferma che la chiesa lo esige da tutti coloro che ambiscono al sacerdozio e che sono entrati nel sacerdozio! Ma se il celibato è un dono perché imporlo e non lasciarlo facoltativo? Imporre a qualcuno un dono di Dio, come nella realtà fa la curia romana con i suoi sofismi, è una cosa assurda: è come dire a qualcuno che non ha il dono di potenza di operare miracoli che deve fare miracoli! E’ come dire a un credente che non ha il dono di profe­zia che deve per forza di cose profetizzare perché questo è un dono di Dio! Ma Paolo ha detto ai Romani: “Se abbiamo dono di profezia, profetizziamo...”,[605] quindi se non abbiamo il dono di profezia non possiamo metterci a profetizzare. Nella stessa maniera, se uno ha il dono di non sposarsi non si sposi, ma chi non ce l’ha si sposi per non cadere nella fornicazione. Ma noi vogliamo anche dire a tale proposito che la facoltà di non sposarsi non viene data da Dio ad alcuni perché questi la chiedono a Dio, ma indipendentemente dalla loro volontà ossia perché Dio ha decretato di non farli sposare. Ma poniamo anche il caso che uno domandi a Dio il dono di non sposarsi: chi ha detto che Dio per forza di cose glielo concederà? La Scrittura dice che “questa è la confidanza che abbiamo in lui: che se domandiamo qualcosa secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce; e se sappiamo ch’Egli ci esaudisce in quel che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo domandate”;[606] quindi, quand’anche un credente chiedesse a Dio il dono di non sposarsi, egli sarà esaudito solo se questa è la volontà di Dio in verso lui. Ma non così insegna la curia romana che afferma che Dio non glielo negherà. Ma la falsità di questa affermazione è evidente: i sacerdoti cattolici sono entrati nell’ordine pensando di avere il dono del celibato perché Dio glielo aveva concesso per svolgere le loro funzioni sacerdotali, e poi essi si sono resi conto di essere privi di questo dono. Ecco le prove che questa affermazione è l’ennesima menzogna nella quale la curia romana induce milioni di persone a credere!

Ma vediamo ora di esaminare mediante le Scritture la ragione addotta a favore dell’imposizione del celibato; e cioè che il celibato sia necessario ai sacerdoti, o meglio indispensabile per servire Dio in maniera fedele e santa. Prescindendo dal fatto che i sacerdoti cattolici non servono a Dio e che è diabolico imporgli il celibato, noi, da quello che insegna la Scrittura deduciamo in maniera evidente che si può servire Dio nella Chiesa degnamente anche da sposati e non solo da celibi (ossia con il dono del celibato ricevuto da Dio). Se così non fosse, Paolo non avrebbe mai detto a Timoteo che sia i vescovi che i diaconi devono essere mariti di una sola moglie e devono governare bene le loro famiglie, (facendo implicitamente intendere che essi devono essere sposati). Ma poi c’è un’altra cosa da dire; Paolo a Tito ha detto che l’anziano (ossia il vescovo) oltre che marito di una sola moglie, per essere assunto in questo ufficio, deve essere anche giusto, santo, e temperante; ciò significa che il vescovo anche da sposato può essere giusto, santo e temperato in ogni cosa, e che il matrimonio non è qualco­sa che lo terrebbe di conseguenza lontano dalla giustizia e dalla santità e dalla temperanza. Certamente, se il vescovo doveva essere celibe e non sposato, perché questo suo stato sarebbe stato indispensabile per essere giusto santo e temperato, Paolo non avrebbe detto tali cose a Tito. Sempre per confermare ciò ricordiamo che Paolo a Timoteo quando gli parla di come devono essere i vescovi e i diaconi per essere assunti gli dice: “Anche questi siano prima provati; poi assumano l’ufficio di diaconi se sono irreprensibili”;[607] il che significa che i candidati (sposati) al vescovato e al diaconato, dopo che sono stati provati per un certo tempo possono essere trovati irreprensibili, cioè senza colpa, e questo quantunque siano sposati e abbiano famiglia. Tutto ciò fa capire che il matrimonio non è una distrazione tale da fare di conseguenza vivere in maniera ingiusta e empia e intemperante chi lo ha contratto e perciò chi è sposato non può assumere l’ufficio di vescovo o diacono nella Chiesa di Dio. E poi anche gli apostoli erano sposati (tranne che Paolo e Barna­ba) secondo che dice Paolo ai Corinzi: “Non abbiamo noi il dirit­to di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede, siccome fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”.[608] Che Pietro fosse sposato lo attesta anche Matteo quando parla della guarigione di sua suocera: “Poi Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva in letto con la febbre; ed egli le toccò la mano e la febbre la lasciò”.[609] Eppure gli apostoli erano degli uomini santi perché si santifica­vano nel timore di Dio e non davano motivo di scandalo in cosa alcuna! Questa è un ulteriore conferma che essere sposati ed avere relazioni carnali con la propria moglie non significa camminare secondo la carne e non potere piacere a Dio.

Ma a queste Scritture del Nuovo Patto che sono nettamente in favore del matrimonio pure dei vescovi e dei diaconi, vogliamo pure aggiungere altre Scritture dell’Antico Patto che confermano la stessa cosa; e cioè che si può essere sposati ed essere dei fedeli e santi servitori di Dio nella sua casa.

Noè, che Pietro chiama, predicatore di giustizia, e che la Scrit­tura dice che “fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi”,[610] era sposato con figli.

Mosè che era profeta e che lo scrittore agli Ebrei dice che “fu bensì fedele in tutta la casa di Dio come servitore per testimo­niar delle cose che dovevano esser dette”,[611] era sposato e aveva dei figli.

Aaronne, il sommo sacerdote era sposato secondo che è scritto: “Aaronne prese per moglie Elisceba, figliuola di Amminadab, sorella di Nahashon; ed ella gli partorì Nadab, Abihu, Eleazar e Ithamar”.[612] Secondo la legge il sommo sacerdote si poteva sposare. Ricordiamo che il sommo sacerdote era l’unico che poteva entrare nel luogo santissimo, cioè nel luogo al di là del velo dove si trovava l’arca; che vi entrava una volta all’anno e che vi entra­va con il sangue che doveva servire a fare l’espiazione dei peccati del popolo.

Isaia, anche lui profeta, era sposato perché è scritto: “M’acco­stai pure alla profetessa, ed ella concepì e partorì un figliuo­lo”.[613]

Osea, anche lui profeta, era sposato perché è scritto: “Quando l’Eterno cominciò a parlare a Osea, l’Eterno disse ad Osea: Và, prenditi per moglie una meretrice, e genera dei figliuoli di prosti­tuzione...”.[614]

Il profeta Ezechiele era pure lui sposato secondo che è scritto: “La mattina parlai al popolo, e la sera mi morì la moglie...”.[615]

Vogliamo concludere dicendo questo; la curia romana afferma che i sacerdoti cattolici romani sono come i sacerdoti leviti dell’Antico Patto in un certo senso, ma essi dimenticano volontariamente che anche i sacerdoti leviti, che offrivano i sacrifici a pro del popolo, erano sposati e si potevano sposare. Ricordiamo a proposito dei sacerdoti, che Zaccaria, il padre di Giovanni il Battista, era un sacerdote della muta di Abia e che era sposato con Elisabetta che era delle figlie d’Aaronne. Ed “erano ambedue giusti nel cospetto di Dio, camminando irreprensi­bili in tutti i comandamenti e precetti del Signore”.[616] Vedete? Egli era un sacerdote sotto l’Antico Patto, era sposato eppure camminava irreprensibile in tutti i precetti del Signore.

Adesso spieghiamo alcune Scritture prese dalla curia romana a sostegno del celibato forzoso.

Per quanto riguarda il fatto che Dio vietò a Geremia di sposarsi secondo che è scritto: “La parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: Non ti prender moglie e non aver figliuoli né figliuole in questo luogo”,[617] bisogna dire innanzi tutto che fu Dio a vietargli di sposarsi e non il sommo sacerdote del tempo o qualcun altro, e poi che questo ordine specifico di Dio in verso lui aveva la seguente motivazione: “Poiché così parla l’Eterno riguardo ai figliuoli e alle figliuole che nascono in questo paese, e alle madri che li partoriscono, e ai padri che li gene­rano in questo paese: Essi morranno consunti dalle malattie, non saranno rimpianti, e non avranno sepoltura; serviranno di letame sulla faccia del suolo; saranno consumati dalla spada e dalla fame, e i loro cadaveri saran pasto agli uccelli del cielo, e alle bestie della terra”.[618] Quindi Dio vietando a Geremia di spo­sarsi e di avere figli volle risparmiargli altre afflizioni.

Vogliamo dire anche qualcosa attorno alle parole di Gesù: “Fi­gliuole di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figliuoli. Perché ecco, vengono i giorni nei quali si dirà: Beate le sterili, e i seni che non han parto­rito, e le mammelle che non hanno allattato...”.[619] Con queste parole Gesù non ordinò alle vergini di non maritarsi e neppure proclamò beate le donne che erano sterili perché altrimenti avrebbe contraddetto la verità dato che secondo la legge la donna era libera di sposarsi e colei che era sterile non era considera­ta una donna beata. Gesù volle dire solo che quando Gerusalemme sarebbe stata atterrata dalle legioni romane sarebbe avvenuto che per il fatto che le donne che avevano partorito figli e figlie sarebbero rimaste prive dei loro figli, allora in quei giorni le sterili che non avevano potuto partorire e allattare sarebbero state proclamate felici perché non avrebbero subito quella priva­zione dolorosa.

Per quanto riguarda le parole di Paolo: “Chi non è ammogliato ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe piacere al Signo­re; ma colui che è ammogliato, ha cura delle cose del mondo, del come potrebbe piacere alla moglie”,[620] parole che vengono prese per esaltare il celibato e disprezzare il matrimonio, vogliamo dire che Paolo con esse ha voluto soltanto dire che chi non è ammogliato è privo di quelle sollecitudini che sono presenti invece in colui che è ammogliato; e perciò può dedicare maggiore tempo alle cose del Signore non avendo moglie e figli di cui prendersi cura. Certo, per esempio chi non è ammogliato nei viaggi che fa a motivo del Vangelo è più libero di uno che viaggia per lo stesso motivo con moglie e figli; e nelle persecuzioni non ha da pensare anche alla sorte della sua moglie e dei suoi figli; ma questo non fa del celibe una persona più santa di colui che è sposato o una persona più felice di colui che è ammogliato. Un’altra ragione per cui Paolo consigliava ai celibi di rimanere in quello stato era per risparmiargli la tribolazione nella carne che avrebbero patito se si fossero sposati infatti dice: “Tali persone avranno tribolazione nella carne, e io vorrei risparmiar­vela”;[621] ma anche qui bisogna dire che la tribolazione nella carne presente in coloro che si sposano non è qualcosa che degrada il matrimonio rispetto al celibato. Lungi da noi il pensare che il matrimonio sia da disprezzare perché procura tribolazione nella carne a chi lo contrae, o perché, “colui che è ammogliato, ha cura delle cose del mondo, del come potrebbe piacere alla moglie”[622] (motivo che viene vanamente addotto a sostegno del celibato forzoso); perché è altresì scritto: “Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti”.[623] Quindi anche il matrimonio dei ministri di Dio, dei vescovi e dei diaconi, deve essere tenuto in onore. Per concludere, rimane il fatto che Paolo non ha imposto il celi­bato a nessuno, ma ha detto di non prendere moglie a chi ha ricevuto il dono di non sposarsi, e di sposarsi a chi arde e sente di non avere il dono di non sposarsi assicurandogli che, così facendo, egli non peccherà secondo che è scritto: “Se però prendi moglie, non pecchi”.[624]

Quanto a voi, o preti intemperanti che ardete, convertitevi dagli idoli al Signore, uscite da questo pseudosacerdozio cristiano e sposatevi; allora sarete dei veri sacerdoti nel cospetto di Dio e smetterete di ardere.

Infine, dobbiamo dire che il celibato è sempre stato argomento di viva discussione in seno alla chiesa romana perché non tutti sono stati d’accordo sull’opportunità di imporlo. Ci sono molti prela­ti oggi nella chiesa latina che vorrebbero che il celibato fosse reso facoltativo. Ma fino a quest’oggi ha prevalso l’imposizione che ha prodotto scandali di ogni genere in seno alla chiesa romana da che è stata assunta. Ma che fanno molti preti costretti a vivere celibi contro la loro volontà? Chiedono la dispensa per potersi sposare; preferendo sposarsi e lasciare il sacerdozio cattolico anziché continuare ad abbandonarsi alla fornicazione ed all’impurità. Tra il 1963 e il 1969, sotto Paolo VI, più di ottomila sacerdoti chiesero la dispensa dai voti, mentre altri tremila lasciarono il sacerdozio senza aspettare il permesso. Anche sotto Giovanni Paolo II molti preti hanno abbandonato il sacerdozio per potersi sposare. Ora, viene di domandarsi: Ma perché dinanzi a tutti gli scandali operati dai preti, molti dei quali vivono con la propria concubi­na, e dinanzi a tutte le richieste di dispensa che ogni anno vengono inoltrate da tanti preti, e dinanzi all’abbandono del sacerdozio da parte di molti preti senza aspettare il permesso, la curia romana continua a imporre il celibato? Che utile ne ricava? Non va a suo danno? Certo che va a suo danno per molti versi, ma non bisogna dimenticarsi che la chiesa papale mediante il celibato forzoso difende i suoi interessi economici e finan­ziari. Mi spiego meglio facendo questo esempio: perché la chiesa romana tollera che un prete vivi fornicando rimanendo nello stesso tempo al suo posto, mentre non tollera che un prete si possa sposare e rimanere a compiere il suo ufficio di sacerdote? La ragione è perché la concubina di un prete non può avanzare nessuna pretesa sui beni ecclesiastici alla morte del prelato, mentre una moglie sì. Quindi la chiesa romana si usa del celibato forzoso per mantenere la proprietà di tutti i suoi beni accumula­ti nel corso del tempo.[625] Ma un’altra ragione per cui la curia romana impone il celibato ai preti è perché essendo un sistema assolutistico necessita dei sudditi totalmente sottomessi ai loro superiori. E il celibato garantisce quella sottomissione incondizionata che vuole il papa. Insomma un prete celibe, per la curia romana, è molto più con­trollabile di uno sposato; un prete celibe è più leale di uno sposato. Quindi, nella realtà, il motivo che viene addotto al celibato, cioè quello di una vita più santa, è solo un pretesto; perché il celibato viene imposto per una questione di controllo.

IL MATRIMONIO

La dottrina dei teologi papisti

 

Il matrimonio fu elevato da Cristo al rango di sacramento; esso dà ai coniugi la grazia di vivere santamente e di allevare cristianamente i figli. Non si può contrarre un vero matrimonio fuori dal sacramento. Il controllo delle nascite è ammesso, ma senza fare uso di contraccettivi. Il matrimonio è indissolubile, ma in alcuni casi la chiesa, in virtù di un potere divino, lo può sciogliere e dare la facoltà di passare a seconde nozze. La chiesa ammette i matrimoni misti a certe condizioni.

Secondo la dottrina della chiesa romana ‘il Matrimonio è il Sacramento che unisce l’uomo e la donna indissolubilmente, (come sono uniti Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa), e dà loro la grazia di santamente convivere e di educare cristianamente i figliuoli’.[626] Il matrimonio è un sacramento perché ‘Gesù Cristo lo elevò alla dignità di Sacramento che conferisce la grazia’.[627] Ma quando avvenne questa elevazione? Molti teologi non lo sanno dire; ma alcuni ritengono che questo avvenne alle nozze di Cana di Galilea dove Gesù mutò l’acqua in vino. A sostegno del matrimonio come sacramento i teologi papisti prendono le seguenti parole di Gesù: “Talché non son più due, ma una sola carne; quello dunque che Iddio ha congiunto, l’uomo nol separi”,[628] e quelle di Paolo: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola... Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero è grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa”.[629] E per chi non lo accetta come sacramento c’è il se­guente anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anate­ma’.[630]

Nel Nuovo Manuale del Catechista si legge: ‘Il Matrimonio, pei cristiani, è Sacramento di cui, se così possiamo esprimerci, è depositaria e amministratrice la Chiesa; per essi non c’è Matrimonio legittimo o vero fuori del Sacramento. Perciò i fedeli non possono contrarre vero Matrimonio fuori del Sacramento’.[631] Queste cose il Perardi le dice per affermare che dato che il matrimonio amministrato dalla chiesa cattolica è riconosciuto dallo Stato Italiano anche agli effetti civili, i Cattolici non devono né prima né dopo il matrimonio religioso andare a fare l’atto civile, perché il matrimonio religioso è completo, e un simile atto ‘sarebbe contrario alla Dottrina cristiana e grave irriverenza al Sacramento stesso e a Gesù Cristo che lo volle Sacramento e come tale lo affidò alla sua Chiesa’.[632] Ma proseguendo il Perardi afferma pure: ‘Più colpevoli ancora sarebbero quei cristiani che non si sposassero in chiesa, ma solo in municipio. In tale modo essi 1) Rinnegherebbero praticamente la Dottrina cristiana; - 2) Farebbero un Matrimonio nullo, per cui non sarebbero sposati e convivrebbero in istato di peccato e quindi non potrebbero neppure accostarsi ai Sacramenti, incapaci dell’assoluzione sinché non regolarizzano col Sacramento la loro condizione; - 3) Costituirebbero una famiglia sul peccato e la farebbero vivere nel peccato come su fondamento; - 4) In tali condizioni essi sarebbero pubblici peccatori ai quali, in caso di morte, dovrebbe essere negata anche la sepoltura religiosa’.[633]

La chiesa cattolica romana è a favore del controllo delle nascite (che essa chiama ‘paternità responsabile’). Ecco che cosa si legge nel libro Compendio della morale cattolica: ‘Durante un certo numero di giorni al mese, prima e dopo l’ovulazione femminile, è impossibile la fecondazione e dunque la finalità procreatrice non può esser realizzata. In questo lasso di tempo (la cui determinazione esatta è difficile da stabilire), la Chiesa ha ammesso che fosse del tutto legittimo ricercare la finalità propria dell’amore con rapporti sessuali di per sé infecondi (...) La Chiesa non è per la procreazione ad ogni costo: essa lascia interamente la decisione ai coniugi: Pio XII l’aveva ricordato in un celebre discorso del 1951: gli sposi possono essere dispensati ‘da quella prestazione positiva obbligatoria (quella di procreare), anche per lungo tempo, anzi per l’intera durata del matrimonio, per seri motivi, come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta ‘indicazione’ medica, eugenica, economica e sociale (...) La regola da seguire è allora questa: se gli sposi non vogliono figli (per ragioni serie), sono liberi di non averne, ma possono avere relazioni sessuali solo nei periodi di naturale non fecondità; devono invece astenersi durante il periodo fecondo, cioè nei giorni in cui avviene l’ovulazione (...) Al contrario sono dichiarati illeciti, gravemente proibiti, i mezzi contraccettivi che intervengono nello svolgimento del ciclo femminile’.[634] Dopo avere letto queste parole non dovrebbe sorprendere un gran che se in questa nazione così cattolica, così influenzata dai preti, la media di bambini per famiglia è così bassa perché i papi hanno decretato essere cosa legittima per le coppie di sposi non volere avere famiglie numerose. Il magistero in sostanza dice: Non volete avere molti figli? Non vi preoccupate, non commettete peccato, basta che vi appoggiate ai mezzi che vi suggeriamo noi e non fate ricorso ai contraccettivi, all’aborto ed altro. Si noti però che il magistero insegna pure che in certi casi la coppia può decidere di non avere per nulla dei figli.

Nel Codice di diritto canonico si legge: ‘Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità, che nel matrimo­nio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento’;[635] ed ancora: ‘Il matrimonio rato e consuma­to non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte’.[636] La chiesa romana dunque proclama la indissolubilità del matrimo­nio e difatti essa dice che nessuno dei coniugi ‘finché l’altro vive, può passare ad altre nozze’. Nemmeno in caso uno dei due commette adulterio, difatti in questo caso ammette la separazione perpetua tra i due ma non il passaggio a nuove nozze (c’è un anatema tridentino - Sess. XXIV, can. 7 - contro chi dirà che la chiesa sbaglia nell’insegnare che in caso di adulterio marito e moglie non possono contrarre un altro matrimonio finché l’altro vive).[637] Ma la chiesa romana afferma anche che ella può sciogliere il matrimonio in alcuni casi; e difatti la sede pontificia in diversi casi scioglie a suo piacimento i matrimoni. Ma vediamo di esaminare da vicino questa dottrina della chiesa romana. Nel libro a cura di Cappellini Ernesto Corso di Diritto Canonico II, (che possiede l’Imprimatur) del 1976 è scritto: ‘Lo scioglimento del vincolo, d’altra parte, è operato dalla Chiesa solo eccezionalmente in determinati casi, sulla linea di una dottrina che la stessa Chiesa ha sempre sostenuto. La Chiesa, infatti, ha sempre sostenu­to l’indissolubilità intrinseca del matrimonio, cioè l’assoluta impossibilità che gli stessi coniugi sciolgano il loro matrimo­nio. Ritiene, invece, che la indissolubilità estrinseca, ossia quella derivante da autorità divina, non è di carattere assoluto e ammette eccezioni. In questo senso, quindi, lo scioglimento del matrimonio, operato dalla Chiesa in determinate circostanze, come vedremo, non corrisponde a potestà ‘propria’ in quanto pura società umana, ma a potestà ‘vicaria’, concretizzata in nome di Cristo, e che presuppone una speciale concessione divina’.[638] Come potete vedere, per quanto riguarda questa indissolubilità estrinseca essa non è assoluta; ci sono infatti delle eccezioni perché il papa in certe circostanze può sciogliere il matrimonio da parte di Dio. Qualcuno dirà: ‘Ma come può permettersi il papa di fare una tale cosa?’ La risposta è: ‘In virtù del potere di sciogliere e di legare che lui dice di avere ricevuto da Dio’! Quindi, quello che si dice il successore di Pietro può sciogliere, in certi casi, persino il matrimonio! Prima di proseguire e dire quali sono questi casi in cui la chiesa romana può sciogliere il matrimonio è bene fare presente che la legislazione canonica quando parla di divorzio non adopera il termine divorzio ma il termine ‘scioglimento del vincolo’; tutto questo, è evidente, per non fare apparire che la chiesa cattolica romana, in alcuni casi, è a favore del divorzio quindi contro l’indissolubilità del matrimonio.[639] Le circostanze in cui, secondo la legislazione canonica, la chiesa romana può sciogliere il vincolo matrimoniale sono chiama­te impedimenti dirimenti ed annullano il matrimonio tra battezza­ti, il matrimonio di non battezzati e il matrimonio misto.

Esse sono le seguenti.

1) L’inconsumazione: ‘Il matrimonio non consumato fra battezzati o tra una parte battezzata e una non battezzata, per una giusta causa può essere sciolto dal Romano Pontefice, su richiesta di entrambi le parti o di una delle due, anche se l’altra fosse contraria’.[640] Le ragioni della inconsumazione possono essere diverse, tra cui anche quella di impotenza da parte di uno e di entrambi i coniugi perché, come dice il Codice di diritto canonico: ‘L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio’.[641]

2) L’ordine sacro: ‘Attentano invalidamente il matrimonio coloro che sono costituiti nei sacri ordini’,[642] ciò significa che nel caso l’uomo diventi un prete, l’uso delle nozze già contratte diventa illeci­to e di conseguenza il matrimonio viene sciolto.

3) Il voto solenne: il Codice di diritto canonico afferma quanto segue: ‘Attentano invalidamente il matri­monio coloro che sono vincolati dal voto pubblico perpetuo di castità emesso in un istituto religioso’.[643] Quindi chi entra nei Francescani o nei Benedettini, per esempio, rende nullo il suo matrimonio.

4) Il privilegio della fede: ‘Il matrimonio celebrato tra due non battezzati, per il privilegio paolino si scioglie in favore della fede della parte che ha ricevuto il battesimo, per lo stesso fatto che questa contrae un nuovo matrimonio, purché si separi la parte non battezzata. § 2. Si ritiene che la parte non battezzata si separa se non vuole coabitare con la parte battezzata o non vuole coabitare pacificamente senza offesa al Creatore, eccetto che sia stata questa a darle, dopo il battesimo, una giusta causa per separarsi’.[644] Questo privilegio viene chiamato privilegio paolino perché la curia romana dice che è stato promulgato da Paolo quando ha detto: “Ma agli altri dico io, non il Signore: Se un fratello ha una moglie non credente ed ella è contenta di abitar con lui, non la lasci; e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitar con lei, non lasci il mari­to; perché il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altri­menti i vostri figliuoli sarebbero impuri, mentre ora sono santi. Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati...”.[645] Secondo l’inter­pretazione data dai teologi papisti a queste parole, se uno dei coniugi (che si sono sposati da non battezzati) si ‘converte’ e si fa battezzare nella chiesa cattolica romana mentre l’altro non vuole ‘convertirsi’ né coabitare pacificamente, il loro matrimonio viene sciolto; e la parte cattolica, con la dispensa pontificia, può passare a nuove nozze con una parte cattolica.[646] Secondo la curia romana lo scopo della dispensa per privilegio paolino è quello di salvare e preservare la fede del coniuge convertito al cattolicesimo.

5) In favore della fede di uno dei coniugi; in questo caso, per gravi situazioni coniugali, la chiesa cattolica romana, per proteggere la fede del coniuge cattolico scioglie il matrimonio celebrato (con dispensa o meno dall’impedimento di disparità di culto) tra la parte cattolica e la parte non battezzata, ossia essa scioglie un matrimonio misto. Alcuni casi di scioglimento fra parte cattolica e parte non battezzata: Pio XII, 18 e 24 luglio 1947, 30 Gennaio 1950; Giovanni XXIII, 21 Febbraio e 1 Agosto 1959.[647] C’è un’altra situazione in cui il papa ritiene di potere sciogliere il matrimonio in favore della fede di uno dei due coniugi ed è quello del matrimonio celebrato tra una parte battezzata non cattolica e l’altra non battezzata. Alcuni casi di scioglimento fra parte battezzata non cattolica e parte non battezzata: Pio XI, 2 aprile, 10 luglio e 5 novembre 1924; Pio XII, 1 maggio 1950. La giustificazione che viene addotta a questo agire del papa è questa: ‘La competenza è giustificata non solo nel caso in cui la parte è cattolica ma anche nell’altro caso in cui la parte battezzata non è cattolica, in quanto la Chiesa considera sudditi tutti quelli che hanno ricevuto un battesimo valido in qualsiasi Chiesa cristiana, proprio in virtù della sua unità fondamentale voluta da Cristo nel momento in cui costituì una sola Chiesa; unità affidata da Cristo all’apostolo Pietro e ai successori. La Chiesa li considera sudditi, soprattutto per quanto riguarda la concessione di diritti e privilegi o grazie, benché escluda i battezzati non cattolici da determinati doveri’.[648] Ma c’è di più, il papa ritiene di avere la potestà di sciogliere anche dei matrimoni tra non battezzati senza previa conversione di nessuno dei due coniugi ma solo in favore della fede di terza persona. In altre parole può sciogliere pure il matrimonio tra Maomettani, tra Ebrei, ecc.[649]

6) Il ratto: ‘Non è possibile costituire un valido matrimonio tra l’uomo e la donna rapita o almeno trattenuta allo scopo di con­trarre matrimonio con essa, se non dopo che la donna, separata dal rapitore e posta in un luogo sicuro e libero, scelga sponta­neamente il matrimonio’.[650]

7) Il delitto: ‘Chi, allo scopo di celebrare il matrimonio con una determinata persona, uccide il coniuge di questa o il pro­prio, attenta invalidamente tale matrimonio’.[651]

Quindi, come potete vedere, la chiesa romana proclama sia la indissolubilità del matrimonio che la sua dissolubilità in alcuni casi; come mettere d’accordo le due cose? E’ impossibile farlo, ma come al solito i teologi cattolici romani con i loro sofismi riescono a fare apparire due cose apertamente contraddittorie tra di loro ambedue vere! E per chi rifiuta questi impedimenti dirimenti stabiliti dalla chiesa cattolica romana c’è il seguente anatema: ‘Se qualcuno dirà che la chiesa non poteva stabilire degli impedimenti dirimenti il matrimonio, o che stabilendoli ha errato, sia anatema’.[652]

La chiesa cattolica romana permette i matrimoni misti, cioè permette ai suoi fedeli di sposarsi quelli che essa chiama i Protestanti.[653] E questo anche perché li ritiene dei mezzi che possono contribuire ad avvicinare le Chiese evangeliche a quella cattolica ossia che possono giovare all’ecumenismo che è in corso. In un documento dal titolo Testo comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti sottoscritto il 16 Giugno 1997 si legge che ‘la coppia interconfessionale può contribuire ad avvicinare le comunità, creando occasioni di incontro, dialogo, scambio e, se possibile, momenti di comunione. Le comunità, a loro volta, possono aiutare le coppie interconfessionali promuovendo lo spirito ecumenico ciascuna al proprio interno e nei loro reciproci rapporti, e offrire occasione per rimuovere - per quanto possibile - impedimenti e ostacoli di varia natura (teologica, giuridica, psicologica) che rendono difficile, a coniugi di diversa confessione, vivere insieme la loro vocazione cristiana’.[654] Fino ad alcuni anni fa la chiesa cattolica se un Cattolico si voleva sposare con un Evangelico imponeva ad ambedue, per il rilascio della dispensa di disparità di culto (dato che la diversità di confessione religiosa era considerata un impedimento), delle condizioni contenute in un documento intitolato Cauzioni che debbono essere date da entrambi gli sposi per ottenere la dispensa dall’impedimento di mista religione o di disparità di culto, che gli sposi dovevano firmare; eccole.

-  Per la parte cattolica:

Io sottoscritta di religione cattolica, prossima a contrarre matrimonio con... di religione... toccando il S. Vangelo dichiaro e giuro:

   1) Farò battezzare ed educare nella religione cattolica tutti i figli e le figlie che avrò dalla mia unione con detto mio sposo;

   2) Non mi presenterò né prima né poi per un simile atto di matrimonio dinanzi al ministro di culto non cattolico;

   3) Esigerò piena libertà per me e per i miei figliuoli nel praticare la religione cattolica;

   4) Procurerò per quanto potrò la conversione del mio sposo alla religione cattolica.

In fede di questa mia giurata promessa mi sottoscrivo....

-  Per la parte non cattolica:

Io sottoscritto di religione...prossimo a contrarre matrimonio con... di religione cattolica, prometto con giuramento nel nome Santo di Dio:

   1) di fare battezzare tutti i figli e tutte le figlie che avrò dalla mia unione con detta mia sposa.

   2) di lasciare libera la mia sposa nella professione della sua fede cattolica;

   3) di non presentarmi mai per questo mio matrimonio dinanzi al ministro di culto non cattolico.

Tanto prometto e giuro di osservare nel Nome Santo di Dio ed in fede di questa mia giurata promessa firmo il presente atto...[655].

Ma, ‘il nuovo Codice di diritto canonico ha tolto l’impedimento e, per quanto riguarda la coerenza religiosa e l’educazione dei figli, esige solo dalla parte cattolica l’impegno a comportarsi in conformità alla propria fede e il dovere di rendere noto tale impegno al proprio partner’.[656]

Ecco infatti quanto esso afferma a riguardo dei matrimoni misti: ‘Il matrimonio fra due persone battezzate, delle quali una sia battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta dopo il battesimo e non separata dalla medesima con atto formale, l’altra invece sia iscritta a una Chiesa o comunità ecclesiale non in piena comunione con la Chiesa cattolica, non può essere celebrato senza espressa licenza della competente autorità’,[657] ed ancora: ‘L’Ordinario del luogo, se vi è una causa giusta e ragionevole, può concedere tale licenza; ma non la conceda se non dopo il compimento delle seguenti condizioni: 1° la parte cattolica si dichiari pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e prometta sinceramente di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica; 2° di queste promesse che deve fare la parte cattolica, sia tempestivamente informata l’altra parte, così che consti che questa è realmente consapevole della promessa e dell’obbligo della parte cattolica; 3° entrambe le parti siano istruite sui fini e le proprietà essenziali del matrimonio, che non devono essere escluse da nessuno dei due contraenti’.[658]

Confutazione

Il matrimonio non è un ordinamento istituito da Cristo

 

Noi non accettiamo il matrimonio come ordinamento istituito da Cristo, e questo perché il matrimonio non é stato istituito da Gesù Cristo (come invece lo sono stati il battesimo e la cena del Signore) ma è stato da lui solo confermato perché esso fu isti­tuito da Dio al principio della creazione quando Dio fece con una costola dell’uomo una donna e la menò all’uomo e disse: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie, e saran­no una stessa carne”.[659] Certo, esso è una cosa santa e giusta isti­tuita da Dio ma non possiamo accettarlo come un ordinamento cioè come un rito ordinato da Cristo al pari della cena del Signore e del battesimo, anche perché dall’insegnamento del Signore Gesù e da quello dell’apostolo Paolo emerge che il rito del matrimonio non é imposto a tutti coloro che hanno creduto come invece lo sono il rito del battesimo e quello della cena del Signore. Il battesimo é obbligatorio perché Gesù ha detto ai suoi discepo­li: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo...”,[660] e: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”;[661] e così pure la cena del Signore è obbligatoria perché Gesù nella notte in cui fu tradito, sia quando diede il pane che quando diede il calice ai suoi discepoli disse: “Fate questo in memoria di me”:[662] Ma la stessa cosa non si può dire del matrimonio perché Gesù non ha ordinato a tutti di sposarsi perché ha ammesso che ci sono alcuni che hanno ricevuto da Dio la grazia di non contrarre matrimonio secondo che é scritto: “Non tutti son capaci di praticare questa parola, ma quelli soltanto ai quali é dato”,[663] ed anche “Chi é in grado di farlo, lo faccia”;[664] e questo lo ha confermato Paolo dicendo: “Io vorrei che tutti gli uomini fossero come son io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l’uno in un modo, l’altro in un altro”.[665]

Il fatto poi che le Scritture rappresentano l’unione tra Cristo e la Chiesa con il matrimonio tra l’uomo e la donna non giustifica affatto la definizione di sacramento data dai Cattolici al matri­monio. Perché esso non viene contratto per ricordare o per signi­ficare l’unione tra Cristo e la Chiesa, ma solo perché due perso­ne si amano e decidono di volere vivere assieme. E questo lo ricordiamo risale ancora a prima della venuta di Cristo. Se è per questo allora bisognerebbe stabilire come ordinamenti molte altre cose tra cui anche la festa della Pasqua perché essa rappresenta la nostra pasqua, cioè Cristo, la quale é stata immolata per noi. E chi potrebbe obbiettare qualcosa al fatto che Gesù mangiò la Pasqua con i suoi discepoli? Ma noi non ci permet­tiamo di stabilire ordinamento una festa giudaica come la Pasqua (che fu istituita da Dio come ombra di qualcosa che doveva avve­nire) solo per il fatto che essa abbia un inequivocabile signifi­cato spirituale e perché Gesù stesso la celebrò in osservanza alla legge mosaica.

Ma vi è da dire pure questa cosa, e cioè, che il fatto che i Cattolici abbiano chiamato il matrimonio sacramento é dovuto ad un errore di traduzione esistente nella Vulgata, ossia nella traduzione latina della Bibbia fatta da Girolamo, che è bene ricordare il concilio di Trento decretò che ‘si debba ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione’.[666] L’errore è il seguente: nella lettera di Paolo agli Efesini è scritto: “Chi ama sua moglie ama se stesso. Poiché niuno ebbe mai in odio la sua carne; anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la Chiesa, poiché noi siamo membra del suo corpo. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero é grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa”,[667] ma nella Vulgata la parola greca mysterion che significa mistero é stata tradotta con la parola latina sacramentum. E così i Cattolici romani, siccome che Paolo ha rappresentato l’amore che un marito deve avere verso la propria moglie con l’amore che Cristo manife­sta verso la sua Chiesa che è il suo corpo, aiutati dalla parola sacramentum hanno fatto diventare il matrimonio un sacramento.[668] Questa è un’ulteriore prova di quanto possa influire negativamen­te sia la cattiva traduzione e sia la cattiva interpretazione di un solo termine della Parola di Dio!

Per quanto riguarda poi il fatto che essi dicano che il matrimo­nio conferisca una particolare grazia a chi lo contrae non è vero perché secondo la Scrittura il matrimonio in sé stesso, non avendola, non conferisce la grazia di convivere santamente e di allevare cristianamente i figli.

Vorrei fare ora delle considerazioni sul matrimonio.

-  Come il battesimo dei fanciulli non conferisce nessuna grazia al neonato perché é risaputo che esso non nasce affatto di nuovo mediante quel versamento di acqua sul suo capo; così nella stessa maniera il matrimonio non conferisce la grazia, di cui i teologi papisti parlano, a coloro che lo contraggono.

-  I Cattolici romani che sono stati battezzati per infusione non avendo ancora creduto nel Vangelo anche se si sposano non possono convivere santamente e non possono allevare cristianamente i loro figli appunto perché essi stessi non sono ancora dei Cristiani perché vivono senza Cristo. Sono senza Cristo, vivono senza Cristo, come possono adempiere quindi la Parola di Dio senza la grazia di Dio? Solo quando nasceranno di nuovo saranno in grado con la grazia di Dio di vivere santamente e di allevare i loro figli in ammonizione del Signore e in ogni disciplina; non prima. A conferma di ciò vi sono tutte quelle testimonianze di quelle coppie (di ex-Cattolici romani) che si sono convertite al Signore e sono entrati così a fare parte della famiglia di Dio i quali ci hanno confermato di avere cominciato a vivere santamente e ad allevare i loro figli cristianamente solo dopo la loro conversio­ne essendo stati impossibilitati a farlo prima a motivo del peccato che li dominava e della schiavitù della religione catto­lica romana, falsamente chiamata cristiana.

I coniugi credenti devono convivere in modo degno del Vangelo perché questa è la volontà di Dio secondo che é scritto: “Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come si conviene nel Signore”,[669] e: “Mariti, convivete con esse colla discrezione dovuta al vaso più debole che é il femminile. Portate loro onore, poiché sono anch’esse eredi con voi della grazia della vita, onde le vostre preghiere non siano impedite”.[670] E i padri devono allevare degna­mente i loro figli secondo che é scritto: “E voi, padri, non provocate ad ira i vostri figliuoli, ma allevateli in disciplina e in ammonizione del Signore”.[671] Tutti questi sono comandamenti che essi devono osservare e li possono osservare solo con la grazia che procede da Dio. Dico che essi possono osservarli con la grazia che viene dal Signore perché Gesù ha detto: “Senza di me non potete far nulla”.[672]

Per certo noi teniamo il matrimonio in onore come é giusto che sia, ma non gli attribuiamo nessuna grazia santificante o aiutan­te come fanno i Cattolici romani, appunto perché esso, non avendo­la in se stesso, non la conferisce. E poi, se il matrimonio è un sacramento, come i teologi papisti dicono, come mai la chiesa romana lo vieta ai preti? La risposta è: ai preti il matrimonio non conferirebbe nessuna grazia! Ma non è forse questa una delle tante contraddizioni in cui cade la curia romana interpretando a suo piacimento la Parola di Dio?

Una parola infine a riguardo dell’affermazione che Gesù elevò il matrimonio alla dignità di sacramento alle nozze di Cana di Galilea. Essa è una menzogna perché la Scrittura non dice nulla a tale riguardo; essa dice solo che Gesù fu invitato a quelle nozze con i suoi discepoli e che mentre vi partecipava fece il primo dei suoi miracoli, mutò l’acqua in vino. Ecco che cosa di certo Gesù fece a quelle nozze.

Diletti, come potete vedere i teologi papisti non si arrendono dinanzi al fatto che in nessun luogo del Nuovo Testamento viene detto che Gesù istituì il sacramento del matrimonio e attribuiscono a Gesù una cosa che egli non compì mai pur di sostenere la sacramentalità del matrimonio. Ancora una volta si deve dunque constatare quanto dannoso sia dare retta a insegnamenti errati perché ciò porta a fare dire alla Scrittura quello che essa non dice attribuendo a Gesù o agli apostoli parole e atti che essi giammai dissero e compierono mettendosi così contro la Parola di Dio.

Non è affatto vero che il matrimonio civile non è un vero matrimonio o è un matrimonio nullo

 

Era inevitabile che la chiesa cattolica romana elevando il matrimonio al rango di sacramento si mettesse a disprezzare il matrimonio compiuto solo civilmente senza il suo rito religioso ossia senza la sua funzione religiosa e benedizione. Lo abbiamo ben visto; per essa coloro che non si sposano in uno dei suoi luoghi di culto ma solo in municipio rinnegano apertamente la dottrina di Cristo, fanno un matrimonio nullo per cui si metterebbero a vivere nel peccato e costituirebbero una famiglia sul peccato, oltre che non potrebbero neppure accostarsi ai suoi sacramenti, e quando muoiono gli si dovrebbe negare la sepoltura religiosa.

Noi rigettiamo tutto quanto essi dicono a tale proposito perché procede dal diavolo che è padre della menzogna. Il matrimonio, non essendo un ordinamento o un rito religioso che Cristo ha istituito e di cui ne ha lasciato l’amministrazione alla sua Chiesa, come invece nel caso del battesimo e della santa cena, anche se viene compiuto solo in municipio ha tutto il valore di quello che viene compiuto in un luogo di culto della chiesa cattolica o in un locale di culto di una Chiesa evangelica. Dico nel luogo di culto della chiesa cattolica perché noi riconosciamo il matrimonio cattolico anche se non condividiamo la sua sacramentalità, e nel locale di culto di una Chiesa evangelica perché oggi molti pastori hanno l’autorizzazione da parte dello Stato di sposare e quantunque non condividiamo che un pastore ricerchi questa autorizzazione statale per mettersi a sposare i credenti noi riconosciamo come pienamente valido quel matrimonio.

L’autorità statale ha il potere di sposare due cittadini e siccome essa è stata ordinata da Dio secondo che è scritto: “Le autorità che esistono, sono ordinate da Dio”[673] quando due persone vengono da essa sposate vengono unite da Dio e perciò il loro matrimonio è valido. Non importa proprio nulla se essi rifiuteranno di non andare davanti ad un prete o davanti ad un pastore a sposarsi, il loro matrimonio rimane valido e chi oserà sprezzarlo perché privo del rito religioso (sia cattolico che evangelico) o perché non fatto esclusivamente davanti ad un ministro di culto riconosciuto dallo Stato avente potere di sposare tiene un comportamento sbagliato davanti a Dio di cui si deve pentire. Avete dunque compreso perché molti Cattolici che non frequentano mai il loro luogo di culto quando si devono sposare ci tengono a farsi sposare dal prete? Perché nel caso contrario, cioè se decidessero di sposarsi solo civilmente, si attirerebbero l’inimicizia della chiesa papista e le male parole di quei Cattolici che reputano il matrimonio un sacramento istituito da Cristo per cui esso è sacro solo se ministrato da un prete. Anche il sacramento del matrimonio dunque serve alla curia romana per tenere schiave sotto di sé tante anime.

Il controllo delle nascite si oppone alla Parola di Dio perché Dio ha comandato all’uomo e alla donna di moltiplicare

 

La Scrittura dice: “Crescete e moltiplicate e riempite la terra”,[674] ed altrove che la donna “sarà salvata partorendo figliuoli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia”.[675] Queste parole fanno chiaramente capire che Dio ordina all’uomo di generare e alla donna di partorire figli. Avere figli perciò non è qualcosa di facoltativo ma di obbligatorio agli occhi di Dio. Quanti figli? Quanti ne vuole dare Dio; non sono marito e moglie quindi a decidere quanti figli avere ma Dio, questo significa che essi non devono fare nulla per impedire il concepimento. Si lasci a Dio di fare quello che Egli vuole; che sia lui a impedire che la donna rimanga incinta. Non si dimentichi mai che Dio oltre ad essere buono è saggio, giusto ed è in grado di supplire ad ogni bisogno e perciò quei coniugi che affidano interamente a lui la pianificazione della loro famiglia non avranno mai da pentirsi di essersi abbandonati nelle mani di Dio perché non rimarranno né confusi e neppure delusi. E’ vero, saranno probabilmente chiamati (da taluni che si reputano savi e intelligenti) ingenui, sprovveduti, bestie senza ragione, ecc. ma questo avverrà a motivo di giustizia e non perché essi sono dati al male. I figli sono un eredità che viene da Dio, e costituiscono un premio, e sono paragonati dalla Scrittura a delle frecce in mano di un prode. E coloro che ne hanno il turcasso pieno sono dichiarati beati.[676] Al bando dunque le ennesime ciance del magistero cattolico romano che ingannano le persone. O Cattolici romani fino a quando andrete dietro a questa dottrina perversa del magistero romano: convertitevi dalle vostre vie malvagie al Signore e mettetevi a fare figli (non vi opponete a Dio e non vi preoccupate perché sarà Dio stesso a regolare la loro nascita e a provvedere tutto ciò di cui essi hanno bisogno) e ad allevarli nel timore di Dio!

Il vincolo matrimoniale si scioglie solo con la morte di uno dei due; solo allora l’uomo o la donna possono contrarre un altro matrimonio senza rendersi colpevoli di adulterio

 

Gesù ha detto: “Non avete voi letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre e s’unirà con la sua moglie e i due saranno una sola carne? Talché non son più due, ma una sola carne; quello dunque che Iddio ha congiunto, l’uomo nol separi”;[677] facendo chiara­mente capire che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito. Non è abbastanza chiaro? Ma che vanno dunque cianciando i papi quando dicono che essi hanno ricevuto da Dio la potestà di scio­gliere i matrimoni? Il Figlio di Dio ha detto per ordine di Dio: “L’uomo nol separi”, e il papa dei Cattolici dice che in nome di Cristo può sciogliere i matrimoni! A chi dobbiamo credere dunque? Al papa? Affatto; perché egli mente, come hanno mentito i suoi predecessori. Lui non ha ricevuto da Cristo nessun potere di sciogliere i matrimoni perché Cristo non può rinnegare se stesso. Cristo, dopo essere stato assunto in cielo, non cambiò idea sull’indissolubilità del matrimonio, e non rivelò a Pietro che egli aveva il potere di sciogliere persino i matrimoni in certi casi e che doveva trasmettere questa potestà ai suoi successori. Questa è la ragione per cui noi rigettiamo e dichiariamo una impostura l’affermazione papale che dice che il papa può scio­gliere il matrimonio in virtù dell’autorità divina ricevuta da Cristo. Sì, lo sappiamo che il papa usa le parole che Gesù rivol­se a Pietro: “Tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli”[678] per difendere lo scioglimento del matrimonio che egli opera; ma non ci meravigliamo più di tanto di questo suo illegit­timo uso di queste parole di Cristo. Basta considerare che nel passato ci sono stati papi come Gregorio VII e Innocenzo III che hanno preso queste parole per sostenere che il papa aveva ricevu­to da Cristo il potere di stabilire e deporre i re e di scioglie­re i loro sudditi dall’obbligo di fedeltà verso di loro (quando la Scrittura afferma di essere sottoposti alle autorità civili perché sono stabilite da Dio), per comprendere che non c’è da meravigliarsi di quello che essi dicono a riguardo del potere di sciogliere il matrimonio. Ma prescindendo dal fatto che il papa non ha il potere di scio­gliere il matrimonio, ossia dal fatto che egli non ha ricevuto da Cristo l’autorità divina di concedere dispense per il divorzio nei casi prima citati, vogliamo dire alcune altre cose.

Innanzi tutto Gesù dice in Matteo che “chiunque manda via sua moglie, quando non sia per cagion di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio”;[679] ed in Luca: “Chiunque manda via la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio”,[680] il che significa che l’uomo ha il diritto di mandare via la propria moglie solo se questa le è infedele, e dopo averla mandata via, finché sua moglie è in vita, non ha il diritto di contrarre un nuovo matri­monio perché se lo facesse commetterebbe adulterio lui stesso. Quindi la sola causa legittima per mandare via la propria moglie è l’adulterio; non si può mandarla via per altre cause, perché chi lo fa, la fa essere adultera. Ma quantunque la moglie venga mandata via dal marito a giusta ragione in questo caso, il marito non può passare a seconde nozze, perché questo significherebbe per lui commettere adulterio. Nel caso poi la moglie si separa dal marito o perché questo le è stato infedele o per altre ragioni, dice Paolo: “Rimanga senza maritarsi o si riconcilî col marito”.[681] Naturalmente la riconciliazione (nel caso il marito le è stato infedele), che implica anche il ritorno a vivere con il marito, può avvenire solo nel caso il marito chiede perdono e abbandona il suo peccato. Le nuove nozze sono vietate alla donna che si separa dal marito anche nel caso questa separazione avviene a motivo dell’infedeltà del marito; e questo perché la Scrittura dice: “La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito”,[682] ed anche che “se mentre vive il marito ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera”.[683] Anche in questo caso solo la morte del marito scioglie il vincolo matrimoniale e permette alla donna di risposarsi secondo che è scritto: “Ma se il marito muore, ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se divien moglie d’un altro uomo”.[684] E’ la morte, e nient’altro che scioglie il matrimonio; quindi il papa dei Cattolici dà l’avvallo all’adulterio quando dà la di­spensa per risposarsi a persone che hanno il coniuge ancora in vita.

Vediamo adesso di confutare alcuni di questi impedimenti dirimen­ti.

L’impotenza di uno dei coniugi non dà affatto all’altra parte né il diritto di mandare via l’altra parte, e neppure quello di sposarsi di nuovo, nella stessa maniera in cui non annulla il vincolo matrimoniale la sterilità della donna o dell’uomo. Ci troviamo davanti all’ennesimo precetto papista contraddittorio.

Anche il fatto di passare a un ordine maggiore della chiesa cattolica romana o in uno dei suoi istituti religiosi (quantunque sia errato volere entrare nell’ordine e negli istituti religiosi) non annulla il vincolo matrimoniale. La Scrittura non dice che se un credente sposato riceve dal Signore un particolare ministero da adempiere nella Chiesa, questi automaticamente è sciolto dal vincolo matrimoniale, o deve reputare illecito l’uso delle nozze dal momento che viene costituito dal Signore in quel ministero. L’apostolo Pietro quando fu stabilito apostolo dal Signore era sposato; ma non dichiarò il suo matrimonio nullo dal momento che ricevette da Cristo quel ministero. Egli fu costituito da Gesù anche vescovo perché Gesù gli ordinò di pascere le sue pecore e questo è confermato dal fatto che lui dice nella sua prima epi­stola di essere un anziano, ma non per questo il suo matrimonio fu annullato dall’ordine divino rivoltogli dal Signore, perché se lui avesse ripudiato la sua moglie per questa ragione lui l’avrebbe fatta adultera. La chiesa cattolica romana afferma che per servire efficacemente nella chiesa come prete, bisogna essere sciolti dal matrimonio già contratto; questa è una dottrina di demoni. La Scrittura non afferma affatto che un uomo non può servire efficacemente Dio nell’ufficio di vescovo, o in un particolare ministero, se è sposato; anzi dobbiamo dire che essa per quanto riguarda l’uffi­cio di vescovo afferma proprio il contrario, perché dice che il vescovo deve essere marito di una sola moglie e deve sapere governare bene la sua famiglia.

Per quanto riguarda il cosiddetto privilegio paolino diciamo che esso è una invenzione (di chi non sappiamo) perché non esiste. Paolo, dicendo ai Corinzi: “In tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati”,[685] non ha inteso dire che se il non credente si separa il credente è libero di sposarsi, ma ha detto solo che in questi casi, cioè nel caso il non credente non è più contento o disposto a coabitare con il credente e decide di separarsi dal credente, il credente non è obbligato più a non lasciare il non credente. Bisogna stare attenti a tutti questi privilegi che la curia romana ha fatto spuntare fuori dalla Bibbia nel corso del tempo dando arbitrarie interpretazioni alla Bibbia. Quanti privilegi hanno i preti! quanti privilegi hanno i vescovi! e quanti ancora più numerosi privilegi ha il papa! E tutti, a loro dire, sono scritti nella Bibbia.

Per quanto riguarda infine gli altri impedimenti dirimenti, siamo persuasi che, secondo quello che insegna la Scrittura, anche questi non rendono affatto nullo il matrimonio.

Nel caso del ratto possiamo citare un passo della legge che anche se non dice che l’uomo può sposare una donna rapita in vista del matrimonio, fa capire che anche un tale matrimonio è legittimo. E’ scritto infatti nel Deuteronomio: “Quando andrai alla guerra contro i tuoi nemici e l’Eterno, il tuo Dio, te li avrà dati nelle mani e tu avrai fatto dei prigionieri, se vedrai tra i prigionieri una donna bella d’aspetto, e le porrai affezione e vorrai prendertela per moglie, la menerai in casa tua; ella si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà il vestito che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua, e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; poi entrerai da lei, e tu sarai suo marito, ed ella tua moglie”.[686] Ma a tale riguardo voglia­mo citare pure un episodio narrato nel libro dei Giudici che parla di matrimoni avvenuti con il rapimento della donna, al fine di dimostrare come il vincolo matrimoniale non è affatto sciolto dal ratto della donna. Vi era stata una guerra tra i figliuoli d’Israele e la tribù di Beniamino. Migliaia di Beniaminiti erano stati messi a morte e molte delle loro città erano state date alle fiamme.[687] I figliuoli d’Israele avevano giurato di non dare le loro figliuole ai Beniaminiti,[688] ma dopo la guerra i figliuoli d’Israele si pentirono di quello che avevano fatto a Beniamino e si domandarono come avrebbero potuto provvedere delle donne ai superstiti di Beniamino dato che avevano giurato di non dare loro nessuna delle loro figliuole.[689] Scoprirono che tra coloro che erano saliti a Mitpsa non c’erano gli abitanti di Jabes di Galaad, e perciò mandarono a sterminare gli abitanti di quella città assie­me alle donne che avevano avuto relazioni carnali con l’uomo. Tra gli abitanti di questa città trovarono quattrocento fanciulle che non avevano avuto relazioni carnali con l’uomo e le menarono al campo, a Sciloh, e poi le dettero ai Beniaminiti.[690] Ma siccome non ve ne erano abbastanza per tutti,[691] gli anziani della raunanza dettero quest’ordine ai figliuoli di Beniamino: “Andate, fate un’imboscata nelle vigne; state attenti, e quando le figliuole di Sciloh usciranno per danzare in coro, sbucherete dalle vigne, rapirete ciascuno una delle figliuole di Sciloh per farne vostra moglie, e ve ne andrete nel paese di Beniamino... E i figliuoli di Beniamino fecero a quel modo; si presero delle mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nella loro eredità...”.[692] Sia ben chiaro però che queste Scritture non autorizzano l’uomo a rapire la donna per sposarsela perché, come potete vedere, esse fanno riferimento a delle parti­colari circostanze, ma comunque riteniamo che esse annullano il precetto della chiesa romana relativo all’impedimento del ratto.

Nel caso del delitto occorre dire che nella Scrittura abbiamo un esempio di come persino l’omicidio contro il coniuge dell’altro non annulla il matrimonio stabilito tra l’omicida e il coniuge rimasto vedovo; è il caso dell’uccisione di Uria lo Hitteo da parte di Davide. La Scrittura dice che Davide dopo avere commesso adulterio con Bath-Sheba, la moglie di Uria lo Hitteo, gli fece morire il marito e se la prese per moglie.[693] Rese nullo il suo matrimonio con Bath-Sheba il suo gesto criminale? Affatto. Attenzione; non per questo però possiamo dire che Davide fece bene, perché la Scrit­tura dice: “Quando la moglie di Uria udì che Uria suo marito era morto, lo pianse; e finito che ella ebbe il lutto, Davide la mandò a cercare e l’accolse in casa sua. Ella divenne sua moglie, e gli partorì un figliuolo. Ma quello che Davide avea fatto dispiacque all’Eterno”.[694] E di lì a poco Dio punì severamente Davide per l’adulterio e l’omicidio di cui lui si era reso colpe­vole; gli promise che la spada non si sarebbe mai allontanata dalla sua casa, che avrebbe suscitato una sciagura in casa sua, che avrebbe preso le sue mogli e le avrebbe date in mano di un suo prossimo, ed infine che il bambino che gli aveva partorito Bath-Sheba doveva morire. Quindi, quantunque il delitto di Davide non annullò il suo matrimonio, lui fu punito da Dio per esso. Dio è giusto, e lui vendica il sangue di tutti coloro che vengono uccisi a motivo della loro moglie.

Per terminare questo discorso sul divorzio cattolico ritengo sia necessario dire che i Cattolici romani per ottenere lo sciogli­mento del vincolo matrimoniale, e potere così passare a nuove nozze (non passano a nuove nozze solo i chierici), devono ottenere dalla chiesa romana la sentenza di nullità del matrimonio che costa alcuni milioni (a Roma 4 milioni e mezzo). In Italia la ‘Sacra Rota’ concede ogni anno cinquemila sentenze di nullità, mentre nell’intero mondo cattolico ogni anno ‘vengono giudicati nulli almeno 70 mila matrimoni’.[695] Come potete vedere per il papato questa sua ‘potestà’ di sciogliere i matrimoni è una fonte di disonesto guadagno.

I matrimoni misti sono una trappola del diavolo per fare sviare dalla fede e dalla verità i santi

 

Per matrimonio misto o interconfessionale si intende un matrimonio tra un credente ed una incredula, in questo caso specifico tra un credente ed una cattolica romana. Naturalmente se colui che porta il nome di Evangelico o Protestante non è nato di nuovo neppure lui è ancora un credente e quindi il matrimonio con la cattolica romana sarà un matrimonio tra increduli. Sarebbe un matrimonio misto solo di nome ma non di fatto perché ambedue sono ancora sotto la potestà del diavolo quantunque dicano di appartenere a due confessioni religiose diverse.

Fratelli, sappiate che da quello che dice la Scrittura è vietato ad un credente di sposarsi un’incredula perché Paolo dice: “Non vi mettete con gl’infedeli sotto un giogo che non é per voi; perché qual comunanza v’è egli fra la giustizia e l’iniquità? O qual comunione fra la luce e le tenebre? E quale armonia fra Cristo e Beliar? O che v’è di comune tra il fedele e l’infedele? E quale accordo fra il tempio di Dio e gl’idoli? Poiché noi siamo il tempio dell’Iddio vivente..”.[696] Quindi vi esorto a voi che cercate moglie di cercarvela fra le figliuole di Dio e non fra le incredule perché questa è la volon­tà di Dio in verso voi. Ricordatevi che voi siete il tempio di Dio e che in voi dimora lo Spirito di Dio che vi brama fino alla gelosia, e che quindi non potete avere comunione con una donna che è ancora un tempio di idoli. Mi spiego: in voi dimora Dio perché é scritto: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?”,[697] quindi siccome che tra il tempio di Dio e gli idoli quali Maria, Antonio, Giuseppe ed altri che una donna ha innalzato nel suo cuore non vi è nessuna comu­nione, voi per forza di cose non potete andare d’accordo con una cattolica romana che va dietro agli idoli muti. Uso un altro termine di paragone per farvi comprendere quanto sia illusorio pensare di sposarsi un’idolatra e condurre poi una vita felice con lei. Ora, voi sapete che il Padre di tutti coloro che hanno creduto in Cristo é Dio, ma voi sapete anche che il padre di tutti coloro che ancora non sono nati di nuovo è il diavolo. Quindi come Dio non va per nulla d’accordo con Satana che gli é avversario, così anche un figliuolo di Dio non può andare d’accordo con una donna che ancora è sotto la potestà di Satana, e questo perché essa, essendo sotto la sua potestà, é inclinata a fare il male ed a parlare male.

Vi ricordo anche che sotto la legge Dio ordinò ai figliuoli d’Israele di non sposarsi donne appartenenti ai popoli idolatri secondo che é scritto: “Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli e non prenderai le loro figliuole per i tuoi figliuoli, perché stornerebbero i tuoi figliuoli dal seguir me per farli servire a dèi stranieri, e l’ira dell’Eterno s’accenderebbe contro a voi...”.[698] Come potete vedere Dio sapeva che se i figliuoli d’Israele si fossero sposati delle donne straniere che andavano dietro agl’idoli esse poi li avrebbero fatti smettere di seguire e servire Dio, e perciò diede questo ordine. Ora, é vero che noi non siamo sotto la legge, é vero che le donne cattoliche non vanno dietro a Malcom, ad Astarte, o a Baal, ma è altresì vero che una donna cattolica romana và dietro ad idoli muti raffiguranti Maria ed altri personaggi del passato e li serve, quindi quest’ordine dato ai figliuoli d’Israele lo possiamo applicare anche a noi che siamo sotto la grazia. Lo ripeto: Dio non vuole che noi suoi figliuoli ci sposiamo delle adoratrici e delle serventi degli idoli della chiesa romana e questo perché sa che esse per certo pervertirebbero il nostro cuore e lo stor­nerebbero dal servire e seguire il Signore. Insomma farebbero nei nostri confronti quello che le mogli straniere fecero nei confronti del re Salomone secondo che è scritto che “le sue mogli gli pervertirono il cuore; cosicché, al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gl’inclinarono il cuore verso altri dèi; e il cuore di lui non appartenne tutto quanto all’Eterno, al suo Dio, come aveva fatto il cuore di Davide suo padre”.[699] E voi sapete che per questo motivo Dio si indignò contro Salomone e lo punì strappandogli il regno e dandolo al suo servo.[700] Badate a voi stessi: non vi appoggiate sul vostro discernimento dicendo in cuore vostro: ‘Ma in fondo in fondo é una brava ragazza anche se ancora non é convertita; sono sicuro che col tempo poi si convertirà!’, perché questo stesso ragionamento perverso lo hanno fatto prima di voi quei credenti che hanno voluto seguire il loro cuore e non il Signore, sposandosi delle ragazze cattoliche romane, e adesso sono pieni di guai e dolori, e conducono una vita infelice. Sono scomparsi dalle raunanze della Chiesa perché hanno abbandonato la comune adunanza; si sono gettati alle loro spalle la Parola del Signore, e loro che pensavano di convertire la loro moglie al Signore si sono convertiti all’andazzo di questo mondo; sono tornati nelle sale da ballo, sono tornati nei cinema, sono tornati negli stadi ad acclamare la squadra di calcio, sono tornati ad agire perversamente, sono tornati al luogo di culto della chiesa cattolica ad assistere alle pompose funzioni religiose di questa pseudochiesa e tutto ciò a motivo di un matrimonio con una infedele, matrimonio che non avrebbero dovuto contrarre per il loro bene.

Se un prete è disposto a sposare una sua par­rocchiana con un credente lavato con il sangue dell’Agnello, un pastore (colui che può, ai sensi della legge italiana, essendo la sua nomina di ministro di culto approvata dal Governo, celebrare matrimonio con effetti civili) non deve per nessuna ragione accettare di sposare una pecora del Signore affidata alla sua sorveglianza con una cattolica romana perché in questo caso acconsentirebbe a un matrimonio ingiusto che avrà nefaste conseguenze sulla vita del caparbio credente. In questa circostanza il pastore deve ubbidire al comando che Paolo diede a Timoteo: “Non parteci­pare ai peccati altrui; conservati puro”[701] e perciò deve rifiutarsi di sposarli. Ma vogliamo anche dire che un pastore, che è tale veramente, deve dissuadere con parole persuasive i credenti celibi dallo sposarsi delle infedeli e questo per evitare che essi si mettano sotto un giogo che non é per loro. Il matrimonio non é qualcosa da prendere alla leggera come fanno molti, perché per mezzo di esso ci si unisce ad una donna carnal­mente e si diventa una sola carne con lei; e poi perché esso si dissolve solo con la morte di uno dei due coniugi e in nessun’al­tra maniera. Il che equivale a dire che un credente che si sposa non può mettersi a pensare: ‘Ma tanto, anche se mi va male c’é il divorzio e mi posso risposare’, perché divorziare dalla propria moglie e sposarsi un’altra donna significa commettere adulterio.

Fratelli che siete preposti a pascere il gregge del Signore, suonate la tromba in seno alla Chiesa di Dio affinché i giovani credenti non rimangano ingannati dalle parole dolci e lusinghiere di quelle infedeli che Satana manda in mezzo al popolo di Dio per sedurre i figliuoli di Dio e farli allontanare dal Signore. E voi, fratelli celibi e sorelle nubili, abbiate piena fiducia nel Signore e domandate a lui il vostro coniuge; Egli é fedele e vi concederà pure il coniuge credente che fa giusto per voi. Ma vi scongiuro nel nome del Signore: ‘Non vi mettete con gli infedeli per il bene dell’anima vostra!’.

CONCLUSIONE

 

Come abbiamo potuto vedere la chiesa cattolica possiede una teologia sacramentaria tutta particolare. Riassumiamola per sommi capi. Il bambino dopo pochi giorni che nasce viene battezzato e fatto cristiano, mediante l’infusione di una acqua che ha il potere di cancellare i peccati; quest’acqua naturalmente opera la stessa cosa anche quando è versata su un battezzando adulto. Dopo il battesimo, viene la cresima con cui il battezzato riceve il sigillo dello Spirito Santo; questo perché un successore degli apostoli, vale a dire un vescovo, impone loro le mani e invoca sui battezzati lo Spirito Santo. Dopo di ciò il battezzato comincerà a prendere la comunione, che non è altro che Cristo stesso, perché il prete che ha ricevuto l’ordine trasforma con delle parole il pane in vero corpo sangue e divinità di Cristo. Quel pane ha il potere di rimettergli i cosiddetti peccati veniali e di preservarlo da quelli cosiddetti mortali. Ma oltre a ciò egli dovrà andarsi a confessare dal prete per ottenere la remissione dei peccati ‘mortali’ compiuti, perché senza l’assoluzione del prete andrebbe all’inferno. Il prete ha questa autorità perché conferitagli dal sacramento dell’ordine. Il Cattolico praticante dunque, impaurito, non mancherà di andare a confessarsi dal prete per ricevere la sua assoluzione. Ma dopo avere ricevuto l’assoluzione egli dovrà compiere opere di soddisfazione per ottenere piena remissione dei suoi peccati, e lucrare le indulgenze. E quindi, egli si darà da fare per guadagnarsi il perdono divino dando denaro alle missioni cattoliche, aiutando i preti nelle parrocchie, andando a fare pellegrinaggi, recitando preghiere ogni giorno, digiunando, ecc. Ma nonostante ciò egli non potrà giammai dire di essere salvato, di essere certo di avere i propri peccati rimessi, perché dire una simile cosa è presunzione. Con il sacramento del matrimonio, naturalmente per essere sacramento deve essere celebrato da un prete, il Cattolico riceverà la grazia di vivere santamente e di allevare cristianamente i suoi figli. Nel caso poi decidesse di rinunciare al matrimonio, per farsi prete, tanto meglio; perché sommamente importante è l’ufficio di prete. Quando poi si troverà malato grave ci sarà l’estrema unzione con cui gli verranno rimessi tutti i peccati, anche quelli che lui non avrà confessati, perché magari in coma profondo e irreversibile. Ma dopo tutto ciò non potrà andare subito in cielo dopo morto. Lo aspetta il purgatorio, luogo terribile, dove deve andare a scontare quel residuo di pena temporanea che ‘noi poveri peccatori’ - dicono i preti - abbiamo. Ma la chiesa lo rassicura; in purgatorio non ci starà per sempre, perché gli verrà in aiuto con la messa, vero sacrificio di Cristo che il prete compie ogni giorno in favore dei vivi e dei morti, e con elemosine, e con le indulgenze. Mediante queste cose gli saranno alleviate le pene, e poi sarà fatto uscire da quel carcere!

A questo punto io domando a voi che vi siete dati all’ecumenismo con i Cattolici: come pensate di andare d’accordo con i Cattolici sapendo tutte queste cose? Non vi rendete conto che da qualsiasi punto prendete il cattolicesimo la dottrina dei sacramenti, così concepita da loro, non la potrete giammai evitare perché la salvezza ‘romana’ passa per forza di cose per questa strada dei sacramenti quali segni efficaci della grazia che rappresentano e conferiscono? Non capite che, in virtù di questa loro dottrina sui sette sacramenti (cito solo questa perché basta solo questa), è impossibile pensare di camminare assieme con i Cattolici? Ma non vi rendete conto che avete a che fare con delle persone schiave di un sistema sacramentale che mena diritto diritto all’inferno e da cui quindi esse devono essere liberate se vogliono ereditare il regno di Dio?


Capitolo 3

 

LA CHIESA

 

La dottrina dei teologi papisti

 

E’ la società dei veri Cristiani i quali professano la fede in Cristo, hanno i sette sacramenti, si sottomettono al papa, che essendo il successore di Pietro è il capo visibile di essa, ed ai vescovi che sono i successori degli apostoli. La chiesa cattolica romana è la unica e vera chiesa perché solo lei è una, santa, cattolica e apostolica. Le altre chiese, quantunque hanno il nome di chiesa, non sono vere chiese. Fuori della chiesa cattolica romana non c’è salvezza. Chi abbandona la chiesa cattolica è un eretico ed apostata.

Ecco cosa insegna il catechismo del Perardi a riguardo della Chiesa: ‘La Chiesa é la società dei veri cristiani, cioè dei battezzati che professano la fede e dottrina di Gesù Cristo, partecipano ai suoi Sacramenti e ubbidiscono ai Pastori stabiliti da Lui’.[702]

Vediamo adesso qual’è il significato di queste parole che tro­viamo sempre nello stesso catechismo: ‘sono cristiani tutti coloro che hanno ricevuto validamente il Battesimo’[703] e che oltre ad essere battezzati credono ‘esplicitamente le verità che si debbono credere di necessità di mezzo o per precetto, e almeno implicitamente tutte le verità rivelate che Gesù Cristo ci propone per mezzo della Chiesa’;[704] confessano ‘esplicitamente la fede anche a costo della vita quando è necessario’[705] e vivono ‘in conformità dei dettami della Fede, praticandone le opere e osservando i Comandamenti di Dio e della Chiesa’;[706] che ‘partecipano ai suoi Sacramenti, cioè credono (e usano) tutti i sette Sacramenti che Gesù Cristo ha istituito per santificare le nostre anime’,[707] e ubbidiscono ai Pastori stabi­liti da Cristo ‘di cui è capo il Sommo Pontefice’[708] e gli altri ‘sono i Vescovi, che in comunione col Papa reggono e governano la Diocesi loro assegnata’.[709]

Nel catechismo si legge: ‘La Chiesa di Gesù Cristo è la Chiesa Cattolica Romana, perché essa sola è una, santa, cattolica e apostolica, quale Egli la vuole’.[710]

‘La Chiesa è una perché tutti i suoi membri ebbero, hanno ed avranno sempre unica la fede, il sacrificio, i Sacramenti e il capo visibile, il Romano Pontefice, successore di san Pietro (...) La nostra Chiesa risponde a tutte queste condizioni di unità. Essa ha: 1) Unica la fede, cioè quella di Gesù Cristo predicata dagli Apostoli. Noi crediamo le stesse verità che furono credute dai cristiani di ogni luogo e tempo passato (...) 2) Unico il sacrificio, cioè la santa Messa, incruenta rinnovazione e rappresentazione del sacrificio della Croce (..) 3) I sette Sacramenti che Gesù Cristo istituì per santificarci, non uno di più, né uno di meno; 4) Il capo visibile, il Romano Pontefice, successore di San Pietro; la nostra Chiesa è retta e governata dal Romano Pontefice..’.[711]

-  La chiesa cattolica romana è santa perché ‘è stata fondata da Gesù Cristo che è santo’ e ‘perché in lei sono santi la dottrina, il sacrificio e i Sacramenti, e tutti sono chiamati a santificarsi; e perché molti realmente furono santi, e sono e saranno’.[712]

-  La chiesa romana è cattolica, cioè universale, ‘perché è istituita e adatta per tutti gli uomini e sparsa su tutta la terra’.[713]

-  La chiesa romana è apostolica ‘perché è fondata sugli Apostoli e sulla loro predicazione, e governata dai loro successori, i Pastori legittimi, i quali, senza interruzione e senza alterazione, seguitano a trasmetterne e la dottrina e il potere’.[714]

‘La Chiesa di Gesù Cristo, detta per eccellenza Cattolica, si chiama pure Romana, o Romana Cattolica, appunto perché il suo capo visibile, colui che la regge e governa in nome di Gesù Cristo, è il Vescovo di Roma, il successore di san Pietro nella sede romana’.[715]

Tutti coloro che non sono stati battezzati da fan­ciulli (o da adulti) in seno alla chiesa romana, o che rifiutano di credere tutto o in parte quello che essa insegna, o che negano qualcuno dei loro sacramenti, o rifiutano di ubbidire al papa ed ai suoi vescovi, non sono dei veri cristiani perché non appar­tengono alla Chiesa di Gesù Cristo che è la chiesa cattolica romana. Si legge infatti nel catechismo: ‘Qual’è la Chiesa di Gesù Cristo? La Chiesa di Gesù Cristo è la Chiesa Cattolica-Romana’;[716] ‘chi non è battezzato non è cristiano’,[717] ‘gli ereti­ci, che negano o tutto o in parte quello che Gesù Cristo ha rivela­to, non appartengono più alla Chiesa quantunque siano stati battezzati’,[718] ‘coloro che dicono di professare la fede di Gesù Cristo, e poi negano l’uno o l’altro dei Sacramenti, non appar­tengono neppure essi alla Chiesa’,[719] ‘coloro che rifiutano di riconoscere e di ubbidire il Papa e il rispettivo Vescovo non sono veri cristiani’.[720]

Gli eretici sono i battezzati che si ostinano a non credere qualche verità rivelata da Dio e insegnata dalla Chiesa, per esempio, i protestanti (...) Sono apostati i battezzati i quali, con qualche atto esterno, rinnegano, ripudiano la fede cattolica già professata. Non è perciò apostata (quantunque reo di gravissima colpa) il cristiano che ne trascura i doveri, ma quegli che con un atto esterno (come sacrificare agl’idoli, abiurare la fede cattolica, praticare un culto anticristiano, passare al prote­stantesimo, ecc.) rinnega la fede prima professata’.[721]

Bonifacio VIII (1294-1303) affermò: ‘C’è una sola Santa Chiesa Cattolica e Apostolica, al di fuori della quale non esiste salvezza né remis­sione dei peccati’.[722] Secondo questo papa, tutti coloro che si trovavano fuori dalla chiesa romana andavano in perdizione perché essa era l’arca della salvezza e chi ne era fuori sarebbe annegato. Il loro ‘sacrosanto’ concilio di Firenze (1439-1443) ha confermato ciò dicendo che la sacrosanta chiesa romana ‘crede, fermamente, confessa e predica che nessuno di quelli che sono fuori della chiesa cattolica, non solo pagani, ma anche Giudei o eretici e scismatici, possano acquistare la vita eterna, ma che andranno nel fuoco eterno, preparato per il demonio e per i suoi angeli, se prima della fine della vita non saranno stati aggregati ad essa; e che è tanto importante l’unità del corpo della chiesa, che solo a quelli che rimangono in essa giovano per la salvezza i sacramenti ecclesiastici, i digiuni e le altre opere di pietà, e gli esercizi della milizia cristiana procurano i premi eterni. Nessuno - per quante elemosine abbia potuto fare, e perfino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo - si può salvare, qualora non rimanga nel seno e nell’unità della chiesa cattolica’.[723] Ancora oggi questa asserzione è dogma nella chiesa romana. Il suo concilio Vaticano II ha detto infatti: ‘Il santo Concilio (...) insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare’.[724] In altre parole fuori dalla chiesa cattolica romana ‘non si hanno né i mezzi stabiliti né la guida sicura alla salute eterna. I mezzi stabiliti da Gesù Cristo sono la vera fede, il sacrificio, i Sacramenti ecc.; la guida sicura è la Chiesa docente’,[725] e perciò c’è la perdizione. Sempre il concilio ecumenico Vaticano II ha confermato questo dicendo: ‘Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvez­za’.[726]

Per sostenere che la chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa i teologi papisti citano anche il fatto che i Cattolici romani sono centinaia di milioni nel mondo, e che tra di loro avvengono dei miracoli.

Confutazione

Quando si diventa membri della Chiesa di Dio secondo la Scrittura

 

Non si diventa membri della Chiesa di Gesù Cristo quando si viene battezzati da fanciulli in seno alla chiesa romana ma quando si nasce di nuovo, ossia quando si nasce d’acqua e di Spirito. E la nuova nascita il peccatore la sperimenta quando si ravvede dei suoi peccati e crede nel Signore Gesù Cristo; è allora, e solo allora, che egli può considerarsi membro del corpo di Cristo. Quindi sono membri della Chiesa di Dio tutti coloro che sono nati di nuovo secondo l’inse­gnamento del Signore.

Ma questa Chiesa non si può identificare con una particolare denomi­nazione escludendo così tutte le altre perché la Chiesa di Dio è composta da tutti coloro che in ogni luogo a prescindere la denominazione di cui fanno parte hanno sperimentato la nuova nascita. Con questo non vogliamo dire che rimanendo fuori dalla Chiesa di Cristo si può essere lo stesso salvati; affatto, perché noi sappiamo che solo i nati di nuovo erediteranno il regno di Dio ossia coloro che sono membra di Cristo, ma solo che non si può identificare la Chiesa con una particolare denominazione cristiana (e meno che meno con la chiesa cattolica romana che pretende di possedere i soli mezzi, cioè i sacramenti, tramite cui le persone possono essere salvate) escludendo da essa coloro che non ne fanno parte, perché la sua Chiesa è formata da tutti coloro che lo conoscono e sono stati da lui conosciuti e non da persone che hanno il nome di Cristiani ma che non sono rigenera­te.[727]

Qualcuno dirà: ‘Ed il battesimo?’. Esso è un atto che rappresenta la nostra entrata nella Chiesa di Dio dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo per via della concupiscenza (si può anche dire che è un segno esteriore con cui chi ha creduto testimonia la sua entrata nell’assemblea dei riscattati dopo avere vissuto una vita al servizio dell’iniquità e del peccato), che viene ministrato a persone che sono già passate dalla morte alla vita, che sono state già strappate dalla potestà delle tenebre e tra­sportate nel regno di Dio.[728]

Teniamo presente pure, quando parliamo del battesimo, che esso anticamente veniva ministrato il giorno stesso che le persone credevano, e non dopo settimane o mesi; e poi che non era una cerimonia pomposa, come purtroppo è diventato oggi in molti casi, da sembrare un rito magico o qualcosa di simile, quasi che possedesse la virtù di fare diventare Cristiani e membri della Chiesa di Dio. Non è così perché se il battesimo avesse il potere di fare diventare figliuoli di Dio e perciò membri della Chiesa di Dio la fede sarebbe annullata.

La Chiesa di Dio secondo la Scrittura

 

Vediamo ora come viene chiamata e rappresentata la Chiesa di Dio dalla Scrittura, al fine di comprendere e dimostrare perché non si può identificarla con la chiesa cattolica romana.

-  Gesù Cristo ha paragonato la Chiesa ad una vite; egli disse infatti ai suoi discepoli: “Io sono la vera vite, e il Padre mio é il vi­gnaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, Egli lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più. Voi siete già mondi a motivo della parola che v’ho annunzia­ta. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi, se non dimorate in me. Io son la vite, voi siete i tralci”.[729]

Ora, noi ci siamo uniti al Signore e siamo diventati un solo spirito con lui quando ci siamo ravveduti dai nostri peccati ed abbiamo creduto nel suo nome; per questo diciamo di essere entra­ti a fare parte della vite, cioè della casa di Dio. Quindi coloro che non si sono ancora ravveduti e non hanno creduto nel Figliuo­lo di Dio non sono uno con noi in Cristo Gesù, non importa di che Chiesa essi dicono di fare parte, perché non sono dei tralci della vigna di Dio. Come si fa dunque a riconoscere se una perso­na è un tralcio di questa vite? Innanzi tutto dal fatto che possiede la certezza di avere ottenuto la remissione dei peccati (perché si è ravveduto ed ha creduto in Cristo); e poi dai frutti degni del ravvedimento che egli porta osservando i comandamenti di Cristo. In altre parole dal fatto che egli dimora in Cristo e che Cristo dimora in lui. Come si possono dunque definire tralci della vite i Cattolici romani che dicono di non avere la certezza del perdono dei peccati e che sono dati all’idolatria e ad ogni forma di super­stizione? La risposta è: non si può.

-  La Chiesa di Gesù Cristo è l’assemblea di quelli che il Signore ha riscattati dal presente secolo malvagio, cioè di quelli che egli ha tirato fuori dal presente sistema di cose.[730] E noi, essendo stati tirati fuori dal presente secolo, siamo entrati a fare parte di questa santa assemblea: mentre tutti coloro che sono ancora di questo mondo non ne fanno parte, non importa se sono stati battezzati da fanciulli, cresimati o se si comunicano regolarmente. Essi sono nel numero di coloro che la Scrittura chiama “quelli di fuori”[731] e non tra coloro che la Scrittura defini­sce “quelli di dentro”.[732] Ma perché possiamo affermare che i Cattolici romani sono fuori dalla Chiesa di Dio e non dentro, e quindi del mondo e non di Cristo? Perché essi stessi, con la loro stessa bocca, affermano di non essere stati salvati. Non si può infatti definire una persona perduta un membro dell’ekklesia di Dio; perché le pecore perdute sono fuori dall’ovile e non dentro. Ribadiamo però anche che non si possono definire membri della Chiesa di Dio neppure tutti quelli che si dicono Evangelici o Protestanti ma che ancora non sono nati di nuovo. Essi sono perduti e fuori dalla Chiesa alla stessa stregua dei Cattolici romani.

-  La Chiesa è una casa spirituale formata da pietre viventi, cioè da uomini e donne che erano un giorno morti nei loro peccati e dopo sono stati vivificati dallo Spirito Santo; e noi per la grazia di Dio siamo parte di queste pietre viventi. Questo è quello che insegna Paolo quando dice agli Efesini: “E voi pure ha vivificati, voi ch’eravate morti nei vostri falli e nei vostri peccati... Voi dunque non siete più né forestieri né avventizî; ma siete concittadini dei santi e membri della fami­glia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli aposto­li e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. Ed in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito”.[733] L’apostolo Pietro lo conferma nella sua prima epistola, infatti prima dice agli eletti: “Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, mediante la parola di Dio vivente e permanente... come bambini pur ora nati, appetite il puro latte spirituale...”,[734] e poi afferma: “Anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale...”.[735] Quindi la Chiesa non può essere identificata con una organizza­zione di persone ancora morte nei loro peccati che corrono dietro agl’idoli muti, e che purtroppo, essendo state ingannate dai loro rettori, pensano di essere rinate e di essere entrate a fare parte della Chiesa di Gesù Cristo quando gli è stata versata sul capo l’acqua ‘benedetta’. Dov’è la vita in loro? Noi vediamo solo morte. Quella morte spirituale nella quale pure noi eravamo immersi nel passato quando eravamo schiavi del peccato. Noi sappiamo bene che cosa significa essere morti nei propri falli; per questo ci esprimiamo con sicurezza quando diciamo che i Cattolici romani sono ancora morti nei loro falli. Non è un giudizio ingiusto dato dall’apparenza, ma un giudizio giusto che si fonda sui fatti.

-  La Chiesa di Dio è il corpo di Cristo perché Paolo, scrivendo alla Chiesa di Dio che era in Corinto, dice loro: “Or voi siete il corpo di Cristo, e membra d’esso, ciascuno per parte sua”.[736] E siccome che le persone entrano a fare parte di esso per opera dello Spirito Santo secondo che è scritto: “Noi tutti abbiam ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo, e Giudei e Greci, e schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un unico Spirito”,[737] perché è Lui che prima le con­vince quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio e poi le vivifica; non si possono chiamare membri del corpo di Cristo persone che ancora non sono state vivificate dallo Spirito Santo. Per certo se i Cattolici romani fossero stati vivificati e fosse­ro perciò membra del corpo di Cristo, non avrebbero bisogno di nascere di nuovo e non perseguiterebbero e non insulterebbero tutti coloro che nel loro mezzo si ravvedono e credono nel Vange­lo e si separano da loro e cominciano a riprovare le loro eresie e la loro idolatria, perché noi sappiamo che Cristo non è diviso contro se stesso. Anzi, essi si atterrebbero al capo del corpo, cioè a Cristo, come noi; ma dov’è tutto ciò quando è manifesto che essi si attengono al cosiddetto papa anziché a Cristo? Paolo dice anche parlando del corpo di Cristo che “se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è onora­to, tutte le membra ne gioiscono con lui”;[738] ma noi non riscontria­mo che se qualcuno di noi soffre essi soffrono con noi, e neppure che se qualcuno di noi è onorato da Dio o dagli uomini essi si rallegrano con noi, il che conferma che non possono definirsi membri del corpo di Cristo. Queste sono le prove che dimostrano che essi non sono membri del corpo di Cristo, ma lo devono ancora diventare.

-  La Chiesa, secondo le parole di Pietro, è “una generazione eletta”,[739] cioè un insieme di persone che sono state elette a sal­vezza mediante la fede nella verità. Quindi coloro che ne sono membri sono sicuri di essere salvati perché hanno sperimentato la salvezza di Dio. Non si possono perciò definire Chiesa di Dio uomini e donne che ammettono apertamente di non essere stati salvati ma di essere ancora dei peccatori, o che è manifesto che sono ancora dei peccatori schiavi delle concupiscenze carnali e di ogni forma di idolatria e superstizione. A meno che non si voglia cominciare a chiamare coloro che sono ancora perduti, ritrovati; coloro che sono ancora schiavi del peccato, salvati; o coloro che sono della notte, figliuoli del giorno.

-  La Chiesa, sempre secondo le parole di Pietro, é “un real sacerdozio”,[740] ossia un regno di sacerdoti che offrono a Dio sacri­fici spirituali accettevoli per mezzo di Gesù Cristo. Perciò non si possono definire Chiesa di Dio i Cattolici romani che offrono il loro culto a Maria, agli angeli, o ai santi (sia a quelli veri che a quelli falsi) che sono morti, perché questo loro sacrificio non é accettevole a Dio ma gli é in abominio. Diciamo che i sacrifici spirituali che i Cattolici offrono alle loro statue e alle loro immagini sono un fetore alle narici di Dio, perché sono offerti ai demoni che si celano dietro questi loro idoli. Ricordatevi che Paolo dice che le carni che i Genti­li sacrificano agl’idoli essi “le sacrificano ai demonî e non a Dio”;[741] la medesima cosa si può dire di tutti i Cattolici romani che offrono i loro sacrifici spirituali ai loro idoli; essi li offrono ai demoni e non a Dio.

-  La Chiesa, secondo le parole di Pietro, è “una gente santa”,[742] cioè una gente che è stata santificata mediante lo Spirito Santo e che procaccia la santificazione. Quindi siccome che i peccatori schiavi delle loro concupiscenze e dell’idolatria non possono essere definiti dei santi, i Cattolici romani non sono membri della Chiesa, anche se hanno ricevuto il battesimo, la cresima e poi la comunione e si confessano al prete.

-  Paolo chiama la Chiesa dell’Iddio vivente “colonna e base della verità”,[743] il che significa che essa serve di sostegno alla verità che è in Cristo Gesù, cioè alla Parola di Dio secondo che è scritto: “La tua parola è verità”;[744] e che essa si leva in favore della verità. Come si può quindi chiamare la chiesa romana la Chiesa di Dio quando invece di sostenere la verità, cioè la Parola di Dio, la calpesta e la soffoca con l’ingiustizia? Essa non predica il Vangelo della grazia di Dio ma un altro Evangelo perché annunzia che l’uomo viene salvato dalle opere buone, e cioè per i suoi meriti, e non dalla fede soltanto. Per questo non si può definire questa chiesa “colonna e base della verità”, ma la si deve chiamare nemica acerrima della verità.

I due ordinamenti istituiti da Cristo per la sua Chiesa

 

Cristo non ha istituito sette sacramenti ma solo due ordinamenti o riti, che sono il battesimo per immersione e la cena del Signore; perciò non ha nessun fondamento scritturale l’affermazione che attribuisce a Cristo l’istituzione di sette sacramenti.

Di conse­guenza coloro che negano i sacramenti della chiesa romana perché non conformi a verità e perché riconoscono solo i due ordinamenti qui sopra citati non possono essere definiti degli eretici perché non sono propagatori di nessuna eresia. Facciamo notare che la ragione per cui preferiamo chiamare il battesimo e la cena del Signore ordinamenti o riti anziché sacramenti è perché per sacramenti la chiesa romana intende dei ‘segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci’,[745] cioè dei segni efficaci che ‘significando la grazia real­mente la conferiscono’.[746] E secondo la Scrittura il battesimo e la cena del Signore che Cristo ha istituiti non conferiscono la grazia che essi rappresentano, ma solo la rappresentano infatti il battesimo simboleggia il lavacro compiuto da Cristo in noi mediante la sua parola, mentre la cena del Signore annuncia la morte di Cristo avvenuta una volta per sempre.

Un altra ragione per cui preferiamo chiamare il battesimo e la cena del Signore ordinamenti (od anche riti) è perché la parola sacramento nel latino classico significa giuramento ed al tempo dell’impero romano era il giuramento di fedeltà (sacramentum) che i soldati romani facevano al loro vessillo. E noi sappiamo che il battesimo e la cena del Signore non costituiscono affatto un giuramento di fedeltà a Dio che ci ha salvati, ma semplicemente degli atti simbolici.

Il primo è il seppellimento del credente morto al mondo e rinato a nuova vita, ed il secondo è una rammemorazione della morte del Signore.

Chi c’è a capo della Chiesa

 

Il capo dello Stato del Vaticano non é il capo visibile della Chiesa di Cristo sulla terra perché Cristo non ha costituito sulla sua Chiesa nessun capo prima di essere assunto in cielo. Egli, che è il Capo, ha detto: “Dovunque due o tre son raunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro”,[747] perciò il capo della Chiesa è sempre e dovunque presente fra i suoi discepoli, senza il bisogno di essere rappresentato visibil­mente da nessuno.

L’apostolo Paolo spiega chiaramente ed in svariate maniere che il capo della Chiesa, sia in cielo che sulla terra, é Cristo Gesù:

-  Egli dice agli Efesini che Dio ha risuscitato il suo Figliuolo e lo ha fatto sedere alla sua destra al di sopra di ogni princi­pato e autorità e potestà e signoria, e d’ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire e che Egli “gli ha posta ogni cosa sotto ai piedi, e l’ha dato per capo supremo alla Chiesa, che é il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti”;[748] ed anche: “Seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo”,[749] e: “Cristo è capo della Chie­sa, egli, che è il Salvatore del corpo”.[750] Quindi, come il capo della moglie è uno solo e cioè suo marito, così il capo della Chiesa (che è la moglie dell’Agnello) è uno solo e cioè Cristo, il suo sposo, e nessun altro. Ora, uno dei nomi che porta il capo dello Stato del Vaticano è ‘sposo della chiesa’, il che equivale a dire che la moglie dell’Agnello ha due mariti (uno in cielo e l’altro in terra) il che non é vero perché Paolo dice alla Chiesa di Corinto: “Io son geloso di voi d’una gelosia di Dio, perché v’ho fidanzati ad un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo”.[751] Quindi colui che in terra è chiamato sposo della Chiesa è un impostore che cerca con le sue lusinghe di diventare lo sposo della Chiesa di Dio (mediante l’ecumenismo) per condurre la sposa di Cristo lungi dal suo sposo, in perdizione. Detto in altre parole, il cosiddetto papa cerca di indurre la Chiesa di Dio a tradire il suo sposo, cioè Cristo Gesù, perché vuole che essa si vada a rifugiare sotto le sue ali.

-  Ai Colossesi Paolo dice: “Ed egli é avanti ogni cosa, e tutte le cose sussistono in lui. Ed egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa; egli che é il principio, il primogenito dai morti, onde in ogni cosa abbia il primato”.[752] Perciò la Chiesa di Dio non ha due capi, di cui uno é in cielo e l’altro é sulla terra; o uno invisibile e l’altro visibile, ma uno solo ed Egli è in cielo alla destra di Dio e mediante la fede nel cuore di tutti coloro che lo hanno ricevuto come loro personale Signore e Salvatore.

Per quanto riguarda poi i vescovi della chiesa papista bisogna dire che essi non sono dei vescovi costituiti dallo Spirito Santo per pascere la Chiesa di Dio perché non hanno per nulla i requisiti necessari che deve avere il vescovo secondo le parole di Paolo a Timoteo, e non possono essere definiti i successori degli apostoli perché gli apostoli non lasciarono successori. Il ministerio che gli apostoli avevano ricevu­to da Cristo non era trasmissibile.

Quindi in conclusione noi figliuoli di Dio disconoscendo l’uffi­cio del papa e quello dei suoi vescovi non dimostriamo nessuna disubbidienza in verso il Signore, anzi riteniamo fermamente che rigettandoli ci mostriamo ubbidienti al Vangelo. E non solo questo, riteniamo pure che tutti coloro che vogliono piacere al Signore e ubbidirgli devono prima o poi rigettare il papa e i suoi vescovi.

 

Perché la chiesa cattolica romana non è una, santa, cattolica e apostolica

 

Unità.

La Chiesa di Dio antica aveva la fede in Cristo Gesù predicata dagli apostoli. Ma questa fede la chiesa cattolica romana non la possiede perché essa ripone la sua fiducia in Maria e in altri presunti intercessori che non possono fare proprio nulla in suo favore, e nei propri meriti anziché nei meriti di Gesù Cristo. E difatti essa non annunzia la fede in Cristo come via di salvezza perché è occupata a predicare che la salvezza si ottiene per opere e non per fede. Questo è un altro Vangelo e non il Vangelo predicato dagli apostoli.

E non si può dire neppure che la chiesa cattolica romana crede in tutte le cose in cui credeva la Chiesa primitiva perché quest’ultima non credeva nel purgatorio, nelle indulgenze, nell’immacolata concezione di Maria, nella transustanziazione, nella ripetizione incruenta del sacrificio di Cristo, nel culto delle immagini, nell’intercessione dei santi in cielo, nei sette sacramenti che essa possiede, nel primato di Pietro prima e poi di quello del vescovo di Roma quale suo successore, e in tante altre sue dottrine; quindi non è vero che i Cattolici romani credono le stesse cose che furono credute dai primi Cristiani. In effetti tutte queste dottrine erano estranee al ‘credo’ dei primi Cristiani. Basta leggere gli Atti degli apostoli e le epistole degli apostoli per rendersi conto di tutto ciò.

E poi non si può dire neppure che la stessa chiesa cattolica romana abbia sempre creduto le stesse cose perché come vedremo in appresso gli stessi papi si sono contraddetti tra di loro nel corso del tempo; ci furono degli scismi durante i quali esistevano due o talvolta tre papi e ognuno aveva la sua parte di seguaci; e i cosiddetti padri e i concili si sono contraddetti anch’essi nel corso dei secoli. Qui mi limito a ricordare ai lettori alcune controversie verificatesi nell’ambito della chiesa cattolica romana. I Domenicani combattevano l’immacolata concezione di Maria mentre i Francescani la difendevano e a motivo di ciò nacquero tra loro delle aspre e lunghe guerre. I Gesuiti (seguaci di Ignazio Loyola, 1491 ca. -1556) e i Giansenisti (seguaci di Cornelio Jansen, 1585-1638) si scontrarono su tante questioni di fede e di morale, come anche i Tomisti (seguaci di Tommaso d’Aquino, 1225-1274) e i Scottisti (seguaci di Duns Scoto, 1263-66 ca. -1308) sull’effetto dei sacramenti. In verità studiando la storia della chiesa cattolica romana ci si rende conto di quanto divisa sia stata nel passato. E non è che le cose sono cambiate nella sostanza, perché anche oggi tra i Cattolici romani sono in corso delle controversie sull’infallibilità papale, sul celibato, sul controllo delle nascite, sul limbo, sul battesimo dei bambini, e su altri punti dottrinali; alcuni dicono una cosa altri un’altra. Perciò non è neppure vero che anche oggi tutti i Cattolici credono le stesse cose. E poi ci vengono a parlare di unità a noi!

Che dire allora dell’unità esteriore di cui fa sfoggio la chiesa cattolica romana (nella maggioranza dei suoi membri)? Diciamo che essa è un’unità che si può riscontrare anche nei Testimoni di Geova, nei Mormoni, e in tante altre pseudochiese. Pure loro si vantano di essere uniti, di credere le stesse cose, di agire nella stessa maniera. Ma che significa questo? che sono la vera Chiesa di Dio solo perché manifestano tra di loro un’unione apparente nel perseguire i loro scopi? Affatto. Anche stando uniti si può sbagliare; anche stando uniti in qualche credenza o pratica si può andare in perdizione. Nel vedere questa unità fra i Cattolici è come se noi vedessimo un branco di capri che tutti uniti s’avviano verso un burrone. E questo perché sono uniti nel credere le medesime menzogne e nel compiere le medesime opere meritorie che non li possono salvare dall’ira a venire. Quindi, per riassumere, la chiesa cattolica romana mente quando afferma di essere lei sola la Chiesa di Cristo a motivo di questa cosiddetta unità passata e presente. E noi siamo rattristati molto nel vedere i suoi membri credere in questa menzogna.

La vera unità è quella che scaturisce dall’unità con Cristo Gesù; in altre parole la vera Chiesa è unita al suo interno perché i suoi membri sono uniti a Cristo Gesù mediante la fede. Possono anche variare certe forme esteriori tra le diverse Chiese, tal­volta variano anche certe dottrine non fondamentali, ma questo non significa che non siano uno in Cristo Gesù; perché i veri credenti si sentono legati l’uno all’altro dall’amore di Cristo a prescindere dalla denominazione a cui dicono di appartenere.

Santità.

Innanzi tutto è falso che Gesù Cristo abbia fondato la chiesa cattolica romana; con questo vogliamo dire che Gesù Cristo ha fondato sì la sua Chiesa universale, ma essa non è per nulla la chiesa cattolica romana perché Gesù ha fondato la sua Chiesa su se stesso e perciò sulla verità e non sulla menzogna come invece è fondata la chiesa cattolica romana. Sì, l’antica Chiesa di Roma, quella a cui Paolo scrisse la sua lettera, era stata vera­mente fondata da Cristo, ma pian piano quella Chiesa scomparve e il suo posto lo prese una chiesa apo­stata che tolse il fondamento che era Cristo Gesù e vi mise il suo vescovo e bramosa di potere si mise a signoreggiare con la sua arroganza le altre chiese e volle estendere il suo potere di giurisdizione a tutto il mondo; di questa la chiesa cattolica romana ha ereditato l’arroganza, la falsità, le eresie; questa è una chiesa che non assomiglia in nulla all’antica Chiesa di Roma. Quella era lodata per la sua fede, questa è lodata per le sue ricchezze materiali; quella era ricca in conoscenza questa peri­sce per mancanza di conoscenza; quella era ripiena di bontà, questa è spietata. Proseguiamo la nostra confutazione: è falso che la chiesa catto­lica romana è santa perché non sono santi né la sua dottrina, né la sua messa e neppure i suoi sacramenti, e poi perché i suoi membri non sono chiamati a santificarsi ma a corrompersi dietro gl’idoli muti e dietro ogni sorta di superstizione. Ma come si fa a definire santa la dottrina che incoraggia a mentire? O quella che dice che è lecito uccidere per legittima difesa? O quella che afferma che fumare non è peccato? O quella che afferma che il papa in alcuni casi ha il potere di sciogliere i matrimoni e fare passare a nuove nozze uno dei due coniugi mentre l’altro è in vita? O quella che impone il celibato ai preti? O quella che permette il culto a Maria, agli angeli, ai santi che sono in cielo? O quella della messa? O la venerazione delle reliquie? E non è neppure santificante come invece afferma il catechismo della chiesa romana: ‘Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, verso la santificazione degli uomini..’,[753] perché i suoi sacramenti, i mezzi di salvezza di cui essa dice di essere in possesso, non hanno il potere di conferire nessuna grazia santificante a chi li riceve, e perché non è la Chiesa che santi­fica ma Dio secondo che è scritto: “Or l’Iddio della pace vi santifichi Egli stesso completamente...”.[754] Per quanto riguarda poi il fatto che la chiesa cattolica romana affermi di essere santa perché ‘molti realmente furono santi, e sono e saranno’;[755] bisogna dire che questa è quella santità eccezionale che loro assegnano a coloro che si sono distinti per opere meritorie particolari. Essi ricordano tra di questi, ‘Giovanni Bosco, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Cottolengo’[756] e molti altri.[757] Ma tra i santi della chiesa cattolica romana non ci sono solo persone che si sono distinte per le loro opere di beneficenza, ma anche per le loro inique opere, come per esempio Damaso, Pio V, e tanti altri.

Quindi tra i santi dichiarati tali dai Cattolici ci sono uomini le cui vesti erano lordate; quelli che ignorando la giustizia di Dio che si ha mediante la fede in Cristo cercarono di stabilire la loro giusti­zia che agli occhi di Dio è un panno lordato, e quelli che invece si abbandonarono in maniera palese ad ogni sorta di iniquità, vestiti anche loro di abiti sudici perché le iniquità nella Scrittura sono rappresentate da abiti sporchi.

La Scrittura afferma che la Chiesa di Cristo è santa secondo che è scritto che Gesù l’ha amata e “ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola”,[758] e che tutti quelli che ne fanno parte sono dei santi già sulla terra (questo anche se non tutti si santifi­cano nella stessa misura) perché tutti - senza distinzione di sorta - sono “stati santificati mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo”,[759] e perciò non esiste una categoria di santi normali e una di santi eccezionali. Tra i santi ci sono quelli che si santificano di più e quelli che si santificano di meno.

Cattolicità.

La chiesa romana non è stata istituita per tutti gli uomini e non è adatta agli uomini perché, al contrario di quello che i teologi dicono, essa non serve a fare diventare santo nessuno. Come può essere definita utile a fare diventare santi gli uomini una chiesa che distoglie le persone dal volgersi a Cristo per ottenere gratuitamente la salvezza da lui ed essere da lui santificati, e li induce a confidare nelle proprie opere per la propria salvezza? Non è forse vero invece che la chiesa catto­lica romana con le sue perverse dottrine aiuta gli uomini a rimanere peccatori? Un Mussulmano diventa Cattolico? Rimane peccatore. Un Buddista diventa Cattolico romano? Che cambia? Il nome della religione solo, perché peccatore era prima di diventa­re Cattolico e peccatore rimane anche dopo. Cambiano le dottrine, ma l’ex Mussulmano o l’ex Buddista continua a rimanere perduto, perché l’Islam, il Buddismo ed il Cattolicesimo sono religioni che si basano sui meriti umani che non possono affrancare l’uomo dal peccato; cambiano gli atti del culto, ma non cambia il cuore perché il cuore lo può trasformare solo Cristo Gesù mediante il Vangelo della grazia. Proprio quello che la chiesa cattolica romana si rifiuta di annunziare agli uomini. Per quanto riguarda la sua pretesa cattolicità riconosciamo che la chiesa romana é sparsa sulla faccia della terra e che di essa fanno parte persone di tante nazioni, ma non la riconosciamo come la Chiesa universale stabilita da Dio perché non è la Chiesa di Dio sparsa sulla faccia della terra, ma solo una grossa orga­nizzazione religiosa che benché dica di essere cristiana non predica il Vangelo della grazia di Dio ma un suo proprio Vangelo fondato sui meriti dell’uomo anziché sulla grazia di Dio, che non costituisce per nulla una buona notizia. Può forse essere chiama­ta buona novella quella che dice che chi vuole essere salvato deve ricevere i sacramenti; il battesimo una volta sola, la cresima pure, la comunione più spesso possibile, la penitenza almeno una volta all’anno; ed oltre a ciò deve fare, fare, fare più opere buone possibili per guadagnarsi la salvezza eterna. E per giunta dopo avere fatto tutte queste cose egli non può essere sicuro di essere salvato e di andare subito in cielo alla sua morte - perché se lo dicesse peccherebbe di presunzione - perché egli deve andare in purgatorio ad espiare i suoi peccati? No, non può essere definita buona ma cattiva notizia questa della chiesa cattolica romana, perché nella sostanza ha annullato la grazia di Dio rendendo vana la fede.

La Chiesa di Cristo è veramente cattolica, cioè universale, perché di essa fanno parte persone di ogni tribù, popolo, lingua e nazione;[760] che nel luogo della terra dove abitano rendono a Dio un culto in ispirito e verità mediante Cristo Gesù. Nel loro cuore dimora Cristo, sulle loro labbra abbondano le azioni di grazie rivolte a Dio per averli messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Dio ne conosce il numero; noi no. Certo è però che essi sono riconoscibili dalla certezza di essere salvati che possiedono e dai loro frutti di giustizia che portano. Questa è la Chiesa che è utile agli uomini perché annun­cia al mondo la parola della fede che dice che se l’uomo confessa con la sua bocca Gesù come Signore e crede col cuore che Dio l’ha risuscitato sarà salvato.[761] Questa è la buona novella della grazia di Dio; perché afferma che per essere salvati occorre soltanto credere; questo messaggio è utile agli uomini perché da certezza di salvezza eterna a chi lo accetta con tutto il cuore.

Apostolicità.

E’ falso che la chiesa romana sia apostolica perché essa non si attiene agli inse­gnamenti che gli apostoli hanno dato per lo Spirito Santo. Essa si attiene a molti precetti che voltano letteralmente le spalle alla verità che é in Cristo Gesù; quelli insegna, non quelli degli apostoli. Gli apostoli insegnavano che si viene salvati soltanto mediante la fede e loro dicono che la fede non basta; gli apostoli insegnavano che c’è solo un mediatore tra Dio e gli uomini, mentre loro insegnano che oltre a Cristo ci sono tanti altri mediatori tra cui spicca Maria; gli apostoli insegnavano che dopo questa vita c’è solo l’inferno e il paradiso, mentre loro gli hanno aggiunto il purgatorio; gli apostoli mettevano in guardia dagli idoli e loro invece insegnano a servire le statue e le immagini; gli apostoli esortavano a non mentire e loro invece dicono che in alcuni casi si può mentire; ecco alcuni punti in cui la dottrina cattolica romana è l’opposta di quella apostolica. Ed oltre a ciò essa non è neppure governata dai successori degli apostoli, ma solo da uomini morti nei loro falli che si fanno passare per i legittimi successori degli apostoli. Gli apostoli non poterono lasciare dei successori perché l’ufficio che essi aveva­no ricevuto da Dio non era trasmissibile ad altri. Essi trasmise­ro il loro insegnamento e non il loro ministerio. Ma quando mai nella Scrittura il ministerio apostolico veniva trasmesso da chi lo possedeva ad un suo successore? Il ministerio apostolico, come anche qualsiasi altro ministerio, non si riceveva per successione ma per decreto di Dio in virtù di una vocazione celeste. Per questo si deve escludere che gli apostoli abbiano trasmesso il loro ministerio a dei loro successori.

La vera Chiesa di Cristo è sì apostolica perché i suoi membri sono “stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare”;[762] dove per fonda­mento degli apostoli si deve intendere l’insegnamento degli apo­stoli. Quindi ogni chiesa che si attiene fermamente alla dottrina dei santi apostoli è una Chiesa di Cristo, mentre ogni chiesa che rigetta il loro insegnamento non è apostolica.

Romanità.

La Chiesa di Gesù Cristo è sì una, è sì santa, è sì apostolica, e cattolica, ma non è affatto Romana perché il suo capo e colui che la governa non è il capo dello Stato del Vaticano che risiede a Roma, ma Cristo Gesù che dimora alla destra del Padre nei luoghi altissimi. Lui prima di lasciare questo mondo e tornare al Padre non lasciò nessun capo visibile alla sua Chiesa. Per quanto riguarda questa pseudochiesa essa possiede il titolo di romana perché colui che la governa risiede a Roma dove essa dice che l’apostolo Pietro ha esercitato il suo papato e lo abbia trasmesso ai suoi successori a Roma; ma questa del papato di Pietro a Roma e della trasmissione del relativo primato petrino è una favola artificiosamente composta; un qualcosa smentito dalle Scritture e dalla storia.

Quindi se il titolo di Romana si può addurre per questa organizzazione solo perché colui che la comanda è a Roma, certamente non si può applicare alla Chiesa di Gesù Cristo sparsa sulla faccia della terra perché il suo Capo è in cielo e non a Roma.

Concludendo, questa organizzazione non può essere definita neppu­re cristiana ma deve essere definita anticristiana, e questo perché a parole dice di attenersi al capo che é Cristo, ma nei fatti rinnega il suo insegnamento e lo annulla in moltissime maniere, impedendo alle persone di credere nel Vangelo per otte­nere la remissione dei loro peccati.

Sappiamo bene che il concilio Vaticano ha decretato: ‘Se alcuno dirà, che la vera Chiesa di Cristo, fuori della quale nessuno può salvarsi, non sia quella di Roma, che è una, santa, cattolica ed apostolica, sia anatema’;[763] ma a noi non ci importa nulla di questo loro ennesimo anatema perché esso non è verità ma menzogna.

Le accuse rivolteci confutate

 

Abbiamo dimostrato che la chiesa cattolica romana mente quando afferma di essere la sola Chiesa di Cristo perché solo lei è una, santa, cattolica e apostolica. Vediamo adesso in che maniera il catechismo romano parla delle chiese che non sono sotto la giuri­sdizione del loro papa: ‘La sola Chiesa Cattolica-Romana è la Chiesa di Gesù Cristo; le altre, quantunque si dicano cristiane, non sono e non possono essere la Chiesa di Gesù Cristo. Infatti nessuna di esse ha né può avere le singolari distintive qualità della Chiesa di Gesù Cristo; nessuna di esse è una, santa, cattolica e apostolica’.[764]

Nei dettagli le accuse sono queste.

-  Unità. Ci viene detto che noi non possediamo l’unità perché siamo centinaia di sette e ognuno crede quello che gli pare, perché non abbiamo la messa e né altro sacrificio, perché c’è chi tra noi ammette due sacramenti, chi tre, chi cinque, chi nessuno, e perché non siamo governate dal successore di Pietro.

Rispondiamo. Innanzi tutto vogliamo dire che quantunque le Chiese evangeliche portino nomi diversi, e sono in grande numero, pure tutti quei loro membri che sono veramente nati di nuovo formano un unico corpo, perché hanno creduto nello stesso Signore, e hanno lo stesso Padre. Sono stati battezzati dello stesso batte­simo, e hanno la stessa speranza. Ci teniamo a precisare però che noi non riconosciamo né il battesimo degli infanti e neppure quello per infusione amministrato da alcune chiese perché non conforme alla Scrittura.

E’ vero che tra le Chiese evangeliche non tutti accettano tutte le dottrine bibliche; perché le divergenze dottrinali ci sono, noi questo non lo disconosciamo, ma riconosciamo altresì che tutti predicano la dottrina della giustificazione per sola fede, che è la dottrina che permette agli uomini di nascere di nuovo ed entrare nel regno di Dio e la maggiore parte insegna e pratica il battesimo in acqua. Ma tutt’altra cosa è quando si parla della chiesa cattolica romana; essa infatti con la sua tradizione ha annullato la dottrina cardine del Vangelo. Da questo il nostro profondo dissenso con lei.

Per quanto riguarda i sacramenti (che taluni chiamano ordinamenti come noi); c’è chi ne ha due, chi tre, chi nessuno (come purtroppo l’Esercito della sal­vezza); questo è vero. Ma nonostante questo noi con questi nostri fratelli che riconoscono tre ordinamenti perché vi aggiungono la lavanda dei piedi, o con quelli che purtroppo non hanno il batte­simo e la cena del Signore ci sentiamo ugualmente legati dalla fede in Cristo. Riproviamo però fermamente il fatto che l’Eserci­to della salvezza abbia tolto il battesimo e la cena del Signore; non siamo per nulla d’accordo con questo, ma pure sappiamo che tra di loro ci sono tanti fratelli, nati veramente d’acqua e di Spirito. Non abbiamo la messa perché Cristo non l’ha istituita; essa è un atto profano. Offriamo a Dio però altri sacrifici; quello della lode, le opere di beneficenza, le azioni di grazie.

Non siamo governati dal successore di Pietro e neppure dai suc­cessori degli apostoli; ecco l’altra accusa. Ma l’apostolo Pietro e gli apostoli con lui non hanno lasciato successori. Le chiese locali sono governate da pastori che sono assistiti da degli anziani o in alcuni casi solo da un collegio di anziani. Ci sono poi tante chiese che si sono unite per formare una denominazione in cui purtroppo troviamo una forma gerarchica, che assomiglia a quella papale. Ma noi non siamo d’accordo con questo tipo di organizza­zione perché non ha fondamento nella Scrittura.

-  Santità. Le accuse sono queste. Non la possediamo perché siamo stati fondati da uomini ribelli, non abbiamo i mezzi per santifi­care gli uomini perché abbiamo rinnegato la maggiore parte dei sacramenti e la messa, e quelli che conserviamo non sono che cerimonie. La nostra dottrina non è santa perché si fonda sulla negazione del libero arbitrio, della necessità delle opere buone, e sulla sufficienza della fede per salvarsi.

Rispondiamo. Non è vero che siamo stati fondati da Lutero e Calvino; loro sono stati uomini di cui Dio si è usato per operare una riforma, tutto qua. Per quanto riguarda la loro condotta diciamo che a ciò che ci viene dato a conoscere non furono irre­prensibili; per le loro colpe dovranno rendere conto a Dio. Ma è altresì vero che la curia romana ha lanciato ogni sorta di calun­nie contro questi due uomini tanto è stata indispettita dal fatto che essi hanno risvegliato negli uomini l’amore per la Scrittura. Noi riteniamo di essere stati edificati sul fondamento che è Cristo Gesù, e da lui stesso.

Non abbiamo i mezzi per santificare gli uomini. Se per mezzi si intendono i sette sacramenti romani, è vero che noi non li abbia­mo, ma perché non sono scritturali. Essi non santificano proprio nessuno. Ma abbiamo con noi Cristo che è “Colui che santifica”,[765] egli è il mezzo per mezzo del quale gli uomini vengono santifica­ti; per mezzo di lui si ottiene la grazia, per mezzo della fede in lui si viene santificati. Che bisogno c’è dunque dei sette sacramenti romani? Nessuno.

Quanto agli ordinamenti che possediamo è vero che essi non conferiscono la grazia ma pure li celebriamo con la massima serietà e devozione, così come sono stati istitui­ti da Cristo. Non è vero che neghiamo il libero arbitrio, perché insegniamo che l’uomo possiede una volontà personale, però questa sua volontà rimane sempre soggetta a Dio. L’uomo nasce corrotto, total­mente corrotto, incapace di scegliere la via della salvezza. Quando l’uomo decide di invocare il Signore per la sua salvezza, lo fa in virtù del decreto che Dio ha formato in se stesso prima della fondazione del mondo. L’uomo però è ignaro di questo quando prende questa decisione; lo scoprirà però dopo. Parleremo della predestinazione, Dio volendo, in altra occasione. Neghiamo la necessità delle opere buone per salvarsi; è vero, perché si viene salvati soltanto per la fede in Cristo; la Scrit­tura lo insegna ripetutamente questo. Non neghiamo però la neces­sità di fare frutti del ravvedimento (le opere buone) dopo essere stati salvati, per rendere ferma la nostra elezione a salvezza. Le opere buone devono essere praticate dai riscattati.

-  Cattolicità. Non la possediamo perché esistiamo solo da circa quat­trocentocinquanta anni.

Rispondiamo. Non è affatto vero, perché le nostre origini risalgono a più di mille novecento anni fa. Precisamente risalgono al giorno in cui la prima persona credette che Gesù era il Cristo; quello fu il primo credente in Cristo, il nostro primo fratello.

-  Apostolicità. Noi non la possediamo perché non siamo fondati sugli apostoli né sulla loro predicazione, ma sulla dottrina dei vari Lutero, Calvino e altri che erano ribelli alla dottrina degli apostoli.

Rispondiamo. Falso, noi siamo apostolici, perché la nostra predicazione è in armonia con quella degli apostoli. Lutero e Calvino si ribellarono piuttosto alla dottrina dei falsi apostoli, cioè della curia romana; per questo furono etichettati ribel­li. Essi insegnarono la giustificazione per sola fede in opposizione alla dottrina della salvezza per opere predicata dalla curia romana, ed in questo proclamarono ciò che è giusto.

La salvezza non è in una chiesa ma è in Cristo Gesù

 

La Scrittura dice che la salvezza è in Cristo Gesù, nel suo nome, e non in una religione o in una organizzazione perché Pietro disse: “E in nessun altro é la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati”.[766] Certo, la Chiesa di Dio (e qui non ci riferiamo a nessuna denominazione o organizzazione particolare, ma all’insieme dei riscattati dell’Eterno) proclama agli uomini la salvezza che è in Cristo Gesù; in mezzo a lei dimora il Salvatore, ma questo non significa che sia lei a salvare gli uomini, perché la salvezza appartiene a Dio e al suo Figliuolo. Vogliamo dire con questo che la Chiesa di Dio possiede il nome di Colui che è potente a salvare gli uomini e quello annunzia ma non il potere di conferire la grazia a nessu­no, perché questa la conferisce solo Dio in Cristo Gesù a chi crede. La chiesa cattolica romana invece afferma più o meno esplicitamente che fuori di essa non c’è salvezza, perché secondo la sua dottrina la grazia giustificante e santificante si ottiene mediante i suoi sacramenti amministrati da lei. In questa maniera è lei che fa diventare Cristiani gli uomini con il battesimo, è lei che li conferma, ed è sempre lei che mediante i sacerdoti assolve gli uomini dai loro peccati, e li sostenta con il vero corpo e sangue di Cristo, ed infine gli dà l’estrema unzione per aiutarli a passare da questa vita a quell’altra. E una volta morti viene in loro aiuto con le indulgenze per farli passare dal purgatorio in paradiso. Insomma essa con la sua dottrina sui sacramenti tiene incatenate a sé le persone, facendo dipendere la loro salvezza eterna dai suoi sacramenti. Questa è la ragione per cui ancora oggi i Cattolici pensano che al di fuori della loro chiesa non ci sia salvezza; perché viene detto loro che fuori di essa non c’è nessuna chiesa con il vero battesimo che possiede lei, con dei veri sacerdoti che hanno il potere di rimettere i peccati come li possiede lei, che mutano l’ostia nel vero corpo di Cristo, e che dopo morti mediante le messe potranno farli passare dal purgatorio in paradiso. Ah! quante anime si affidano ai sacer­doti cattolici romani per la loro salvezza credendo che essi siano dei mediatori tra Dio e loro! Una cosa è certa: chi è salvato è membro della Chiesa di Dio ed ha il suo nome scritto nei cieli. Ma chi ha il suo nome scritto nel registro della chiesa romana ed è definito membro di essa, e non ha il suo nome scritto nei cieli, è perduto; e questo perché la salvezza non la si ottiene entrando a fare parte della chiesa cattolica romana con il battesimo e ricevendo in seguito gli altri suoi sacramenti ma ravvedendosi e credendo in Cristo Gesù, quindi per grazia, senza compiere opere buone. Certo è che la curia romana affermando che fuori dalla chiesa romana non v’è salvezza fa pensare alle persone che solo in mezzo a lei si sta al sicuro, ma questa é una menzogna perché tutti coloro che hanno conosciuto il Signore e sono usciti da essa riconoscono di essere stati liberati da una casa di servitù dove per lungo tempo hanno ubbidito a dei precetti umani che voltano le spalle alla verità. Essi si vergognano di quelle cose che un giorno compivano in ubbidienza ai precetti di questa organizzazione e sono ricono­scenti a Dio per avere loro fatto conoscere la verità che li ha resi liberi. A coloro che cercano il Signore in mezzo a questa organizzazione il Signore dice tuttora: “Uscite da essa”.[767]

A questo punto è bene anche dire che la curia romana da alcuni decenni a questa parte ha mitigato un pò l’affermazione che al di fuori della chiesa romana non c’è possibilità di salvarsi, anzi possia­mo dire che l’ha apertamente contraddetta anche se molti Cattolici forse non se ne sono accorti. Siamo abituati a sentire la curia romana contraddirsi, per questo non ce ne meravigliamo un gran che. Ma qual’è questa ennesima contraddizione in cui è caduta la curia romana? Questa. Essa dice: ‘...chi è fuori della Chiesa senza propria colpa (perché è nato da genitori non cattolici, e non conosce che la vera Chiesa è la cattolica) e vive bene, cioè ama e serve il Signore nel migliore modo che conosce, egli può salvarsi...’.[768] Ci si domanderà il perché di questo apparente cambiamento; bene, la ragione è perché la curia romana per potere mettersi a parlare di ecumenismo con i suoi cosiddetti ‘fratelli separati’ si è trovata costretta ad abbandonare la sua rigidezza, nel parlare s’intende non nei fatti, per non compromettere il suo dialogo con tutte quelle chiese che essa cerca di portare ai suoi piedi. Quindi, in sostanza, queste parole sulla possibilità di salvezza anche per coloro che non fanno parte della chiesa cattolica romana servono alla chiesa romana per camuffarsi e poter attirare così i cosiddetti fratelli separati nel suo seno. Fratelli, non vi fate sedurre da quei loro discorsi, fondati sul decreto sull’ecumenismo, in cui parlano di noi come di ‘chiese’ perché nella sostanza la chiesa cattolica romana si ritiene ancora ‘lo strumento generale della salvezza’ ed afferma che ‘solo per mezzo della cattolica chiesa di Cristo (...) si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza’,[769] il che equivale a dire che noi non siamo veramente chiesa perché non possediamo questa pienezza dei mezzi di salvezza. Ci tengo a ribadire questo perché so che molti credenti sono rimasti ingannati da questi discorsi papisti sull’appartenenza alla chiesa che vengono fatti dopo il concilio Vaticano II. Io ho potuto riscontrare personalmente che questo loro discorso che tende a riconoscere in coloro che non fanno parte della chiesa cattolica romana dei Cristiani contraddice la loro tradizione. Perché? Perché affermare che fuori della loro organizzazione le persone possono salvarsi lo stesso significa andare contro le loro dottrine così come sono esposte per esempio dal concilio di Trento, in altre parole significa annullarle. Ma vediamo da vicino questa loro ennesima contraddizione. Ora, da un lato essi affermano che solo loro possiedono la pienezza dei mezzi di salvezza e che noi questa pienezza non la possediamo, e dall’altro lato essi dicono che pure noi possiamo salvarci senza ‘la pienezza dei mezzi di salvezza’. Ma allora questo vuole dire che gli uomini possono salvarsi anche senza i loro sacramenti? Se sì, perché dunque sono così attaccati ai loro sacramenti come lo erano i loro predecessori attribuendo­gli il potere di giustificare e santificare? Perché dunque non ritrattano tutto quello che essi affermano sui loro sacramenti? Perché non affermano che il concilio di Trento ha sbagliato grandemente lanciando l’anatema contro coloro che non riconosce­ranno la loro tradizione e i loro sette sacramenti? Perché non tolgono di mezzo tutte le loro dottrine che non hanno un fonda­mento scritturale a partire da quella che attribuisce ai loro sacramenti il potere di conferire la grazia santificante per poi proseguire con tutte le altre? Ma tutto ciò è impensabile perché in questo caso dovrebbero smentire i loro padri, i loro dottori, i loro concili, insomma tutta la loro tradizione. Allora, il fatto che essi affermino che c’è salvezza fuori dalla loro chiesa non può che essere falso perché non si concilia affatto con tutta la loro tradizione. Ma fermatevi un momento e riflettete fratelli: come può la chiesa papista affermare che tutti coloro che rigettano il papa e la via della salvezza così come la insegna lei (cioè per mezzo dei suoi sacramenti) sono maledetti (quindi noi saremmo sotto la maledizione)[770] e dire nello stesso tempo che anche noi (qui mi riferisco in particolare a coloro che sono fuori dalla chiesa cattolica romana perché nati da genitori che non sono più o non sono mai stati Cattolici romani) possiamo salvarci o che siamo a ragione insigniti del nome di Cristiani e riconosciuti da essa come fratelli nel Signore? Ma ditemi: ma da quando in qua i maledetti sono anch’essi figliuoli di Dio? Non è forse vero che secondo la Scrittura i maledetti saranno gettati nel fuoco eterno? Ed ancora, come fa la chiesa cattolica ad affermare che la Bibbia solo non basta per salvarsi (perché ci vuole anche la tradizione) e nello stesso tempo dire che noi ci possiamo salvare solo con la Bibbia senza la loro tradizione? E voglio proseguire: ma come si fa a credere al papato quando i loro libri di dogmatica e i loro catechismi passati e presenti non differiscono in nulla tra di loro se non nel modo di presentare certe dottrine (cioè oggi sono un pò meno duri nei nostri confronti di quanto fossero una volta)? Quando le affermazioni sui sacramenti, sul papato, sul purgatorio, sulla salvezza, sono le stesse di quelle che facevano secoli fa i loro eminenti teologi? Perché credere che dicono il vero quando dicono che anche noi ci possiamo salvare quando continuano a sostenere le stesse eresie di secoli fa? Come si può affermare che la chiesa cattolica romana dice il vero quando afferma che noi possiamo salvarci ugualmente quando leggo che il suo concilio di Firenze ha detto che la sacrosanta chiesa romana ‘crede, fermamente, confessa e predica che nessuno di quelli che sono fuori della chiesa cattolica, non solo pagani, ma anche Giudei o eretici e scismatici, possano acquistare la vita eterna, ma che andranno nel fuoco eterno, preparato per il demonio e per i suoi angeli, se prima della fine della vita non saranno stati aggregati ad essa; e che è tanto importante l’unità del corpo della chiesa, che solo a quelli che rimangono in essa giovano per la salvezza i sacramenti ecclesiastici, i digiuni e le altre opere di pietà, e gli esercizi della milizia cristiana procurano i premi eterni. Nessuno - per quante elemosine abbia potuto fare, e perfino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo - si può salvare, qualora non rimanga nel seno e nell’unità della chiesa cattolica’[771]? Ce lo spieghino i contenziosi!

A quelli che prima erano Cattolici romani e che a motivo dell’ecumenismo, reputano questo mio parlare troppo duro o ingiusto dico: ‘Se non mi credete andatevi a leggere i loro libri di teologia dogmatica, il loro catechismo, i canoni del concilio di Trento, il concilio Vaticano II. Ma io dico: ma non serve che vi andiate a leggere i loro noiosi e menzogneri libri per rendervi conto di quello che vi dico; basta che vi mettete a parlare - se non l’avete ancora fatto - con preti, suore, e semplici zelanti Cattolici romani sulla certezza della salvezza che avete ottenuto soltanto median­te la fede in Cristo, o che vi mettiate a riprovare il purgato­rio, il papato, il culto a Maria, le loro immagini, le loro processioni, i loro sacramenti, dicendo che esse sono delle dottrine di demoni che a nulla vi hanno giovato quando le accettavate, ed allora vi renderete conto come sarete reputati perduti, altro che salvati; traviati altro che sulla retta via; eretici ed apostati altro che Cristiani. ‘Siete una setta’, vi cominceranno a dire; altro che comunità ecclesiale. ‘Hai voltato le spalle al successore di Pietro e perciò a Cristo’ vi diranno; ‘Hai cambiato bandiera, hai rinnegato la verità per andare dietro alla menzogna’, proseguiranno. ‘Torna all’ovile, perché altrimenti andrai all’inferno!’ ti diranno i tuoi ex-compagni nella loro ignoranza per spaventarti e farti tornare nel loro mezzo. Anche voi fratelli che non avete mai fatto parte della chiesa cattolica romana, perché siete nati in una famiglia di cosiddetti apostati cioè di ex Cattolici romani o in una famiglia che non ha mai fatto parte della chiesa cattolica romana, mettevi a riprovare la tradizione cattolica romana e vedrete pure voi gli insulti che riceverete dai suoi sostenitori! Vi domanderete allora il perché vi risponderanno in questa maniera benché parlino tanto di ecumenismo, di unità delle chiese, di amore di Dio, di comunione dello Spirito Santo. La risposta è che questa loro via a loro appare diritta ma finisce col menare nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, mentre la via sulla quale siete voi a loro appare storta e tenebrosa, una via di perdizio­ne, perché su di essa non ci vedono il loro papa, il culto a Maria, il purgatorio, le indulgenze, i sacerdoti e tante altre cose, ma solo la Bibbia, solo Cristo. In altre parole perché loro ancora sono sotto la potestà di Satana mentre voi ne siete stati liberati; loro sono ancora perduti, mentre voi siete salvati; loro ancora sono nelle tenebre mentre voi per la grazia di Dio siete nella luce. Quindi quando si parla con loro bisogna insistere sul fatto che la salvezza si ottiene direttamente da Dio, median­te la fede soltanto, e perciò gratuitamente, senza l’ausilio dei loro sacramenti, e senza l’intercessione né di Maria e né di nessun altro all’infuori di Cristo Gesù. E quindi persuaderli che essi non si trovano nella Chiesa di Dio ma fuori. Questo natural­mente va nettamente contro la loro dottrina sulla Chiesa e attira molti oltraggi; ma è la verità e vale perciò proclamarla.

La vera Chiesa non si riconosce dal gran numero dei suoi aderenti

 

I teologi cattolici romani, forti del fatto che la loro chiesa conta centinaia di milioni di membri sulla faccia di tutta la terra (secondo alcune recenti statistiche sarebbero quasi un miliardo nel mondo), affermano che la chiesa di Roma è la vera Chiesa. Ma è dal numero degli aderenti che si deduce se una certa chiesa è la vera Chiesa di Dio o meno? Possiamo affermare che tutti i Cattolici romani in Italia sono Cristiani solo perché essi affer­mano che nei loro registri vi sono più di cinquanta milioni di iscritti? Quante volte ci siamo sentiti dire dai Cattolici: ‘Noi siamo molti, voi siete invece pochi, quindi non potete essere la vera Chiesa di Dio’!

Ma vediamo secondo le Scritture se le cose stanno proprio come dicono i teologi cattolici.

-  Gesù ha detto: “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entran per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano”;[772] da ciò si comprende che quelli che trovano la via che mena alla vita, cioè Cristo Gesù, sono pochi e non molti in confronto alla popolazione mondiale.

-  Gesù disse ai suoi: “Non temere, o piccol gregge; poiché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno”;[773] anche da queste parole si intende che il gregge di Dio è formato da poche persone e non da moltitudini.

-  Gesù disse: “Molti son chiamati, ma pochi eletti”;[774] ed un giorno alla domanda: “Signore, son pochi i salvati?”,[775] rispose così: “Sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno d’entrare e non potranno”.[776] Come si può vedere, ancora una volta il Signore spiegò che i salvati sono pochi e non molti.

Se poi queste Scritture non bastano per convincersi che i salvati dal Signore sono pochi allora ricordiamo che è scritto che ai giorni di Noè, nell’arca “poche anime, cioè otto, furon salvate tra mezzo all’acqua”,[777] e che dalla distruzione di Sodoma e Gomorra e delle città circonvicine Dio salvò solo Lot, sua moglie (che poi divenne una statua di sale) e due sue figliuole. Quindi non è affatto vero che la caratteristica della vera Chiesa è la moltitudine degli iscritti.

In quel giorno davanti al trono del giudizio, non saranno consul­tati né i registri della chiesa romana (e, ben inteso, neppure quelli delle Chiese evangeliche), ma il libro della vita dell’Agnello. Solo coloro i cui nomi saranno trovati scritti in quel libro erediteranno il regno di Dio, gli altri, non importa di che chiesa risultavano membri, saranno gettati nello stagno ardente di fuoco e di zolfo.

Perciò o Cattolici, voi che vi appoggiate sulla vostra cosiddetta cattolicità è tempo che vi poniate questa domanda: ‘Sono io sulla via della perdizione fra quei molti di cui parlò Gesù o sulla via che mena alla vita, tra quei pochi che l’hanno trovata?’ Esaminando voi stessi riconosce­rete, per l’aiuto dello Spirito Santo, di essere tra i molti che camminano sulla via della perdizione ed allora non vi rimarrà altro che invocare il Signore Gesù Cristo affinché vi salvi dalla perdizione eterna. Vi supplichiamo nel nome di Cristo: ‘Salvatevi da questa organizzazione pseudocristiana della quale fate parte!’

Coloro che escono dalla chiesa cattolica romana perché accettano il Vangelo non sono eretici e neppure apostati

 

Come avete potuto vedere fra tutti coloro che i Cattolici considerano sia eretici che apostati ci siete pure voi fratelli che dopo essere stati battezzati da fanciulli vi siete ravveduti dai vostri peccati, avete creduto nel Vangelo e vi siete separati dai Cattolici romani per unirvi ai santi (che loro chiamano Evangelisti, o Evangelici, o Protestanti). Anche voi, secondo loro, avete voltate le spalle a Dio; anche voi, secondo loro, avete cambiato bandiera! Ma non é così, fratelli, perché voi sapete molto bene che le spalle a Dio gliele avete tenute rivolte proprio quando professavate la religione cattolica romana, mentre da quando avete creduto nel Signore e vi siete uniti ai santi avete rivolto il vostro sguardo a Dio. Vi dicono che avete cambiato bandiera, e questo è vero perché ora la vostra bandiera non è più né Maria, né il cosiddetto papa e né la religione cattolica ma il Signore secondo che é scritto: “Il Signore é la mia bandiera”.[778] Voi diletti avete creduto nella verità rivelata da Dio mediante il suo Figliuolo, ma avete rigettato tutte le menzogne insegnate e praticate dalla chiesa romana perché esse non hanno nulla a che fare con la verità del Vangelo. E perciò siete sulla via della salvezza; non temete i loro insulti e le loro calunnie. E non vergognatevi affatto di essere definiti da loro eretici o apostati, anzi glorificate Iddio per essere reputati degni di essere vitupera­ti per il nome di Gesù come lo furono i discepoli antichi. Sopportate con pazienza le loro ingiurie fratelli, sapendo che viene il giorno in cui il Signore farà conoscere la differenza che v’è fra il giusto e l’empio, fra colui che serve Dio e colui che non lo serve.[779]

I loro oltraggi (passati e presenti) contro di noi; noi ci compiacciamo in essi

 

La sacra Scrittura attesta in svariate maniere che i profeti antichi furono oltraggiati, che il Signore Gesù fu oltraggiato e anche gli apostoli di Gesù Cristo furono oltraggiati.

Vediamo ora le Scritture che attestano ciò:

-  Geremia disse: “Io non do né prendo in imprestito, e nondimeno tutti mi maledicono”.[780]

-  Gesù ha detto: “E’ venuto Giovanni non mangiando né bevendo, e dicono: Ha un demonio! E’ venuto il Figliuol dell’uomo mangiando e bevendo, e dicono: Ecco un mangiatore ed un beone, un amico dei pubblicani e de’ peccatori”.[781]

-  Matteo dice che gli scribi e i Farisei dicevano di Gesù: “Costui non caccia i demonî se non per l’aiuto di Beelzebub, principe dei demonî”;[782] Giovanni dice che tra le turbe gli uni dicevano di Gesù: “Travia la moltitudine”;[783] Luca dice che i capi sacerdoti lo accusarono davanti a Pilato dicendo: “Abbiam trova­to costui che sovvertiva la nostra nazione e che vietava di pagare i tributi a Cesare”.[784]

-  Luca dice che a Tessalonica le turbe davanti ai magistrati dissero queste parole contro gli apostoli: “Costoro che hanno messo sossopra il mondo, son venuti anche qua, e Giasone li ha accolti; ed essi tutti vanno contro agli statuti di Cesare, dicen­do che c’é un altro re, Gesù”;[785] ad Efeso Demetrio disse agli artigiani: “Voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato gran moltitudine non solo in Efeso, ma quasi in tutta l’Asia, dicendo che quelli fatti con le mani non sono dèi”;[786] a Filippi, i padroni della serva che era posseduta e fu liberata mediante l’apostolo Paolo dissero ai magistrati di Paolo e Sila: “Questi uomini, che son Giudei, perturbano la nostra città...”.[787]

Come potete vedere sia i profeti, che Gesù, che gli apostoli furono oltraggiati.

Ora, secondo l’insegnamento di Cristo anche noi che siamo tuttora in vita saremo oltraggiati a cagione del Figliuol dell’uomo infatti lui ha detto: “Se hanno chiamato Beelzebub il padrone, quanto più chiameranno così quei di casa sua!”,[788] ma Egli ci ha detto pure di rallegrarci quando saremo oltraggiati a motivo del suo nome secondo che é scritto: “Beati voi, quando v’oltraggeranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro a voi ogni sorta di male per cagion mia. Rallegratevi e giubila­te, perché il vostro premio é grande ne’ cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi”.[789]

Dopo avere detto ciò propongo alla vostra attenzione alcuni passi di un’opera letteraria di Giovanni Perrone (Gesuita che attorno al 1852 era considerato il più grande teologo romano) la quale s’intitola Catechismo intorno al Protestantesimo ad uso del popolo. ‘Questo nome di protestante, e di protestantesimo viene adoperato a significare la ribellione di tutte le moderne sette contro la chiesa Cattolica fondata da Gesù Cristo, ovvero, ciò che riesce al medesimo, la ribellione degli uomini orgogliosi contro Gesù Cristo fondatore della medesima Chiesa’[790] (Il protestantesimo) ‘contiene una dottrina orribile in teoria, ed immorale in pratica, cioè una dottrina oltraggiosa a Dio, oltraggiosa all’uomo, danno­sa alla società, e contraria al buon senso ed al pudore (...) né i pagani, né i turchi non sono mai giunti a tanta empietà di dottrina’;[791] (i Protestanti) ‘possono questi considerarsi come rivol­tosi nati, i quali sono sempre pronti ad ogni novità; e ad ogni sommossa che si ecciti vi accorrono ad occhi chiusi, senza calco­lare né i pericoli loro né i danni altrui (...) Questo puro Vangelo, come lo chiamano, ossia il protestantesimo, non è altro che la irreligione, e la scostumatezza mantellata di belle parole, è il più terribile flagello che pesi sopra l’umanità; esso conduce la società sorda­mente all’anarchia, allo scioglimento...’;[792] ‘Sono la schiuma della ribalderia e della immoralità in ogni paese. Vengono in prima fila alcuni pochi preti e frati apostati sacchi di putridume e di vizii (...) è il rifiuto d’Ita­lia, è il sozzume più vile degli Italiani che passa nelle file dei barbetti. Tutti i malviventi, che non osservano nessuna prati­ca religiosa, tutti i settari venduti al diavolo anima e corpo, tutti gli atei ed increduli che vivono da bestia, sono le reclute più preziose del protestantesimo in Italia (...) (Se costoro preva­lessero) ‘l’Italia diverrebbe un campo di guerre civili le più accanite; il sangue cittadino scorrerebbe per le città e per le campagne; scomparirebbero tutte le istituzioni di carità e di beneficenza cristiana; si farebbe scempio di tutti i buoni; si manderebbero in rovina i più superbi edifici dei quali ora va altiera la nostra penisola’;[793] ‘E’ certo di certezza di fede che quanti cattolici si fanno protestanti, tutti sono dannati, tranne il caso di un sincero pentimento prima di morire coll’abiura degli errori professati. Fuori di questo caso, è di fede che tutti i cattolici che si fanno protestanti, tutti si dannano irremissibilmente per tutta l’eternità (..) Basta il non essere ateo per esserne persuaso’[794]; ‘..li dovete avere in orrore ed in abominazione (...) Intendo dire che al solo sentire a parlare di protestantesimo voi dovete ricolmarvi di spavento, più che se sentiste a parlare di un tentativo d’assassinio contro la vostra vita (...) Il protestantesimo e i fautori del protestantesimo sono nell’ordi­ne religioso e morale ciò che la peste e gli appestati sono nell’ordine fisico’;[795] ‘Questi dobbiamo sfuggirli ad ogni nostro potere, non tenere conversazioni con loro, trattarli insomma dall’odio in fuori, come si trattano i ladri e gli assassini (...) Questo è anzi l’atto più esimio della carità’;[796] ‘Fuggite da loro come dal demonio. Pregate sempre Dio che vi tenga lontano da questi sciagurati apostati corrompi­tori della fede e della morale’.[797] Ecco, come molti nostri fratelli furono considerati dai Cattolici romani circa centocinquanta anni fa in questa nazione.

Adesso vi propongo alcuni estratti da degli articoli apparsi sull’Osservatore Romano sessanta anni fa circa. In uno si legge: ‘Esiste un vero pericolo protestante o meglio anticattolico in Sicilia? La risposta al lettore (...) Il loro motto potrebbe ben essere: non bramo altr’esca. Distruggere la fede dei Padri. E passiamo in rivista i manipoli di questi ‘guastatori’. Poi l’articolista enumera tra gli altri i Valdesi, i Metodisti, i Battisti ed i Pentecostali. Di questi ultimi si esprime così: ‘I pentecostali. Conosciamo anche questi. Pretendono di rivivere la vita della chiesa primitiva. Si radunano in sale pubbliche, dove si legge la bibbia e si cantano inni. Ad un certo punto cominciano ad invocare lo Spirito Santo con alte grida, a contorcersi, a tremare, a battere a terra i ginocchi, a rotolare sul pavimento, a fare miracoli. Sicuro. L’unico e massimo - dati i tempi - fare ridere coloro che vi capitano per caso. Quanto contribuisca questo culto alle malattie nervose, specialmente nelle donne e nei bambini, s’immagina’. Parlando poi dell’evangelizzazione fatta dai Protestanti egli afferma: ‘E non è raro il caso di incontrarsi con gregari del proselitismo acattolico in quasi tutti i ritrovi pubblici, dinanzi le caserme all’uscita od alla ritirata dei soldati, sui treni, sulle tranvie per le strade e per le piazze ove insistentemente vogliono imporre, specie a signore, signorine (...) la loro merce avariata, sulla quale scrivono sovente l’indirizzo delle loro riunioni onde attirare gli incauti e trascinarli così ad abbracciare i loro errori’[798] In un altro articolo si legge: ‘Di una prassi intollerabile per cui la cosiddetta e sia pure per un momento, supposta libertà di proselitismo - niente affatto compresa nella libertà di culto finché culto significa ciò che in italiano non si chiama proselitismo nemmeno per sinonimo - non si limita alla propaganda esercitata mediante sermoni in chiesa, o libri religiosi, o studi e discussioni... degni di questo nome, ma si butta alla sfrenata, subdola, iniqua attività di apostati, di colportori, di mercanti di libri dai titoli ingannevoli, fatta dovunque nelle case, nelle vie, nelle piazze, come si fosse in terra di missione, tra’ barbari, sì che si è potuto stampare e dire che di là dall’Alpi e degli Oceani, si viene in Italia per redimerla dalla superstizione e rivelarle il vero Vangelo. Ed è a questo sconcio carnevale di buffoni, a questo bel concetto ch’essi hanno, a questa bella fama ch’essi vanno diffondendo, della Patria, che un alto funzionario della Direzione Generale dei Culti avrebbe dato l’opera sua sotto veste giuridica quasi a servizio della scienza e della vita religiosa ferite sin qui da una lacuna...’.[799]

Ma oggi come stanno le cose? Anche oggi noi siamo vituperati dai Cattolici romani - sempre per i soliti motivi - perché secondo loro le chiese di cui noi tutti facciamo parte non hanno come fondatore Cristo Gesù ma solo degli uomini, perché rifiutiamo di riconoscere il cosiddetto papa come capo della Chiesa di Dio sulla terra, perché non rendiamo il culto a Maria come fanno loro, e per molte altre ragioni. In poche parole perché rigettiamo la loro tradizione.[800]

A conferma di ciò propongo alla vostra attenzione alcune parole di Amatulli Flaviano, Fondatore e Direttore Generale del Movimento Ecclesiale ‘Apostoli della Parola’. ‘Quelli che escono dalla Chiesa, che Cristo ha fondato personalmente e insegnano altre dottrine, la Bibbia li chiama ANTICRISTI, cioè nemici di Cristo e perturbatori. Per tanto, sono MALEDETTI’;[801] ‘bisogna evitarli per non lasciarsi contaminare dai loro errori’;[802] ‘Non è conveniente leggere o ascoltare propaganda protestante, per non lasciarsi sedurre dai loro errori (...) generalmente quelli che escono dalla vera Chiesa che ha fondato Cristo, per entrare nelle sette, lo fanno per ignoranza’;[803] ‘I pastori protestanti non hanno gli stessi poteri che hanno i pastori della Chiesa Cattolica, perché le loro organizzazioni religiose sono state fondate da uomini, separati dalla Chiesa fondata da Cristo e alla quale diede i suoi poteri’;[804] ‘Anche i fratelli separati hanno il diritto di predicare la Parola di Dio? No. I fratelli separati non hanno nessun diritto di predicare la Parola di Dio (...) Se lo fanno, è per proprio conto, senza nessuna garanzia da parte di Dio’;[805] ‘Secondo la Bibbia, sono anticristi tutti coloro che escono dalla Chiesa di Cristo e l’attaccano (...) In questo senso, sarebbero anticristi i fratelli separati, che sono usciti dalla Chiesa di Cristo e stanno cercando tutti i modi per danneggiarla’.[806] E questo in pieno dialogo ecumenico! Così mentendo, i Cattolici romani ancora oggi dicono ogni sorta di male contro di noi a motivo del Vangelo: ma noi siamo felici di essere reputati degni di essere vituperati a cagione di Cristo come lo sono stati in questa nazione e in molte altre molti nostri fratelli dai loro predecessori, ancora prima che noi nascessimo. Fratelli nel Signore, come dice Pietro: “Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi! perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su voi”.[807]

Alcuni precetti della chiesa romana confutati

 

La chiesa romana pretende di essere la vera ed unica Chiesa di Dio che esista sulla faccia di tutta la terra. Oltre a ciò bisogna dire che essa si arroga un altro diritto che non possiede infatti si legge nel Nuovo Manuale del catechista: ‘La Chiesa ha auto­rità di fare leggi e precetti perché l’ha ricevuta nella persona degli Apostoli, da Gesù Cristo, l’Uomo-Dio; e perciò chi disubbi­disce alla Chiesa, disubbidisce a Dio medesimo’.[808] Ma vediamo quali sono alcuni di questi precetti che questa pseudochiesa ha emanato e dice che se si infrangono si disub­bidisce a Dio. Ecco come li troviamo scritti nel Catechismo della chiesa cattolica e come noi ci opponiamo ad essi.

-  Primo precetto: ‘Parteciperai alla Messa la domenica e le altre feste comandate’.[809]

Ora, secondo la chiesa romana chi non va a messa in questi giorni commette un peccato grave perché non adempie quell’altro loro comandamento che dice di santificare le feste; ma non è affatto così perché siccome che il peccato è la violazione della legge e non esiste nella legge il comando di ricordarsi delle feste cattoliche per santificarle, e che Cristo non ha per nulla coman­dato di assistere ad una funzione religiosa che pretende di ripetere il suo sacrificio, chi non va ad assistere a questo rito inventato da loro (né in quei giorni e neppure negli altri) non commette per nulla peccato.

Noi anzi esortiamo i Cattolici a non andare più a messa, ma ad andare piuttosto presso un locale di culto dove i santi adorano Dio in ispirito e in verità e dove viene predicata la Parola di Dio non adulterata.

-  Secondo precetto: ‘Confesserai tutti i tuoi peccati almeno una volta all’anno’.[810]

La Scrittura insegna invece che la confessione dei propri peccati va fatta a Dio e non a un prete. Quindi, o Cattolici romani, andate al Signore direttamente a confessare le vostre iniquità e otterrete quel perdono che il prete giammai potrà darvi. Una volta ottenuto questo perdono continuate a confessare le vostre iniquità al Signore, ricordandovi che questa confessione va fatta non almeno una volta all’anno, ma ogni qual volta si prega Dio; Gesù infatti disse che quando noi preghiamo dobbiamo dire al Padre nostro: “Rimettici i nostri debiti”.[811]

-  Terzo precetto: ‘Riceverai umilmente il tuo Creatore almeno a Pasqua’.[812]

Qui si fa riferimento all’ostia che, siccome secondo loro, alla consacrazione diviene Gesù Cristo, viene chiamata Creatore; bestemmia! O Cattolici quel pezzo di pasta non è il vostro Crea­tore; perché Egli è in cielo. Invece di andare a ricevere l’ostia, che vi viene presentata come Dio stesso e che nessun bene vi può fare, ricevete Cristo per fede nei vostri cuori; ora; non indugiate a farlo, e sarete riconciliati con Dio. E poi ritirate­vi dalla chiesa cattolica romana.

-  Quarto precetto: ‘Santificherai le feste che ti sono comanda­te’.[813]

La Scrittura non comanda di osservare giorni, mesi o anni. Se uno stima il giorno di domenica o quello di Pasqua più di altri giorni, egli è libero di farlo alla gloria di Dio, ma questa stima sua personale di quel giorno non può mutarsi in precetto perché questo costituisce un precetto umano. Tra le feste cattoliche da osservare ci sono anche le loro feste in onore di Maria, e di altri; vanità, imposture che non hanno nulla a che fare con la verità.

-  Quinto precetto: ‘Osserverai il digiuno prescritto e parimenti l’astinenza’,[814] il che nella pratica significa che non si deve mangiare carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti e si deve digiunare nei giorni prescritti’. Con quest’altro precetto viene imposto ai Cattolici di non man­giare carne in giorno di venerdì (in memoria della passione di Gesù Cristo e perché con questa mortificazione pensano di parte­cipare alle sofferenze di Cristo), e in questi giorni di digiuno: nei sabati della Quaresima, nel mercoledì delle Ceneri, nel mercoledì e sabato delle quattro tempora, nelle vigilie di Nata­le, Pentecoste, Assunta e Tutti i Santi. Per quanto riguarda il digiunare nei giorni prescritti bisogna dire che il digiuno consiste in questo;

1)            astenersi da determinati cibi come dalle carni nei giorni sopra menzionati e dalle uova e dai latticini nella seconda refezione;

2)            astenersi da altri pasti oltre il pranzo; cioè di fare un solo vero pasto o a mezzogiorno o alla sera con il consenso di fare un’al­tra refezione leggera alla sera o a mezzogiorno (secondo che il vero pasto si fa a mezzogiorno o alla sera) nella quale sono proibite le uova e i latticini.

Tra i motivi per cui viene imposto questo precetto c’é quello della penitenza dei peccati infatti il catechismo dice: ‘Col digiuno e colla astinenza che la Chiesa c’impone facciamo peni­tenza in espiazione dei nostri peccati’.[815]

Naturalmente anche in questo caso chi infrange questo precetto si rende colpevole davanti a Dio secondo loro.

Ma che dice la Parola? La Parola ci insegna queste cose.

>Dio vuole che noi digiuniamo perché Gesù ha detto: “E quando digiunate, non siate mesti d’aspetto come gl’ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità che cotesto é il premio che ne hanno. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non appari­sca agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo che è nel segre­to; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompen­sa”,[816] ma il vero digiuno non è da intendersi come un’astensione dalla sola carne o qualche altro cibo ma come un’astensione sia da ogni vivanda che da ogni bevanda perché di Gesù, quando digiu­nò per quaranta giorni, è scritto che “durante quei giorni non mangiò nulla”;[817] di Paolo è detto che in quei tre giorni “non mangiò né bevve”,[818] e di Mosè, quando salì sul monte Sinai, è scritto: “E Mosè rimase quivi con l’Eterno quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane e non bevve acqua”.[819] Certo, uno è libero di astenersi dal mangiare qualche cosa di particolare durante un certo periodo di tempo, o di astenersi solo dal mangiare e non dal bere, questo non è che noi lo neghia­mo però rimane il fatto che il digiuno completo è quello qui sopra descritto.

>Il Signore non ha imposto di non mangiare carne il venerdì in memoria della sua morte ma ha ordinato di celebrare la santa cena con il pane ed il vino per ricordarla ed annunziarla perché Gesù sia quando diede il pane che quando diede il calice da bere ai suoi discepoli disse loro: “Fate questo in memoria di me”,[820] e perché Paolo dice ai Corinzi: “Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga”.[821]

>Coloro che ordinano ad altri di non mangiare un certo cibo in particolari giorni non parlano da parte di Dio perché Paolo ha detto che “il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace ed allegrezza nello Spirito Santo”.[822] Il man­giare carne non contamina il giusto né in giorno di venerdì e né in altro giorno.

>Il digiuno come lo intende la Scrittura non lo si fa per espiare i propri peccati perché in se stesso il digiuno non ha il potere di espiare alcun peccato, ma lo si fa per umiliarsi davanti a Dio e per fare udire la propria voce in alto. Certo, il digiuno è un’opera buona e mediante di esso si mortificano gli atti del corpo perché quando si digiuna ci si sente più forti spiritual­mente e si sentono molto meno forti certe passioni della carne, ma rimane il fatto che non è mediante di esso che si espiano i propri peccati. Gesù Cristo “è la propiziazione per i nostri peccati”,[823] come dice Giovanni, e non il digiuno o qualche altra cosiddetta opera di penitenza.

Questi qua sopra citati sono dei precetti che la chiesa romana ha stabilito per i suoi seguaci, precetti d’uomini che ci fanno ricordare le parole che Dio disse al popolo mediante Isaia: “La parola dell’Eterno è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto regola dopo regola, regola dopo regola...”.[824] Questa è la Parola di Dio per i Cattolici, un insieme di regole stabilite dall’uomo ed il timore che hanno di Dio non è altro che un’insieme di comandamenti imparati dagli uomini. E tutto questo perché viene inculcato loro sin da quando sono piccoli fanciulli ad osservare tutti questi precetti per piacere a Dio e per non disubbidirgli.

Cosa c’è alla radice dei loro insegnamenti

 

E’ scritto che “l’amor del danaro é radice d’ogni sorta di mali”,[825] ed uno di questi mali che scaturisce da esso è appunto l’eresia. L’apostolo Paolo parlando a Tito di alcuni della circoncisione che lui ha definito ribelli, cianciatori e seduttori di menti scrisse così: “Sovvertono le case intere, insegnando cose che non dovrebbero, per amor di disonesto guadagno”.[826] Una cosa simile possiamo dirla di coloro che tengono nelle loro mani le redini della chiesa romana, perché essi sovvertono il mondo intero insegnando cose che non dovrebbero per amore di disonesto guadagno.

La chiesa romana nel corso del tempo ha introdotto ogni sorta di eresie per amore di disonesto guadagno, infatti se si va a vedere da vicino l’insegnamento relativo al primato del papa, alla canonizzazione dei santi, alle messe per i morti, al purgatorio, alle reliquie, alle indulgenze, al potere di sciogliere e legare, ed ad altre cose ci si accorge che essi sono serviti e servono al papato per arricchirsi oltremodo.

Cominciamo con l’insegnamento della supremazia del vescovo di Roma sulla Chiesa universale. Proclamandosi capo universale della Chiesa il cosiddetto papa ha accentrato su di sé tutto il potere, stabilisce per il mondo i vescovi che a lui piacciono i quali giurano ‘di mantenere, difen­dere, accrescere e favorire i diritti, gli onori, i privilegi e l’autorità del loro signore, il papa’. E questo giuramento com­prende anche il dovere di contribuire ‘a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale’.[827] E difatti i vescovi (e gli arcivescovi) pagano al papa delle tasse in occa­sione della visita ad limina.[828]

Vediamo adesso l’insegnamento sulla canonizzazione dei santi (che si fonda sull’errato significato che essi danno al termine santo e su un’inesistente potere del papa di fare santi alcuni dopo morti). Basta che i Cattolici paghino grandi somme di denaro al papa per ottenere la canonizzazione di qualcuno morto in odore di santità[829] (la canonizzazione è preceduta dalla beatificazione che costa anch’essa parecchi soldi). D’al­tronde la sapienza dice che “il danaro risponde a tutto”[830] e che “i regali che uno fa gli apron la strada e gli danno adito ai grandi”.[831] Che c’é da meravigliarsi quindi se coloro che hanno grosse disponibilità finanziarie riescono ad ottenere certi ‘privilegi’ (quello di avere un ‘santo’ nella propria famiglia, o nella propria diocesi o parrocchia) dal papa? Certo, per fare santo qualcuno occorre anche che egli sia stato una sorta di eroe spirituale durante la sua vita, e che i suoi insegnamenti siano stati integri dal punto di vista cattolico, e che egli faccia almeno quattro miracoli dopo morto (due per essere beatificato, e altri due dopo la beatificazione per essere fatto santo). Ma su queste cose non ci sono grossi problemi perché la curia romana sa come fare quadrare tutto quando ci sono di mezzo grosse somme di denaro da intascare.

Veniamo ora all’insegnamento sulla messa e sul suffragio. Se un Cattolico vuole alleviare le anime dei suoi defunti dalle pene che essi soffrono nel cosiddetto purgato­rio o vuole liberare le anime dei suoi defunti dal purgatorio deve fare dire la messa per i morti che ha un prezzo (anche se il suo prezzo è presentato come libera offerta).[832] Quindi, basta che paga ed otterrà queste grazie per i suoi morti. La messa quindi è una fonte di disonesto guadagno per la curia romana. Quello che bisogna osservare a riguardo della messa per i morti è questo: che Cristo per offrire se stesso sulla croce del Calvario non richiese nessuna offerta da parte di nessuno, mentre il prete, che si fa passare per sacerdote di Dio, per offrire il presunto corpo ed il sangue di Cristo (l’ostia) in sacrificio propiziatorio per i Cattolici che stanno nel cosiddetto purgatorio si fa pagare. Essi dunque profanano doppiamente il sacrificio di Cristo; prima pensando di ripeterlo e poi facendosi pagare per esso. O Cattolici ma non vi rendete conto che ai preti importano solo i vostri soldi?

Per ciò che concerne l’insegnamento sulla venerazione delle reliquie esso è una fonte di grandi ricchezze per il papato perché ai Cattolici viene detto che in quel santuario o in quell’altro ci sono o il corpo o le parti del corpo di quello o di quell’altro ‘santo’ o degli oggetti che erano di quello o di quell’altro santo e che andandovi a visitarle possono otte­nere benefici da Dio, ed essi, ingannati, vi si recano con la speranza di ottenere qualche grazia per mezzo delle reliquie. E così i sovrintendenti di questi santuari si arricchiscono oltre modo vendendo alle persone ogni sorta di oggetto che ricorda quel santuario o la reliquia del ‘santo’ e ricevendo le offerte votive che essi fanno al ‘santo’. E dove vanno a finire infine tutti questi introiti? Nelle casse papali.[833]

E diciamo pure qualcosa sulla dottrina che dice che il papa ha il potere di sciogliere quello che vuole in virtù delle chiavi ricevute da Cristo. In virtù di questa dottrina, il papa, quantunque dice di ritenere il matrimonio indissolubile, ritiene di avere la potestà di sciogliere il matrimonio.[834] Ma lo scioglie facendosi pagare, infatti se uno vuole divorziare e risposarsi deve andare alla ‘Sacra Rota’ (o meglio ad uno dei Tribunali ecclesiastici regionali) e pagare. E considerando che ogni anno per il mondo egli scioglie migliaia di matrimoni il papato incassa parecchi soldi. Ma il papa non dà solo il permesso di divorziare e risposarsi ma anche il permesso (naturalmente anche questo a pagamento) che permette di non osservare certi precetti della chiesa il quale è chiamato dispensa. Secondo il Codice di diritto canonico infatti la dispensa è ‘l’esonero dall’osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso particolare’.[835] Per esempio c’è la dispensa che autorizza ad astenersi dal digiuno, quella che autorizza a lavorare in certe feste di precetto e quelle matrimoniali che permettono di contrarre matrimonio quantunque ci siano degli impedimenti impedienti.[836] A proposito del lato finanziario di queste dispense ecco cosa dice l’Enciclopedia Cattolica: ‘Per le dispense matrimoniali si segue un sistema di tassazione tradizionale. Si fa così distinzione fra ricchi e poveri, si distinguono cioè quelli che possiedono o guadagnano fino ad un determinato limite, da quelli che lo superano. Per i poveri è stabilita una tassa minima variabile con l’impedimento (i miserabili pagano solo le spese) per i ricchi invece ha luogo la componenda. Questa è una cifra stabilita caso per caso dalla S. Sede in seguito alla indicazione della possidenza personale degli sposi e dei loro introiti. La percentuale varia anche qui con la diversità e la gravità degli impedimenti’.[837] Chi può negare davanti a queste cose che la dottrina sullo sciogliere e sul legare è fonte di disonesto guadagno per il papato? Faccio notare a proposito delle dispense che sono veramente un inganno nei confronti dei Cattolici, perché da un lato la curia romana gli fa credere che la Chiesa ha l’autorità da parte di Dio di formulare precetti e di farli osservare ai suoi fedeli e poi gli da pure l’opportunità di infrangerli. Da ciò si deduce che se quei precetti si possono infrangere con il suo beneplacito essi non valgono nulla ai loro occhi, ma sono solo delle restrizioni che hanno introdotto solo con lo scopo di togliere denaro alle persone.

Analizziamo ora l’insegnamento sulle indulgenze perché anch’esse sono state e sono fonte di grande guadagno per il papato.

L’indulgenza plenaria - secondo l’insegnamento papale - è la remissione di tutta la pena temporanea dovuta per i peccati, il che significa che coloro che la prendono (se muoiono subito dopo) se ne vanno subito in paradiso senza passare dal Purgatorio perché non gli rimangono più pene per i peccati da scontare nell’al­dilà! Che bisogna fare per acquistarla? Occorre compiere l’opera indulgenziata, la confessione, la comunione e recitare la preghiera secondo le intenzioni del papa dei Cattolici romani. L’opera indulgenziata talvolta è la visita a determinate basiliche o luoghi di pellegrinaggio, il che equivale a dire di portare offerte là dove si è diretti. E così le casse papali si riempiono di denaro. Le indulgenze vengono acquistate dai Cattolici romani anche a pro dei loro morti, perché le indulgenze sono parte di quei suffragi che i Cattolici sono invitati a compiere a pro delle anime che si trovano nel Purgatorio. A che servono quelle indulgenze a pro dei morti? Ad alleviare le loro pene e ad affrettarne la loro uscita dal purgatorio!

Nel passato le indulgenze plenarie furono (ma ribadiamo lo sono tuttora; basta pensare alle ingenti somme di denaro che entrano nelle casse papali durante ogni Giubileo) un grande affare finanziario per il papato perché di esse si servirono papi avidi di disonesto guadagno per arricchirsi oltremodo. Lasciamo la parola ad uno storico cattolico di nome Ludovico Von Pastor a riguardo: ‘Per l’acquisto dell’indulgenza, che i viventi intendevano guadagnare per sé, fu sempre richiesta, oltre alla visita della chiesa ed al contributo in denaro la confessione (...) compiuta la confessione, naturale presupposto all’acquisto dell’indulgenza, i fedeli dovevano mettere nel ceppo delle elemosine una somma di denaro rispondente alle loro condizioni finanziarie. Quest’oblazione a scopi pii, che era accessoria (...) divenne ora il vero motivo per cui si chiedevano e venivano concesse indulgenze. Come quasi tutti gli inconvenienti di cui soffrì la Chiesa alla fine del medioevo, anche l’abuso dell’indulgenza risale in gran parte al tempo dello scisma d’Occidente. Al fine di potersi sostenere contro il papato francese, Bonifacio IX, anche altrimenti non schifiltoso nei mezzi per colmare la cassa della Camera apostolica, in numero straordinariamente alto concesse indulgenze allo scopo confessato di ottenere per tale via del denaro (...) L’indulgenza andò sempre più prendendo la forma d’un affare finanziario’.[838] Per quanto riguarda la predicazione sulle indulgenze per i morti fatta da Tetzel ai giorni di Leone X in Germania il Pastor dice che ‘Tetzel realmente ha predicato essere dogma cristiano, che per acquistare l’indulgenza a favore dei morti occorreva soltanto l’oblazione in denaro, non dolore e confessione (..) non può soggiacere ad alcun dubbio che, quanto alla sostanza almeno, egli, partendo da questo presupposto, abbia predicato la massima drastica: ‘tosto che il denaro suona nella cassetta, l’anima balza fuori del purgatorio’.[839] A proposito del fatto che Leone X (1513-1521) approvò la vendita delle indulgenze per raccogliere il denaro necessario alla costruzione dell’attuale ‘basilica di san Pietro’, il Pastor riferisce che ‘non ostante il suo attaccamento alla Santa Sede il rigido cardinale Ximenes espresse il suo malcontento per l’indulgenza concessa da Leone X a favore della basilica di S. Pietro’.[840]

Quindi, come si può ben vedere, sia il papato che tutti coloro che sono sotto la sua scia hanno avuto sempre grandi interessi finan­ziari nell’annunziare queste dottrine malefiche al popolo (canonizzazione, purgatorio, indulgenze, messa, ecc.). Perché dunque meravigliarsi di questo loro attaccamento a questi loro dogmi di fede che non hanno nulla a che fare con la verità, quando si sa che essi sono fonte di ricchezza sia per la sede centrale di Roma che per tutte le sue succursali sparse per il mondo? Se dovessero rinunciare a queste loro dottrine di conse­guenza dovrebbero rinunciare a tanti e tanti soldi perché scompa­rirebbero le loro miniere da cui attingono le loro ricchez­ze; ma il fatto è che essi non hanno nessuna intenzione di rinunciare ad esse perché sono cupidi di disonesto guadagno. Sono disposti a fare di tutto per saziare la loro cupidigia; lo hanno dimostrato abbondantemente durante i secoli. Non abbiamo bisogno di ulteriori prove, come se quelle che ci sono fossero insuffi­cienti. Ma essi, oltre ad arricchire loro stessi, fanno arricchire molti perché procurano un gran guadagno a molti e molti artigiani sparsi un pò per tutto il mondo; molti orafi si arricchiscono facendo per i Cattolici medaglie e medaglioni di tutti i generi, molti scultori si arricchiscono costruendo per il Vaticano le statue; molti pittori si arricchiscono dipingendo per loro; molti negozi si arricchiscono vendendo ogni sorta di mercanzia che ha a che fare con reliquie, santuari, Maria, con il rosario, con i croci­fissi, con le cosiddette immagini sacre, e con miriadi di altri cose. A tale proposito un paragone appropriato va fatto: come quel Demetrio orefice, che faceva dei tempietti di Diana in argen­to, procurava non piccol guadagno agli artigiani, così ora il papato procura non piccol guadagno a tutti coloro che lavorano per lui in una maniera o nell’altra. Questa è una delle ragioni per cui noi figliuoli di Dio siamo in avversione ed abominio al papato ed a coloro che sono in rapporti economici con esso, perché riprovando le sue eresie su Maria, l’eresia del purgatorio e quella delle indulgenze e la sua dottrina sulle statue e sulle immagini e tutte le sue seco­lari invenzioni dottrinali noi ci opponiamo automaticamente anche ai suoi enormi interessi finanziari e a quelli di tante industrie e artigiani e editori e tipografi e tanti altri. Quello che emerge infatti, studiando le dottrine cattoliche e le pratiche devozionali che sono ad esse collegate, è che dietro di esse si annidano enormi interessi finanziari di cui noi abbiamo soltanto una pallida idea. In altre parole ci troviamo davanti ad un gigantesco impero finanziario ed economico, camuffato da Chiesa di Dio, che attinge i suoi capitali da quell’enorme numero di eresie e di superstizioni che costituiscono la tradizione cattolica romana.

I miracoli: segni che la chiesa cattolica romana è nella verità?

 

Secondo i teologi romani i miracoli che avvengono fra di loro dimostrano che essi sono nella verità. Così si espresse il cardi­nale Bellarmino (1542-1621): ‘La gloria dei miracoli è un segno (della vera Chiesa). Son da premettersi due cose fondamentali: La prima, che i miracoli sono necessari alla nuova fede, e a persua­dere la missione straordinaria. La seconda, che i miracoli sono efficaci e sufficienti. Dalla prima deduciamo, che la Chiesa degli avversari non può essere la vera Chiesa; e dalla seconda, che la nostra è la vera Chiesa’.[841]

Ora, noi non crediamo affatto che i miracoli siano cessati con la morte degli apostoli, e questo perché “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e in eterno”.[842] Essi avvengono in mezzo al suo popolo per le mani di ministri che hanno ricevuto il dono di potenza di operare miracoli e sono necessari perché sono la manifestazione dello Spirito secondo che é scritto: “Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utile comune”.[843] Essi servono infatti a confermare nella fede i credenti ed a trarre all’ubbi­dienza della fede gli uomini che vivono lontani da Dio. Bisogna dire però, che i miracoli non avvengono solo in mezzo al popolo di Dio, per lo Spirito Santo, per mezzo di santi uomini rivestiti di potenza, ma anche tra i pagani, cioè tra coloro che non conoscono Dio e vanno dietro agl’idoli muti, ma in questo caso avvengono per mezzo di ministri di Satana quali maghi o uomini molto religiosi all’apparenza. Nel caso dei segni e prodigi che in seno alla chiesa romana viene detto si verificano per mezzo di cosiddetti santi essi devono essere attribuiti all’avversario e non a Dio, e questo perché queste persone, che poi magari vengono puntualmente beatificate e santificate dal papa, sono degli idolatri che non conoscono Iddio. Il loro sguardo è malefico, le loro parole dolci e lusinghiere, le loro opere d’iniquità. Essi devono essere inclusi tra quei falsi profeti di cui parlò Gesù che “faranno gran segni e prodigî da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti”.[844] Sì, perché il loro scopo é quello di sedurci e di farci apostatare dalla fede. E’ fuori di dubbio, questi loro prodigi suscitano meraviglia tra le persone, come li suscitava quelli che operava Simone a Samaria prima che credesse al Vangelo. Ma essi servono a fare rimanere i Cattolici romani ancora più attaccati al culto di Maria, al culto degli angeli e dei loro santi ed a convincerli che la loro chiesa è la vera Chiesa. Come ho detto prima, questi falsi profeti operano questi prodigi sotto l’influsso di poteri diabolici per sedurci, ma badate che tutto questo rientra nel volere di Dio perché Dio per mezzo di questi impostori ci mette alla prova per vedere se noi lo amiamo con tutto il nostro cuore; questo è quello che apprendiamo da queste parole scritte nella legge: “Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti mostri un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui t’avrà parlato succeda, ed egli ti dica: ‘Andiamo dietro a dèi stranieri (che tu non hai mai cono­sciuto) e ad essi serviamo’, tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore; perché l’Eterno, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate l’Eterno, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l’anima vostra”.[845] Quindi i prodigi non possono essere presi come segni dimostrato­ri che chi li compie è nella verità o che l’organizzazione di cui lui è membro è la vera Chiesa, perché se fosse così dovremmo chiamare Chiesa di Dio anche le associazioni di maghi e stregoni che ci sono anche in questa nazione. Il fatto è che mentre i maghi non mostrano di essere religiosi ma irreligiosi, i cosid­detti santi o santoni della chiesa romana sono delle persone molto religiose che recitano il rosario, il Padre nostro, che vanno alla messa fatta dal prete e fanno tante altre cose della loro religione. Non possiamo definirli né santi e né credenti appunto perché dimostrano di essere una banda di seduttori pro­fessanti le arti seduttrici dell’errore per mezzo di segni e prodigi. Contrastano la parola di verità, sono attaccati morbosa­mente alla tradizione cattolica romana; noi rifiutiamo di dargli retta anche se fanno le cose che fanno; quand’anche facessero scendere il fuoco dal cielo usandosi del nome di Maria, quand’an­che si mettessero a camminare sull’acqua nel nome di Antonio o di Francesco o di chicchessia, noi non daremo loro retta appunto perché essi sono degli idolatri che ci incitano all’apostasia. Gesù Cristo dice: “Venite dietro a me”,[846] quindi noi dobbiamo seguire lui e nessun altro, per non smarrirci per le vie desolate di questa religione anticristiana che si fa passare anche per mezzo dei prodigi che avvengono nel suo mezzo come la vera Chiesa.

Alcune parole a proposito dell’imposizione delle mani fatta nel nome di Gesù sugli ammalati in seno alla chiesa cattolica romana

 

Voglio dire ora alcune cose a proposito delle guarigioni. In seno alla chiesa romana, nell’ambito del movimento carismatico, ci sono vescovi e preti che impongono le mani sugli infermi nel nome di Gesù. Ora, noi non siamo affatto contro il fatto che essi impongano le mani sugli infermi nel nome di Gesù per la loro guarigione, però siccome che essi continuano a rimanere in seno alla chiesa romana ed attaccati alla sua tradizione essi non ci convincono affatto. Ma voglio pure dire che quand’anche il Signore nella sua misericordia guarisca un Cattolico romano da una malattia in seguito all’imposizione delle mani di uno di questi vescovi o preti, o in seguito ad una sua invocazione fatta con fede (dal malato) al Signore affinché lo guarisca, questo non ci porta a definire la chiesa romana la vera Chiesa che possiede la sana dottrina. Noi riteniamo che queste guarigioni avvenute o che possono avvenire mediante il nome di Gesù anche nell’ambito della chiesa romana siano non solo una prova della fedeltà e della bontà di Dio in verso coloro che nel bisogno lo invocano senza conoscerlo, ma anche dei mezzi con i quali Dio ci mette alla prova, a noi suoi figliuoli, per vedere se lo amiamo con tutto il cuore e se rimaniamo attaccati alla fedel Parola quale ci è stata insegnata. Con questo discorso vogliamo dirvi di diffidare di chiunque dice di credere che Gesù guarisce e che prega pure sugli ammalati nel nome di Gesù, ma nello stesso tempo si attiene alla tradizione della chiesa romana. State attenti fratelli.

CONCLUSIONE

 

Come avete potuto constatare da voi stessi la dottrina sulla Chiesa insegnata dalla chiesa cattolica romana è strettamente collegata al primato di Pietro ed alla cosiddetta successione apostolica, vale a dire sull’insegnamento che Pietro fu costituito da Cristo capo visibile della Chiesa e che lasciò questo suo primato al vescovo di Roma ed ai suoi successori; e che oltre al successore di Pietro a capo della Chiesa ci siano i successori degli apostoli, cioè i vescovi che a loro volta consacrano i preti nelle loro diocesi. Ma oltre a questi insegnamenti, essa è collegata alla dottrina sacramentaria perché nella chiesa riveste una importanza notevole il prete con tutti i suoi presunti poteri (il potere di fare cristiani con il battesimo, quello di rimettere i peccati, quello di trasformare il pane e il vino nel corpo e sangue di Gesù Cristo, ecc.). Cosicché chi ha il papa o meglio chi è sottomesso al papa e ai vescovi cattolici, e chi possiede tutti i sette sacramenti è un membro della vera Chiesa, chi invece rifiuta di sottomettersi al papa e ai suoi vescovi e di riconoscere i suoi sette sacramenti, anche se si dice cristiano nella realtà non è un vero cristiano. Potrebbe un vero cristiano opporsi al vicario di Cristo? Potrebbe un vero cristiano sprezzare i sette sacramenti istituiti da Cristo per la sua Chiesa? essi dicono. E’ evidente quindi che stando così le cose ‘le altre chiese’ non possono avere la pienezza dei mezzi di salvezza. E così a giusta ragione dichiariamo che, avendo i Cattolici una tale cognizione della Chiesa, è impossibile andare d’accordo con i Cattolici romani. Fratelli, nessuno vi seduca.

Ma anche in questo caso mi trovo costretto a fare alcune domande agli amanti dell’ecumenismo: Ditemi, come potete pensare di andare d’accordo con i Cattolici quando essi ritengono che voi non possedete tutti i mezzi per salvarvi? O come potete pensare che essi vi chiamano sinceramente Cristiani, quando sanno che voi non credete che il papa è il vicario di Cristo e i suoi vescovi i successori degli apostoli? A nostro avviso, stando così anche la loro dottrina sulla Chiesa, se essi rimangono attaccati ad essa; e voi non la riconoscete, è impossibile che voi andiate d’accordo con essi. Che sorta di unità dunque procacciate con questa gente se non siete disposti a riconoscere il primato del vescovo di Roma, e tutti i loro sacramenti (magari all’infuori del battesimo perché questo lo accettate!)? Strano per davvero questo vostro modo di agire! Parlate tanto di unità con i Cattolici, ma non volete riconoscere il cosiddetto successore di Pietro e tutti i loro sacramenti. Non siete dunque coerenti.


Capitolo 4

 

IL PAPATO

 

La dottrina dei teologi papisti

 

Il papa è il successore di Pietro, e quindi il capo visibile della Chiesa di Cristo. Egli ha tra gli altri poteri, quello di fare santo qualcuno morto in fama di santità, di aprire il regno dei cieli e di chiuderlo a chi vuole perché ne possiede le chiavi, e quando definisce dottrine in materia di fede e di morale è infallibile.

‘Il Papa è il successore di san Pietro nella sede di Roma e nel primato, ossia nell’apostolato ed episcopato universa­le; quindi il capo visibile, Vicario di Gesù Cristo capo invisi­bile, di tutta la Chiesa, la quale perciò si dice Cattolica-Romana’.[847] Egli viene definito vescovo universale perché Gesù disse a Pietro di pascere i suoi agnelli, le sue pecorelle e le sue pecore;[848] capo della Chiesa e principe degli apostoli perché Gesù disse sempre a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.[849] Oltre a questi passi i teologi papisti ne prendono degli altri, che citeremo e spiegheremo in appresso, per sostenere il primato di Pietro. Ma perché viene detto che proprio lui, il ‘vescovo’ di Roma, e non un altro vescovo di un’altra città, è il successore di Pietro, e quindi il capo della Chiesa? Perché - dice la tradizione papista - Pietro venne a Roma, vi fondò la Chiesa, la pasturò per più di venti anni lasciando poi il suo ministero ai suoi successori. Sempre quest’uomo viene chiamato padre santo, ha il potere di dichiarare santo qualcuno che è morto ed ha le chiavi del regno dei cieli.

Il papa viene definito anche infallibile quando parla ‘ex-cattedra’. Ecco cosa dice il catechismo a tale riguardo: ‘Il Papa, da solo, non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa (quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede ed i costumi)’.[850] L’infallibilità papale fu dichiarata dogma dal concilio Vaticano I nel 1870 in questi termini: ‘Noi insegniamo, e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autori­tà apostolica, definisce che una dottrina riguardante la fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua chiesa, allorché definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della chiesa.[851] Se poi qualcuno - Dio non voglia! - osasse contraddire questa nostra definizione; sia anatema’.[852]

Confutazione

Colui che viene chiamato papa non è il vescovo universale

 

Il titolo di vescovo universale fu dato per la prima volta dall’imperatore Foca (che nel 602 era salito sul trono di Costantino­poli dopo avere fatto uccidere il suo predecessore e la sua famiglia) al vescovo di Roma Bonifacio III (607), titolo che peraltro era stato rifiutato dal suo predecessore Gregorio I (590-604). Questa è l’origine di questo appellativo dato al capo della chiesa romana. Passiamo ora a dimostrare con le Scritture che colui che viene chiamato papa non è il vescovo universale.

Ora, secondo la Scrittura tutti i credenti che sono sulla terra hanno sì dei vescovi (gli anziani) che li sorvegliano e li pasco­no per ordine di Dio, ma al di sopra di essi non c’é affatto il capo dello Stato del Vaticano, ma il nostro Signore Gesù Cristo che Pietro chiama il Pastore e Vescovo delle anime nostre. Ecco chi é il Vescovo universale, Gesù Cristo, il Figlio di Dio che siede alla destra di Dio. Ma allora chi é costui che definiscono papa? Certamente un impostore, che si é preso un titolo che non gli si addice affatto.

Le seguenti Scritture attestano che Gesù Cristo é il Pastore della sua Chiesa.

-  Isaia disse di lui: “Come un pastore, egli pascerà il suo greg­ge; raccoglierà gli agnelli in braccio, se li torrà in seno, e condurrà pian piano le pecore che allattano”;[853]

-  Dio disse tramite Ezechiele del suo Cristo: “E susciterò sopra d’esse un solo pastore, che le pascolerà; il mio servo Davide; egli le pascolerà, egli sarà il loro pastore”;[854]

-  Michea disse del Cristo: “Egli starà là e pascerà il suo gregge colla forza dell’Eterno..”;[855]

-  in Zaccaria é scritto: “Così parla l’Eterno, il mio Dio: Pasci le mie pecore...”;[856]

-  Gesù disse: “Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie mi conoscono...”;[857] e: “Ho anche delle altre pecore, che non son di quest’ovile; anche quelle io devo raccogliere, ed esse ascol­teranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”.[858]

E’ vero che Gesù, dopo che fu risuscitato dai morti, disse a Simon Pietro: “Pasci i miei agnelli... Pastura le mie pecorelle... Pasci le mie pecore”,[859] ma Pietro non si arrogò mai il titolo di vescovo supremo della Chiesa di Cristo, tanto é vero che nella sua prima epistola dice ai santi: “Poiché eravate erranti come pecore; ma ora siete tornati al Pastore e Vescovo delle anime vostre”[860] (che non era lui, ma Gesù Cristo). E agli anziani egli dice: “Io esorto dunque gli anziani che sono fra voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che ha da essere manifestata: Pascete il gregge di Dio...”;[861] poi dice loro come devono farlo ed infine dice loro: “E quando sarà apparito il sommo Pastore, otterrete la corona della gloria che non appassisce”.[862] Pietro quindi non si reputava affatto il vescovo universale ma solamente uno dei vescovi (gli anziani) che pascevano la Chiesa di Dio in quei giorni. Per lui il Vescovo universale era Cristo Gesù.

Queste sono le ragioni per cui noi non accettiamo il capo dello Stato del Vaticano come Vescovo supremo della Chiesa, perché la Scrittura attesta che il Pastore e Vescovo delle anime nostre é solo Cristo Gesù, e che l’apostolo Pietro non fu costituito Pastore supremo della Chiesa primitiva con l’autorità di trasmet­tere ai suoi successori questa dignità; e quindi non è vero che Pietro trasmise il suo vescovado ad un suo successore (che secon­do i teologi cattolici fu un vescovo della Chiesa di Roma del primo secolo dopo Cristo).

L’apostolo Pietro non fu costituito capo della Chiesa e non lasciò successori

 

Il capo dello Stato del Vaticano non può essere definito in nessuna maniera il successore di Pietro. La ragione é perché Gesù non conferì mai a Simon Pietro il primato sugli altri apostoli e sulla Chiesa dicendogli di trasmetterlo poi ad altri; di conseguenza coloro che insegnano che egli era a capo della Chiesa d’allora e che il suo primato sia stato da lui trasmesso a qualcun altro insegnano una falsa dottrina e seducono coloro che l’accettano. Adesso dimostreremo mediante le Scritture quanto appena detto cominciando con lo spiegare il passo del “Tu sei Pietro...”[863] in Matteo, perché è su di esso che i teologi papisti si appoggiano per spiegare che Pietro fu costituito da Cristo capo e fondamento della Chiesa, e quindi che fu il primo papa.

Ora, Gesù disse a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto ne’ cieli”.[864] Queste parole Gesù le rivolse a Pietro dopo che questi gli disse dinanzi agli altri discepoli: “Tu sei il Cristo, il Fi­gliuol dell’Iddio vivente”,[865] e noi crediamo in esse infatti cre­diamo che Gesù Cristo edificò la sua Chiesa sopra la sola pietra angolare che esista in tutto il tempio di Dio e che é lui stesso, il Figliuol di Dio, e non Pietro, nulla togliendo al fatto che Pietro sia una parte del fondamento posto da Cristo sopra di lui. Che “questa pietra”, a cui Gesù fece riferimento in quella rispo­sta a Simon Pietro, è Gesù Cristo stesso, e che il fatto che poco prima egli si sia rivolto a Pietro dicendogli: “Tu sei Pietro..” non significa che questa pietra è Pietro, lo si deduce anche dal confronto con queste parole che Gesù disse ai Giudei: “La pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella ch’è divenuta pietra angolare... E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà”.[866] Perché? Perché in queste parole Gesù dicendo “su questa pietra” si riferì a lui medesimo e non a qualcun altro; certo non disse ‘su di me stes­so’, ma è evidente che parlò di lui e non di qualcun altro. Quindi, anche il “su questa pietra” presente nel discorso di Gesù a Pietro significa su Cristo e non su Pietro. Perciò, come Gesù quando disse “chi cadrà su questa pietra” non volle dire: ‘Chi cadrà su Simon Pietro’, così anche quando egli disse: “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa” non disse: ‘Su Simon Pietro edificherò la mia chiesa’, perché in tutti i due discorsi “questa pietra” è lui stesso e nessun altro.

Le seguenti Scritture attestano chiaramente che Pietro non fu costituito da Cristo né il fondamento della Chiesa, né il princi­pe degli apostoli e neppure il capo supremo della Chiesa.

-  Paolo dice agli Efesini: “Voi dunque non siete più né forestie­ri né avventizî; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e de’ profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore”.[867]

La casa di Dio é una casa spirituale formata da pietre viventi, cioè da uomini e donne vivificati da Cristo, ed ha come fondamen­to alla base di essa Cristo Gesù, la pietra angolare. Ma sopra Cristo é stato posto un altro fondamento da Dio che é costituito dagli apostoli e dai profeti, e difatti noi figliuoli di Dio ci basiamo nella nostra vita sugli insegnamenti di Cristo Gesù, su quelli degli apostoli e sulle parole dei profeti. Ma rimane il fatto che il Capo e il Fondamento della Chiesa rimane sempre Cristo perché lui é il Salvatore del corpo. Come potete vedere nelle parole di Paolo non si intravede la benché minima prova della supremazia dell’apostolo Pietro su gli altri apostoli, appunto perché Pietro é uno degli apostoli che formano il fondamento della Chiesa e non il solo apostolo di cui è formato il fondamento.

-  L’apostolo Paolo dice ai Corinzi: “Io, secondo la grazia di Dio che m’è stata data, come savio architetto, ho posto il fondamen­to; altri vi edifica sopra. Ma badi ciascuno com’egli vi edifica sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù”.[868]

Queste parole di Paolo, assieme a queste sue altre parole scritte ai Romani: “Così, da Gerusalemme e dai luoghi intorno fino all’Illiria, ho predicato dovunque l’Evangelo di Cristo, avendo l’ambizione di predicare l’Evangelo là dove Cristo non fosse già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui”,[869] confer­mano che il fondamento della Chiesa di Dio è Cristo Gesù, e non Pietro o il suo presunto successore come invece asserisce la chiesa romana.

-  L’apostolo Pietro nella sua prima epistola dice: “Acco­standovi a lui, pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale... Poiché si legge nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chiunque crede in lui non sarà confuso”,[870] ed ai capi sacerdoti e agli anziani disse del Cristo: “Egli è la pietra che è stata da voi edificatori sprezzata, ed é divenuta la pietra angolare”.[871]

Quindi Pietro ha definito Gesù pietra vivente, eletta e preziosa ed anche la pietra angolare che Dio aveva promesso di mettere in Sion dopo che sarebbe stata rigettata dagli edificatori; quindi lui stesso riconobbe che Cristo era la prima pietra di tutta la costruzione e che tutti i credenti (lui incluso) erano come delle pietre viventi che si dovevano accostare alla pietra vivente che é Cristo. Che fanno invece i teologi cattolici romani? Disconoscono Cristo Gesù come la pietra angolare, e difatti la chiesa romana non ha come fondamento Cristo Gesù, ma il papato che fonda la sua esi­stenza sulla menzogna e sull’ipocrisia. Se la chiesa romana fosse veramente fondata sopra Cristo Gesù (come dice di essere) essa si atterrebbe alle parole di Cristo e non annullerebbe l’insegnamen­to del Signore nostro Cristo Gesù e quello degli apostoli.

-  Marco dice: “E vennero a Capernaum; e quand’egli fu in casa, domandò loro: Di che discorrevate per via? Ed essi tacevano, perché per via aveano questionato fra loro chi fosse il maggio­re. Ed egli postosi a sedere, chiamò i dodici e disse loro: Se alcuno vuol essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitor di tutti”.[872]

Ora, se Pietro fosse stato il principe degli apostoli di certo Gesù lo avrebbe detto in quest’occasione in cui i discepoli avevano discusso fra loro per sapere chi era il maggiore; ma da quello che dice Marco, Gesù non dichiarò Pietro il maggiore degli apostoli. Egli disse che chi fra loro voleva essere il primo doveva essere il servitore di tutti. Ed oltre a ciò, bisogna dire che dato che questa disputa fra i discepoli avvenne dopo che Gesù dichiarò beato Simon Pietro per la sua confessione di fede e gli disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa...”,[873] è evidente che i discepoli a quelle parole di Gesù dirette a Pietro non gli aveva­no affatto dato l’interpretazione che gli danno i teologi papisti. Perché? Perché altrimenti essi non avrebbero questionato fra loro chi fosse il maggiore, essendo stata la questione risolta in precedenza da Gesù.

-  Paolo ai Galati chiama Giacomo, Cefa, e Giovanni “quelli che godono di particolare considerazione”[874] e anche quelli “che godono maggior considerazione”,[875] e dice che essi erano “reputati colon­ne”[876] nella Chiesa.

Anche in queste parole di Paolo, Pietro non ricopre una posizione di domi­nio sopra gli altri apostoli o sopra la Chiesa di Dio perché viene annoverato tra le colonne della Chiesa assieme ad altri due apostoli. Da come parlano invece i teologi cattolici romani Pietro era la colonna portante dell’intera Chiesa. A chi credere dunque? A Paolo, di certo, perché lui parlava da parte di Dio in Cristo.

-  Dopo che Gesù fu assunto in cielo, prima che giungesse il giorno della Pentecoste, l’apostolo Pietro si alzò in mezzo ai fratelli che erano adunati, che ammontavano a circa centoventi persone, e disse innanzi tutto che era stato necessario che si adempisse ciò che lo Spirito Santo aveva detto tramite Davide intorno a Giuda Iscariota, poi disse queste parole: “Bisogna dunque che fra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signor Gesù è andato e venuto fra noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno ch’egli, tolto da noi, è stato assunto in cielo, uno sia fatto testimone con noi della risurrezione di lui”.[877] E questo fu fatto perché trassero a sorte tra Mattia e Giuseppe, ed essendo stato sorteg­giato Mattia egli fu aggiunto agli undici. Notate che non fu Pietro a decidere chi doveva prendere il posto di Giuda, ma la sorte. Questo conferma che Pietro in seno alla Chiesa non possedeva il posto di ‘capo della Chiesa’, come invece asserisce la curia romana, perché altrimenti lo avrebbe scelto lui il successore di Giuda.

-  A Gerusalemme quando si riunirono gli apostoli e gli anziani per discutere un’importante questione che era sorta, cioè se circoncidere i Gentili e comandare loro d’osservare la legge o no, l’apostolo Pietro non ricoprì la posizione di principe degli apostoli o di vescovo universale. E’ scritto infatti: “Essendone nata una gran discussione, Pietro si levò in piè, e disse loro: Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero. E Dio, conoscitore dei cuori, rese loro testimonian­za, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede. Perché dunque tentate adesso Iddio mettendo sul collo de’ discepoli un giogo che né i padri nostri né noi abbiam potuto portare? Anzi, noi crediamo d’esser salvati per la grazia del Signor Gesù, nello stesso modo che loro”.[878] Dopo Pietro parlarono anche Paolo e Barnaba, ed infine Giacomo che fu quello che giudi­cò di non dare molestia ai credenti di fra i Gentili, ma di ordinargli di astenersi dalle cose sacrificate agli idoli, dalla fornicazione, dalle cose soffocate e dal sangue.

Ora, se Pietro avesse avuto la priorità in ogni cosa sicuramente questo si sarebbe palesato a Gerusalemme in quell’importante riunione, ma bisogna dire che, ancora una volta, della sua sban­dierata supremazia non c’é la benché minima prova. Pietro sì parlò per primo, ma colui che disse cosa bisognava dire ai Gentili di evitare fu Giacomo e non Pietro, infatti egli disse: “Io giudico che non si dia molestia a quelli dei Gentili che si convertono a Dio...”.[879] E badate che quello di Giacomo non fu un consiglio ma un giudizio; dico questo perché i sostenitori del primato di Pietro tendono con i loro discorsi a farlo passare per un semplice suggerimento.

-  “Or gli apostoli ch’erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria avea ricevuto la parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni. I quali, essendo discesi là, pregarono per loro affin­ché ricevessero lo Spirito Santo; poiché non era ancora disceso sopra alcuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signor Gesù. Allora imposero loro le mani, ed essi ricevet­tero lo Spirito Santo”.[880]

Anche in questo caso non emerge nella maniera più assoluta che Pietro fosse il Principe degli apostoli o il capo della Chiesa. Notate infatti che Pietro fu mandato in Samaria assieme a Giovan­ni dagli apostoli che erano in Gerusalemme, e che sia Pietro che Giovanni pregarono per i Samaritani affinché ricevessero lo Spirito Santo, il che sta ad indicare che ambedue avevano il dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo e non solo Pietro.

-  Pietro, sia prima del giorno della Pentecoste, che il giorno della Pentecoste, e sia dopo, e precisamente nel caso della guarigione dello zoppo al tempio, quando lui e Giovanni comparvero davanti al Sinedrio, quando Anania portò i denari ai piedi degli apostoli, e quando Simone offerse a lui e a Giovanni del denaro per ricevere l’autorità di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, dico, in tutte queste diverse circostanze, egli si palesò essere il primo a parlare tra gli apostoli,[881] ma non il primo per importanza tra gli apostoli. Vi ricordo a tale proposito che Paolo e Barnaba erano stati ambedue appartati per ordine dello Spirito Santo ad Antiochia, ed ambedue erano stati mandati dallo Spirito Santo a compiere quell’opera, ma tra i due Paolo era il primo a parlare infatti a Listra le turbe dopo avere visto la guarigione compiuta da Paolo lo chiamarono Mercurio “perché era il primo a parlare”.[882] A confer­ma di ciò vi ricordo che ad Antiochia di Pisidia, quando i capi della sinagoga mandarono a dire a Barnaba e Paolo che se avevano una parola d’esortazione da dire al popolo la potevano dire, fu Paolo ad alzarsi e a parlare per primo ai presenti.[883] Ma tutto ciò non ci porta a dire che Paolo era superiore a Barnaba o suo capo. La stessa cosa si può dire dell’apostolo Pietro nei confronti degli altri apostoli; egli parlava per primo, ma non aveva il primato né su loro e né sulla Chiesa.

Ma tutto questo che abbiamo detto sin qui, benché sia provato mediante le sacre Scritture, non incontra per nulla il favore della chiesa romana che ha lanciato il seguente anatema contro chi non riconoscerà che il papa è per diritto divino il successore di Pietro sopra tutta la Chiesa: ‘Se, quindi, qualcuno dirà che non è per istituzione dello stesso Cristo signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro ha sempre dei successori nel primato su tutta la chiesa; o che il Romano pontefice non è successore del beato Pietro in questo primato: sia anatema’.[884] Oh! quanto è vera la parola del profeta: “Non sanno nulla, non capiscono nulla; hanno impiastrato loro gli occhi perché non veggano, e il cuore perché non comprendano”.[885]

Spiegazione di alcuni passi presi per sostenere il primato di Pietro

 

I teologi romani per sostenere che Gesù conferì il primato del potere della Chiesa a Pietro oltre ai passi più conosciuti che sono: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”,[886] “Ti darò le chiavi del regno de’ cieli”,[887] e “Pasci i miei agnelli... Pastura le mie pecorelle... Pasci le mie pecore”;[888] pren­dono diversi altri passi della Scrittura che si riferiscono a Simon Pietro. Vediamoli, per vedere se in effetti stanno ad indi­care che l’apostolo Pietro ricevette il primato sulla Chiesa primitiva.

-  “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratel­li”.[889] Gesù disse queste parole a Pietro la notte in cui egli fu tradi­to e i teologi affermano che questo “conferma i tuoi fratelli” sta ad indicare che Pietro ricevette la missione di raffermare i suoi fratelli, cioè gli apostoli, intendendo con questo che anche il papa, siccome è successore, ha ricevuto la missione di confer­mare i fedeli.

Noi non abbiamo nulla da dire sul fatto che Gesù affidò a Simon Pietro il compito di confermare i suoi fratelli, perché questo è verità. Ma con queste parole Gesù non conferì a Pietro nessuna supremazia sugli altri apostoli, o sulla Chiesa. Pietro ricevette da Gesù quella particolare missione in quella particolare circo­stanza sapendo che i suoi discepoli sarebbero stati di lì a poco dispersi e rattristati grandemente a motivo della sua morte; ma questa missione particolare fu circoscritta nel tempo e a Pietro. Vogliamo dire con questo che la missione di confermare i propri fratelli Gesù non la estese a dei presunti successori di Pietro per tutte le età a venire, come invece affermano i teologi roma­ni. E’ risaputo poi che i papi prendono queste parole di Gesù per arrogarsi ogni diritto; tra cui il diritto di fare ogni sorta di leggi ecclesiastiche per confermare i membri della chiesa romana. Ed oltre a ciò vogliamo ricordare, a sostegno del fatto che non vi è una particolare persona (il cosiddetto successore di Pietro) messa nella Chiesa dal Signore per confermare tutti i fedeli, che Paolo ai Corinzi dice che il Signore li avrebbe confermati secon­do che è scritto: “Il quale anche vi confermerà sino alla fine, onde siate irreprensibili nel giorno del nostro Signor Gesù Cristo”,[890] e non Cefa, ossia Simon Pietro, quantunque Cefa fosse ancora in vita quando lui scrisse tanto è vero che nella Chiesa di Corinto c’erano alcuni che dicevano di essere di Cefa! Come la mettiamo dunque o teologi romani? Se Pietro doveva con­fermare tutta la Chiesa come mai mentre era ancora in vita Paolo dice ai santi di Corinto che il Signore li avrebbe confermati? Certo, Dio si usa pure dei suoi ministri per confermare i suoi figliuoli infatti Paolo dice ai Tessalonicesi: “Mandammo Timoteo, nostro fratello e ministro di Dio nella propagazione del Vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste afflizioni”;[891] e Luca dice che Paolo e Barnaba “avendo evangelizzata quella città e fatti molti discepoli, se ne tornarono a Listra, a Iconio ed Antiochia, confermando gli animi dei discepoli...”;[892] ma di certo, e lo diciamo con fermezza e chiarezza, Egli non si userà del papa dei Cattolici per confermarci nella fede, perché costui non è un ministro di Cristo ma di Satana. Non importa quanto i teologi romani sbandierano questo versetto della Scrittura che dice che Pietro deve confermare i suoi fra­telli; costui che si dice di essere il successore di Pietro vuole sedurre le menti dei discepoli di Cristo e non confermare i loro animi.

-  “E Gesù, fissato in lui lo sguardo, disse: Tu se’ Simone, il figliuol di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa (che significa Pietro)”.[893] Secondo i teologi romani Gesù gl’impose il nome di Pietro per significare che si sarebbe servito di lui come di pietra su cui avrebbe poi costituito, come su fondamento, la sua Chiesa.

Noi invece diciamo che benché Gesù gli diede questo soprannome a Simone, che significa ‘roccia’, ciò non lascia intravedere nella maniera più assoluta che l’apostolo Simone Pietro fu costituito unico fondamento della Chiesa. Pietro come gli altri apostoli sono parte del fondamento su cui la Chiesa è stata edificata; anche gli altri apostoli sono quindi delle pietre come lo è lui. E a conferma che anche se Pietro ricevette questo soprannome non è il solo fondamento della Chiesa ricordiamo che Giovanni dice che il muro della nuova Gerusalemme “avea dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello”,[894] e non quello di Pietro soltanto. Il fatto che Gesù soprannominò Pietro proprio Simone, ha di certo il suo motivo, perché Gesù non soprannominava le persone a caso o senza motivo. Riteniamo che Gesù abbia voluto soprannominarlo in quella maniera a motivo della fermezza e della risolutezza viste in questo suo discepolo. Teniamo presente anche che Gesù soprannominò pure Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, e non solo Simone; Marco dice infatti che Gesù gli “pose nome Boanerges, che vuol dire fi­gliuoli del tuono”.[895] Ma non perché Gesù pose questo nome a quei due fratelli, noi diciamo che essi ricevettero speciali poteri nella Chiesa.

-  “E montato in una di quelle barche che era di Simone, lo pregò di scostarsi un pò da terra; poi, sedutosi, d’in sulla barca ammaestrava le turbe”.[896] Secondo i teologi romani anche il fatto che Gesù predicò d’in sulla barca di Pietro e non da quella di un altro discepolo attesta il primato di Pietro.

Folle deduzione! ma non c’è da meravigliarsi più di tanto. I teologi romani ci hanno abituato a sentire cose peggiori di queste! Ma io vorrei dire: ‘Ma allora anche il padrone dell’asinello su cui Gesù montò ed entrò in Gerusalemme doveva per forza di cose avere una posizione altissima nella Chiesa di Dio!’; ed ancora: ‘Ma allora anche il padrone della casa nella quale Gesù scelse di mangiare la Pasqua doveva per forza di cose avere una eminente posizione nella Chiesa, perché fu in quella stanza che Gesù istituì la santa cena!’. E di questo passo potrei proseguire ma mi fermo qui.

-  Matteo dice: “Or i nomi de’ dodici apostoli son questi: Il primo Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolommeo; Toma e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì”.[897] In base alla interpretazione della curia romana, il fatto che Pietro sia nominato per primo, e che ci sia scritto “il primo Simone detto Pietro”, significa che Pietro fu costituito da Cristo il principe degli apostoli. Ma questo non può essere vero perché tempo dopo, quando fra i discepoli sorse la disputa per sapere chi fosse il maggiore, Gesù non disse loro: ‘Perché dispu­tate? Non lo sapete che il primo fra voi è Pietro?’, ma gli disse: “Chiunque fra voi vorrà esser primo, sarà vostro servito­re”.[898] Il fatto che Pietro sia nominato per primo nella lista degli apostoli non significa affatto che egli fosse il principe degli apostoli perché questo suo primato sugli apostoli non emerge dalle Scritture. Se fosse così come dicono i teologi romani Pietro avrebbe dovuto essere nominato sempre per primo, ma egli non sempre viene citato per primo: Paolo dice per esempio: “E quando conobbero la grazia che m’era stata accordata, Giacomo e Cefa e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barnaba la mano d’associazione...”,[899] citando Pietro al secondo posto, dopo Giacomo; l’angelo che apparve alle donne disse loro: “Ma andate a dire ai suoi discepoli ed a Pietro, ch’egli vi precede in Galilea...”,[900] citando Pietro dopo gli altri discepoli.

-  Paolo dice che Gesù Cristo “risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai Dodici...”.[901] Anche questo, cioè che Gesù apparve per primo a Pietro, e poi a tutti gli altri apostoli, secondo i teologi romani, attesta il primato di Pietro.

Ma noi riteniamo invece che qui non si vede nessun primato, ma solo il fatto che Gesù apparve prima a Pietro affinché potesse confermare i suoi fratelli, come gli aveva detto prima di essere arrestato. E poi ricordiamo che se Pietro fu il primo dei discepoli a cui Gesù apparve, è anche vero che egli “apparve prima a Maria Madda­lena”[902] che andò ad annunziarlo ai suoi discepoli che, udito che egli viveva e che le era apparso, non le credettero. Ma anche qui dobbiamo dire che il fatto che Gesù apparve prima ad una donna che ad un uomo non vuole dire che la donna sia superiore all’uo­mo, o che Maria Maddalena per questo ebbe un qualche primato fra le donne.

-  Pietro disse a Gerusalemme: “Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero”.[903] Dio scelse fra i dodici Pietro per fare udire l’Evangelo ai Gentili; questa scelta, per i teologi romani, attesta la suprema­zia di Pietro sugli altri discepoli.

Non è affatto vero perché Dio non scelse Pietro per quel compito perché egli era il capo degli apostoli, ma per altri suoi motivi. Ricordiamo che Pietro, benché Dio lo mandò a quei Gentili ad annunziare l’Evangelo, fu costituito apostolo della circoncisione e non apostolo dei Gentili perché in questo ufficio Dio costituì Paolo. Ai Galati infatti Paolo dice: “Quelli che godono di particolare considerazione... videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella de’ circoncisi”;[904] quindi Pietro fu mandato da Dio ai Giudei mentre Paolo ai Gentili. Ma tutto ciò non indica né che Pietro avesse il primato nell’evangelizzazione degli uomini e né che fosse princi­pe su Paolo e sugli altri apostoli.

Mi fermo qui con i passi che si riferiscono a Pietro che i teolo­gi romani prendono per sostenere il primato di Pietro, anche se ce ne sono altri. Ma che lezione traiamo noi da tutto ciò? Per l’ennesima volta questa; che quando qualcuno vuole sostenere una falsa dottrina si usa pure di quei passi della Scrittura che secondo lui possono contribuire a confermarla dandogli le sue personali interpretazioni, ma anche che nel fare questo egli rimane confuso. In questo caso i teologi romani per sostenere il primato di Pietro e la successione di questo primato compiono delle acrobazie esegetiche veramente audaci; ma la loro stoltezza è manifesta a tutti coloro che hanno conosciuto la verità e tagliano rettamente la Parola di Dio.

Colui che viene chiamato papa non è il vicario di Cristo

 

Come abbiamo visto la chiesa romana afferma che il capo dello Stato del Vaticano é il vicario di Cristo sulla terra, cioè colui che ne fa le veci. Il Perardi si esprime così a riguardo: ‘Questi rappresenta Gesù Cristo su questa terra, ne fa le veci, e perciò regge e governa la Chiesa in nome di Lui’.[905]

La Scrittura invece insegna che Cristo prima di tornare al Padre suo non lasciò il suo posto a Pietro stabilendolo suo vicario sulla terra. Il Signore, prima di andarsene, promise ai suoi discepoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale li avreb­be guidati in ogni verità ed annunziato molte altre cose, difatti disse: “Molte cose ho ancora da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; ma quando sia venuto lui, lo Spirito della veri­tà, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”.[906] Gesù non disse ai suoi: ‘Avete con voi Pietro il quale vi guiderà nella verità e vi farà sapere le altre cose che ho da dirvi!’, quindi costui che si definisce vicario di Cristo mente, perché sulla terra c’é lo Spirito Santo che ci guida nella verità e ci fa intendere quale sia la volontà del Signore.

Certo, Dio ha costituito nella sua Chiesa gli apostoli, i profe­ti, gli evangelisti, i pastori e i dottori al fine di perfezio­narci e di edificarci ma anch’essi sono guidati dallo Spirito della verità. Mentre il cosiddetto papa non é guidato dallo Spirito della verità ma é sedotto dal diavolo e questo é manifesto dal fatto che egli annulla l’Evangelo; quindi come può essere reputato un ministro di Dio costituito da Dio per l’edificazione della sua Chiesa?

Colui che viene chiamato papa non è infallibile ‘ex cathedra’

 

Cominciamo col dire che i teologi papisti dicono che il papa è infallibile solo quando insegna come papa, e non anche quando insegna espri­mendo il suo parere personale; e che come uomo, può operare bene ed operare male, cioè può peccare; ma a nostro giudizio queste affermazioni sono solo affermazioni di comodo che servono solo a dire, nel caso il loro papa dicesse qualcosa di storto anche agli occhi dei suoi fedeli seguaci o si rendesse colpevole di qualche grave delitto, che egli è un uomo come tutti gli altri; quindi in sostanza costituiscono uno scudo contro eventuali critiche. Ma noi diciamo: ma nella pratica qual è quel Cattolico romano che non reputa infallibili le dichiarazioni del suo papa non fatte ‘ex cattedra’? Ma qual è quel fedele cattolico che osa mettere in discussione le affermazioni del suo papa fatte non ‘ex cattedra’ quando il concilio Vaticano II ha detto che ‘questo religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice, anche quando non parla ‘ex cattedra’?[907] E poi ancora: come fanno i teologi ad affermare che il papa come uomo può peccare[908] e poi nello stesso tempo affermare che nessuno può ‘riesaminare un giudizio pronunziato dalla sede apostolica - di cui non vi è autorità maggiore -, come a nessuno è lecito giudicare di un giudizio dato da essa’,[909] quando la Scrittura dice: “Riprendi pure il tuo prossimo”?[910] Come potete vedere ci troviamo per l’enne­sima volta davanti a delle contraddizioni che fanno capire che il dogma dell’infallibilità papale nella realtà si estende anche a quelle dichiarazioni che non sono catalogate tra quelle fatte ‘ex cattedra’. Questo loro dogma serve a incutere timore ai Cattolici romani facendogli credere che loro in Roma hanno un capo che possiede una particolare assistenza dello Spirito Santo quando parla ‘ex cattedra’, in virtù della quale non può sbagliare in quelle sue dichiarazioni perché lo Spirito Santo parla per bocca sua, e perciò chi si ribella alle sue dichiarazioni è come se si ribellasse a Dio stesso. Questo dogma quindi è veramente un’arma potente nelle mani di questi anticristi che si succedono ai vertici della chiesa cattolica romana perché mediante di esso possono in qual­siasi momento confermare o introdurre a loro piacimento tutto quello che più gli fa comodo per dominare spiritualmente e mate­rialmente le persone che sono sotto di loro. Tanto loro sanno che qualsiasi cosa diranno ‘ex cattedra’ ci saranno milioni di persone in tutto il mondo che si dovranno mostrare d’accordo con loro se non vogliono incorrere nella scomunica per essersi ribellati al capo della Chiesa e quindi a Cristo.

Ma la questione dell’infallibilità papale, dato che essa fu dichiarata dogma solo nel 1870, fa sorgere tante domande quali: ‘Ma se il papa dal 1870 in poi è dichiarato infallibile quando parla in materia di fede e di morale, come mai - e su questo sono d’accordo tanti Cattolici - tanti papi del passato quando parlarono in materia di fede errarono grandemente?’, ed ancora: ‘Se le eresie che sottoscrissero i papi riconosciuti eretici dagli stessi studiosi cattolici non erano dichiarazioni ex cattedra quali erano invece le loro dichiarazioni ex cattedra?’ Quando fu in sostanza che i papi parlarono all’intera Chiesa e in maniera definitiva? Alcuni rispondono a questi quesiti dicendo che i papi prima del 1854 non esercitavano l’infallibilità papale?! Come! - noi rispon­diamo - allora solo dal 1854 in poi sotto Pio IX lo Spirito Santo avrebbe cominciato ad assistere in questa maniera il capo della vostra chiesa? Significa questo forse che prima di quel tempo la Chiesa di Dio sulla faccia della terra non aveva una guida infal­libile in materia di fede e di morale e che bisognava aspettare Pio IX per averla? Ho voluto fare questo discorso per dimostrare quanto assurdo e contraddittorio sia il dogma dell’infallibilità papale.

Adesso dimostreremo innanzi tutto come Pietro, di cui il cosid­detto papa si dice il suo successore, non fu un uomo infallibile.

L’apostolo Pietro non fu infallibile né prima e né dopo che Gesù gli disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..”,[911] e di ciò esibiamo le seguenti prove scritturali.

-  Dopo che Gesù rivolse quelle parole a Simone Pietro, egli disse che doveva andare a Gerusalemme a soffrire molte cose dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. “E Pietro, trattolo da parte, comin­ciò a rimproverarlo, dicendo: Tolga ciò Iddio, Signore; questo non ti avverrà mai. Ma Gesù, rivoltosi, disse a Pietro: Vattene via da me, Satana; tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”.[912]

Pietro aveva creduto che Gesù era il Cristo, ma come tutti gli altri Giudei pensava che il Cristo sarebbe venuto per ristabilire il regno in Israele e non per morire per la nazione d’Israele; in altre parole per regnare e non per farsi mettere in croce. Questa è la ragione per cui quando sentì dire a Gesù che doveva soffrire ed essere ucciso si mise a rimproverare il Signore perché lui ancora non aveva il senso delle cose di Dio ma solo il senso delle cose degli uomini. Il senso delle cose di Dio egli lo acquistò dopo che Gesù Cristo risuscitò. Gesù rimproverò severamente Pietro, chiamandolo Satana, perché quelle parole che lui disse le disse da parte di Satana.

-  Pietro rinnegò il Signore tre volte nella notte in cui Gesù fu tradito,[913]ma dopo si convertì.

-  Paolo racconta ai Galati come e perché si oppose a Pietro ad Antiochia: “Ma quando Cefa fu venuto ad Antiochia, io gli resi­stei in faccia perch’egli era da condannare. Difatti, prima che fossero venuti certuni provenienti da Giacomo, egli mangiava coi Gentili; ma quando costoro furono arrivati, egli prese a ritrar­si e a separarsi per timor di quelli della circoncisione. E gli altri Giudei si misero a simulare anch’essi con lui; talché perfino Barnaba fu trascinato dalla loro simulazione. Ma quando vidi che non procedevano con dirittura rispetto alla verità del Vangelo, io dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a giudaizzare?...”.[914] Pietro era da condannare, secondo Paolo, perché si mise a simula­re e a costringere i Gentili a giudaizzare, e per questo Paolo lo riprese davanti a tutti.

-  Quando Pietro in Ioppe ebbe quella visione nella quale il Signo­re gli disse: “Levati, Pietro; ammazza e mangia”,[915] egli rispose: “In niun modo, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla d’immondo né di contaminato”,[916] e per questa sua risposta il Signo­re lo riprese infatti gli disse: “Le cose che Dio ha purificate, non le far tu immonde”.[917] Pietro sapeva che Gesù aveva dichiarato tutti i cibi puri perché gli aveva sentito affermare: “Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché gli entra non nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?”,[918] ma in quella visione chiamò immondi dei cibi che Dio aveva purifica­ti e perciò il Signore lo ammonì.

Come potete vedere anche Pietro fallì in alcune cose, ma d’al­tronde anche lui era un uomo della stessa natura che noi. Giacomo ha detto che “tutti falliamo in molte cose”[919] includendosi tra coloro che falliscono. E se lui, che era reputato una colonna nella Chiesa d’allora, ammise di fallire, chi é costui che é stato definito infallibile ex cattedra? Certamente non un mini­stro di Cristo, ma un ministro di Satana che seduce le persone facendogli credere che lui quando parla in materia di fede non può sbagliare.

Qualcuno dirà: Ma le epistole di Pietro non sono forse infallibili? Certo che lo sono, perché furono da lui scritte sotto la spinta e la guida dello Spirito Santo. Ma certamente non si può dire che le epistole dei papi siano da loro scritte perché mossi dallo Spirito Santo di Dio. E che dire poi dei discorsi di Pietro trascritti negli Atti degli apostoli? Anche quelli sono infallibili perché pronunciati per lo Spirito Santo. Ma anche in questo caso non si possono per nulla paragonare i discorsi solenni del papa a quelli di Pietro perché essi sono infarciti di ogni genere di menzogne.

Ora, i teologi cattolici romani insegnano che il papa nell’inse­gnare le verità rivelate da Dio - verità di fede o verità di morale - è infallibile com’é infallibile la chiesa e dicono che il fatto che il papa sia infallibile risulta dal Vangelo. Ecco come si esprime il Perardi nel suo manuale a tale riguardo: ‘San Pietro (e nella sua persona il Papa suo successore) è fondamento della Chiesa; egli deve confermare nella fede gli altri Pastori, deve pascere tutto il gregge. Ma la Chiesa non può essere fondata sull’errore; essa non sarebbe fondata sulla verità se il Papa non fosse infallibile, poiché ne é la pietra fondamentale; né il Papa potrebbe confermare in modo certo gli altri nella fede, e invece di pascere il gregge, egli potrebbe avvelenarlo coll’errore, se potesse errare nell’insegnamento’.[920] Noi diciamo invece con l’ausilio della sacra Scrittura che egli falla nell’insegnare perché dalla sua bocca fuoriescono molte menzogne anche quando insegna in materia di fede e di costumi. E poi ci vengono a dire che egli è stato stabilito da Dio per confermare nella fede i pastori? Ma costui non conferma nella fede proprio nessuno perché invece di predicare la parola della fede come faceva Simone Pietro l’annulla con i suoi precetti. E poi ci vengono a dire che Dio lo ha costituito a pascere il gregge? Ma dove le conduce tutte queste pecore che lo seguono? Certamente non sulla via della verità che mena in cielo, ma su quella della menzogna che mena nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. L’opera di costui e dei suoi vescovi é un opera di distru­zione perché egli distrugge il sentiero per cui le pecore dovreb­bero inoltrarsi per ottenere la vita da Dio. Ben profetò il profeta Isaia di costoro quando disse: “Quelli che guidano questo popolo lo sviano, e quelli che si lascian guidare vanno in perdizione”.[921] No, costui non é affatto la pietra fondamentale della Chiesa, anzi non é neppure una delle pietre viventi di cui é composta la Chiesa di Dio; no, noi non diciamo che egli potrebbe avvelenare il popolo se fallisse nell’insegnamento, ma diciamo che egli lo avvelena realmente perché la sua lingua é piena di mortifero veleno.

La vera Chiesa non sente affatto il bisogno di questo cosiddetto papa in materia di fede o di morale, quantunque questi si dichia­ri infallibile in questo campo, perché essa possiede lo Spirito della verità che la guida, l’ammaestra, e la conferma: e noi sappiamo che Egli non può fallire. Anche la Scrittura costituisce una infallibile guida per la Chiesa. Questo però non significa che non può accadere che i conduttori o coloro da essi condotti introducano nella Chiesa eresie di perdizione. Perché questo può avvenire, anzi è stabilito che avvenga in questi ultimi giorni perché si devono adempiere le seguenti Scritture: “Di fra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre i discepoli dietro a sé”,[922] “Ci saranno anche fra voi falsi dottori che introdurranno di soppiatto eresie di perdizione”;[923] “Bisogna che ci sian fra voi anche delle sètte, affinché quelli che sono approvati, siano manifesti fra voi”;[924] “Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî”.[925] Ma rimane il fatto che lo Spirito di Dio e la Parola di Dio continueranno a guidare i fedeli che compiono la loro salvezza con timore e tremore in maniera da non farli smarrire. Possono venire meno dei ministri di Dio ma giammai verrà meno la guida di Dio.

Le prove della fallibilità dei papi

 

Nel corso dei secoli si sono succeduti centinaia di papi nella chiesa romana. Ora, mediante i seguenti esempi di papi che hanno sottoscritto eresie, si sono contraddetti e sono stati dichiarati eretici, dimostreremo la fallibilità dei papi anche nelle loro dichiara­zioni ufficiali:

-  Liberio (352-366) aderì formalmente all’eresia ariana (che negava la divinità di Gesù Cristo),[926] sottoscrivendo la professione di fede eretica del concilio di Sermio e giungendo perfino a scomu­nicare Atanasio che difendeva la divinità di Cristo. Sia i suoi predecessori che lui stesso avevano di già condannato l’eresia di Ario; in seguito, i suoi successori condannarono l’eresia ariana.

-  Innocenzo I (401-417) scrisse al concilio di Milevis che i neonati erano obbligati a ricevere la comunione e che se fossero morti battezzati ma non comunicati, sarebbero ugualmente andati all’inferno. In seguito, questa dottrina è stata annullata dal concilio di Trento nel 1562 con la seguente dichiarazione: ‘Finalmente lo stesso santo sinodo insegna che i bambini che non hanno l’uso della ragione, non sono obbligati da alcuna necessità alla comu­nione sacramentale dell’eucarestia. Rigenerati, infatti, dal lavacro del battesimo e incorporati a Cristo, non possono, a quell’età, perdere la grazia di figli di Dio, che hanno acquista­to’,[927] e sempre il concilio tridentino ha anatemizzato chi la sosterrà con la seguente dichiarazione: ‘Se qualcuno dirà che la comunione eucaristica è necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l’età di ragione, sia anatema’.[928]

-  Ormisda (514-523) nel 514 dichiarò eretici certi monaci della Scizia, perché sostenevano che uno della Trinità aveva sofferto la morte della croce; ma Giovanni II nel 532 dichiarò quei monaci ortodos­si (cioè persone che sostenevano una dottrina retta).[929]

-  Vigilio (537-555) nel 553 con una dichiarazione ufficiale definì conformi alla dottrina cattolica alcuni scritti denominati ‘Tre capitoli’ (che lui stesso aveva condannato nel 548). Ma il quinto concilio ecumenico (Costantinopolitano II) tenutosi a Costantinopoli dal 5 maggio al 2 Giugno 553 dichiarò solennemente che quegli stessi scritti dovevano essere considerati eretici. Ma Vigilio si risolse ad accettare il concilio e le sue conclusioni solo l’8 dicembre. Egli ritrattò le sue recenti posizioni contrarie alla condanna dei ‘Tre capitoli’ infatti scrisse al patriarca di Costantinopoli riconoscendo il proprio errore e concludeva dicendogli: ‘Pertanto ciò che ho fatto in difesa dei ‘Tre capitoli’ viene annullato con la definizione del presente nostro scritto’.[930]

-  Gregorio I detto Magno (590-604) disse che i bambini non battezzati vanno diritti all’inferno e laggiù soffrono per l’eternità. Ora, questa dottrina è condannata dalla chiesa romana perché essa dice che i bambini se muoiono non battezzati vanno in un luogo detto limbo (dove secondo loro non c’é alcuna pena) e non più all’inferno come invece affermò Gregorio I. Sempre Gregorio affermò che chi si prendeva il titolo di vescovo universale era pre­cursore dell’anticristo; mentre Gregorio VII (1073-1085) affermò che il vescovo di Roma è e deve essere chiamato vescovo universale; ecco le sue parole: ‘Solo il pontefice romano ha il diritto di essere chiamato universale’.[931]

-  Onorio I (625-638) approvò ed insegnò la eresia dei monoteliti (i monoteliti affermavano che in Cristo c’erano due nature, ma una sola volontà e una sola azione, quella divina). Ecco le sue parole: ‘Noi confessiamo una volontà unica del Nostro Signore Gesù Cristo, perché in lui non era volontà alcuna della carne, né ripugnante al volere divino’. Per questa sua presa di posizione fu condannato come eretico dal sesto concilio ecumenico nel 681. I papi successivi, confermarono la condan­na: tra questi Leone II che nel 682 scrisse all’imperatore Costantino dicendo ‘di scomunicare tutti gli eretici, tra cui Onorio che non fece risplendere la dottrina apostolica in questa chiesa di Roma, ma che per un tradimento profano tentò di sovvertire la fede immacolata e tutti coloro che morirono nel suo errore’.

-  Adriano II (867-872) dichiarò valido il matrimonio civile, mentre Pio VII (1800-1823) lo condannò.

-  Pasquale II (1099-1118) ed Eugenio III (1145-1153) autorizzarono il duello, mentre Giulio II (1503-1513) e Pio IV (1559-1565) lo proibirono.

-  Giovanni XXII (1316-1334) nel 1331 insegnò che le anime dei santi non avevano la vista di Dio prima della risurrezione della carne. Questa eresia fu condannata dal suo successore Benedetto XII (1334-1342). E sempre Giovanni XXII nella Bolla Cum inter nonnullos del 1323 affermò: ‘Dire che Cristo e gli apostoli non possedevano nulla significa travisare le Scritture’;[932] secondo lui quindi Cristo e gli apostoli non erano vissuti poveri. Questo innanzi tutto contrasta la Parola di Dio, e in secondo luogo è in piena con­traddizione con quello che avevano affermato i suoi predecessori Onorio III, Innocenzo IV, Alessandro IV, Bonifacio VIII.

-  Sisto V (1585-1590) nel 1590 fece pubblicare una edizione della Vulgata (che lui personalmente aveva riscritto per correggerne gli errori che esistevano nelle edizioni pubblicate fino a quel tempo) e con una bolla dichiarò: ‘Nella pienezza del potere apostolico, decretiamo e dichiariamo che questa edizione... approvata per l’autorità concessaCi dal Signore, dev’essere accolta e considerata come vera, legittima, autentica e incontestata in tutte le discussioni pubbliche e private, nelle letture, nelle prediche e nelle spiegazioni’. Poco tempo dopo la pubblicazione della ‘sua’ Vulgata Sisto V morì. Ma la Vulgata da lui pubblicata fu trovata piena di errori. Il cardinale Bellarmino allora per salvare l’onore di Sisto V suggerì al suo successore Gregorio XIV (1590-1591) di correggerla e di presentarla al pubblico con il nome di Sisto adducendo delle scuse. Ecco cosa ebbe a dichiarare nella sua autobiografia il Bellarmino: ‘Alcune, persone, la cui opinione aveva grande peso, ritenevano che dovesse essere proibita pubblicamente; io non ero dello stesso avviso e dimostrai al Santo Padre che, invece di proibire la versione della Bibbia in questione, sarebbe stato meglio correggerla in modo tale da poterla pubblicare senza danni all’onore di papa Sisto. Ciò si poteva fare eliminando il più presto possibile le modifiche sconsigliabili e pubblicando poi il volume con il nome di Sisto e una prefazione in cui si spiegava che nella prima edizione si erano verificati alcuni errori dovuti alla fretta dei tipografi e di altre persone’ (in sostanza il cardinale gli suggerì di mentire). La Vulgata di Sisto dopo essere stata corretta fu pubblicata nel 1592 da Clemente VIII (1592-1605) che fu costretto a ritirare le copie della precedente Vulgata che erano state messe in commercio.

- Paolo V (1605-1621) nel 1616 fece ammonire Galileo Galilei il quale sosteneva che la terra oltre a muoversi su se stessa gira attorno al sole. In un documento del Santo Uffizio datato 25 Febbraio 1616 si legge: ‘L’Illustrissimo S (ignor) Cardinal Millino notificò all’Assessore e al Commissario del Santo Officio, che riferita la censura dei Padri Teologi sulla proposizione del matematico Galileo, che il sole sia il centro del mondo e immobile di moto locale, e che la terra si muove anche di moto diurno, il Santissimo (Paolo V) ha ordinato all’Ill.mo S(ignor) Cardinal Bellarmino, di chiamare dinanzi a sé il predetto Galilei, e di ammonirlo ad abbandonare la detta opinione; e se rifiuterà di obbedire, il P(adre) Commissario, di fronte ad un notaio e ai testimoni, lo precetti perché si astenga totalmente dall’insegnare, difendere o comunque trattare quella dottrina od opinione; se non acconsentirà sia carcerato’. E così fece il Bellarmino, e il Galileo diede le garanzie richieste. Ma nel 1632 (sotto Urbano VIII) il Galileo fece stampare il libro Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del Mondo, Tolemaico e Copernicano in cui sotto la forma di un dialogo sosteneva quelle convinzioni che non avrebbe dovuto diffondere. E così l’Inquisizione lo chiamò a Roma e lo processò condannandolo di eresia. Nel verdetto emanato contro di lui nel 1633 si legge: ‘... Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S Off.o vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tenere e difendere per probabile un’opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura...’. E Galileo fu costretto ad abiurare le sue convinzioni e difatti affermò giurando sul Vangelo: ‘... abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa...’. Nel 1822 Pio VII ratificò un decreto dell’Inquisizione autorizzando tutti i trattati copernicani sull’astronomia, mentre nel 1835 le opere di Copernico, Keplero e Galileo furono tolti dall’Indice dei libri proibiti. Questo equivalse a dire che Paolo V e Urbano VIII, nell’insegnare che la terra era immobile e che il sole gli girava attorno e nel condannare come eretica la tesi di Galileo secondo la quale la terra ruota attorno a se stessa e attorno al sole, errarono.

-  Pio IX (1846-1878) nel 1854 decretò l’immacolata concezione di Maria, dottrina questa che va apertamente contro la Scrittura che insegna che solo Gesù è stato concepito senza peccato. Ma quello che vogliamo fare notare è che essa fu condannata da diversi predecessori di Pio IX (come Gelasio I, Gregorio detto Magno, Innocenzo III e Leone Magno) ed è contraria all’unanime consenso dei cosiddetti padri.

Questi non sono che alcuni degli esempi di eresie e di contraddi­zioni papali che annullano la dottrina dell’infallibilità del papa. Come può quindi affermare Giuseppe Perardi nel suo Manuale che ‘non ci fu mai Papa che abbia insegnato una dottrina la quale abbia meritato censura; il Papa insegnò sempre la verità, riprovò l’errore negli altri richiamandoli alla verità’[933] e che egli non può errare quando definisce dottrine circa la fede?[934] Come ha potuto questo teologo fare tali affermazioni quando Adriano VI (papa della chiesa romana) nel 1523 disse: ‘Se per Chiesa romana si intende il suo capo o pontefice, è indiscutibile che egli possa errare anche su argomenti concernenti la fede. Lo fa quando predica l’eresia nei propri giudizi o nelle proprie decretali. In verità molti pontefici romani furono eretici, e l’ultimo di essi fu papa Giovanni XXII (1316-1334)’?[935]

Ed ancora diciamo: ‘Ma come ha fatto Pio IX, davanti a tanti esempi di papi che hanno insegnato cose false, dichiarare errata la seguente affermazione: ‘I Romani Pontefici (...) in definire cose di fede e di costumi errarono’?[936] Ci vuole veramente o tanta ignoranza o tanta malafede per fare simile affermazioni.

E poi, non è finita, i teologi romani dicono anche che le decisioni dei papi sono parte della tradizione che deve essere venerata al pari della Scrittura! Ma come fanno a dire ciò quando gli stessi papi si sono contraddetti tra di loro e scomunicati? Come fanno a fidarsi di questa loro tradizione che si contraddice da sé e si annulla da sé e contraddice ed annulla la Parola di Dio?[937] Ce lo spieghino i teologi cattolici romani!

Colui che viene chiamato papa non è affatto il santo Padre

 

Che dire poi del fatto che il capo dello Stato del Vaticano si faccia chiamare padre santo? Diciamo che sia lui che si fa chia­mare così e sia coloro che lo chiamano così sono nell’errore.

Gesù ha detto: “Non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo é il Padre vostro, quello che é ne’ cieli”;[938] quindi il nostro Padre é in cielo e non sulla terra. A conferma che nessun altro, all’infuori di Dio, é degno di essere chiamato Padre santo vi ricordo che il Figlio di Dio nei giorni della sua carne chiamò “Padre santo”[939] il Padre suo che é nel cielo; quindi imitiamo Cristo.

Colui che viene chiamato papa non ha il potere di fare santo nessuno

 

L’Enciclopedia Cattolica alla voce canonizzazione afferma: ‘La canonizzazione è un atto o sentenza definitiva, con la quale il Sommo Pontefice decreta che un servo di Dio, già annoverato tra i beati, venga iscritto nel catalogo dei santi e si veneri nella Chiesa universale con il culto dovuto a tutti i canonizzati’.[940] Colui che viene chiamato papa quindi ha pure il potere di dichia­rare santi taluni che durante la loro vita si sono contraddistin­ti per delle virtù eroiche o per delle loro qualità particolari.

Ma che dice la Scrittura? Innanzi tutto la Scrittura dice che Colui che santifica e dichiara santi è Cristo secondo che è scritto: “Poiché e Colui che santifica e quelli che son santifi­cati, provengon tutti da uno”;[941] e poi essa insegna che tutti i credenti sono santi (sia coloro che vivono sulla terra e sia coloro che sono morti e sono ora alla presenza del Signore), e questo perché essi sono stati santificati “mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”.[942]

Le seguenti Scritture attestano che noi figliuoli di Dio siamo stati santificati e perciò siamo i santi che sono sulla terra.

-  Paolo scrisse ai Corinzi: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per la volontà di Dio, e il fratello Sostene, alla chiesa di Dio che é in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù”,[943] ed ancora: “Non v’illudete; né i fornicatori, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapaci erede­ranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signor Gesù Cristo, e mediante lo Spirito dell’Id­dio nostro”;[944]

-  ai Filippesi: “Paolo e Timoteo, servitori di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi”;[945]

-  ai Colossesi: “Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse..”;[946]

-  ai Romani: “Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio”,[947] ed anche: “Ma per ora vado a Gerusalemme a portarvi una sovvenzione per i santi”.[948]

Come potete vedere da voi stessi i santi non sono quelli canoniz­zati dal capo dello Stato del Vaticano ma quelli resi tali da Dio mediante lo Spirito, perciò la canonizzazione fatta in seno alla chiesa romana é una pratica che si oppone alla Scrittura e che non ha nessun valore.[949]

Colui che viene chiamato papa non ha le chiavi del regno dei cieli

 

Gesù disse un giorno a Pietro: “Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto ne’ cieli”.[950] Queste parole sono prese dai teologi cattolici romani per soste­nere che siccome che il capo dello Stato del Vaticano é il suc­cessore di Pietro, di conseguenza lui possiede le chiavi del regno di Dio, e perciò chi vuole entrare nel regno di Dio deve per forza di cose entrare a fare parte della chiesa romana (e questo può avvenire riconoscendo il capo dello Stato del Vaticano come capo della Chiesa); perché fuori di essa (la chiesa romana), essi dicono, vi è la perdizione, dentro invece c’é la salvezza! Ora, le suddette parole di Gesù all’apostolo Pietro sono state malamente interpretate dai Cattolici romani: naturalmente essi questa errata interpretazione (come tante altre) hanno tutto l’interesse a farla e a conservarla perché essa serve loro per fare apparire alla gente che il capo dello Stato del Vaticano é investito di un’autorità particolare come lo fu il suo (presunto) predecessore Pietro!

Abbiamo già dimostrato ampiamente che colui che essi chiamano papa è un impostore, e non il successore di Pietro, e questo perché Pietro non fu il primo vicario di Cristo che prima di morire lasciò il suo vicariato ad un suo successore. Ora, vediamo di spiegare la questione delle chiavi del regno date a Pietro.

Noi crediamo fermamente che Gesù diede le chiavi del regno dei cieli a Pietro ma questo non significa che Pietro ricevette l’autorità di fare santo chi voleva lui, o di salvare e perdere chi voleva lui o che ricevette una particolare autorità che lo elevava al di sopra di tutti gli altri apostoli e della Chiesa intera o quella di deporre i re anticristiani sciogliendo i loro sudditi dal giuramento di fedeltà. Ora noi, usandoci di altre Scritture, faremo alcune considerazio­ni sulle parole di Gesù a Pietro, al fine di spiegare che cosa sono queste chiavi del regno dei cieli che Gesù diede a Pietro e in che cosa consiste questo potere di legare e sciogliere.

-  Gesù, il Figlio di Dio, era presso il Padre nel regno dei cieli avanti la fondazione del mondo: egli discese dal cielo. Se dunque ha parlato di chiavi del regno dei cieli, vuole dire che il regno di Dio ha una porta per la quale vi si entra, altrimenti non si spiega l’immagine delle chiavi usata da Gesù.

-  Gesù quando riprese gli scribi e i Farisei disse loro: “Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché serrate il regno de’ cieli dinanzi alla gente; poiché, né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare”,[951] ed anche: “Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! Voi stessi non siete entrati, ed avete impedito quelli che entra­vano”.[952]

Da queste parole emerge chiaramente che gli scribi con i Farisei chiudevano l’accesso al regno dei cieli sia davanti a loro che davanti a quelli che cercavano di entrarvi. Ora, per serrare il regno dei cieli davanti a loro e agli altri dovevano per forza di cose avere a loro disposizione una chiave; e questa chiave era la chiave della scienza che essi avevano tolta. Essi sedevano sulla cattedra di Mosè ed ammaestravano il popolo mediante la legge ma con i loro insegnamenti avevano fatto cadere molti nel peccato perché essi erano dei precetti d’uomini che annullavano la Parola di Dio. Quindi gli scribi e i Farisei avevano tolto alla Parola di Dio il suo vero significato e la sua efficacia perché l’avevano annullata con la loro tradizione. E’ chiaro che falsando il senso della Parola di Dio, non solo loro non entravano nel regno dei cieli ma non vi entravano neppure quelli che loro ammaestravano. Gesù li chiamò “guide cieche”[953] appunto per questo, perché, avendo annullata la Parola di Dio, non erano in grado di guidare il popolo. Spieghiamo questo concetto con un esempio tratto dalle Scritture: voi sapete che un giorno Gesù disse a quel giovane ricco che gli domandò cosa doveva fare di buono per ereditare la vita eterna, che se voleva entrare nella vita doveva osservare questi comanda­menti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso”.[954] Come potete vedere tra i comandamenti enunciati da Cristo c’è anche quello di onorare padre e madre, che era uno dei comanda­menti che gli scribi e i Farisei avevano annullato dicendo: “Se uno dice a suo padre o a sua madre: Quello con cui potrei assi­sterti è offerta a Dio, egli non è più obbligato ad onorar suo padre o sua madre”.[955] Quindi, come avrebbero potuto entrare nella vita gli scribi e i Farisei e quelli da loro guidati non osservando il comandamento di onorare il padre e la madre come insegnava la legge del Signore? Riassumendo: la legge era la chiave che gli scribi e i Farisei avevano per accedere loro stessi e per fare accedere gli altri nel regno dei cieli, ma essi la tolsero perché annullarono la legge con la loro tradizione. Ma gli scribi e i Farisei serravano il regno dei cieli davanti a loro stessi e alle persone anche perché non riconoscevano in Gesù di Nazaret il Messia. Dicevano di Gesù: “Quest’uomo non è da Dio..”,[956] e: “Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore”,[957] ed ancora: “Costui non caccia i demonî se non per l’aiuto di Beelze­bub, principe dei demonî”;[958] e siccome che essi sedevano sulla cattedra di Mosè queste cose che essi dicevano su Gesù erano accettate da molti Giudei, i quali perciò erano impediti dalle loro parole di entrare nel regno di Dio, dato che in esso si può entrare solo riconoscendo in Gesù il Cristo di Dio.

-  Le chiavi del regno dei cieli di cui parlò Gesù a Pietro erano costituite dalle sane parole del Signore Gesù Cristo; parole che egli aveva ricevute dal Padre e che diede anche a Pietro. Diciamo anche a Pietro e non solo a Pietro perché Gesù diede la Parola di Dio (le chiavi per legare e sciogliere) anche agli altri apostoli secondo che è scritto: “Le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute...”.[959]

-  Pietro, per mezzo delle chiavi che ricevette da Gesù, il giorno della Pentecoste permise a molti Giudei di entrare nel regno di Dio. In quel giorno molti Giudei, dopo che lo sentirono predicare, furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apo­stoli: “Fratelli, che dobbiam fare? E Pietro a loro: Ravvedete­vi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Poiché per voi è la promessa, e per i vostri fi­gliuoli, e per tutti quelli che son lontani, per quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà”.[960] Notate che quei Giudei nella sostanza chiesero cosa dovevano fare per entrare nel Regno di Dio e che Pietro glielo disse con ogni franchezza. Quella risposta che gli diede Pietro era la Parola del Regno e per quei Giudei fu la chiave che gli permise di entrare nel Regno di Dio. Come potete vedere Pietro non serrò il regno dei cieli davanti a quei Giudei, come invece facevano gli scribi e i Farisei, perché lui gli disse che Iddio aveva fatto e Signore e Cristo quel Gesù che essi avevano crocifisso[961] e che cosa essi dovevano fare per entrare nel regno dei cieli secondo le parole ricevute da Cristo Gesù.

-  Secondo quello che insegna la Scrittura, tutti i credenti possiedono la chiave per fare entrare i peccatori a fare parte della Chiesa di Dio, perché tutti i credenti conoscono la maniera in cui si entra a farne parte e la possono riferire a quelli di fuori. Quando un figliuolo di Dio dice ad uno che é ancora perdu­to: ‘Ravvediti dei tuoi peccati, credi nel Signore Gesù e sarai salvato’, non sta facendo altro che dirgli quello che deve fare per entrare nel regno dei cieli e perciò è uno strumento di cui Dio si usa per condurre la pecora perduta all’ovile del Sommo Pastore.

-  Il fatto di sciogliere e legare é presente anche in queste parole che Gesù ha rivolto a tutti i suoi discepoli: “Se poi il tuo fratello ha peccato contro di te, và e riprendilo fra te e lui solo. Se t’ascolta, avrai guadagnato il tuo fratello; ma, se non t’ascolta, prendi teco ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. E se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, siati come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che avrete legate sulla terra, saran­no legate nel cielo; e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo”.[962]

In questo caso il legare sulla terra consiste nell’escludere dalla comunità un fratello che pecca contro un altro fratello e rifiuta di ascoltare sia il fratello a cui ha fatto il torto, sia i testimoni e sia la Chiesa; in questo caso Gesù ha detto: “Siati come il pagano e il pubblicano” per significare che non si devono più intrattenere relazioni con costui. Lo scio­gliere sulla terra consiste invece nel tornare ad avere relazione con un fratello che ha peccato contro un altro fratello e che dopo essere stato ripreso si pente del suo peccato. Dalle parole di Gesù sia quello che leghiamo e sia quello che scioglia­mo viene legato e sciolto anche nel cielo. Vorrei farvi notare che il legare è collegato all’ostinazione e lo sciogliere al pentimento del fratello che dopo avere peccato viene ripreso; la stessa cosa si può dire anche del legare e dello sciogliere in relazione a coloro che sono fuori dal regno di Dio, perché se il peccatore all’udire la parola della salvezza si ostina in cuore suo e non l’accetta, egli viene legato da colui che gli annunzia la via della salvezza, ossia viene mante­nuto fuori dal Regno perché i suoi peccati gli vengono ritenuti; mentre se il peccatore si pente e accetta la Parola allora viene sciolto dal suo legame al peccato mediante la Parola e viene fatto entrare nel Regno di Dio perché i suoi peccati gli vengono rimessi. In relazione all’autorità di sciogliere ricevuta da Pietro, ricordiamo che sia il giorno della Pentecoste e sia il giorno in cui Pietro guarì lo zoppo alla porta del tempio detta ‘Bella’, molti Giudei furono da lui ‘sciolti’ dal forte legame della legge mediante la parola della predicazione perché essi, accettando la parola che lui predicò loro, ottennero da Dio la remissione dei loro peccati. Anche riguardo a Cornelio e i suoi parenti si può dire che essi furono da lui ‘sciolti’ mediante la parola della sua predicazione; perché l’angelo che era apparso a Cornelio gli aveva detto che Simone gli avrebbe parlato di cose per le quali sarebbe stato salvato lui e la sua casa. In relazione all’autorità di legare invece bisogna dire che coloro che durante la sua vita rigettarono la parola da lui predicata furono da lui legati e rimasero fuori perché, rigettan­dola, i loro peccati gli furono ritenuti.

Per quanto riguarda invece l’autorità di legare e di sciogliere all’interno della Chiesa che anche Pietro aveva ricevuto da Cristo, ricordiamo il caso di Simone a Samaria. Questo credente, quando vide che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo, offerse loro del denaro dicendogli di dare anche a lui quell’autorità. Ma Pietro lo riprese severamente per il suo peccato dicendogli: “Ravvediti dunque di questa tua malva­gità... Poiché io ti veggo in fiele amaro e in legami di iniquità”;[963] egli fece ciò che il Signore aveva detto di dovere fare verso un fratello che aveva peccato, infatti lo riprese. Ora, noi non sappiamo se Simone si pentì e fu sciolto, o se si ostinò e fu legato; certo è che se si pentì fu perdonato e guadagnato, ma se si ostinò in cuore suo fu legato ed escluso dalla comunità dei santi di Samaria.

Nel passato vi sono stati capi dello Stato Pontificio che hanno scomunicato degli uomini che hanno proclamato la verità. Sono stati da loro scomunicati predicatori del Vangelo, tradutto­ri della Bibbia, e molti altri; e questo perché secondo le guide di questa organizzazione religiosa essi minacciavano il cristia­nesimo e volevano distruggere la Chiesa mediante i loro insegna­menti. Le guide cieche pensarono così di avere estromesso dalla unica e vera Chiesa degli scellerati; ma le cose non erano affat­to così, perché quelli che loro chiamavano scellerati o peste, non uscirono dalla Chiesa di Dio ma bensì vi entrarono dopo essere usciti da quel carcere sotterraneo che è la cosiddetta santa chiesa apostolica che è tale solo di nome ma non di fatto perché non é né una santa assemblea di riscattati e neppure apostolica, e questo perché i suoi aderenti non sono ancora stati riscattati dalla potestà di Satana ed essa non si attiene affatto alla dottrina degli apostoli. Grazie siano rese a Dio, per mezzo di Cristo Gesù, per avere illuminato la mente di molti di questi ‘scomunicati’ dalla chiesa romana; perché per mezzo di essi la parola della fede cominciò ad essere predicata con franchezza e con forza, le sacre Scritture cominciarono ad essere tradotte nella lingua del popolo e molti poterono essere salvati mediante l’Evangelo.

Il capo dello Stato del Vaticano che in questo momento è Giovanni Paolo II pretende di avere le chiavi del regno dei cieli, ma i fatti dimostrano che egli non le possiede e quindi non può per­mettere l’accesso al regno di Dio a nessuno di quelli che confi­dano nelle sue parole. Lui insegna che Maria è ‘la porta del cie­lo’, ‘la dispensatrice dei doni celesti’ ‘la corredentrice col nostro Signore’; quindi induce le persone a confidare in Maria per la loro salvezza ingannandole. Egli insegna pure che la vita eterna ce la si deve meritare compiendo opere buone mentre la Scrittura afferma che la vita eterna è il dono di Dio. Come può quindi affermare di avere le chiavi del regno dei cieli? Di certo, costui insegnando cotali menzogne alla gente, serra davan­ti a sé e davanti agli altri il regno di Dio. La verità è che quest’uomo, assieme ai suoi collaboratori disper­si per il mondo intero, sta conducendo milioni di anime alla perdizione. E poi i teologi romani si scandalizzano quando ci sentono predi­care contro la tradizione cattolica romana perché con essa essi annullano la Parola di Dio; si scandalizzano come si scandalizza­rono i Farisei quando sentirono dire a Gesù che non é quel che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma quello che ne esce. E perché i Farisei si scandalizzarono? Perché Gesù con quelle parole fece capire alle turbe che la tradizione dei Farisei era menzogna. Ma che disse Gesù ai suoi discepoli, quando seppe da loro che i Farisei erano rimasti scandalizzati dal suo discorso? “Ogni pianta che il Padre mio celeste non ha piantata, sarà sradicata. Lasciateli; sono ciechi, guide di ciechi; or se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa”.[964] Queste parole sono applicabili alla curia romana.

Il lusso, le ricchezze ed il potere temporale di colui che si dice il vicario di Cristo e il successore di Pietro confermano che egli non può essere un servo di Dio

 

Quando si parla del falso dottore che ha la sua residenza qui a Roma, e precisamente nella Città del Vaticano, e mi riferisco a colui che falsamente viene chiamato sommo pontefice, non si può non parlare del lusso, delle ricchezze e del potere temporale che egli possiede. Ora, il papa dei Cattolici romani dice di fare le veci di Cristo sulla terra e di essere il successore di Pietro. Ci si aspetterebbe dunque di vedere un uomo che segue le orme di Gesù Cristo e quelle dell’apostolo Pietro, cioè che cammina in ogni umiltà come fecero Gesù e Pietro. Ma noi diciamo: Dov’é questa umiltà in lui? Noi non la vediamo affatto. Vediamo solo alterigia e lusso. Gesù era povero e visse umilmente sulla terra e questo lo dimo­strò apertamente, difatti non aveva un luogo dove posare il capo, non andò in giro vestito con abiti magnifici, e non visse nelle delizie come fa quello che si fa chiamare il suo vicario che abita in un palazzo in Vaticano composto da centinaia di stanze, indossa dei vestimenti fatti con tessuti pregiati e adornati d’oro e vive nelle delizie. Un giorno Gesù dopo avere sfamato una moltitudine con solo cinque pani e due pesci, siccome seppe che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò sul monte tutto solo, quindi rifiutò di essere consacrato re dagli uomini, mentre colui che si proclama il suo vicario sulla terra quando diventa papa si fa dichiarare sovrano di uno Stato. Gesù davanti a Pilato disse che il suo regno non era di questo mondo, ma il papa che si dice suo vicario dimostra invece di procacciarlo il potere temporale in ogni tempo e di volerlo estendere sempre di più sulla terra in ogni maniera e non si vergogna di vivere e di parlare come un potente della terra. Gesù entrò in Gerusalemme sopra un asinello ma lui viaggia godendo di ogni comfort e di ogni lusso, esattamente come qualsiasi re della terra, se non di più. Gesù venne per servire e per deporre la sua vita per noi e quindi non aveva con sé delle guardie per proteggerlo affinché i Giudei non gli facessero alcun male, ma questi è scortato dalle guardie del corpo che hanno l’ordine di colpire a morte nel caso la sua vita sia messa a repentaglio, ed inoltre é servito da un esercito di guardie svizzere; è veramente un principe della terra e non un uomo che segue le orme di Cristo Gesù.

Anche Pietro era un uomo umile e povero che non faceva affatto il tipo di vita che fa colui che si dice il suo successo­re. Alla porta del tempio detta ‘Bella’, egli disse allo zoppo: “Dell’argento e dell’oro io non ne ho....”,[965] quindi non possedeva neppure del denaro per fare un elemosina in quell’occasione, ma costui è a capo di un impero che vanta ingenti ricchezze e come dice il Codice di diritto canonico ‘è il supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici’.[966] Pare un re Salomone dei tempi moderni per ricchezze (non per sapienza), e non un apostolo di Cristo che vive umilmente con il suo Dio come lo fu Pietro. A casa di Cornelio, quando Cornelio gli si fece incontro e gli si gittò ai piedi e l’adorò, Pietro lo rialzò dicendo: “Levati, anch’io sono uomo!”,[967] ma da come agisce questo cosiddetto successore di Pietro, è come se egli dicesse alle persone: ‘Abbassatevi davanti a me perché io sono Dio per voi’. Sì, in effetti il papa dei Cattolici ritiene di essere Dio sulla terra. E tale lo considerano i Cattolici romani perché viene da essi adorato, baciato, e gli cantano dei cantici. La cerimonia dell’incoronazione è un chiaro esempio di come in effetti quest’uomo è ritenuto essere Dio. Si legge per esempio nell’Enciclopedia Cattolica che durante questa cerimonia ‘il pontefice va al trono dove riceve l’ultima adorazione. I cardinali baciano il piede e la mano del papa che li abbraccia due volte, i patriarchi, gli arcivescovi e i vescovi gli baciano il piede e il ginocchio destro, gli abati mitrati e i penitenzieri gli baciano il piede’.[968] Anzi il papa viene considerato maggiore di Dio perché il cardinale Bellarmino, fatto santo, ebbe a dichiarare che gli uomini devono ubbidire al papa, anche se questo insegna cose storte, piuttosto che a Dio. Ecco le sue parole: ‘Se però il Papa errasse, ordinando i vizi, o proibendo le virtù, la Chiesa è tenuta a credere che i vizi siano cosa buona, e le virtù malvagie, se non si vuole peccare contro coscienza. Si è tenuto ancora, nelle cose dubbie, stare al giudizio del Sommo Pontefice, e fare quel ch’egli comanda, e non fare quel ch’egli proibisce, e affinché non si agisca contro coscienza, si è obbligato di credere che sia buono ciò che egli comanda, e cattivo ciò che egli proibisce”.[969] Notate che nel caso il papa insegni la perversione il Cattolico è obbligato ad ubbidirgli per non peccare contro coscienza? Ma noi diciamo: Ma non è forse vero il contrario? Cioè non è forse vero che se il papa dice una menzogna, perché tale si dimostra alla luce della Scrittura, gli uomini non devono ubbidirgli a motivo di coscienza? Certo che è così: ma non per molti Cattolici romani accecati dal diavolo. Non c’è dubbio, dalle parole di Bellarmino si evince che bisogna ubbidire al papa anziché a Dio, che tra quello che dice il papa e ciò che dice la Parola di Dio, quello che dice il primo è superiore. E noi non possiamo che esprimere il nostro odio verso quelle folli parole, che ripeto sono procedute dalla bocca di un ‘santo’ della chiesa cattolica romana (il che significa che anche le sue parole sono considerate sante).

Non si può dunque affatto dire che quest’uomo sia un esempio di vita ai credenti come lo furono gli apostoli. Paolo poté ben dire ai santi di Corinto: “Siate miei imitatori”,[970] e a quelli di Filippi: “Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e vedute in me, fatele; e l’Iddio della pace sarà con voi”,[971] e questo perché lui era imitatore di Cristo e non di qualche despota della terra, ma costui che afferma di essere niente di meno che il vicario di Cristo non può affatto dire agli uomini di vivere come vive lui per essere un esempio in questo mondo e questo perché fa una vita che s’addice ad un principe e non a un ministro di Cristo. Come possono dire quindi i Cattolici che noi parliamo male del loro capo senza ragione quando lui con la sua condotta dimostra apertamente di non tenere in nessuna considerazione i comandamen­ti di Cristo ma di innalzarsi contro Cristo? Se noi fossimo dei calunniatori di un ministro di Cristo che si conduce in modo degno di Dio senza dare motivo di scandalo in cosa alcuna certamente verremmo svergognati dalla sua stessa condotta perché irreprensibile ma questi non tiene affatto in considerazione le parole di Pietro: “Questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca alla ignoranza degli uomini stolti”.[972] Se lui quindi facesse la volontà di Dio (come pretende di farla), e se noi fossimo degli stolti avremmo la nostra bocca turata; ma noi non siamo degli uomini stolti che prendono piacere nel dire male della retta condotta di qualcuno e perciò la nostra bocca non può essere in alcuna maniera turata perché dice la verità. Gesù un giorno disse queste parole alla guardia del sommo sacerdote che lo percosse: “Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto”;[973] quindi, se noi che diciamo a proposito di costui (che è stato chiamato dal cardinale Bellarmi­no con quindici nomi diversi che sono: ‘Papa, Padre dei padri, Pontefice dei cristiani, Sommo Sacerdote, Principe dei sacerdoti, Vicario di Cristo, Capo del corpo della Chiesa, Fondamento della Chiesa, Pastore dell’ovile di Cristo, Padre e Dottore di tutti i fedeli, Rettore della casa di Dio, Custode della Vigna di Dio, Sposo della Chiesa, Presule della Sede apostolica, Vescovo uni­versale’[974]) che è un anticristo diciamo una cosa non vera ce lo dimostrino i teologi papisti che abbiamo parlato male.

L’apostolo Pietro non fondò la Chiesa di Roma e non ne fu vescovo

 

I teologi Cattolici romani, appoggiandosi alla tradizione, affer­mano che Pietro venne a Roma, fondò la Chiesa di Roma esercitò l’ufficio di vescovo universale a Roma per venticinque anni (dal 42 al 67) e prima di morire trasmise la sua carica ai suoi successori.

Cominciamo con la venuta di Pietro a Roma: la Scrittura non ne parla come invece fa della venuta di Paolo, quindi non possiamo confermarla con la Scrittura. Questo non ci spinge però a dire che Pietro non venne mai a Roma; può essere pure vero che Pietro sia venuto a Roma. Ma nel caso ci sia venuto è da rifiutare il fatto che egli ne sia stato il fondatore perché la Chiesa di Roma esisteva già prima che lui vi andasse infatti si presume che essa fu fondata da quegli avventizi Romani che il giorno della Pentecoste dopo avere udito la predi­cazione di Pietro si convertirono a Cristo. Se Pietro ne fosse stato il pastore o uno degli anziani certamente Paolo nella sua epistola alla Chiesa di Roma non avrebbe tralasciato di fare il suo nome quando alla fine di essa dice di salutare i santi facendone i nomi, mentre invece il nome di Pietro non è incluso in quella lista.[975] Può essere mai che il primo papa, il primo vescovo universale, il vicario di Cristo, così come lo chiama la chiesa cattolica romana, il primo vescovo di Roma non sia stato citato minimamente da Paolo quantunque fosse a Roma? Come si spiega tutto ciò. Si spiega con il fatto che Pietro non era né a Roma a quel tempo e meno che meno vescovo universale come invece vogliono fare crede­re i Cattolici. Ma i Cattolici non si arrendono dinanzi all’evi­denza, e dicono che la prova che Pietro fu a Roma c’è nella Scrittura e si trova nella prima epistola di Pietro dove lui dice: “La chiesa che è in Babilonia eletta come voi, vi saluta..”;[976] dove per Babilonia si intende Roma. Non siamo per nulla d’accordo con questa interpretazione data a Babilonia, perché qui per Babilonia si deve intendere la città di Babilonia e non la città di Roma. Perché mai Pietro avrebbe dovuto chiamare Roma Babilonia? Ma chi è che anche oggi scrivendo da Roma direbbe che i santi che sono in Babilonia danno i loro saluti? Noi riteniamo che se Paolo nelle sue epistole abbia chiamato Roma in questa maniera,[977] anche Pietro se avesse citato Roma l’avrebbe chiamata così. Il fatto che parla di Babilonia dunque vuole dire che in quel tempo quando scriveva quella epistola si trovava a Babilonia (in Oriente dunque) con i santi di quella città. Con questo non intendiamo dire però che Pietro non sia mai stato a Roma, ma solo che Babilonia è Babilonia, e non Roma.

Dopo avere dimostrato che Pietro non fu costituito da Cristo capo della Chiesa, e che non si sa se sia venuto a Roma ma si sa che se mai venne a Roma non vi fondò la Chiesa, ma vi venne quando la Chiesa esisteva già ed aveva un collegio di anziani a condurla, risulta chiaro dunque che la cosiddetta successione apostolica, che i teologi cattolici dicono di possedere ininterrotta da Pietro fino ad ora, è un’invenzione papista per fare apparire vero il primato del cosiddetto papa. Ma non solo è un’in­venzione, si dimostra pure interrotta tante volte nel corso della storia; perché ci furono periodi in cui la sede di Roma fu vacante[978] e periodi in cui si contesero il papato due e persino tre papi; senza poi parlare della cosiddetta ‘cattività avignonese’ e dei papi dichiarati scellerati dagli stessi storici cattolici.

Breve storia del papato

 

Abbiamo quindi dimostrato mediante le Scritture come colui che viene chiamato papa non è né il vescovo universale, né il succes­sore di Pietro perché Pietro non fu vescovo di Roma e non lasciò successori, né il capo della Chiesa di Dio, e neppure il vicario di Cristo, ed altre cose sul suo conto. Vogliamo ora esaminare per sommi capi la storia del papato al fine di comprendere come sia potuto accadere che dall’antica Chiesa di Roma, la cui fede era pubblicata per tutto il mondo, sia sorto questo piccolo Stato comandato da colui che si dice il vescovo di Roma e il successore di Pietro il quale possiede un enorme potere spirituale su centinaia di milioni di persone di tutto il mondo. Traccerò la storia del papato parlando sia dell’origine del potere spirituale che di quello temporale soffermandomi di volta in volta su quegli eventi che hanno contribuito maggiormente a sviluppare questi poteri; mi soffermerò anche a parlare di alcuni papi contraddistintisi per la loro arroganza, doppiezza, empietà, sete di denaro e di sangue, e per la loro dissolutezza e di alcune stragi e guerre avvenute per opera dei papi o per la conquista del seggio papale o per la conservazione del trono pontificio, o per la salvaguardia degli interessi e dei territori del papato o per accrescere il proprio territorio di giurisdizione. Ho deciso di inserire in questo libro questa parte storica sul papato perché sono giunto alla conclusione dopo avere studiato il cattolicesimo romano che senza di essa il libro sarebbe stato mancante di una parte importante ai fini della comprensione del cattolicesimo. Ritengo infatti che se un credente vuole capire bene cosa è il cattolicesimo romano oltre che a conoscere a fondo le sue dottrine, deve conoscere la storia del papato, se non tutta, almeno una parte. Solo così egli può avere un quadro completo del cattolicesimo e può dimostrare ai Cattolici, oltre che con le sacre Scritture, anche con i fatti storici registrati dai loro stessi storici e scrittori che quell’istituzione su cui essi fondano tutte le loro speranze non è altro che un’istituzione umana che non si basa affatto sulle parole di Gesù a Pietro (come viene asserito da essi nella loro ignoranza) perché è solo il frutto di circostanze storiche verificatesi nei primi otto secoli che ne hanno permesso la nascita e la crescita;[979] istituzione che una volta nata per potere conservarsi in vita e svilupparsi ha ricorso a compromessi di svariato genere, a menzogne, alla violenza, alla guerra, a soprusi di ogni genere; i cui capi che si sono succeduti al suo vertice hanno fomentato guerre ed ingiustizie di ogni genere, benedicendo i malvagi e maledicendo i giusti, approvando l’iniquità e riprovando la giustizia, ed introducendo e avallando ogni sorta di dottrine false.

Dal secondo al quarto secolo.

Verso la fine del secondo secolo il vescovo di Roma cominciò ad attribuirsi delle prerogati­ve di supremazia sugli altri vescovi. L’allora vescovo Vittore (189-199) infatti nella controversia che esisteva attorno alla Pasqua tra le chiese d’Oriente e quelle d’Occidente (gli Orientali dicevano che bisognava festeggiarla il 14 di Nisan qualunque fosse il giorno nel quale cadeva, mentre i Romani dicevano che bisognava festeggiarla la Domenica più vicina al 14 di Nisan) richiese alle comunità dell’Asia di attenersi alla prassi romana che rimontava, a suo dire, alla tradizione apostolica; e nel caso di rifiuto minacciò l’esclusione dalla comunione ecclesiale. Ma le chiese d’Oriente si opposero a Vittore per mezzo di Policrate vescovo di Efeso.[980]

Anche nel terzo secolo il vescovo di Roma continuò a ritenersi in un certo senso superiore agli altri vescovi infatti Callisto I (217-222) riteneva appoggiandosi sul “Tu sei Pietro” d’avere il potere di legare e sciogliere e quindi di accogliere nella chiesa anche gli adulteri in quanto la sua chiesa era vicina al sepolcro di Pietro. Ma a Callisto gli si oppose Tertulliano dicendogli: ‘Chi sei tu che (in tal modo) sovverti e deformi l’intenzione manifesta del Signore, che conferiva tale potere personalmente a Pietro?’.[981]

Poi fu la volta di Stefano I (254-257) a ritenersi in possesso di qualcosa che gli altri vescovi non avevano, e quindi superiore agli altri vescovi, infatti egli rivendicò la successione di Pietro a motivo del luogo dove egli era vescovo e di avere quindi l’autorità di accogliere nella chiesa anche i battezzati dagli eretici. In altre parole Stefano, appoggiandosi sulla tradizione, accettava il battesimo ministrato dagli eretici per cui coloro che lasciavano una setta per entrare a fare parte della Chiesa, secondo lui, non avevano bisogno di essere ribattezzati, ma solo che il vescovo gli imponesse le mani. Ma a Stefano si oppose Cipriano, vescovo di Cartagi­ne, il quale non riteneva valido il battesimo degli eretici e perciò se un eretico si convertiva doveva essere ribattezzato. Lui non diceva però ribattezzato ma semplicemente battezzato perché per lui quel battesimo non era vero. Cipriano disse in una sua lettera a Quinto a proposito di questa controversia: ‘Non è, d’altronde, il caso di dettare una norma in forza di una consuetudine:[982] tocca alla ragione prevalere’.[983] E per essersi rifiutato di dare ragione a Stefano fu da lui scomunicato.

Queste opposizioni ricevute da ben tre vescovi romani nello spazio di poco più di mezzo secolo attestano chiaramente che le chiese in quel periodo non riconoscevano che il vescovo di Roma avesse un primato giurisdizionale di istituzione divina sopra la Chiesa universale; una cosa del genere era del tutto estranea alle chiese di allora. (Occorre dire però che nei riguardi del vescovo di Roma molte chiese avevano cominciato a mostrare un certo riguardo cioè avevano cominciato a mostrargli un onore speciale). Il contrario, cioè che le chiese dei primi secoli dopo Cristo considerassero il vescovo di Roma il loro capo o il vescovo dei vescovi, da cui esse dipendevano e a cui dovevano un assoluta sottomissione, i cui giudici erano inappellabili e non criticabili perché pronunciati dal vicario di Cristo sulla terra, non si può dimostrare né con gli scritti del Nuovo Testamento e neppure con gli scritti dei cosiddetti padri tanto è vero che persino uno scrittore cattolico è costretto ad affermare: ‘Non si può accertare per il periodo dei primi tre secoli una supremazia giuridica del vescovo di Roma sulla Chiesa universale’.

Ma per quali motivi il vescovo di Roma cominciò a reputarsi (e ad essere reputato da taluni) superiore agli altri vescovi o comunque degno di speciale onore nei loro confronti? I motivi sono i seguenti: 1) Roma era la capitale dell’Impero Romano e quindi la città più importante di tutto l’Impero e quindi anche il vescovo di quella città doveva essere oggetto di particolare onore; 2) a Roma al tempo degli apostoli vi era stata una Chiesa famosa per tutto il mondo per la sua fede alla quale Paolo, l’apostolo dei Gentili, aveva scritto una delle sue più lunghe epistole, e secondo molti una delle sue più importanti; 3) la Chiesa di Roma godeva fama di essere attaccata alla sana dottrina (chiamata da molti tradizione apostolica) e avversa all’eresia (per esempio si era opposta con forza alle eresie degli Gnostici),[984]e allo scisma ed a questo proposito si faceva presente la lettera del vescovo romano Clemente (88-97) da lui scritta alla Chiesa di Corinto quando in seno ad essa dei giovani si erano ribellati ai loro conduttori: in questa lettera Clemente esortava i credenti a sottomettersi agli anziani costituiti dagli apostoli;[985] 4) la tradizione diceva che a Roma vi era morto l’apostolo Paolo; 5) la tradizione diceva che Pietro era venuto a Roma e vi era rimasto diversi anni a pascere la Chiesa di quella città (come vescovo) e vi era pure morto martire per cui chi era vescovo di quella città era automaticamente successore di Pietro. Ma tra tutti i motivi qua sopra citati quello che più di altri spinse i vescovi di Roma a ritenersi superiori agli altri fu quest’ultimo citato, e difatti è su questo che tuttora insistono i Cattolici per sostenere il primato del loro vescovo romano su tutta la Chiesa.

Ma questo primato (sulla Chiesa universale) del cosiddetto successore di Pietro occorreva dimostrarlo con le Scritture, cioè bisognava dimostrare che Pietro era stato da Cristo costituito capo della sua Chiesa sulla terra perché solo così il suo ‘successore’ avrebbe potuto rivendicare di avere un primato di origine divina. Ecco dunque che i vescovi di Roma cominciarono a dichiarare, prima timidamente e dopo sempre con più chiarezza, che in virtù delle parole di Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli”,[986] l’apostolo Pietro era stato costituito Principe degli apostoli, capo e fondamento della Chiesa, e che il vescovo di Roma, dato che era il suo successore (perché Pietro era stato a Roma e qui era morto), aveva di conseguenza ricevuto in eredi­tà il primato dato da Cristo a Pietro. Si può quindi dire che le parole di Gesù dette a Pietro “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...” (e ripeto, unitamente alle parole della tradizione che affermavano che Pietro era venuto a Roma e quivi era morto martire, senza le quali le parole di Gesù non avrebbero potuto essere applicate al vescovo di Roma) cominciarono ad un certo punto della storia della Chiesa (dal III secolo in avanti) a servire ai vescovi di Roma per sostenere il loro primato su tutta la Chiesa, in altre parole essi si misero ad interpretare in quella maniera errata quelle parole di Gesù a Pietro, facendo contemporaneamente sempre presente che la loro sede era vicina al sepolcro di Pietro, perché spinti dal loro orgoglio e dalla loro sete di potere. Volevano insomma avere il primato sulla Chiesa universale presente in ogni luogo. Che arroganza, che presunzione! Ma questa loro ambizione di dominare su tutta la Chiesa incontrò l’opposizione di molti che giustamente videro in quell’atteggiamento del vescovo di Roma una dimostrazione di arroganza. Ma il seme malvagio era ormai stato seminato dai vescovi di Roma e col passare del tempo esso, con l’aiuto degli imperatori e dei re, sarebbe cresciuto fino a far diventare il vescovo di Roma il sovrano di uno Stato.

La supremazia del vescovo di Roma ricevette un forte impulso nel quarto secolo. Vediamo alcuni avvenimenti che ce lo dimostrano. Costantino (306-337), dopo essere salito al potere concesse ai Cristiani la ‘libertà’ di professare la loro fede con l’editto di Milano (313) in cui si diceva: ‘Da lungo tempo pensiamo che non si debba negare la libertà di religione; anzi, ad ogni uomo dovrebbe essere garantita la libertà di manifestare i propri pensieri ed i propri desideri, permettendogli così di considerare le cose dello spirito secondo la propria scelta. E’ per questo motivo che ordiniamo di permettere a chiunque di osservare le proprie credenze e la propria religione’. La Chiesa poteva finalmente, dopo tanti anni di persecuzione,[987] godere della ‘libertà di culto’ al pari dei pagani. Costantino restituì alle chiese le proprietà che erano state loro confiscate dai suoi predecessori durante le persecuzioni, egli fece pure costruire molte basiliche[988] e concesse loro vastissimi latifondi.[989] I vescovi perciò si trovarono nelle mani delle ingenti proprietà da amministrare.[990] Oltre a ciò i vescovi vennero esentati da diversi tributi; le loro proprietà erano esentasse. Venne pure permesso di lasciare i propri beni alle chiese, e i lasciti non venivano sottoposti a nessuna tassa. Ma Costantino in questa maniera divenne una sorta di ‘capo visibile’ della Chiesa perché cominciò a comandare in materia di fede e dottrina anche sui vescovi che erano costretti ad inchinarsi davanti alle sue decisioni anche nelle cose spirituali se non volevano perdere i loro privilegi. Vediamole alcune di queste sue ingerenze negli affari interni della Chiesa.

Nei primi anni del IV secolo scoppiò la controversia donatista. Era successo che in quegli anni nell’Africa settentrionale un certo Ceciliano era stato ordinato vescovo da un certo Felice. Ma siccome - veniva sostenuto da taluni - questo Felice sotto la persecuzione di Diocleziano che c’era stata aveva ceduto dinanzi ai pagani (per cui era un traditore), molti non approvarono l’ordinazione di Ceciliano perché secondo loro il comportamento di Felice la invalidava. A capo di costoro si mise un certo Donato, da qui il nome di Donatisti dato agli avversari di Ceciliano, che si appellarono all’imperatore chiedendo la deposizione di Ceciliano. Nel 314 (mentre c’era in corso la controversia donatista) l’imperatore fece convocare un concilio ad Arles, a cui parteciparono vescovi o loro delegati della Gallia, dell’Italia, dell’Africa, della Spagna e della Britannia. A questo concilio non partecipò però Silvestro (314-335) vescovo di Roma (tenuto per papa). Questo concilio prese posizione contro la posizione donatista perché abrogò l’uso africano di ribattezzare gli eretici convertiti, purché il loro primo battesimo fosse stato amministrato nel nome della Trinità ed approvò le ordinazioni compiute da indegni. I Donatisti invece facevano dipendere la validità delle ordinazioni dalla condotta di colui che le faceva. Nel 316 Costantino dichiarò definitivamente Ceciliano innocente ed emanò una legge molto severa contro i Donatisti: essi venivano condannati all’esilio con la confisca dei beni, le basiliche da esse occupate dovevano essere loro tolte e date ai Cattolici. Questa sentenza non fece che inasprire gli animi dei Donatisti. A Cartagine nel 317 tre basiliche donatiste furono occupate a prezzo di atroci massacri; i soldati si abbandonarono a ogni sorta di violenze. Dappertutto nell’Africa proconsolare ci furono saccheggi, uccisioni di vescovi, oltraggi alle vergini. Nel 321 però l’imperatore concesse ai Donatisti libertà di culto annullando così le decisioni del concilio di Arles.[991] Sempre Costantino fece convocare il concilio generale (o ecumenico) di Nicea (nel 325) che condannò l’eresia ariana e Ario[992] (con i vescovi che la pensavano come lui) all’esilio; lui lo aperse e lui vi prese parte dominando sull’assemblea riunita. Anche a questo concilio non partecipò il vescovo di Roma perché vi mandò due suoi delegati.

Nel 330 Costantino volle spostarsi a Bisanzio, che chiamò Costantinopoli, per farne la capitale dell’Impero, a Roma così si creò un vuoto politico che fu immediatamente preso dal vescovo, che così oltre che a svolgere funzioni religiose cominciò ad esercitare pure delle funzioni politiche diventando la persona più potente della città.[993] Come vedremo in seguito, nell’ottavo secolo negli ambienti papisti sarà redatto un falso documento chiamato Donatio Constantini (la Donazione di Costantino) in cui si diceva che Costantino nello spostarsi a Bisanzio lasciava la giurisdizione di Roma e di altri territori al vescovo di Roma; documento che nel medioevo servirà ai papi per confermare il loro potere temporale. La controversia ariana continuava però ancora a turbare la Chiesa perché gli Ariani diventavano sempre di più. Ario riuscì a conciliarsi il favore dell’imperatore il quale invitò Atanasio (295 ca. - 373), vescovo di Alessandria, a riammettere Ario nella Chiesa, ma questi si rifiutò di farlo. Allora Costantino nel 335 fece convocare un concilio a Tiro (che si trasferì poi a Gerusalemme) in cui fece riabilitare Ario, dichiarare ortodossa la sua dottrina, e fece deporre Atanasio, che difendeva strenuamente la divinità di Cristo Gesù. Atanasio fu quindi esiliato (questo fu il suo primo esilio e durò fino alla morte di Costantino avvenuta nel 337).

Sotto il regno di Costantino avvenne così che la Chiesa si alleò con l’imperatore permettendogli di intromettersi negli affari spirituali in cambio dei privilegi, e da quel momento in poi non sarebbe stata più la stessa perché da perseguitata diventerà persecutrice, difatti si servirà del braccio secolare per punire con l’esilio e talvolta per sterminare coloro che dissentiranno da lei.[994]

Nel 343 si tenne un concilio a Sardica (l’odierna Sofia), a cui ancora una volta non fu presente il vescovo di Roma, che allora era Giulio (337-352), che assolse Atanasio e condannò Ario. In uno dei canoni di questo concilio viene ricordata la consuetudine che un vescovo non può essere giudicato che dal concilio della propria provincia e viene detto che nel caso il vescovo condannato non sia soddisfatto del giudizio dato, i conprovinciali devono scrivere al vescovo di Roma. In altre parole si da la facoltà ad un vescovo condannato di appellarsi a Roma. E’ il canone terzo quello citato che precisamente dice: ‘Se in qualche provincia, uno fra i Vescovi ha una quistione con un suo fratello e collega nell’episcopato, né l’uno né l’altro deve appellarsene a Vescovi di altra provincia. Ma se un Vescovo stima essere a torto condannato, e ritiene la sua causa essere non debole ma buona, da doversi rinnovare il giudicio, - se piace alla vostra Carità, onoriamo la memoria di Pietro apostolo, e si mandi notizia, intorno a quei giudici, a Giulio il Vescovo di Roma, talché per mezzo dei Vescovi vicini alla provincia, si rinnovi, se occorre, il tribunale, ed egli (Giulio) stabilisca dei giudici istruttori...’. Il canone quinto poi aggiunge che in caso di appello, il Vescovo di Roma può ordinare che la causa sia di bel nuovo esaminata dai Vescovi provinciali. Questo concilio però fu abbandonato dai vescovi orientali presenti ad esso, e i suoi canoni non furono da essi riconosciuti. Il concilio di Sardica riveste una importanza notevole, direi fondamentale, nella evoluzione del potere spirituale di Roma perché per la prima volta in un concilio la sede di Roma veniva palesemente innalzata al di sopra delle altre. E non per nulla i difensori del potere spirituale del papa tuttora citano molto il concilio di Sardica a sostegno del primato del vescovo di Roma sulla Chiesa universale.

Nel 355 l’imperatore Costanzo fece convocare un concilio a Milano. Questo concilio condannò di nuovo Atanasio, il quale subì così l’ennesimo esilio che questa volta durò fino al 362.[995] Assieme a lui furono esiliati altri vescovi che sostenevano la divinità di Cristo tra cui anche il vescovo di Roma che allora era Liberio (352-366) il quale non aveva voluto sottoporsi all’imperatore accettando l’arianesimo e condannando Atanasio. Ma pochi anni dopo, Costanzo, vedendo che Liberio durante l’esilio aveva ceduto, lo fece tornare dall’esilio in occasione del concilio di Sirmio (358) e lo costrinse a sottoscrivere l’eresia ariana per potere essere fatto tornare a Roma. Avvenne così che l’imperatore Costanzo fece tornare Liberio a Roma. Ma nel mentre a Roma era stato eletto vescovo Felice. Si era dunque venuta a creare una situazione difficile ed imbarazzante perché c’erano ora due vescovi di Roma, il vecchio e il nuovo. L’imperatore allora fece scrivere a Roma dai vescovi del concilio di Sirmio, dove era stata approvata per l’ennesima volta l’eresia ariana, una lettera in cui si diceva che ‘i due vescovi occuperebbero insieme la sede apostolica e farebbero di comune accordo le funzioni sacerdotali; e che occorrerebbe dimenticare tutti i dolorosi avvenimenti accaduti a proposito dell’ordinazione di Felice e della assenza di Liberio’. Ma le cose non andarono come voleva l’imperatore perché a Roma si crearono due fazioni che si scontrarono per diversi anni; ci furono tumulti anche sanguinosi a quanto dicono alcuni. Felice ebbe la peggio e dovette andarsene, ed oggi è considerato un antipapa.[996]

A Liberio poi successe Damaso (366-384) il quale divenne vescovo di Roma con la forza e la violenza. Ecco come divenne vescovo costui. Quando morì Liberio nell’anno 366, si presentarono come candidati al papato il diacono Ursino e il prete spagnolo Damaso. Ambedue furono eletti vescovi dai rispettivi partiti. Ma quando si trattò di prendere possesso della sede vescovile, i partigiani dell’uno e i partigiani dell’altro presero le armi per decidere chi fosse il vero successore di Pietro. Il combattimento si fece per le vie e per le basiliche; dopo molte battaglie i seguaci di Ursino si rinchiusero nella basilica di Sicinnio (che poi sarà chiamata da Sisto III ‘S. Maria Maggiore’). I seguaci di Damaso allora si arrampicarono sul tetto, vi pratica­rono un foro e cominciarono a lanciare contro i seguaci di Ursino pietre e tegole, mentre gli altri attaccavano il portone centrale. Quando il portone cedette, scoppiò una lotta sanguinosa al termine della quale si contarono 137 cadaveri tra i seguaci di Ursino. Costui fu poi mandato in esilio dal rappresentante dell’imperatore. Damaso lordò quindi le sue vesti di sangue per impossessarsi del vescovato romano. Ed ora costui è annoverato tra i santi (Damaso è quello che suggerì a Girolamo di fare una nuova traduzione della Bibbia che ora porta il nome di Volgata). E non fu l’unica volta che avvenne che uno divenne vescovo di Roma spargendo o facendo spargere sangue perché di queste lotte sanguinose fra i partigiani di due candidati al papato ne seguirono molte nel corso dei secoli successivi. D’altronde, occorre tener presente che il posto di vescovo di Roma era diventato ambitissimo perché conferiva un grande potere sulle anime e privilegi e onori in grande numero. Chi diventava vescovo di Roma diventava una sorta di re che avrebbe potuto vivere nel lusso e nelle delizie. Per capire quanto ciò fosse vero c’è la testimonianza di Ammiano Marcellino (scrittore pagano), vissuto nel IV secolo, il quale parlando del clero romano ed in particolare dei vescovi dice: ‘Io devo confessare che, vedendo quanta pompa e magnificenza accompagni la dignità, non stupisco punto che coloro che la ambivano, abbiano adoperato tutti i mezzi possibili per ottenerla (la carica di vescovo). Ottenutala, potevano essere sicuri di divenire ricchi e potenti mediante i regali che facevano loro le dame romane. Non era più mestieri che andassero a piedi, ma facevano uso di equipaggi magnifici e riccamente adorni. Sulle loro tavole v’erano a dovizia i cibi più delicati; essi sorpassavano spesso lo stesso imperatore in magnificenza e dispendio’. Girolamo scrisse che quando Damaso chiese al prefetto di Roma, un pagano con molti titoli sacerdotali, di convertirsi, costui gli rispose: ‘Volentieri, se nominerai me Vescovo di Roma’. Ecco dunque che cosa era diventato il vescovo di Roma agli occhi dei pagani; un principe, un re della terra.

Nel 380 l’imperatore Teodosio emanò un editto che faceva del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero Romano; e nel 381 il concilio di Co­stantinopoli riconosceva il primato della sede romana, e stabili­va che il patriarca di Costantinopoli aveva il primato d’onore secondo a quello del vescovo di Roma. Quindi fu ancora una volta un concilio a dichiarare la sede di Roma superiore alle altre; ciò nonostante l’allora vescovo di Roma, Damaso, dichiarava in un concilio romano del 382: ‘La Santa Chiesa di Roma ha la precedenza su tutte, non grazie alla deliberazione di questo o quel concilio, ma perché il primato le fu conferito dalla frase di Nostro Signore e Salvatore riportata nel Vangelo’!

Dal quinto al settimo secolo.

Anche il vescovo romano Innocenzo I (401-417) rafforzò il primato del vescovo di Roma; egli disse per esempio: ‘Chi non conosce o non vede che quel che venne dichiarato alla Chiesa di Roma da Pietro, Principe degli Apostoli e che tuttora qui si ritiene, dovrebbe essere da tutti osservato? E che nulla si vorrebbe aggiungere o introdurre senza la sua autorità o che paresse provenire da altre parti essendo manifesto che tutte le chiese d’Italia, delle Gallie, di Spagna, di Africa, di Sicilia e delle isole intermedie furono stabilite per ufficio del venerabile apostolo Pietro e dei suoi successori’.

Nel 445 l’imperatore Valentiniano III riconobbe il primato del vescovo di Roma nelle cose spirituali, e decretò che quello che decideva quel vescovo doveva essere legge per tutti. ‘Tutto ciò che l’autorità della sede apostolica sancì o sarà per sancire, sia legge per essi ed a tutti’. Questo ulteriore riconoscimento imperiale non fece altro che rafforzare ulteriormente il primato del vescovo di Roma. E difatti l’allora vescovo di Roma Leone I detto Magno (440-461) - che molti chiamano il primo ‘papa’ - sosteneva apertamente e con grande forza che Gesù concesse a Pietro il primato della dignità apostolica, che passò poi al vescovo di Roma al quale compete la cura di tutte le chiese. Questo Leone era così in stretto rapporto con l’imperatore Valentiniano che ottenne da lui che fossero promulgate delle leggi severissime contro i Manichei.[997] Questo dimostra ancora una volta come il vescovo di Roma poteva liberamente, in virtù della sua posizione privilegiata che godeva presso l’imperatore, fare leva sul potere civile per perseguitare gli eretici. Il primato di Roma ricevette un’ulteriore conferma da un fatto avvenuto al concilio di Calcedonia del 451, convocato dall’imperatore Marciano, che i papisti fanno notare con orgoglio per sostenere il primato del vescovo di Roma. Leone aveva mandato a quel concilio una lettera in cui confutava l’eresia di Eutiche (costui era un monaco di Costantinopoli che diceva che la natura umana e divina in Cristo si erano fuse in una sola, la divina). E il commento dell’assemblea a quella lettera fu: ‘Per bocca di Leone ha parlato Pietro!’.[998] Ma ciò nonostante la cosiddetta supremazia della sede di Roma ricevette un ridimensionamento da quello stesso concilio di Calcedonia perché esso decretò nel suo ventottesimo canone: ‘I Padri hanno a buon diritto attribuito il primato alla sede dell’antica Roma, poiché questa città è sovrana; con lo stesso intento i centocinquantatre vescovi teofili hanno accordato il medesimo primato alla santissima sede della novella Roma, pensando con ragione che la città onorata (dalla presenza) dell’imperatore e del senato, e che ha gli stessi privilegi dell’antica Roma imperiale, è grande come quella nelle cose ecclesiastiche, essendo la seconda dopo di essa’.[999] I legati di Leone presenti al concilio (si noti ancora una volta che il vescovo di Roma non fu presente personalmente ad un concilio della Chiesa antica) protestarono contro questo canone; per loro costituiva una ingiuria alla ‘sede apostolica’. Leone I non accettò il ventottesimo canone ma si lanciò con veemenza contro di esso. All’imperatrice Pulcheria scrisse persino: ‘..per l’autorità di S. Pietro, egli assolutamente annullava il decreto di Calcedonia’.

Durante il V secolo contribuirono ad accrescere il potere temporale del vescovo di Roma anche le invasioni barbariche. Verso il 410 discesero i Goti sotto Alarico i quali per tre giorni devastarono Roma, nel 452 gli Unni sotto Attila e nel 455 i Vandali sotto Genserico. Nel caso del sacco di Roma compiuto dai Goti di Alarico avvenne che Innocenzo I si era recato con una ambasceria romana a Ravenna per chiedere all’imperatore Onorio di trattare con i Goti e accondiscendere alle loro richieste affinché Roma non fosse saccheggiata; ma la missione si rivelò infruttuosa perché Alarico entrò in Roma e la saccheggiò per tre giorni. Comunque il vescovo di Roma agli occhi del popolo crebbe in importanza perché veniva guardato come un difensore. Nel caso di Attila viene detto che quando egli minacciava di attaccare Roma e di saccheggiarla Leone I gli andò incontro e riuscì a persuaderlo (versandogli nelle mani un cospicuo tributo) di non toccare Roma. Nel caso invece di Genserico (che proveniva dall’Africa settentrionale), Leone I riuscì a persuaderlo a risparmiare a Roma il fuoco e il sangue; ma dovette acconsentirgli di saccheggiare con le sue orde la città per due settimane. I Vandali spogliarono i templi delle loro cose preziose e trasportarono in Africa come schiavi di guerra migliaia di romani. In questa maniera il vescovo di Roma acquisì agli occhi della popolazione romana un maggiore prestigio. Un’altra devastazione barbara si verificò nel 472 sotto Rechimero.[1000] L’impero Romano d’Occidente cadde sotto i colpi delle invasioni barbariche nel 476 quando Odoacre depose Romolo Augustolo e assunse il titolo di re d’Italia. La sua caduta permetterà al papato di svilupparsi ulteriormente perché esso non sarà più controllato e governato dall’imperatore d’Occidente. Il vescovo di Roma caduto l’impero d’Occidente diventerà sempre più importante.

Nel 492 divenne papa Gelasio I (492-496) che contribuì a rafforzare il potere spirituale del vescovo di Roma infatti scrisse all’imperatore Anastasio: ‘Due sono i poteri, augusto imperatore, che principalmente governano questo mondo; il potere sacro dei vescovi e quello temporale dei re. Di questi due poteri il ministero dei vescovi ha maggior peso, perché essi devono rendere conto al tribunale di Dio anche per i re dei mortali’, e sempre Gelasio riaffermò il primato di Roma dicendo: ‘E se conviene che tutti i fedeli si sottomettano ai vescovi, i quali rettamente dispensano le cose sacre, quanto maggiormente è necessario procedere con il capo di quella sede che Dio ha preposto a tutte le altre e dalla Chiesa universale fu sempre venerata con devozione filiale’.

Nel 498 morì il vescovo di Roma Anastasio II. All’elezione del nuovo papa avvenne che una parte del clero e la maggioranza del senato elessero papa l’arciprete Lorenzo nella basilica di Santa Maria Maggiore. Nel mentre però gli avversari di Lorenzo eleggevano il diacono Simmaco nella basilica del Laterano. Scoppiarono quindi dei tumulti tra le due fazioni perché ambedue si consideravano il legittimo successore di Pietro. Le cose arrivarono a tal punto che il re ostrogoto Teodorico, che era ariano, intervenne nella disputa e fece venire i due contendenti a Ravenna. Fu riconosciuto il diritto di Simmaco. Tornato a Roma Simmaco fece convocare un concilio; Lorenzo si sottomise a Simmaco e gli venne assegnata la diocesi di Nocera in Campania. Ma la calma durò poco, perché gli avversari di Simmaco lo attaccarono accusandolo di vari delitti ritenendolo indegno di occupare la ‘sede apostolica’. Teodorico convocò di nuovo Simmaco a Ravenna, ma costui giunto a Rimini, decise di fuggire e tornare a Roma dove si rinchiuse in San Pietro. A Teodorico questo suo comportamento parve una confessione. Gli avversari di Simmaco approfittarono allora di questa situazione e ottennero che a Roma fosse mandato un visitatore per governare temporaneamente la chiesa. Fu mandato Pietro vescovo di Altino che giunto a Roma rifiutò di avere rapporti con Simmaco. Simmaco protestò contro questa intrusione. Tutti i beni ecclesiastici e tutti gli edifici religiosi (tranne San Pietro) furono consegnati al visitatore. Il re allora per farla finita con questa situazione fece convocare un certo numero di vescovi italiani per giudicare Simmaco. L’esito del concilio fu che Simmaco non poteva essere considerato colpevole e bisognava quindi riconoscerlo come legittimo pastore. Gli edifici religiosi e i beni furono riconsegnati a Simmaco. Gli avversari di Simmaco allora a questo punto (dato che non si erano arresi e volevano mandare via a tutti i costi Simmaco) ottennero dal re il ritorno di Lorenzo. Lorenzo tornò a Roma e accaddero gravi tumulti. Il Liber Pontificalis[1001] parla di preti e chierici massacrati e di donne bruciate. Il re Teodorico intervenne di nuovo e Lorenzo dovette ritirarsi. Rimase quindi papa Simmaco; alla sua morte subentrò sul trono pontificio Ormisda (514-523). Ormisda fu seguito da Giovanni I (523-526). Durante il primo anno di pontificato di Giovanni avvenne che l’imperatore Giustino emanò un editto contro gli Ariani; molti di loro per paura abiurarono, altri subirono il martirio e diverse basiliche furono loro tolte e date ai Cattolici. Ma questo editto fece indignare il re Teodorico, che era anche lui ariano, il quale convocò a Ravenna il vescovo di Roma e gli ordinò di recarsi a Costantinopoli con un ambasceria composta da alcuni vescovi e quattro senatori. La missione che gli era stata affidata era quella di indurre Giustino a ritirare l’editto contro gli Ariani, restituirgli le loro basiliche e permettere a coloro che avevano ritrattato di potere tornare a professare la dottrina ariana. Giovanni andò a Costantinopoli ma non chiese all’imperatore di permettere a coloro che avevano ritrattato di ritornare all’arianesimo; la cosa perciò non piacque a Teodorico che quando i componenti dell’ambasceria tornarono a Ravenna li fece tutti imprigionare. Giovanni morì così in prigione.

L’imperatore Giustiniano (527-565) contribuì a rafforzare il primato di Roma perché affermò che il papa di Roma è il primo di tutti i sacerdoti. ‘Ordiniamo, dietro la definizione dei quattro concili, che il santissimo papa della vecchia Roma sia il primo dei vescovi, e che l’altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sia il secondo’. Questo imperatore emanò delle leggi contro gli eretici. Furono da lui perseguitati sia i Montanisti[1002] che gli Ariani. Anche questo imperatore si immischiò nelle cose spirituali della Chiesa infatti condannò con un editto i ‘Tre capitoli’[1003] e poi nel 553 fece convocare a Costantinopoli un concilio per condannarli. E costrinse l’allora vescovo di Roma Vigilio (537-555) ad accettare la decisione del concilio che Vigilio in un primo tempo aveva ritenuto nulla. Ancora una volta si può vedere con quale disinvoltura gli imperatori in quel tempo costringevano i vescovi ad accettare le loro opinioni in materia di fede. Ma vediamo come era diventato papa questo Vigilio. Vigilio, diacono di nobile famiglia, divenne papa - da quanto ci viene detto - comprando la carica e facendo uccidere il papa precedente Silverio (536-537). Costui era stato fatto papa dal re goto Teodato nel 536. Poco dopo Teodato morì e prese il suo posto il re Vitige che pensò di ritirarsi col grosso dell’esercito a Ravenna per preparare un offensiva contro Belisario, generale bizantino, che ormai si trovava a Napoli. Belisario entrava quindi in Roma e le truppe gote se ne andavano. E il papa si alleò con Belisario. Nel marzo del 537 però il re goto tornò per tentare la riconquista della città e pose sotto assedio Roma. Allora avvenne che Vigilio diede del denaro al generale bizantino Belisario affinché deponesse con la forza papa Silverio e consacrasse lui come nuovo papa. Silverio fu così deposto (l’accusa era che egli aveva tradito Belisario invocando l’aiuto del re goto affinché liberasse Roma dai Bizantini) e relegato allo stato di semplice monaco a Patara in Licia, mentre Vigilio fu consacrato papa dal Senato e dal clero terrorizzato da Belisario. La sua consacrazione ebbe luogo il 29 marzo 537. Ma Silverio trovò in Patara chi lo difendeva; era il vescovo di Patara che ottenne così dall’imperatore Giustiniano che Silverio fosse rimandato a Roma per essere quivi di nuovo giudicato (come abbiamo detto infatti era stato accusato e condannato per tradimento nei confronti di Belisario). Ma Belisario, indotto da Vigilio, fece deportare Silverio nell’isola di Palmaria (Ponza) sotto la vigilanza di due messi di Vigilio; e dato che Vigilio per essere riconosciuto papa legittimo da tutto il clero aveva bisogno che Silverio morisse, accelerò la sua morte privandolo del cibo, in altre parole diede ordini ai suoi messi di farlo morire di fame (questo in base a quello che dice il Liber Pontificalis). Ancora una volta si può vedere a che cosa erano pronti a ricorrere i pretendenti al trono pontificio; alla corruzione e all’omicidio.

Alla morte di Vigilio fu eletto papa Pelagio I (556-561). Di costui va detto che prima che diventasse papa aveva incitato Vigilio a resistere all’imperatore Giustiniano non schierandosi contro i ‘Tre capitoli’. E per questa sua posizione fu messo in prigione, da dove continuò a difendere i ‘Tre capitoli’ opponendosi all’editto di Giustiniano e alla decisione del concilio del 553 ed accusando Vigilio di essere volubile e venale. Ma una volta morto Vigilio e scarcerato eccolo tornare a Roma ma con altre idee infatti condannò i ‘Tre capitoli’ ed accettò il concilio di Costantinopoli. Questo voltafaccia si spiega con il fatto che in virtù di esso Pelagio ebbe il favore dell’imperatore Giustiniano per diventare papa.

Per il 590, in virtù degli eventi che si erano susseguiti fino a quel tempo, i due esponenti ecclesiastici più importanti erano il vescovo di Roma e il patriarca di Costantinopoli. Però mentre il patriarca di Costantinopoli era sotto il diretto controllo dell’imperatore, il vescovo di Roma non lo era perché a Roma era lui che comandava sia negli affari religiosi che in quelli civili.[1004] Attorno a quell’anno il patriarca di Costantinopoli che era Giovanni detto il digiunatore, si auto definì ‘vescovo universale’; ma Gregorio detto Magno, vescovo di Roma, si indignò a motivo di questa sua arrogan­za, e gli scrisse una lettera di ammonizione tra le cui parole vi sono queste: ‘...Possa dunque tua Santità riconoscere quanto sia grande il tuo orgoglio pretendendo un titolo che nessun altro uomo veramente pio si è giammai arrogato’. Va detto però che Gregorio Magno mentre da un lato non voleva essere chiamato ‘vescovo universale’ (come non voleva neppure che altri vescovi si procla­massero tali) perché lui preferiva essere chiamato ‘servo dei servi di Dio’, dall’altro nei fatti esercitò il potere papale da monarca quale era. Poco dopo, nel 602, l’imperatore Maurizio (assieme ai suoi figli) fu ucciso da Foca (di cui viene detto fosse particolarmente crudele verso i suoi nemici) che ne prese il posto, e Gregorio Magno gli mandò una lettera di congratula­zione nella quale diceva: ‘Gloria a Dio nei luoghi eccelsi (...) Sen­tiamo con vivo piacere che la benignità di vostra pietà sia pervenuta al potere imperiale. I cieli esultino e la terra fe­steggi, e tutta la cristianità finora sì tristamente afflitta, giubili per le vostre benigne opere’.[1005] Gregorio dunque divenne amico dell’imperatore Foca; i loro rapporti quantunque durarono solo due anni circa furono ottimi. Foca, nel 607, per contraccambiare l’amicizia e le adulazioni che gli rivolgeva il vescovo di Roma riconobbe la supremazia della ‘sede apostolica di Pietro su tutte le chiese’ (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantino­poli di usare il titolo di ‘universale’ che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma, che allora era Bonifacio III e che a differenza di Gregorio Magno, e dimenticando quello che il suo predecessore aveva dichiarato a tale proposito, non rifiutò affatto di farsi chiamare ‘vescovo universale’. Questo riconoscimento Foca lo concesse perché si trovava in polemica con il patriarca bizantino Ciriaco e volle in questa maniera screditarlo presso Roma, e dato che era odiato a Bisanzio cercava di farsi amare a Roma. Era tenuto in così grande onore Foca dai Romani che questi nel 608 elevarono ai piedi del Campidoglio una colonna sormontata da una statua di Foca in bronzo dorato, recante sulla base un’iscrizione in onore del ‘clementissimo e piissimo imperatore, trionfatore perpetuo, incoronato da Dio sempre Augusto’.

Dall’ottavo al decimo secolo.

Nell’ottavo secolo ci furono tumulti nell’impero a motivo delle statue e delle immagini: il vescovo di Roma ebbe una parte principale in essi. Ecco come andarono le cose. L’imperatore d’Oriente Leone III (717-741) intorno all’anno 726 emanò un editto col quale proibiva il culto delle immagini. Questo editto fece infuriare il vescovo di Roma che allora era Gregorio II (715-731) il quale scomunicò l’imperatore dichiarandolo eretico e aizzò il popolo romano, i Veneziani, il re dei Longobardi, e tutti i duchi Longobardi contro l’imperatore bizantino. Il popolo in Italia si rifiutò di abbandonare il culto delle immagini e si rivoltò contro i soldati imperiali; e da ambo i lati fu sparso sangue. Anche il patriarca di Costantinopoli si oppose all’editto imperiale. Nel 730, l’imperatore d’Oriente, vedendo che il culto delle immagini non era stato abbandonato, decretò che tutte le immagini fossero distrutte per ogni dove cominciando da Costantinopoli. Qui scoppiò fra il popolo una sommossa sanguinosa aizzata dai monaci che fu repressa dalla guardia imperiale. L’imperatore diede lo stesso ordine anche al vescovo di Roma che gli rispose di imparare prima meglio il suo catechismo e lo chiamò ‘un uomo sciocco, imbecille, un ignorante, un pazzo, che non sapeva più distinguere tra verità e bugia, peggiore di un eretico’. Il vescovo gli scrisse pure: ‘Tutti i popoli occidentali guardano con antica devozione a colui del quale con millanteria tu minacci di abbattere l’effigie, a S. Pietro intendo, che i regni d’Occidente onorano come Dio in terra. Desisti dunque dal tuo proposito; la tua rabbiosa violenza nulla può contro Roma, contro la città, contro le sue coste o le sue navi. L’Europa intera venera il santo principe degli apostoli; se tu manderai a distruggere la sua immagine, noi ci dichiariamo fin d’ora innocenti del sangue che sarà versato e dichiariamo che esso ricadrà interamente sul tuo capo’. L’imperatore gli scrisse altre volte, ma il papa sostenne sempre la sua opinione e concluse dicendo che ‘Cristo mandi in corpo all’imperatore il diavolo’ (invocamus Christum, ut immittat tibi daemonem). Poi egli convocò un concilio a Roma nel quale venne ordinato il culto delle immagini e vennero dichiarati eretici e scomunicati tutti coloro che vi si opponessero. E secondo Bellarmino il vescovo di Roma ordinò che i sudditi dell’imperatore qui in Italia non gli dovessero più pagare alcun tributo. Anche il vescovo successivo, Gregorio III (731-741), rimase ostinato e non volle ubbidire all’editto imperiale. Convocò un concilio a Roma e scomunicò gli iconoclasti.[1006] L’imperatore allora, vedendo l’ostinazione del vescovo di Roma, s’impossessò dei beni ecclesiastici in Sicilia e Calabria. L’imperatore poi fece un nuovo tentativo che fu l’ultimo, per costringere il vescovo ad ubbidire. Egli mandò nel 734 in Italia una flotta; ma questa fu distrutta da una tempesta nel mare Adriatico. Quello che avvenne in questo periodo mostra fino a che punto oramai si innalzavano i vescovi di Roma e come erano pronti a reagire a degli ordini imperiali quando questi si opponevano alle loro idee (anche se errate) o ai loro interessi. Ma questo comportamento dei vescovi di Roma verso dei re si sarebbe ripetuto nel corso dei secoli: ci saranno infatti vescovi di Roma che deporranno re, scioglieranno i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti del loro sovrano, e manderanno i propri eserciti o eserciti stranieri contro di essi per punirli.

Verso la metà dell’ottavo secolo il papato si consolidò maggiormente perché il vescovo di Roma riuscì ad estendere il suo potere temporale. Nel 752 venne eletto pontefice romano Stefano II (752-757) il quale si trovava a disposizione un patrimonio immobiliare enorme. Questo patrimonio cosiddetto di San Pietro (Patrimonium Petri) comprendeva molti edifici e vasti fondi terrieri che erano in diverse provincie d’Italia e nelle regioni vicine, fondi che erano coltivati da coloni e da schiavi e da cui la sede di Roma ricavava delle ingenti rendite. Esso era aumentato sempre di più dal tempo di Costantino in poi perché re, regine, alti funzionari dello Stato, ed anche privati avevano lasciato prima di morire i loro beni alla sede di Roma per assicurarsi la salvezza eterna. Naturalmente tra le donazioni e i lasciti come ce ne furono di volontari e spontanei ce ne furono anche di estorti con la furbizia e le lusinghe. Per quanto riguarda l’uso che di questo patrimonio faceva la chiesa va precisato che una parte veniva utilizzato per soddisfare l’ingordigia e la superbia dei vescovi e dei loro collaboratori e una parte veniva utilizzato per sovvenire ai bisogni dei malati e dei poveri e per fare fronte alle diverse spese che la chiesa di Roma doveva affrontare per il mantenimento delle basiliche e del culto. Ora, Stefano era a capo di un impero immobiliare e la paura di cadere sotto il dominio dei Longobardi (i quali si erano stabiliti in Italia dopo l’anno 568) che con Astolfo avevano occupato gli stati imperiali in Italia, conquistato Ravenna e si accingevano a conquistare anche Roma, lo indusse ad andare in Francia a chiedere aiuto militare a Pipino re dei Franchi. Non era la prima volta, e non fu l’ultima, che un papa chiedeva aiuto militare ad un sovra­no occidentale affinché difendesse il suo territorio dai suoi nemici; infatti prima di lui Gregorio III aveva mandato al re dei Franchi Carlo Martello una ambasciata con ricchi doni al fine di ottenere un aiuto militare contro i Longobardi, ma il re franco aveva rifiutato di esaudire il papa perché non voleva rinunciare all’amicizia con i Longobardi. Ma proseguiamo con Stefano II. Cronisti storici dicono che Stefano II si inginocchiò davanti a Pipino re dei Franchi[1007] e con le lacrime agli occhi lo supplicò di ‘difendere la causa di Pietro e della repubblica romana’. In questo incontro il papa mostrò al re dei Franchi la Donatio Constantini (documento che sarebbe stato in seguito dimostrato falso) in cui veniva detto che l’imperatore Costantino il Grande aveva consegnato al vescovo di Roma tutte le provincie ed i quartieri della città di Roma e d’Italia e delle regioni occidentali, e la supremazia sui patriarchi di Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme. E che lui, l’imperatore, riserbava per sé l’Oriente con capitale Bisanzio, dove si spostava con il consenso papale, non ritenendo giusto che un imperatore terreno esercitasse la sua potestas nella stessa sede dell’imperatore celeste. Il re dei Franchi promise al papa la ‘restituzione’[1008] dei territori sottrattigli da Astolfo[1009] e per questo suo impegno preso fu nominato da Stefano patricius Romanorum ossia ‘patrizio dei romani’. Nel 755 Pipino per mantenere il suo solenne giuramento scese in Italia e assediò Astolfo a Pavia, capitale dei Longobardi. Astolfo allora promise con giuramento di ‘restituire’ al papa l’Esarcato di Ravenna, la Pentapoli e i territori pontifici occupati. Ma appena Pipino partì alla volta della Francia, Astolfo non mantenne la promessa, anzi andò e assediò Roma. Allora il papa angosciato scrisse (immaginando di essere l’apostolo Pietro in persona) al re dei Franchi invocandone l’aiuto, e minacciandogli la privazione della vita eterna nel caso si fosse rifiutato di soccorrerlo: ‘Se poi, ma noi non lo crediamo, vi renderete colpevoli di indugi o addurrete pretesti, e non obbedirete con sollecitudine al nostro ammonimento di liberare questa città, il popolo che vi dimora, la Chiesa apostolica consegnataci da Dio e il suo sommo sacerdote, sappiate che per volere della Santissima Trinità, in virtù della grazia dell’apostolato concessaci da nostro Signore, sarete privati, per avere disobbedito alle nostre intimazioni, del regno di Dio e della vita eterna’. Pipino allora scese di nuovo in Italia contro i Longobardi, gli strappò i territori che andavano da Roma a Ravenna e li concesse in donazione al papa come un possedimento eterno.[1010] Questa concessione, avvenuta nel 756, segnò la nascita dello Stato pontificio[1011] che sarebbe durato fino al 1870.

Nel 795 diventò papa Leone III che contribuì ad accrescere il prestigio del vescovo di Roma incoronando, nell’anno 800, Carlo Magno come Imperatore del cosiddetto sacro romano impero. Carlo Magno confermò la donazione fatta al papa da Pipino nel 756, e secondo taluni vi aggiunse ulteriori territori.

Verso la metà del nono secolo ci dicono i documenti cattolici, sotto Leone IV (847-855), un gruppo di falsificatori papisti produsse le false decretali, una collezione di decreti di un certo numero di papi (da Clemente I a Gregorio II) e di concilii su punti dottrinali e di disciplina che avevano come scopo quello di ingrandire e sostenere l’autorità papale. Da queste decretali risultava che il papa ha la supremazia su tutti i vescovi, che i vescovi posti sotto accusa hanno il diritto di appellarsi al papa, che il papa ha la ‘piena potestà’ sulla Chiesa, che la chiesa di Roma, in base ad un unico privilegio, ha il diritto di aprire e chiudere le porte del paradiso a chi essa vuole. Queste decretali, da questo periodo in poi, servirono ai papi per rivendicare la loro suprema autorità sulla Chiesa universale. Esse contribuirono molto al rafforzamento del potere papale durante il medioevo.

Nel 896 divenne papa Stefano VI (896-897). Questo papa è stato definito dal cardi­nale Baronio ‘un intruso’. Egli fece dissotterrare il cadavere del suo predecessore Formoso (891-896), lo fece vestire dei suoi abiti pontificali, e lo fece portare davanti ad un’assemblea di cardinali, vescovi e preti, e lo pose seduto per giudicarlo. Stefano cominciò allora ad accusare quel cadavere di tanti delit­ti[1012] e lo incitava a rispondere a sua difesa. Ma siccome quel morto non poteva rispondere rispondeva un altro al suo posto. Alla fine fu giudicato colpevole, gli furono tagliate dalla sua mano destra le tre dita, il pollice, l’indice e il medio, con le quali il papa suole benedire, fu spogliato dei suoi abiti e dopo essere stato trascinato per le vie di Roma fu gettato nel Tevere per ordine di Stefano VI. Questo papa fu poi preso da una parte del popolo romano e gettato in prigione dove secondo alcuni fu poi strangolato.

Alla morte di Stefano fu eletto papa Romano (897) il quale fu papa per circa tre mesi durante i quali annullò i decreti di Stefano e riabilitò la memoria di Formoso. Platina (cattolico) dice di questo comportamento di Romano: ‘Codesti papuzzi (pontificuli) non pensavano ad altro che a distruggere e a disapprovare quello che avevano fatto i loro predecessori; lo che è dimostrazione di piccola mente e di cuore malvagio’. A Romano successe Teodoro II (897), il quale visse solo pochi giorni. Dopo Teodoro fu eletto papa Sergio ma il partito contrario prese le armi, cacciò Sergio che si ritirò presso Marozia, figlia di Teodora I moglie di Teofilatto, e fece papa Giovanni IX (898-900) che pensò anche lui a riabilitare la memoria di Formoso. A Giovanni successe Benedetto IV il quale visse pochi anni (900[1013]-903). A costui successe Leone V (903) il quale pochi giorni dopo la sua elezione fu cacciato in prigione e là fatto uccidere dal prete Cristoforo che si proclamò papa. Ma questo dispiacque a Sergio che fece prendere Cristoforo e rinchiudere in prigione dove fu fatto morire, e si dichiarò papa. Sergio divenne papa con l’aiuto della potente famiglia Teofilatto, le cui due figlie Teodora II e Marozia con i loro intrighi avrebbero dominato il papato per parecchi anni tanto da far nominare questo periodo del papato l’epoca del regime delle prostitute. Marozia era l’amante di Sergio e gli aveva dato un figlio che sarebbe stato fatto poi papa con il nome di Giovanni XI. Il cardinale Baronio, di Sergio III (904[1014]-911) ha detto che non vi era delitto, per infame che fosse, di cui non fosse stato macchiato papa Sergio, che era lo schiavo di tutti i vizi, ed il più scellerato di tutti gli uomini.[1015] Sergio III fu seguito sul trono pontificio prima da Anastasio III (911-913) e poi da Landone (913-914). Poi fu la volta di Giovanni X (914-928) che fu messo su dalla famiglia Teofilatto. Durante il suo pontificato Marozia ed Alberico (con cui ella si era sposata) suo marito la fecero da padroni. Rimasta vedova di Alberico, Marozia si sposò Guido marchese di Toscana; dopodiché per ordine suo Giovanni X fu gettato in prigione dove fu poi fatto morire soffocato con un cuscino. Mentre Giovanni languiva in prigione Marozia fece papa Leone VI (928) che visse solo pochi mesi. Morto questo altro papa Marozia fece papa Stefano VII (928-931). Alla sua morte ella mise sul trono papale suo figlio Giovanni XI (931-935) a proposito del quale il Baronio dice: ‘La santa Chiesa, cioè la romana, ha dovuto vilmente essere calpestata da un tal mostro’. Intanto moriva il secondo marito di Marozia, e subito ella pensò a sposarsi Ugo re d’Italia. Ma c’era un problema; Ugo era il cognato di Marozia e le leggi canoniche non permettevano tali unioni. Ma la difficoltà fu superata da Giovanni XI che concesse il permesso per il matrimonio. E così Marozia si sposò Ugo; la cerimonia nuziale avvenne a Castel Sant’Angelo alla presenza di Giovanni XI. Ma la cerimonia fu seguita da un fatto che segnò la fine di Marozia. Ugo si mise a offendere Alberico II, il figlio di Marozia e d’Alberico di Camerino. Alberico che già non vedeva bene quel nuovo matrimonio di sua madre uscì fuori ed incitò il popolo contro il re Ugo. Il popolo allora prese d’assalto il castello e il re fuggì. Alberico II allora fece gettare in carcere sua madre e mettere sotto stretta sorveglianza il suo fratellastro Giovanni XI. Fu fatto papa allora Leone VII (936-939) a cui succedette Stefano VIII (939-942). Morto costui Alberico fece papa Marino II (942-946). A Marino successe Agapito II (946-955). Morto costui divenne papa Giovanni XII (955-964). Non aveva ancora venti anni quando fu fatto papa, e dimostrò una condotta scandalosa perché dato ai piaceri della carne e brutalmente violento. Viene asserito che il Laterano durante il suo pontificato divenne un covo di prostitute. Nel 960 offrì la corona imperiale a Ottone che accettò volentieri promettendo che avrebbe difeso i patrimoni della chiesa. E così il 2 febbraio del 962 Ottone venne incoronato assieme a sua moglie. All’incoronazione seguì un patto chiamato Privilegium Ottonianum mediante il quale Ottone confermava a Giovanni XII e ai suoi successori tutti i diritti e i patrimoni della chiesa, e Giovanni dal canto suo prestava giuramento di fedeltà all’imperatore promettendo che non lo avrebbe mai tradito. Anche la nobiltà e il popolo romano fecero il loro giuramento di fedeltà. Ma appena Ottone fu partito Giovanni si gettò alle spalle il giuramento fatto e si alleò con Berengario. Ottone saputolo accorse a Roma, ma Giovanni raccolti i tesori della chiesa se ne fuggì prima a Tivoli e poi in Corsica. Intanto Ottone prendeva possesso della città. Pochi giorni dopo l’imperatore convocò un concilio per giudicare Giovanni a motivo dei delitti di cui era accusato. Giovanni saputolo fece sapere che dichiarava nullo quel concilio. Giovanni fu giudicato colpevole e al suo posto Ottone mise un altro papa di nome Leone VIII (963-965). Intanto Giovanni dalla Corsica fomentava delle rivolte, la prima fu soffocata nel sangue da Ottone (fu una vera e propria strage), la seconda, scoppiata dopo la partenza di Ottone mise in fuga Leone VIII mentre Giovanni tornava a Roma pronto a vendicarsi. Giovanni fece convocare un concilio in cui dichiarò nullo il precedente concilio e deposto Leone VIII. Giovanni si vendicò dei suoi avversari facendogli mozzare il naso e la lingua. Ottone allora decise di farla finita con Giovanni e si mise in marcia per Roma, ma durante il viaggio lo raggiunse la notizia che Giovanni era morto. Era stato assassinato da un marito che lo aveva sorpreso in flagrante adulterio con la propria moglie. Lo avrebbe gettato fuori dalla finestra. Il cardinale Bellarmino di questo papa ha affermato che fu quasi il più cattivo dei papi. Ma prima che Ottone potesse giungere a Roma il popolo romano, non riconoscendo Leone VIII, volle eleggere un nuovo papa di nome Benedetto V (964-965). Giunto a Roma, l’imperatore l’assediò e la prese per fame. Poi Ottone fece convocare un concilio che fece deporre Benedetto V.         In questo concilio in cui presiedeva Leone VIII, Benedetto V fu accusato di avere usurpato il trono papale. Benedetto riconobbe la sua colpa dicendo: ‘Se ho peccato, abbiate pietà di me’, e poi si gettò ai piedi del papa e dell’imperatore dichiarando di essere antipapa e vero papa Leone VIII. Ma mentre Ottone era commosso, Leone era invece infuriato contro di lui. Per compiacere all’imperatore che intercedeva per lui gli impose l’esilio. Così Ottone se lo portò in Germania dove morì. Rimase papa Leone VIII che morì nel 965. I romani allora mandarono un ambasciata a Ottone per chiedergli un papa; fu da lui scelto Giovanni, vescovo di Narni, che prese il nome di Giovanni XIII (965-972). Ma costui non era ben visto dal popolo romano per cui poco tempo dopo la sua elezione ci fu una rivolta contro di lui, ma il papa riuscì a fuggire andandosi a mettere sotto la protezione del conte Pandolfo di Capua. Qualche tempo dopo Giovanni XIII faceva ritorn