Kenya: Resta lo stallo politico, aumenta la crisi umanitaria, rari gli scontri

Non è stato a quanto pare ancora superato lo stallo politico che caratterizza da più di una settimana la crisi keniana mentre è aumentato il numero dei profughi interni -che sarebbero ormai più di 250.000 – e si è avuta notizia di qualche altro scontro con vittime accaduto nella giornata di ieri. L’incidente più grave è accaduto a Trans Zoia, un distretto della provincia della Rift Valley: sette persone sono morte quando un centinaio di scalmanati ha dato l’assalto alla stazione di polizia di Cherangany, dove sono temporaneamente alloggiati circa 3000 persone in fuga dalle violenze; a Kuresoi, nel distretto di Molo, ancora Rift Valley – località con decine di morti in violenze politiche precedenti le elezioni – gli “anziani” della comunità sono riusciti a impedire che venisse danneggiata la chiesa cattolica in località Matunda ma non hanno potuto evitare che venisse appiccato il fuoco a una chiesa presbiteriana. Maina Kiai, presidente della Commissione nazionale keniana per i diritti umani ha detto a Jeffrey Gettleman del New York Times “dovete capire che si tratta di questioni ben al di là dell’etnico, sono fatti politici e si ricollegano alla proprietà della terra”; il quotidiano di New York – che dedica appena tre righe alla visita dell’assistente segretaria di stato americana Jendayi Frazer, almeno per il momento priva di sviluppi noti – intitola la sua corrispondenza di oggi da Nakuru “I Kikuyu sono ora l’obiettivo di tribù rivali” e , nonostante il parere di Kiai, finisce con il descrivere nella Rift Valley una situazione di scontro tra l’etnia dei kikuyu (22% della popolazione) e i kalenjin, quella a cui apparteneva Daniel arap Moi, il presidente-padrone al potere per un quarto di secolo fino al 2002 quando venne eletto per la prima volta Emilio Mwai Kibaki. Raila Odinga, capo dell’opposizione che ha conquistato in parlamento una maggioranza relativa, ha intanto continuato a rifiutare le proposte di un governo di unità nazionale avanzate da Kibaki, rieletto alla presidenza il 27 dicembre in circostanze che hanno suscitato dubbi e scatenato disordini, scontri e violenze in diverse zone del paese, a cominciare dalle baraccopoli di Nairobi e dalla provincia di Nyanga , roccaforte dell’etnia luo a cui appartiene Odinga; Kibaki deve prima dimettersi, secondo Odinga, e poi si potrà forse avviare una trattativa politica. Si resta in attesa di un più volte annunciato intervento mediatorio di John Kufuor, presidente del Ghana e alla presidenza dell’Unione Africana per la sessione 2007-2008. “Insieme le nostre preghiere contribuirano a far ridiventare il Kenya la nazione bella e unita che tutti amiamo” ha detto ieri sera il “Media Council” invitando tutto il paese a un’ora di preghiera collettiva.[MB]

Fonte: Misna – 7/1/2008 8.46

Nelle foto: Dei keniani sfollati a causa delle violenze post-elettorali si sono rifugiati presso la Burnt Forest Church vicino a Eldoret. REUTERS/Mike Hutchings (KENYA)

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