Mutilazioni genitali, l’Ue si scopre vulnerabile: «Il 5% delle vittime vive nei Paesi del Nord»

Il numero dei casi è compreso fra 100 e 140 milioni in tutto il mondo. La piaga africana: in alcuni Paesi la proporzione di bambine sottoposte al tremendo rito supera l’85%

da Parigi Daniele Zappalà

Le mutilazioni sessuali subite da bambine e donne rappresentano ancora una terribile piaga in 28 Paesi africani, anche se negli ultimi anni si è registrato un leggero calo del fenomeno che apre nuovi spiragli di speranza. Secondo una ricerca pubblicata ieri in Francia dall’Ined (Istituto nazionale di studi demografici), il numero di destini individuali marcati per sempre dalle mutilazioni è compreso fra 100 e 140 milioni in tutto il mondo (oltre all’Africa, sono colpite anche alcune regioni del Medio Oriente e dell’Asia sud-orientale).
Circa il 5% delle vittime – più di 6,5 milioni – vive nei Paesi ricchi del Nord divenuti terra d’immigrazione. Solo in Francia, ad esempio, sarebbero colpite almeno 50mila donne.
Le situazioni più drammatiche continuano a registrarsi nel quadrante nord-orientale del continente africano (Egitto, Sudan e Paesi del Corno d’Africa), ma anche in tre Stati dell’Africa occidentale: Mali, Guinea, Sierra Leone. Qui, la proporzione di bambine e donne colpite supera l’85%. In una situazione di gravità «intermedia», con tassi compresi fra il 25% e l’85% della popolazione femminile, si collocano diversi Paesi appartenenti o vicini alla fascia saheliana (Mauritania, Senegal, Burkina Faso, Costa d’Avorio), ma anche il Kenya. Le variazioni fra Paesi vicini possono essere enormi, com’è il caso del Mali (tasso del 90%) e del Niger (2%). Le mutilazioni sessuali risparmiano invece integralmente il Maghreb e l’Africa australe, compreso il Madagascar.
Le due ricercatrici che hanno coordinato lo studio, Armelle Andro e Marie Lesclingand, sostengono che è soprattutto il fattore etnico a perpetuare ancora la «tradizione» delle mutilazioni nel mondo. A mostrarlo sono Paesi come il Senegal, dove il gruppo maggioritario dei Wolof non pratica le mutilazioni: «Tradizionalmente, non esiste che presso le minoranze, soprattutto i Peul, i Toucouleur, i Soninké e i Malinké». Molto spesso, osservano le autrici, «que­ste pratiche si iscrivono tradizionalmente nei riti d’iniziazione associati all’ingresso nell’età adulta in certi gruppi etnici».
Le mutilazioni sessuali sono additate dal sistema delle Nazioni Unite fin dagli anni Cinquanta, ma solo nel 2003 tutti i Paesi membri dell’Unione africana hanno firmato un protocollo comune di condanna esplicita che ha esteso la proibizione a tutto il continente. Le leggi esistenti vengono applicate solo di rado, ma negli ultimi anni si registrano alcuni segnali in positivo: «Nella maggioranza dei Paesi, le donne più giovani sono meno spesso vittime di mutilazioni rispetto alle loro vicine più anziane e questo scarto generazionale è particolarmente visibile nei Paesi dove l’escissione è molto diffusa, come ad esempio in Guinea o in Eritrea».
La ricerca sottolinea che «il grado di mobilitazione degli Stati» sta crescendo sullo stesso binario della consapevolezza generale delle ripercussioni della piaga anche in termini di sanità pubblica. L’istruzione, inoltre, gioca sempre più un «ruolo protettore». In Paesi come Egitto, Costa d’Avorio, Camerun e Tanzania, il rischio di subire mutilazioni è 5 volte più alto per le ragaz­ze che si sono fermate al livello delle classi elementari.

Fonte: Avvenire.it – mercoledì 24 ottobre 2007

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