Testimonianza di Julie Nyffeler che insieme a suo marito salvò degli ebrei durante la seconda guerra mondiale

L’omaggio ai Giusti – La sig.ra Julie Nyffeler testimonia – Parole raccolte da JP Waechter

2.725 “Giusti” francesi salvarono degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale a rischio della vita senza contare quelli che sono rimasti anonimi. Tutti hanno incarnato i valori di giustizia, di tolleranza e d’umanità. Venendo in aiuto agli Ebrei, essi non pensavano di fare niente di straordinario nonostante i pericoli incorsi; si accontentavano di seguire la loro coscienza. Quale esempio per noi nelle lotte che sono le nostre oggi in favore della tolleranza e della fraternità, contro l’antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, tutti i razzismi. Dietro la nazione al Pantheon il 18 gennaio 2007, En route rende loro modestamente omaggio. Col presidente della Repubblica, ci ricorderemo che “di fronte all’estremismo, c’è solo un attitudine: il rifiuto, l’intransigenza”.


Durante gli anni di guerra, la coppia pastorale Nyffeler curava le anime della Chiesa Evangelica Metodista di Agen (Lot-et-Garonne) e salvò molti ebrei in fuga. 60 anni dopo, la sig.ra Julie Nyffeler (98 anni) se ne ricorda come se fosse ieri e accetta di parlarcene per la sola gloria di Dio e a beneficio delle nuove generazioni. Ecco l’integralità della sua commovente testimonianza.

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En route (ER): Ci spieghi in quale situazione si trovava la sua famiglia alla dichiarazione della Seconda mondiale?

Julie Nyffeler (JN): Eravamo dunque ad Agen. Quando scoppiò la guerra, avevamo già tre bambine e restammo ad Agen vicino alla nostra parrocchia. Questa parrocchia si era talmente aperta all’Evangelo che eravamo incoraggiati più dell’ordinario a continuare l’opera nonostante l’avviso del Console Svizzero a Bordeaux di ritirarci in Svizzera con tutta la famiglia per metterci al sicuro. Allora mio marito volle dapprima partire da solo, ma decidemmo di non lasciarci e di restare insieme, di vivere tutto insieme, sia le gioie che i dolori.

En route (ER): Molto presto si presentarono delle restrizioni alimentari. Disponevate di pochi mezzi ed i bisogni erano sempre più grandi.

JN: Infatti, i generi alimentari erano stati molto razionati. Le razioni erano draconiane ed avevamo per ogni cosa dei tagliandi con una razione mensile. Ma questi tagliandi non ci servivano sempre a gran cosa, perché quando mi presentavo al negozio per comprare o lo zucchero o il burro, mi rispondevano: non c’è niente. Non avevamo niente, perché tutto un vagone di derrate alimentari che era destinato alla popolazione civile era stato portato in Germania e diviso fra i tedeschi. A quel tempo eravamo spesso alla fine delle provviste.

En route (ER): Riguardo alla comunità, era composta in gran parte da coltivatori, ricevevate forse aiuto dagli uni e dagli altri?

JN: I nostri parrocchiani erano veramente esemplari. Per quanto poterono, ci vennero a portare di tutto quello che avevano nei frutteti, negli orti e nei pollai, avemmo per molto tempo l’aiuto dei nostri parrocchiani. Ma arrivò un momento in cui i tedeschi percorrevano in lungo e in largo le strade e le vie di campagna, tutte le vie e controllavano tutto quello che trasportava la gente. Allora quelli che avevano delle derrate alimentari nelle loro borse erano costretti a consegnarle ai tedeschi ed erano anche messi in castigo. Fu a partire da quel momento che, per diversi mesi, fummo veramente privati di tutto. Ricevevamo pochissimo latte per le nostre tre bambine. Con i tagliandi, ricevevamo la nostra razione di pane, il che bastava sempre ai nostri bisogni. Potevo anche dare dei tagliandi al padrone di casa, che aveva l’abitudine di mangiare molto pane. Arrivarono momenti in cui non avevamo più alcuna verdura, neanche delle patate.

En route (ER): Ed anche in queste circostanze di penuria, Dio provvedette?

JN: Dio provvide meravigliosamente ad approvvigionarci. Ora vi racconterò un esempio. Avevo messo le ultimissime patate sulla tavola. Non ce n’erano molte. E attorno a mezzogiorno, una signora della campagna, una parrocchiana, arrivò, la invitammo. Mangiò con noi, ma quando vide il piatto di patate così mediocre, mi domandò: signora Nyffeler, ha ancora patate? Ebbene, fui costretta a dirle: oggi mangiamo le ultime. Non ne ho più. Era veramente stupita: non è possibile, non si può vivere senza patate! Ascolti, io conosco l’autista dell’autobus che passa davanti a casa mia. Gli darò mercoledì prossimo un piccolo sacco di patate. Le nasconderà nell’autobus e signor Nyffeler, lei andrà alla fermata dell’autobus, in piazza del Pino. Aspetterà che tutti i viaggiatori si siano allontanati e chiederà all’autista da parte della signora Zulliger, se le ha dato qualcosa. Egli le consegnerà un piccolo sacco di patate. Non dimentichi di mettere un portapacchi sulla sua bicicletta. E tutto è avvenuto come ella ci aveva detto. Mio marito ci andò e tornò a casa tutto contento con quasi una quindicina di chili di patate. Era festa, può immaginarsi la gioia delle bambine, perché per molto tempo non potevo fargli il purè ed esse mi chiesero: mamma, facci un buon purè! Allora gli dissi: va bene, ho le patate, ma ci occorre ancora il burro oppure ci occorre la panna. Non ho di che fare il purè… Successe che la stessa settimana, otto giorni dopo, una signora arrivò, un’altra parrocchiana della campagna, e tirò fuori dalla borsa un flacone con un liquido bianco. Pensavo che fosse latte, eh no, era panna. E allora evidentemente usai quella panna per fare la gioia delle bambine, un purè di patate, un vero purè. Avrebbe dovuto vedere la loro gioia. Mangiammo quel purè, come se fosse un giorno di gran festa. Questo episodio si ripetè tre volte. Quando finimmo quelle patate, arrivò un uomo e ci portò delle patate, tre volte e la terza volta mi impressionò maggiormente, poiché era uno schernitore e non un amico. Si beffava della gente che veniva al culto e si beffava di Dio. E pensò di offenderci dicendoci: ecco, mi manda mia moglie, abbiamo selezionato le patate e abbiamo messo da parte le piccole per gli animali, ma lei mi ha detto: portale alla famiglia Nyffeler, può anche mangiarle. Allora io gli dissi: non è sua moglie che la manda, ma è il nostro Padre celeste: egli sa benissimo che non abbiamo più patate e le piccole patate sono benvenute quanto le grosse e Dio ha usato lei per portarcele. Era senza parola, mi guardava in modo talmente sbalorditivo, non aveva sicuramente mai sentito parlare in quel modo. Mi diede il sacco di patate, risalì sulla sua bicicletta e ripartì. Penso che ciò dovette farlo riflettere.

En route (ER): Che testimonianza riguardante la fedeltà di Dio che risponde ai bisogni dei suoi figliuoli! Per quanto riguarda il vostro ministerio, precisiamo che vi eravate aperti all’afflizione della gente in fuga, in particolare di famiglie ebree e ciò in tutta discrezione.

JN: La nostra casa era infatti una casa aperta e accogliemmo spesso degli ebrei per la notte, quando non sapevano dove rifugiarsi. Poiché sia di giorno che di notte, erano in pericolo di essere arrestati dai tedeschi. Allora cercavano di accasarsi una volta qui, una volta là, mai però nello stesso posto. Dovevano trovare ogni notte un altro rifugio. E spesso accogliemmo un uomo, una donna, un bambino per la notte. Una signora ebrea venne per alcune settimane tutti i pomeriggi a casa nostra dicendo che da noi si sentiva un po’ più al sicuro. Quando però suonava la campana della casa, correva in fondo al parco per nascondersi, perché aveva così tanta paura. E un giorno, ciò mi impressionò molto, ella mi disse: signora Nyffeler, il mio più grande desiderio sarebbe di passare una sola ora senz’aver paura. Allora lei può immaginare la vita di questa gente. Bisognava incoraggiarli, bisognava accoglierli, mostrare loro simpatia ed anche accoglierli per il pasto, perché non avevano gran che.

En route (ER): Come reagivano le vostre bambine? Erano al corrente delle vostre azioni in favore di questi ebrei fuggitivi?

JN: Le bambine evidentemente assistettero a molte conversazioni e la maggiore ben comprese che ci mettevamo in pericolo accogliendo queste persone. Andando a scuola, sentiva un bel po’ di cose fra i compagni. Le dicemmo di non parlare mai di quello che facevamo in privato ed ella mantenne la promessa: non parlò mai, ma anche lei talvolta tremò quando sapeva che qualcuno passava la notte a casa nostra, però non ci avrebbe mai, mai detto di smettere di farlo. Era veramente con tutto il cuore con noi ed era anche presente quando pregavamo per queste persone, ringraziavamo il Signore per la sua protezione, il suo intervento e il suo aiuto.

En route (ER): Che lei sappia, queste persone che aiutaste ebbero salva la vita, potettero rifugiarsi all’estero?

JN: Disgraziatamente, la coppia che accogliemmo per otto giorni cambiò dimora, andò ad abitare in campagna. Avevano una stanza sopra una stalla. L’avevano sistemata e si credevano al sicuro. Una notte, vennero a bussare alla porta e furono tutti e due portati via. Probabilmente finirono la loro vita in un campo di concentramento e in una camera a gas, mentre la coppia parigina che abitava ad Agen e la cui figlia era una compagna di nostra figlia, ritornò a Parigi sana e salva e noi ne ringraziamo il Signore. Molti altri però furono presi così dai tedeschi e non li abbiamo mai rivisti.

En route (ER): La vostra attività a rischio della vita non passò inosservata alle autorità. Suo marito fu interrogato?

JN: Mio marito fu convocato due volte dalla Gestapo per delle inchieste e degli interrogatori. La prima volta, lo interrogarono per quattro ore e dovette fare molta attenzione alle parole che pronunziava, perché la minima gaffe avrebbe potuto costargli la vita o la vita della sua famiglia. E poi una seconda volta, un’auto si fermò davanti alla casa e due signori chiesero a mio marito di seguirli. Era la Gestapo. Allora mi opposi e gli dissi: tu non andrai. Ma capii che se insistevo troppo a trattenere mio marito, loro portavano dentro anche me. Che ne sarebbe stato delle nostre bambine? Allora alla fine condussero via mio marito e nel momento preciso in cui, fra i due uomini della Gestapo, mio marito penetrava nella casa della Gestapo, un signore che aveva visto passare il trio gridò: stop! I tre si fermarono immediatamente, poiché tutti e tre conoscevano la voce di quest’uomo, era l’installatore che lavorava molto spesso nella casa della Gestapo. Egli chiese loro: che volete fare con quest’uomo? È un mio amico. Ora lo lascerete tornare immediatamente a casa sua. Allora siccome essi avevano bisogno di quest’uomo ed era molto conosciuto da loro, fecero dietrofront e permisero a mio marito di tornare nella macchina e lo riportarono. Ed io, durante quel tempo, che cosa facevo? Pregavo il Signore di proteggere mio marito.

En route (ER): Il Signore rispose alle sue preghiere, ma non fu un caso unico: ha vissuto altre liberazioni dello stesso genere?

JN: Non fu infatti un caso unico. Sapete tutti che i giovani alsaziani che erano stati soldati francesi dovettero lasciare l’uniforme francese per indossare l’uniforme del soldato tedesco. Furono integrati con la forza nell’esercito tedesco. Or c’erano tra loro diversi che noi conoscevamo benissimo, che erano amici della nostra famiglia. E dopo la guerra, quando tornammo in Alsazia, li incontrammo. Diversi di loro ci dissero: ma dove eravate nascosti ad Agen? Se sapeste quanto vi abbiamo cercato! Abbiamo passato tre giorni interi ad Agen, abbiamo percorso in lungo e in largo le strade, abbiamo interrogato, nessuno però ci ha potuto dire dove abitava la famiglia Nyffeler. Ed anche qui, vedo la mano di Dio che ci protesse, poiché accanto alla nostra casa c’era l’ufficio della Resistenza. Se un solo soldato tedesco fosse penetrato in casa nostra, noi saremmo stati denunciati, sospettati, e considerati forse come traditori e saremmo stati deportati, penso, tutta la famiglia. Allora vede come Dio vegliò su di noi. Egli veramente impedì a tutti i soldati che volevano venire di trovarci, parlo dei soldati alsaziani, nessuno trovò la strada di Boé dove abitavamo.

En route (ER): La Gestapo volle anche un giorno farvi visita e non trovò la porta d’ingresso?!

JN: Si, infatti, un tedesco venne un giorno fino a casa nostra forse per interrogare mio marito o per cercarlo, ma cercò la porta: c’erano tre porte d’ingresso, c’era la porta del garage che era semiaperta, c’era il gran portale che permetteva d’entrare nel parco e c’era il piccolo portale che noi prendevamo per ritornare a casa, ma non so come mai, egli era cieco, non trovò l’ingresso e non ci raggiunse. Io penso che anche lì fummo preservati da non so quale pericolo, ma c’era pericolo.

En route (ER): Suo marito, mediante le sue funzioni pastorali, servì da tramite fra tutte le famiglie della chiesa in quei tempi difficili?

JN: Mio marito era un certo tempo rappresentante della Croce Rossa Svizzera nel dipartimento del Lot-et-Garonne e in dipartimenti circostanti. La sua missione consisteva nel far visita a delle famiglie e nel portare loro dell’aiuto per mezzo della Croce Rossa e così venne a conoscenza di molti, molta gente al di fuori dei nostri parrocchiani. Era anche l’agente del Console svizzero di Bordeaux, che passava l’indirizzo della gente ch’egli doveva visitare, della gente che riceveva dei sussidi dalla Svizzera, che mio marito era obbligato a distribuire loro. Ed evidentemente c’erano tra queste famiglie delle famiglie ebree. Molto felicemente, non fu mai costretto a dare gli indirizzi di queste famiglie. Era anche molto conosciuto dal sindaco ed un giorno la presidente della Croce Rossa venne ad Agen e andò al municipio per chiedere se qualcuno avesse una macchina a disposizione per accompagnarla. Allora il signor sindaco le disse di andare a trovare il pastore Nyffeler: egli ha una macchina, potrà accompagnarla dove vorrà. Ella venne, mio marito le disse: sono pronto ad accompagnarla in qualunque luogo, ma non ho benzina. Ho solo cinque litri al mese e ciò mi basta appena per le corse più necessarie. Allora lei disse: oh, non importa, le do la mia tessera, lei prenderà benzina quanto vorrà tanto per me che per lei personalmente. Non è un intervento divino? Niente benzina, e Dio ha i mezzi di mettergliene a disposizione più di quanto le occorre.

En route (ER): Che magnifica liberazione! Aggiungerò che suo marito ebbe contatto di fatto con la Resistenza?

JN: La resistenza aveva avuto il suo ufficio accanto a casa nostra. A quel tempo quando ricevevamo degli ebrei, non rischiavamo assolutamente niente. Ciò che sarebbe stato fatale, sarebbe stata la venuta di un soldato tedesco e mio marito ebbe spesso a che fare con la Resistenza attraverso i suoi viaggi. Un giorno, andò in Dordogna per uno studio biblico in una famiglia e dovette prendere il treno fino a Montpazier (in Dordogna) e da lì ancora quindici chilometri fino alla famiglia in bicicletta. Dovette attraversare una foresta. E sentiva dalle due parti della strada e della foresta il grido della civetta. Per tutto il cammino, quel grido si ripeteva da una parte e dall’altra. Egli disse che non poteva dire di non aver paura, ma provava lo stesso un grandissimo sentimento di insicurezza, ma non gli presero la bicicletta, lo lasciarono passare, perché durante tutto quel tempo pregò ed anch’io pregavo sempre Dio per mio marito, affinché avesse la sua mano su di lui ed egli potesse compiere l’opera di servitore di Dio.

En route (ER): Come servitore di Dio, non trasse mai gloria da questa pagina di storia. Ciò vuol dire ch’egli rese gloria a Dio per quegli anni di prove e di protezione che visse.

Mio marito non pensò mai di avere un merito particolare, perché faceva questo o quello. Seppe sempre che era Dio che gli dava la forza di fare ciò che doveva fare, di fare quei chilometri di bicicletta in una regione molto vallosa e non era sempre facile. E quella bicicletta aveva anche una storia. Egli aveva per cominciare una vecchia bicicletta, che aveva comprata all’età di 15 anni e che era sempre la stessa, ma i copertoni erano usati. Era vecchia, veramente alla fine… E spesso dissi a mio marito: ma comprati dunque una bicicletta nuova! Ma no, ce la farà ancora! Ma ecco che un giorno, quando mio marito volle andare a prendere la bicicletta, niente bicicletta! Era sparita, quindi, era stata rubata, perché la porta del garage era sempre semiaperta. Allora fu proprio necessario ch’egli comprasse una bicicletta. Andò dal venditore e il venditore gli disse: lei è fortunato! Ho venduto tutto, me ne resta una sola, ma è una buonissima bicicletta. È solida, è quasi nuova, ma non è proprio nuova. Vi servirà. Mio marito comprò l’ultima bicicletta che gli servì meravigliosamente per tutta la guerra. Con la vecchia, non avrebbe potuto fare ciò che ha fatto in tragitti e lì ancora vedemmo che Dio dirigeva le nostre faccende, ch’egli aveva la mano su tutto e noi confidammo in lui.

En route (ER): Che cosa direbbe in conclusione ai bambini, a quelli che non hanno vissuto questa guerra? Ai bambini, nipoti, pronipoti che l’ascoltano oggi e che non hanno conosciuto quelle ore tragiche? Riguardo alle lezioni di vita che ne avete tratto, la fedeltà di Dio in ogni circostanza?

JN: Vivemmo realmente un periodo molto benedetto. Anche durante i giorni più difficili, sentimmo la presenza di Dio, la Sua mano, ed è quello che voglio far comprendere. E provo sempre a farlo quando vedo i miei bambini e nipoti, anche i miei pronipoti, provo a raccontargli tutto quello che abbiamo vissuto, come Dio intervenne sempre al momento in cui occorreva, in cui eravamo in difficoltà, in cui le nostre risorse erano esaurite, fu allora che Dio agì. E i nostri bambini sono sempre interessati a sentire questi racconti, queste cose che vivemmo veramente e che non dimenticheremo mai. Noi ringraziamo il Signore per tutta la sua bontà ed i suoi interventi.

En route (ER): Terminerò con questa domanda: l’antisemitismo, il razzismo, l’ingiustizia sono dei flagelli da combattere oggi ancora?

JN: I tempi sono cambiati, ma gli uomini, penso di no. Sono rimasti gli stessi e bisogna continuamente lottare contro dei sentimenti che non sono sempre onorevoli, perché gli uomini sono spesso ingrati o rifiutano di credere ciò che si vuole far loro comprendere eppure Dio è lì per tutti. Egli non fa alcuna differenza, siano essi cristiani, ebrei o altri. Egli è lì per tutti. Egli ci ascolta, ci conosce, ascolta veramente le nostre preghiere.

En route (ER): Grazie signora Nyffeler per la sua testimonianza.

Fonte: En route, Bulletin d’information francophone de l’Eglise Evangélique Méthodiste (EEM) n° 28, Febbraio 2007

Nella foto: La signora Julie Nyffeler (gennaio 2007).

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